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Post con parola chiave: scuola

 
 

Telescuola: quando gli italiani erano in crescita

11 ottobre 2020

Le discussioni sulla didattica a distanza mi hanno fatto tornare in mente iniziative storiche della RAI. La famosa “Non è mai troppo tardi”, certo, ma pure Telescuola, fine anni 50. Ha consentito di completare l’istruzione obbligatoria (8 anni) ad alunni residenti in località prive di scuole secondarie.

Lezioni via tv e aule organizzate dove possibile, anche in locali messi a disposizione da privati, presidiate di solito da un singolo docente di supporto, non ancora chiamato tutor. Oltre 1600 aule, se non ricordo male.
Fu Telescuola, tra l’altro, l’avanguardia sperimentale della scuola media unificata, introdotta nel 1963.

Certo, non c’era Covid e perciò a distanza era il docente delle varie materie (anche educazione civica, artistica e musicale, tanto per dire di che si parla), non gli alunni, che anzi parevano ben contenti di ritrovarsi ogni giorno e studiare insieme.

La soluzione funzionò. Un docente sardo che aveva profonda conoscenza del tema in particolare per la sua regione, mi disse qualche tempo fa (circa cinquant’anni…) che tutto era ben organizzato ma che la vera benzina del successo fu soprattutto la gran voglia di imparare di quegli studenti, non tutti ragazzi.

Ecco. La spinta dal basso, l’impegno, la volontà. E lo Stato che si da da fare, viene incontro. Una società ancora povera ma armonica. E il servizio pubblico in una delle sue migliori espressioni.

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La formazione e il futuro

20 ottobre 2017

Ricevo dall’amico Zine Seghier, grande conoscitore dell’Africa:

All’ingresso di una università in Africa del Sud è affisso il seguente messaggio:

>> per distruggere un Paese non sono necessarie né la bomba atomica né missili a lunga gittata. E’ sufficiente abbassare la qualità dell’istruzione e consentire frodi agli esami. Così

– i pazienti muoiono per mano dei medici
– le costruzioni crollano per colpa dei progettisti
– l’economia va in malora per gli errori degli economisti
– l’umanità si massacra per il fondamentalismo religioso
– la giustizia si perde a causa delle manchevolezze dei giudici.

Il cedimento della formazione è il cedimento del Paese <<

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Scuola novecentesca e nativi digitali

2 aprile 2017

La ministra dell’Istruzione chiede 25mila assunzioni. Normale domandarsi e domandarle: perché? Con quali obiettivi? Per insegnare che cosa?

Anche i nuovi assunti, come già i 7/800mila attuali, dovrebbero formare dei nativi digitali, che già all’asilo smanettano forsennatamente sui tablet, non solo per giocare.
Gli insegnanti di oggi, a maggior ragione se neo assunti, hanno infatti a che fare con ragazzi per i quali la rete, gli strumenti per usarla, i social media sono pane quotidiano. Il che non si può dire per i docenti, nel complesso.

È possibile che di fronte a nuove assunzioni non ci si pongano domande su come deve essere la scuola che deve formare i nativi digitali? Quelli le nozioni le trovano tutte in rete all’occorrenza e perciò usano la memoria naturale in maniera molto parziale. Loro, gli studenti di oggi, vedranno il mondo evolvere profondamente e vi si adegueranno senza alcuno sforzo. E gli insegnanti?

La scuola tradizionale sembra inadeguata alla bisogna, anche perché pare evidente che per i ragazzi l’apprendimento avviene diversamente da come avvenne nei tempi pre-digitali. Il loro apprendimento è di tipo esplorativo, acquisiscono conoscenze interagendo, non solo ascoltando e prendendo appunti.
E anche la stessa pretesa che lo smartphone, che per i ragazzi è una protesi irrinunciabile, debba essere lasciato fuori dalla scuola è arcaica. Loro non vivranno mai senza uno smartphone o sue evoluzioni future, perché dovrebbero farlo in classe?

Non possiamo replicare i modelli educativi novecenteschi perché quelli e non altri si addicono al personale docente attualmente disponibile. Perciò dobbiamo intenderci (appello alla politica): se il ministero deve mantenere la funzione di primo ufficio di collocamento del Paese non è necessario modificare nulla, nemmeno il ministro. Se però deve diventare il riferimento per lo sviluppo intellettuale e personale delle nuove generazioni, mettendole in condizione di adeguarsi al meglio al futuro, qualunque esso sarà, allora va cambiato molto, se non tutto.
In questo secondo caso con pesantissime ricadute sociali nel breve termine, inutile nasconderselo. Ma la prima soluzione, difendere lo status quo, non le evita comunque: le posticipa soltanto, scaricandole su altri soggetti. Come il debito pubblico.

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Riflessioni a vanvera n.24

16 gennaio 2017

pubblico impiego e dintorni

 

La Corte mormora

Perché delle sentenze della Corte Costituzionale si commenta chi tra i giudici ha votato in un modo e chi in un altro? Possibile che la stampa sappia e riporti sempre tutto?

Qualche volta tira a indovinare ma forse la Magistratura è un ambiente molto politicizzato ed estremamente pettegolo, dalla Corte alle procure.

Non ci sono più le sacre stanze. Ci sono, fisicamente, ma dissacrate.

Può essere che tra i giudici costituzionali ce ne siano di assai loquaci, ma alla confusione contribuiscono non poco anche i presidenti emeriti, cioè gli ex presidenti, che sono un numero spropositato. Li scegliesse Zamparini, il presidente del Palermo calcio, come fa con gli allenatori, li terrebbe più a lungo.

Il Presidente attuale, non ancora emerito, è il diciassettesimo dall’inizio del millennio. Circa uno all’anno. Perché tanti, si potrebbe domandare uno che non conosce Zamparini? C’è una morìa di presidenti? La poltrona porta scalogna?

Macché. Gli emeriti sono attempati ma in genere in ottima salute. Il fatto è che ormai per prassi viene nominato presidente il giudice più anziano. Appena raggiunge i limiti di età diventa emerito e gli subentra il secondo in classifica. Certo, l’anzianità ha sempre avuto una valenza determinante nel pubblico impiego, ma nel comportamento della Corte i maligni sospettano che ci sia dell’altro: la nomina a presidente, anche per un tempo brevissimo, comporta cospicui benefici pensionistici. Perché non goderne tutti?

 

Fa e disfa

In tema di Magistratura non si può non notare come dedichi una rilevante parte del tempo e delle risorse a disposizione a smentirsi. Tra sentenze ribaltate in appello, processi da riaprire, Magistratura Civile che giudica in maniera del tutto incongrua rispetto a quella Penale, abbiamo un fa e disfa estremamente ricco di episodi e diversificato. Ma ovviamente per nulla produttivo.

Nel frattempo il sindacato dei magistrati, l’ANM, si impegna in una polemichetta con il governo per faccende che riguardano le tempistiche dei trasferimenti e del pensionamento. Nulla a che fare insomma con la Giustizia con la G maiuscola.

La grande stampa segue con la solita attenzione, cioè pubblicando i comunicati stampa dell’ANM e i commenti concilianti del ministro della Giustizia. Tutti pezzi prudentemente a firma Pilato, metaforicamente.

 

Quando agiscono le tutele

Il contratto di lavoro del pubblico impiego, stavolta comparto sanitario, non consente che il medico e l’infermiera sospettatissimi di omicidi volontari nell’ospedale di Saronno vengano licenziati. Non fino a sentenza di Cassazione. Nel frattempo si agisce in presunzione di innocenza. Intercettazioni e testimonianze già pubbliche sono ininfluenti. Lo spiega l’avvocato del lavoro Luca Failla. La cosiddetta coppia killer è al momento sospesa dal lavoro in quanto oggetto di custodia cautelare e percepisce metà stipendio. Cioè non può tornare in ospedale perché la giustizia la sospetta in condizione di uccidere ancora, però lo stipendio in parte continua a percepirlo.

La solidarietà pubblica è direttamente proporzionale alla gravità dei reati: più sono gravi più si manifesta.

Nulla d’altra parte esclude che l’affiatata coppia possa essere reintegrata in caso di sospensione della custodia cautelare o a seguito di una prossima sentenza non definitiva. Lo stato d’animo difficilmente sereno di pazienti eventualmente affidati in futuro alle cure dei due non sarebbe tenuto in alcun conto dalla Giustizia, che non si occupa di stati d’animo.

L’impressione che certi contratti di lavoro necessitino di profonda revisione è comunque molto forte.

 

Quando agiscono i tutelati

Ottima Nadia Vitale, preside dell’istituto tecnico Severi di Padova. C’è un professore, non certo l’unico in Italia, che è assente cronico, a scuola non ci va mai. Infatti nell’anno scolastico 2016/17 non si era mai presentato. Poi però ecco che il 23 dicembre celebra la sua personale epifania, proprio nel senso di apparizione. Per il solo fatto di mettere piede nell’edificio provoca come conseguenza che lui rinnova tutti i suoi diritti e prerogative mentre chi lo ha sostituito durante la sua lunga assenza deve essere licenziato. La preside procede al licenziamento obbligato ma opportunamente scrive al ricomparso: che ci sei venuto a fare un solo giorno a scuola?

Appena concluse le vacanze scolastiche il funambolo del congedo ne chiede uno nuovo. Pare in diritto di ottenerlo. La preside prende atto e si mette in cerca di un altro sostituto perché il regolamento non le consente di ricorrere nuovamente alla supplente licenziata, anche se giudicata ottima.

Considerazioni:

1)    è assurdo che le tutele del lavoratore del pubblico vadano molto oltre quelle del lavoratore del settore privato, e comunque non è tollerabile che concedano spazio ad abusi di questa portata

2)    è pure assurdo che per certi aspetti le differenze tra comparti non siano di fatto rilevanti. Il Ministero dell’Istruzione o un piccolo Comune; un ospedale, una Procura o l’Università, cambia ben poco. Ciò che conta per l’applicabilità del contratto è che il datore di lavoro sia di natura pubblica, non il compito assegnato né le prestazioni attese.

3)    è evidente che i contratti riflettono la priorità di tutelare i lavoratori, non i cittadini che delle prestazioni debbono avvalersi. La burocrazia è centrata su se stessa, su procedure e diritti, non su servizi e risultati. Con questi presupposti è ben difficile riformare, salvo deliberatamente puntare alla disintermediazione spinta attraverso la digitalizzazione. Ma ciò significa scatenare rivolte sociali

4)    è indecente la posizione del sindacato, che da sempre consente abusi spudorati che danneggiano i dipendenti diligenti, i cittadini e quanto rimane della reputazione del sindacato stesso

5)    è inetta una classe politica che per meschini calcoli elettorali non interviene con leggi che contemplino il rispetto di un livello morale minimo anche da parte di chi ne è del tutto privo.

A proposito di meschini calcoli elettorali ricordo che i dipendenti pubblici sono oltre tre milioni e duecentocinquantamila, tutti votanti, loro e le loro famiglie. Circa un terzo sono impiegati nella scuola.

 

Si può far meglio

Lavorando sui dati di uno studio del Fondo Monetario Internazionale la CGIA di Mestre valuta che l’inefficienza della Pubblica Amministrazione italiana possa costare al Paese oltre trenta miliardi l’anno, quasi due punti di PIL.

Lo studio prende in considerazione le prestazioni fornite dalla PA nelle sue espressioni migliori e misura l’incremento prestazionale potenziale delle altre se raggiungessero gli stessi livelli di qualità.

Le differenze confermano il solito divario Nord/Sud ma anche la presenza di aree italiane ai vertici a livello internazionale: la sanità al Nord, le forze dell’ordine, molti centri di ricerca e istituti universitari. Lo afferma Renato Mason, segretario della CGIA, insieme alla considerazione che nel complesso in questa classifica l’Italia precede solo Turchia, Grecia, Croazia e alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica, ma è comunque diciassettesima su 23 Paesi considerati.  Ci sono spazi di miglioramento.

 

Landed

Cosa impedisce ad un grande Paese con oltre 60 milioni di abitanti, il quinto per numero di visitatori internazionali e una delle prime dieci economie mondiali di possedere, con capitali privati o pubblici, una compagnia aerea economicamente decente e ospitarne la sede?

Forse la storia di quella che fu la compagnia di bandiera: contratti di lavoro onerosissimi, almeno fino alla perdita del monopolio; manager inadeguati; decisioni politiche strampalate; sindacati irragionevolmente esosi e dominanti; politici altrettanto esosi e altrettanto dominanti; poteri locali ottusamente pretenziosi nel volere aeroporti a scopi elettorali; mancanza di coordinamento, anzi, conflitti, tra poteri locali e tra quelli e quelli centrali; assoluta assenza di visione strategica, della Compagnia e del Paese.

Allora la domanda cambia: perché mai Alitalia dovrebbe sopravvivere a tanti disastri? E si può aggiungere: com’è che tanti medici si presentano al capezzale dell’azienda morente proponendo identiche le ricette che l’hanno ridotta così?

Ideologie, non business.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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