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Il Draghi-pensiero (Rimini 2020)

6 febbraio 2021

Riporto qui l’intervento di Mario Draghi al meeting di Rimini 2020

 

Questa situazione di crisi, la pandemia, tra le tante conseguenze genera incertezza. Forse la prima cosa che viene in mente. Una incertezza che è paralizzante nelle nostre attività, nelle nostre decisioni. C’è però un aspetto della nostra personalità dove quest’incertezza non ha effetto: ed è il nostro impegno etico. Ed è proprio per questo che voglio ringraziare di aver ricevuto questo invito, perché mi rende in un certo senso partecipe della vostra testimonianza di impegno etico. Un impegno etico che non si ferma per l’incertezza ma anzi trova vigore nelle difficoltà, trova vigore dalla difficoltà della situazione presente. Il mio esser qui oggi è motivo di grande gratitudine nei vostri confronti che mi avete invitato.

Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.

Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora.

Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno cambiando insieme alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è quantomeno improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemo la strada. Vengono in mente le parole della ’preghiera per la serenità’ di Karl Paul Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: «Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza».

Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale. I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Al di là delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni. D’altronde una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principi che ci hanno sin qui accompagnato.

Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione internazionale del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, primo tra tutti gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, e non è un caso perché l’Europa attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale.

E in Europa, abbiamo avuto critiche alla stessa costruzione europea, alle quali si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute fino ad allora essenziali per il funzionamento dell’Europa e dell’euro. Queste regole erano sostanzialmente, ricordate: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato. Queste regole sono state successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era divenuta da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, per timidezza e per interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una critica contro tutto l’ordine esistente. Questa incertezza non è insolita, ma è caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti. Questa incertezza è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto, come dicevo, quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni.

Tutto ciò è profondamente destabilizzante. Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale.

Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che potrebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, che effettivamente sono stati l’ultimo periodo di grande instabilità, si pensi che in quel periodo per quello che riguarda l’Italia, l’inflazione passò dal 5% del ’70 al 21% alla fine di quegli anni e la disoccupazione dal 4 al 7%. La Lira in quegli anni perse metà del suo valore. Un’esperienza anche di altri Paesi. Effetto di periodi che per vari motivi non hanno avuto punti di riferimento. In quegli anni ci fu il primo vero aumento del prezzo del petrolio, l’abbandono del sistema dei pagamenti internazionali che aveva accompagnato il mondo dalla seconda guerra mondiale all’inizio degli anni ’70, la guerra dello Yom Kippur, avvenimenti di grande significato e che avevano sostanzialmente reso obsoleti e superati quei principi.

Ma questo a cosa ha portato? Ha portato a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione. Ma questo non è il futuro. Il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. E occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale.

Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale e europeo che abbiamo conosciuto.

È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione e che questa riflessione inizi subito. Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.

La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto, comprato, da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori. E questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi. Ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi.  Se cioè sarà considerato “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dalla pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo sì ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie.

Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà soltanto col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel lungo periodo.

Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società, a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa.

La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: si pensi che negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati. Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica di Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni devono essere basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; e infine l’umiltà di capire che il potere che hanno i nostri policy makers è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un altro impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato. La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.

Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire. Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, ma anche a livello europeo. La pandemia ha severamente provato la coesione sociale ma anche a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura, il NextGenerationEu arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.

Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione. In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che avrebbe dovuta essere stata spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.

Perciò questo passo avanti ci sarà e dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e direi soprattutto nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia nell’ordinamento europeo sono temporanei. Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane. Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune.

La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca. Dobbiamo, lo dico ancora un’ultima volta, essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

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Ci stiamo giocando i fondi del Recovery Plan

24 gennaio 2021

Crisi, non crisi, elezioni si, elezioni no. Certamente pandemia si, malessere sociale si, impoverimento si, debiti alle stelle si.

Ho l’impressione che i litiganti della meschina politicuccia nostrana siano molto provinciali. Si concentrano su fatterelli locali, per non dire personali, mentre tutta Europa ci guarda con preoccupazione, una parte decisamente in cagnesco. La BCE, si fa notare, si impegna in un piano straordinario di aiuti per far fronte a una tragedia sociale ed economica, non per difendere l’Italia e il suo debito dalle convulsioni di una politica del tutto inadeguata. Una panoramica della stampa europea fa capire che rischiamo grosso grosso.

Noi parliamo di Recovery Plan, cioè di soldi europei, senza finora essere stati in grado di preparare una bozza di piano accettabile, in linea con i requisiti richiesti e da noi approvati. Stiamo totalmente ignorando che quei fondi hanno due scopi: 1. ristorare l’economia europea dei danni creati dalla pandemia e 2. alimentare le iniziative suscettibili di creare sviluppo e rinnovamento, perché è chiaro che il dopo Covid non sarà come il prima.

Ci sono riforme urgenti, importanti e richieste per ottenere i fondi: Giustizia, Burocrazia, lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, mercato del lavoro. Noi niente. Continuiamo a trastullarci con interessi e ripicche, tutti d’accordo solo nel decidere ulteriori spese, contando di spendere soldi altrui. Ma così, se la UE riterrà di non confermarci il supporto (per indegnità, dico io), quei soldi non arriveranno, lo sviluppo non ci sarà. Al contrario, ulteriore declino. Sarà un disastro sociale, altro che ristoranti, vacanze, pensioni e discoteche.

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E’ necessario compattarci nel segno dell’Europa

18 gennaio 2021

Trovo stridenti i richiami alla situazione drammatica del Paese e il mantenimento di barriere, anche verbali, tra maggioranza (oltre che al suo interno) e opposizioni. Auspico che il governo – qualunque emerga dall’attuale pasticcio – sia un governo di conciliazione. Una conciliazione non solo come strategia politica e comunicativa, ovviamente, ma da dimostrare con i fatti, a cominciare dal disegno congiunto del recovery plan e il sostegno condiviso dello stesso presso l’Unione Europea.

Tra l’altro il Plan (PNRR) riguarda progetti da completare fino al 2026 e non sarebbe sensato approvarlo a maggioranza, comunque risicata, ben sapendo che da qui al 2026 di maggioranza ce ne sarà almeno un’altra e di governi forse anche di più. Il piano inoltre, a mio parere, dovrebbe essere affidato per la sua gestione e controllo ad un ente (autorità? commissione bicamerale? sottosegretariato specifico?) definito in accordo tra maggioranza e opposizione attuale, prevedendo nell’accordo che anche in caso di cambio di maggioranza non verrà toccato. Il PNRR riguarda largamente le prossime generazioni (Next Generation, come da definizione europea), non è accettabile che venga modificato al variare di interessi e ideologie politiche.

Oltre tutto l’accettazione europea del piano prevede che contenga riforme delicate come quelle della PA e della giustizia, che sarebbe molto meglio se venissero definite e realizzate nella concordia, dando per scontato che questa implica dei compromessi, inevitabili in politica, anche nella buona politica.

Una strategia della conciliazione potrebbe quietare un Paese in subbuglio, con risultati anche politici a breve non trascurabili: sfumare gli accesi conflitti Stato-Regioni, largamente stimolati dalle rivalità politico-elettorali, ed emarginare i leader e gruppi politici esplicitamente o implicitamente sfavorevoli all’Europa, che dovrebbe invece essere il nostro principale punto di riferimento

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50 anni di Regioni: un disastro (Sergio Rizzo)

21 dicembre 2020

Sprechi e privilegi per centinaia di milioni E un colpo di freno alla crescita dell’Italia, a causa della stratificazione di leggi e regolamenti che complicano la vita a cittadini e imprese.  Le Regioni hanno cinquant’anni, portati malissimo. Già previste nella Costituzione repubblicana del 1948, la svolta diabolica è stata nel 1970: quando con un ritardo di ben 22 anni quegli enti sono stati materialmente creati. E c’è anche una data precisa, che determinerà una situazione radicalmente diversa rispetto a quella pensata dai padri costituenti. È il 23 dicembre del 1970, antivigilia di Natale. Gli anni di piombo sono dietro l’angolo. Un anno prima, il 12 dicembre 1969, la bomba di piazza Fontana ha spezzato l’innocenza di un Paese uscito a pezzi dalla guerra ma che aveva saputo risollevarsi. La Dc è al potere dal 1948. Il terzo governo di Mariano Rumor è caduto mentre a Reggio Calabria scoppia la rivolta dei “Boia chi molla” scatenata dai neofascisti che si oppongono alla decisione di fare Catanzaro capoluogo di Regione. A Palazzo Chigi c’è da qualche mese uno spaesato Emilio Colombo quando la notte del 7 dicembre Junio Valerio Borghese e i suoi accoliti tentano un grottesco colpo di stato. E il 23 ecco la legge che crea le premesse per tutto quanto accadrà in seguito. Certificando la definitiva archiviazione del boom economico.

 

Sono quattro piccolissimi articoli, di cui il più importante per gli effetti che avrà è il numero 2. Dice che le disposizioni “di cui ai titoli III e IV della legge 10 febbraio 1953, numero 62” hanno solo “valore transitorio” fino all’entrata in vigore degli statuti regionali. Che ogni Regione può scrivere come gli pare, perché l’articolo 1 della medesima legge cancella tutti i paletti che il provvedimento del 1953 aveva piantato per la redazione di quegli statuti.

 

Ma che cosa diceva la legge del 1953 nella parte che verrà rimpiazzata dagli statuti regionali? Per esempio, che i futuri consiglieri regionali mai e poi mai avrebbero potuto avere le prerogative che spettano ai membri del Parlamento. E che al massimo avrebbero avuto diritto a un gettone di presenza. Mentre solo ai presidenti del Consiglio e della giunta sarebbe toccato uno stipendio: ma non superiore a quello di un funzionario dello Stato di terzo grado.

 

Spazzato via a Natale del 1970 tutto questo armamentario tanto morigerato, gli statuti hanno fatto il resto. Trasformando le Regioni in autentici staterelli che hanno replicato in tutto e per tutto le strutture centrali. Ecco allora indennità faraoniche, vitalizi ancora più generosi di quelli parlamentari, pensioni regalate con i contributi figurativi, stuoli di inutili dipendenti a tagliare il brodo nei Consigli regionali assunti spesso per raccomandazione, una assurda proliferazione di gruppi politici con contributi mostruosi pagati dalla collettività. Fino allo scandalo del 2012 del Batman di Anagni. Calcolammo allora che se i Consigli regionali fossero costati come i due più virtuosi, quelli dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, i cittadini avrebbero risparmiato circa 650 milioni di euro l’anno. Il tutto senza contare gli apparati governativi regionali, che replicano burocrazie statali, ministeri, enti pubblici. E poi fondazioni, consorzi, società su società.

 

Ma gli sprechi, per quanto odiosi, sono un aspetto marginale in confronto al micidiale colpo di freno alla crescita economica che il sistema delle Regioni ha prodotto fin dall’inizio. E ancor più dalla scellerata riforma del titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001. Basta guardare all’incredibile stratificazione di norme e regolamenti regionali che si sono sovrapposti in ogni campo a quelli nazionali. Alle oltre 200 mila leggi prodotte dall’unità d’Italia se ne devono aggiungere altre 50 mila prodotte dalle Regioni a partire dal 1970. In un perenne e crescente contrasto con lo Stato centrale. Lo dicono i numeri. Dal 1995 al 2000 il governo ha impugnato 46 leggi regionali, ossia in media poco più di 9 l’anno. Invece fra il 2001, l’anno della riforma del titolo V che ha allargato enormemente i poteri regionali, e il 2014, i conflitti fra stato centrale e Regioni hanno riguardato 871 leggi. Ben 62 l’anno. E il 3 ottobre 2019 il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia è sbottato: «Ogni anno vengono impugnate oltre 120 leggi regionali. Così non si può andare avanti». Eppure si va avanti esattamente così.

 

Facile immaginare che cosa può significare questo per le imprese. Come per i lavoratori e i cittadini. Molti ne hanno avuto dimostrazioni concrete durante la pandemia con la cassa integrazione in deroga. Che dovendo passare attraverso le Regioni ha subito rallentamenti paurosi e drammatici. Ma come stupirsi, se il Parlamento nel 2001 ha concesso alle Regioni potere addirittura su una materia come il lavoro?

 

Il sistema è sempre più intricato e complesso, con ogni Regione che si sente in diritto di sfidare lo Stato su ogni terreno, dietro l’appellativo tanto roboante quanto grottesco che i presidenti di Regione si sono attribuiti nel silenzio generale: quello di “governatori”. Sfide che spesso avvengono con la complicità dei partiti che fanno parte della stessa maggioranza. E senza che dal governo si levi la pur minima protesta.

 

In ogni settore è un autentico delirio. La sanità è divisa in 21, con i calabresi che hanno diritti tragicamente diversi rispetto ai lombardi, alla faccia dell’articolo 32 della Costituzione. Abbiamo regionalizzato perfino le strade statali, salvo poi scoprire che attraversando un confine regionale qualcuna era ridotta a una mulattiera. Per non parlare delle reti elettriche, e ora delle dighe, che grazie a una legge assurda voluta dalla Lega con l’assistenza grillina passeranno in proprietà alle Regioni. E qui bisogna davvero incrociare le dita.

 

Se in Italia le opere pubbliche vanno così a rilento la colpa è anche della confusione normativa, delle lungaggini burocratiche determinate dai conflitti di competenze locali, dalle sovrapposizioni di poteri. Le Regioni sfornano a ripetizione leggi nelle quali si nascondono spesso frutti avvelenati. Per fare qualche favore a una lobby o a un gruppo d’interesse. La sanatoria delle mansarde, o dei seminterrati. Oppure una graduatoria per le demolizioni degli abusi, con il risultato che a prenderla alla lettera non si abbatterebbe un bel niente, come voleva fare la Campania. La giunta dell’Emilia- Romagna ha approvato a novembre una proposta di legge per recepire il decreto-legge sulle semplificazioni che vorrebbe introdurre il silenzio- assenso di sei mesi per le vecchie domande pendenti di condono edilizio. E possiamo solo immaginare che cosa potrebbe provocare anche in tutte le altre Regioni la caduta di questa barriera.

 

Ci sarebbero tutti gli estremi per una precipitosa marcia indietro, che nessuno vuole fare. Nemmeno gli italiani, visto che quattro anni fa hanno bocciato una riforma costituzionale con la quale la retromarcia sia pur moderatamente era stata innestata. Più facile per i politici cavalcare gli egoismi locali che garantiscono consenso. Se poi tutto il Paese è bloccato, poco male. Tanto il conto lo pagheranno le generazioni future.

Sergio Rizzo – laRepubblica – 21 dicembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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La PA si autovaluta (Marco Ruffolo)

21 settembre 2020

Articolo di Marco Ruffolo pubblicato sull’inserto Affari e Finanza de la Repubblica del 14 settembre 2020.

Sapete come fa il ministero degli Esteri a verificare in che misura viene raggiunto l’obiettivo di “tutelare gli interessi nazionali nel bacino del Mediterraneo”? Lo fa misurando “il numero di incontri bilaterali con i Paesi di competenza”, nonché “il numero di comunicati congiunti concordati con i principali partner internazionali”. Pensate forse che il ministero della Giustizia, per misurare l’efficacia dei suoi corsi di formazione e aggiornamento, verifichi quanto effettivamente abbiano appreso i partecipanti al corso? Niente affatto: controlla semplicemente che “il loro grado di soddisfazione” arrivi al 90%. E il ministero della Salute? Pensate che tra i suoi obiettivi ci siano i tempi e la qualità delle prestazioni sanitarie erogate sul territorio nazionale? Nulla di tutto questo. L’obiettivo è un altro: riuscire ad aumentare “la percentuale di documenti a valenza esterna predisposti, rispetto a quelli da predisporre”.

Quando si parla non tanto di quello che lo Stato fa, ma di come valuta il comportamento dei propri uffici, si entra in un labirinto dove l’esigenza di dare servizi utili ai cittadini scompare, sostituita da una sola impellente preoccupazione: eseguire quante più procedure possibili, raggiungere un numero massimo di riunioni, comunicati, documenti. Insomma, non servizi reali ma obiettivi di carta. Poco importa se non serviranno a nulla o quasi.

 

È quanto emerge da uno studio dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani di Carlo Cottarelli, che ha provato a entrare in quel labirinto cartaceo, pomposamente battezzato “ciclo della performance”: centinaia di pagine che ogni amministrazione pubblica deve preparare tutti gli anni, prima scrivendo entro il 31 gennaio un Piano triennale, con tanto di obiettivi e di indicatori utili a verificarne il grado di realizzazione; poi redigendo entro il 30 giugno una Relazione, che dovrebbe valutare il raggiungimento o meno degli obiettivi. A scrivere questa Relazione sono gli Organismi indipendenti di valutazione (OIV). Li introdusse la riforma Brunetta nel 2009 con l’intenzione di dare le pagelle a chi ci amministra, ossia premi e penalità a seconda dei risultati raggiunti. Ce n’è uno in ciascuna amministrazione, e viene da essa stessa nominato. Insomma, un gioco che si ripete non di rado nel nostro Paese: i controllati che scelgono i propri controllori.

Ma a rendere ancora più assurdo il sistema, ci pensa la fervida immaginazione di chi è tenuto a indicare nero su bianco gli obiettivi da raggiungere. E’ proprio su questo aspetto che si sofferma lo studio dell’Osservatorio, il quale, dopo aver denunciato i ritardi con cui arrivano i documenti – solo il 69% delle amministrazioni ha presentato il Piano, e solo il 41% la Relazione – punta i fari su quattro ministeri: Giustizia, Salute, Interno e Affari Esteri. Tra i dieci obiettivi della Giustizia, uno solo riguarda in modo preciso la durata media dei processi civili. Il Piano 2020 prevede per il triennio un target medio uguale o inferiore a 376 giorni per i processi di primo grado. Ma ecco la sorpresa: nei due anni precedenti la durata media era stata, secondo il ministero, di 369 giorni nel 2018 e di 359 nel 2019. Insomma, ci troviamo di fronte a un obiettivo che invece di migliorare le cose, tende a peggiorarle. Un obiettivo che l’Osservatorio definisce con elegante eufemismo “poco ambizioso”.

Per il resto, i traguardi programmati dal Piano si limitano a riguardare il grado di utilizzo di procedure e strumenti, come ad esempio “la percentuale di uffici del Giudice di pace con servizi telematici attivi”. Nessuno però si preoccupa di andare a vedere a che cosa siano serviti quei servizi. La sanità: non uno dei dodici obiettivi del ministero della Salute si propone di ridurre i tempi e di alzare la qualità delle prestazioni erogate. Troviamo invece, tra gli altri target, il numero di “campagne promozionali su specifici rischi e malattie”, o la quantità di “pubblicazioni scientifiche in ambito medico”. Per promuovere gli interventi in materia di corretta alimentazione della popolazione, ci si preoccupa di andare a vedere – come si è già accennato all’inizio – la “percentuale di documenti a valenza esterna predisposti, rispetto a quelli da predisporre”. E il colmo è che per questo obiettivo il target di adempimento è inferiore al 100%: ossia – conclude l’Osservatorio – “si pianifica che non tutti i documenti da predisporre saranno predisposti!”.

Quando dalla salute passiamo alla sicurezza, il nostro viaggio tra le performance della Pa si fa ancora più complicato, perché il ministero dell’Interno ha pensato bene di affiancare a 21 obiettivi generali ben 137 obiettivi operativi intermedi. Una vera montagna di carta. In questo caso, anche l’Organismo indipendente di valutazione non risparmia critiche nella Relazione sulla performance. Critiche che però misteriosamente scompaiono nel documento finale di validazione. Quello che serve a distribuire i premi di risultato ai dirigenti. Alcuni target, poi, costituiscono dei veri e propri enigmi. Per esempio, per l’indicatore “numero di prodotti antincendio commercializzati controllati”, la soglia-obiettivo prevista è pari a 6: “numero che non si capisce bene a cosa si riferisca”, e con quale livello di partenza si confronti.

 

Il mistero non accenna a diradarsi quando passiamo ad esaminare le incongruenze che riguardano gli Esteri e la Cooperazione internazionale. Qui molti dei 24 obiettivi sono infatti espressi in termini assoluti e non, come ci si aspetterebbe, in percentuale. È il caso del “numero di uffici consolari dotati di strumentazione attiva per la captazione dei dati biometrici per il rilascio del passaporto”, o del “numero di domande di visto trattate dalla rete visti italiana nel triennio successivo”. Cifre che prese da sole non significano assolutamente nulla.

E si arriva infine al modo stravagante con cui gli Esteri valutano la “tutela degli interessi nazionali nel bacino del Mediterraneo”, misurata – come si diceva all’inizio – “dalla frequenza degli incontri bilaterali con i Paesi di competenza e dal numero di comunicati congiunti concordati con i principali partner internazionali”. Ossia, quel che importa è l’attività svolta, non i risultati raggiunti.

 

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La politica senza potere nell’Italia del non fare (di Ernesto Galli della Loggia)

22 luglio 2017

RIFORME IMPOSSIBILI

La politica senza potere nell’Italia del non fare

Nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza

 di Ernesto Galli della Loggia

 

Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

Perché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a nessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

 

Corriere della Sera 22 luglio 2017

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La Costituzione e le difficili riforme italiane (di Angelo Panebianco)

20 luglio 2017

PROPOSTE PER IL FUTURO

La Costituzione e le difficili riforme italiane

È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà?

di Angelo Panebianco

 

Sta suscitando interesse la proposta di una flat tax (o tassa piatta), di una aliquota del 25 per cento uguale per tutti da applicare alle principali imposte (ma con esenzioni per le fasce di reddito più basse), elaborata dall’economista Nicola Rossi e dai suoi collaboratori nell’ambito delle attività dell’Istituto Bruno Leoni di Milano. La sua adozione, semplificando drasticamente il più complicato e irrazionale sistema fiscale d’Europa, darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo, dopo decenni di alternanza fra stagnazione, recessione e bassa crescita. Naturalmente, la frustata sarebbe anche ideologica o culturale. Adottare la flat tax secondo le indicazioni del Bruno Leoni significherebbe prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Per i fautori della flat tax la sua adozione renderebbe i cittadini italiani molto più liberi. È normale che la proposta incontri forti opposizioni. Romano Prodi, che non la condivide affatto, ha pur tuttavia osservato che essa potrebbe diventare il principale argomento del conflitto fra i partiti nelle prossime elezioni (Il Messaggero, 9 luglio). Sul Sole 24 Ore (16 luglio) Enrico De Mita, un avversario ideologico della flat tax, la ritiene incostituzionale.

Forse De Mita non ha considerato a sufficienza il fatto che la proposta del Bruno Leoni sia stata costruita in modo da tenere conto dei vincoli costituzionali sulla progressività delle imposte. Però è vero che i «principi costituzionali» contenuti nella prima parte della Costituzione del ‘48 non si concilino facilmente con la filosofia che ispira la flat tax. Per la verità, c’è il sospetto che i suddetti principi siano inconciliabili con tante cose. Se si discute di leggi elettorali ecco che salta su qualcuno (e forse ha ragione) che afferma che l’unico sistema elettorale coerente con la Costituzione sia quello proporzionale. Se si discute di università c’è sempre qualcuno pronto a sostenere (anche lui forse ha ragione) che il numero chiuso sia incostituzionale. E, ancora, la difesa dei «diritti acquisiti» di dirigenti e funzionari, brandita dalle magistrature, costituzionale e amministrative, contro i tentativi di riforma della pubblica amministrazione, fa sempre leva sulla Costituzione. Forse persino il Job Act rischierebbe grosso di fronte a un rigoroso «controllo di costituzionalità».

I più maliziosi hanno già capito dove va a parare questo discorso. Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi. Dagli anni Ottanta dello scorso secolo (si cominciò allora con la Commissione Bozzi) fino al referendum costituzionale del dicembre scorso, i tanti tentativi — tutti falliti — di riformare la Costituzione hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato. Il ritornello sempre ripetuto era che solo la seconda parte richiedesse profonde modifiche. La prima, invece, era impeccabile, perfetta, non bisognosa di interventi. È stata una convenzione della Repubblica, riverita da tutti, quella secondo cui ogni cosa era negoziabile, e poteva essere oggetto di dispute, tranne la prima parte della Costituzione, lo scrigno che conteneva i gioielli più preziosi, i principi costituzionali per l’appunto. È stata questa la vera ragione per cui le riforme tentate (e fallite) avevano sempre qualcosa di incompiuto, di mal costruito, di posticcio. Non riconoscendo l’intima coerenza che esiste fra la prima parte e la seconda parte della Costituzione, i riformatori finivano per confezionare un abito da Arlecchino: volevano superare l’assemblearismo e rafforzare il ruolo del governo lasciando invariato un testo (la prima parte) molto più coerente con il suddetto assemblearismo che con le progettate riforme. Cambiare la seconda parte lasciando invariata la prima era come tentare di innestare la testa di un cavallo sul corpo di un cane.

I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione. Perché allora non cominciamo a discutere della prima? È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato fra i cosiddetti «interessi legittimi», fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio? Le enunciazioni contenute nella prima parte della Costituzione furono il frutto di compromessi fra alcune forze (democristiani, socialisti e comunisti) che, all’epoca, non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualunque uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo occidentale dopo la vittoria democristiana sui socialcomunisti nelle elezioni del 18 aprile 1948 ma avrebbe potuto diventare — senza bisogno di revisioni — la carta fondamentale di una «democrazia popolare» se i socialcomunisti avessero vinto. Magari, chissà?, sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare in modo meno acritico i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.

 

Corriere della Sera 20 luglio 2017

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Riflessioni a vanvera n.23 (referendum molestus)

28 novembre 2016

Referendum

Quello che si sente in Italia sul referendum, da parte di politici stampa e cittadini, è il segno della mediocrità del Paese, incapace di apprezzare il lusso della democrazia. Un sistema forse troppo delicato e sofisticato, incompatibile con la bassezza morale di alcuni e il disinteresse di molti.

Disinteresse

Proprio il diffuso disinteresse è una difesa contro le nefandezze urlate dai protagonisti della lotta politica. Una maggiore passione da parte della popolazione, eccitata da quegli incoscienti, potrebbe portare a scontri di piazza e a situazioni che in altri tempi e luoghi hanno generato perfino guerre civili. Disinteresse e pigrizia, mentale e fisica, sono dunque una barriera contro gli eccessi di politicanti senza scrupoli.
E per i pochi facinorosi c’è sempre il calcio come sfogatoio.

Partecipazione

Tra i partecipanti alla competizione più che in passato – ma, temo, meno della prossima volta – c’è la stampa. La stampa, buona parte, fa il tifo. Informarsi attraverso un solo quotidiano o un solo telegiornale non è sufficiente. Anzi, non di rado trae in inganno. E abbiamo capito che i social network non sopperiscono.

Appropriazione o attribuzione indebita

Viene chiamato “il referendum di Renzi” ma si tratta di un adempimento previsto in Costituzione. La riforma costituzionale lo impone se la legge di riforma non è stata approvata con la maggioranza dei due terzi del Parlamento. E questo è il caso.

Che poi Renzi ci abbia messo molto del suo sia nella promozione della legge che nel suo sostegno durante la campagna referendaria in corso è un altro discorso. Personalmente ritengo che in quanto presidente del consiglio abbia ecceduto, ma rimane il fatto che il referendum è imposto dalla Costituzione.

Personalizzazione

Si accusa Renzi di avere personalizzato la competizione preannunciando che in caso di mancata approvazione popolare della riforma si sarebbe dimesso. Il che a me sembra da ogni punto di vista inevitabile (punto seguente). Ma sul fronte opposto, variegato, c’è chi sostiene che non dovrebbe comunque dimettersi e chi al contrario incita a votare no “per mandare a casa Renzi”. Rozzezza del linguaggio a parte, non è comprensibile come gli stessi possano accusare altri di personalizzare.

Dimissioni

Uno dei temi più dibattuti e meno comprensibili sul dopo referendum è proprio che farà Renzi, e perciò il governo.
Non vedo che altro potrebbe fare se non andare dal presidente della Repubblica e dimettersi.
L’incarico che il presidente Napolitano ha conferito a Renzi è stato esplicitamente legato alla necessità di riformare finalmente il riformabile e la riforma della Costituzione è un punto qualificante. Se i cittadini tramite referendum la respingono chiunque nella posizione di Renzi, che oltre tutto per il SI si è molto esposto e battuto, dovrebbe dimettersi.

Anzi, aggiungo che dovrebbe dimettersi anche il Parlamento, se fosse previsto. La riforma è stata approvata da questo Parlamento, anche dai pentiti, e quindi se i cittadini la bocciano i parlamentari sarebbero tenuti a prendere atto della sconfessione da parte dei loro rappresentati.
Non sarà così perché le dimissioni dovrebbero essere rese individualmente e comunque subentrerebbero i non eletti, secondo graduatoria. Difficilmente sarebbero peggiori degli attuali, ma non il ricambio forzoso non è contemplato.

Galateo istituzionale

Tornando a Renzi io penso che per rispettare un galateo istituzionale che non è scritto ma aiuta a vivere la politica più civilmente, dovrebbe dimettersi anche in caso di vittoria del SI. Un atto al quale, più che il respingimento delle dimissioni, dovrebbe far seguito il reincarico, una nuova lista dei ministri, magari identica, e la richiesta di una nuova fiducia. Un atto formale, ma anche la forma è importante.

Punto e a capo

Sarebbe simpatico se dopo l’eventuale approvazione della riforma e le dimissioni “per galateo” Renzi declinasse il nuovo invito a formare il governo. “Sa, signor presidente, governare l’Italia è sempre stato difficile, di questo tempi poi… Perciò io avrei pensato di dedicarmi ad altro. La ringrazio per la stima ma proprio, se posso permettermi, ne ho le palle piene”. Punto e a capo.

Personalmente mi alzerei per applaudire (standing ovation, si dice), ma temo che l’ambizione del nostro sarebbe un unguento formidabile per mitigare le conseguenze fisiche dell’impegno istituzionale.

Due punti e a capo

Trovo che il tempo e l’inchiostro che i media dedicano all’eventuale dopo Renzi, dopo la vittoria del NO, sia largamente sprecato, con l’eccezione, forse generosa, di pochi riferimenti ai probabili effetti economici di breve termine.

Tutti ossessivamente concentrati sulla politica politicante: che farà Tizio o Caio, quale Governo si potrebbe organizzare, con chi, sinistra destra centro sopra sotto. Il PD si spacca (lo credo anch’io, con o senza Renzi alla guida. Se si fa un governone immagino certi tipi del PD che ci si buttano a capofitto); il centrodestra si spacca (già fatto, fino alle prossime elezioni); incarico a un grillino/a (perché mai? Comunque sarebbe un dispetto). E via così: governo a termine, tecnico, di scopo, inciucio, governicchio, eccetera.
Larghe intese, paiono auspicare in tanti, ovviamente ad excludendum grillorum.

Zero tituli

Belle discussioni, benché soporifere. Tanto per ora nessuno può essere smentito. Il dibattito su cosa può succedere sostituisce però del tutto quello riguardante ciò che potrebbe non succedere:
• Passi ulteriori e rettifiche alle leggi sul lavoro, a jobs act verificato sul campo
• Fisco (cuneo fiscale, aliquote IRPEF e IRES e altri interventi)
• Istruzione (secondo passo della cosiddetta buona scuola e altro. Molto altro)
• Riforma della Giustizia, o almeno revisione profonda di alcuni aspetti. Perché la Giustizia vive anni terribili. E li fa vivere.
• Riforma della Pubblica Amministrazione, più o meno digitale, Madia e oltre.
• Accorpamenti di aziende pubbliche locali e nuove regole di governance
• Europa (rapporti, immigrazione, fiscal compact)
• Oltre naturalmente all’ordinario, economia in primis perché tra Europa a più voci (e con elezioni importanti nel 2017), Trump e magari Quantitative Easing che rallenta non mancheranno motivi di attenzione e intervento.

Non è tempo di governi bloccati dai veti interni. Non è tempo per discutere mesi chi entra e chi no, in quale ruolo, con quali deleghe. È tempo di governare. Ipotesi al momento tenuta in scarsissima considerazione. Leggere i giornaloni per conferma. Anche solo i titoli.

Falso scopo

In un momento di malignità acuta ho pensato che una parte dei voti contrari alla riforma potrebbero venire dalle categorie interessate a rallentare o annientare quanto sopra: senatori (pochi, 315 più famiglie e personale al seguito); politici locali, dai consiglieri regionali che ridurrebbero gli introiti anche se eletti nel nuovo Senato a quelli provinciali che scomparirebbero; dirigenti e addetti regionali usi, per esempio, a girare il mondo spendendo assai per promuovere solo la propria regione, eventualmente in competizione con le altre anche limitrofe; venditori di materiale sanitario e non di vario genere, che potrebbero essere obbligati a praticare lo stesso prezzo in tutte le regioni: il più basso; tutti coloro che non hanno interesse a che le best practice vengano replicate nelle regioni che non ne hanno di altrettanto best; giovani bazzicanti di partiti che vedrebbero ridursi le prospettive di carriera, o proprio di lavoro, nel mondo politico e limitrofo; dipendenti della pubblica amministrazione, centrale e locale, dirigenti in testa, ai quali la riforma della PA se andasse avanti richiederebbe addirittura di assumersi delle responsabilità; magistrati già seccati per la faccenda delle ferie che verrebbero forse malignamente obbligati al supplizio dell’informatica, al fantascientifico processo telematico; imputati, avvocati e malandrini di varia natura che con il processo telematico – e magari qualche altra leggina – vedrebbero allontanarsi la sospirata prescrizione; sindacalisti, in parte, che paiono non gradire l’accentramento in capo allo Stato di alcune attività che oggi gestiscono senza buoni risultati in materia di sostegno al lavoro e formazione; eccetera.
Madonna quanta gente!
E pensare che la grandissima parte degli italiani si lamenta dello status quo.

Pensierini

Quando un vero genio appare in questo mondo lo si può riconoscere dal fatto che gli idioti sono tutti coalizzati contro di lui (Jonathan Swift)

Se potessimo comprare gli uomini per quello che valgono e rivenderli per quello che dicono di valere, che affari faremmo! (anonimo)

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