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La PA si autovaluta (Marco Ruffolo)

21 settembre 2020

Articolo di Marco Ruffolo pubblicato sull’inserto Affari e Finanza de la Repubblica del 14 settembre 2020.

Sapete come fa il ministero degli Esteri a verificare in che misura viene raggiunto l’obiettivo di “tutelare gli interessi nazionali nel bacino del Mediterraneo”? Lo fa misurando “il numero di incontri bilaterali con i Paesi di competenza”, nonché “il numero di comunicati congiunti concordati con i principali partner internazionali”. Pensate forse che il ministero della Giustizia, per misurare l’efficacia dei suoi corsi di formazione e aggiornamento, verifichi quanto effettivamente abbiano appreso i partecipanti al corso? Niente affatto: controlla semplicemente che “il loro grado di soddisfazione” arrivi al 90%. E il ministero della Salute? Pensate che tra i suoi obiettivi ci siano i tempi e la qualità delle prestazioni sanitarie erogate sul territorio nazionale? Nulla di tutto questo. L’obiettivo è un altro: riuscire ad aumentare “la percentuale di documenti a valenza esterna predisposti, rispetto a quelli da predisporre”.

Quando si parla non tanto di quello che lo Stato fa, ma di come valuta il comportamento dei propri uffici, si entra in un labirinto dove l’esigenza di dare servizi utili ai cittadini scompare, sostituita da una sola impellente preoccupazione: eseguire quante più procedure possibili, raggiungere un numero massimo di riunioni, comunicati, documenti. Insomma, non servizi reali ma obiettivi di carta. Poco importa se non serviranno a nulla o quasi.

 

È quanto emerge da uno studio dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani di Carlo Cottarelli, che ha provato a entrare in quel labirinto cartaceo, pomposamente battezzato “ciclo della performance”: centinaia di pagine che ogni amministrazione pubblica deve preparare tutti gli anni, prima scrivendo entro il 31 gennaio un Piano triennale, con tanto di obiettivi e di indicatori utili a verificarne il grado di realizzazione; poi redigendo entro il 30 giugno una Relazione, che dovrebbe valutare il raggiungimento o meno degli obiettivi. A scrivere questa Relazione sono gli Organismi indipendenti di valutazione (OIV). Li introdusse la riforma Brunetta nel 2009 con l’intenzione di dare le pagelle a chi ci amministra, ossia premi e penalità a seconda dei risultati raggiunti. Ce n’è uno in ciascuna amministrazione, e viene da essa stessa nominato. Insomma, un gioco che si ripete non di rado nel nostro Paese: i controllati che scelgono i propri controllori.

Ma a rendere ancora più assurdo il sistema, ci pensa la fervida immaginazione di chi è tenuto a indicare nero su bianco gli obiettivi da raggiungere. E’ proprio su questo aspetto che si sofferma lo studio dell’Osservatorio, il quale, dopo aver denunciato i ritardi con cui arrivano i documenti – solo il 69% delle amministrazioni ha presentato il Piano, e solo il 41% la Relazione – punta i fari su quattro ministeri: Giustizia, Salute, Interno e Affari Esteri. Tra i dieci obiettivi della Giustizia, uno solo riguarda in modo preciso la durata media dei processi civili. Il Piano 2020 prevede per il triennio un target medio uguale o inferiore a 376 giorni per i processi di primo grado. Ma ecco la sorpresa: nei due anni precedenti la durata media era stata, secondo il ministero, di 369 giorni nel 2018 e di 359 nel 2019. Insomma, ci troviamo di fronte a un obiettivo che invece di migliorare le cose, tende a peggiorarle. Un obiettivo che l’Osservatorio definisce con elegante eufemismo “poco ambizioso”.

Per il resto, i traguardi programmati dal Piano si limitano a riguardare il grado di utilizzo di procedure e strumenti, come ad esempio “la percentuale di uffici del Giudice di pace con servizi telematici attivi”. Nessuno però si preoccupa di andare a vedere a che cosa siano serviti quei servizi. La sanità: non uno dei dodici obiettivi del ministero della Salute si propone di ridurre i tempi e di alzare la qualità delle prestazioni erogate. Troviamo invece, tra gli altri target, il numero di “campagne promozionali su specifici rischi e malattie”, o la quantità di “pubblicazioni scientifiche in ambito medico”. Per promuovere gli interventi in materia di corretta alimentazione della popolazione, ci si preoccupa di andare a vedere – come si è già accennato all’inizio – la “percentuale di documenti a valenza esterna predisposti, rispetto a quelli da predisporre”. E il colmo è che per questo obiettivo il target di adempimento è inferiore al 100%: ossia – conclude l’Osservatorio – “si pianifica che non tutti i documenti da predisporre saranno predisposti!”.

Quando dalla salute passiamo alla sicurezza, il nostro viaggio tra le performance della Pa si fa ancora più complicato, perché il ministero dell’Interno ha pensato bene di affiancare a 21 obiettivi generali ben 137 obiettivi operativi intermedi. Una vera montagna di carta. In questo caso, anche l’Organismo indipendente di valutazione non risparmia critiche nella Relazione sulla performance. Critiche che però misteriosamente scompaiono nel documento finale di validazione. Quello che serve a distribuire i premi di risultato ai dirigenti. Alcuni target, poi, costituiscono dei veri e propri enigmi. Per esempio, per l’indicatore “numero di prodotti antincendio commercializzati controllati”, la soglia-obiettivo prevista è pari a 6: “numero che non si capisce bene a cosa si riferisca”, e con quale livello di partenza si confronti.

 

Il mistero non accenna a diradarsi quando passiamo ad esaminare le incongruenze che riguardano gli Esteri e la Cooperazione internazionale. Qui molti dei 24 obiettivi sono infatti espressi in termini assoluti e non, come ci si aspetterebbe, in percentuale. È il caso del “numero di uffici consolari dotati di strumentazione attiva per la captazione dei dati biometrici per il rilascio del passaporto”, o del “numero di domande di visto trattate dalla rete visti italiana nel triennio successivo”. Cifre che prese da sole non significano assolutamente nulla.

E si arriva infine al modo stravagante con cui gli Esteri valutano la “tutela degli interessi nazionali nel bacino del Mediterraneo”, misurata – come si diceva all’inizio – “dalla frequenza degli incontri bilaterali con i Paesi di competenza e dal numero di comunicati congiunti concordati con i principali partner internazionali”. Ossia, quel che importa è l’attività svolta, non i risultati raggiunti.

 

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La politica senza potere nell’Italia del non fare (di Ernesto Galli della Loggia)

22 luglio 2017

RIFORME IMPOSSIBILI

La politica senza potere nell’Italia del non fare

Nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza

 di Ernesto Galli della Loggia

 

Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

Perché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a nessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

 

Corriere della Sera 22 luglio 2017

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La Costituzione e le difficili riforme italiane (di Angelo Panebianco)

20 luglio 2017

PROPOSTE PER IL FUTURO

La Costituzione e le difficili riforme italiane

È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà?

di Angelo Panebianco

 

Sta suscitando interesse la proposta di una flat tax (o tassa piatta), di una aliquota del 25 per cento uguale per tutti da applicare alle principali imposte (ma con esenzioni per le fasce di reddito più basse), elaborata dall’economista Nicola Rossi e dai suoi collaboratori nell’ambito delle attività dell’Istituto Bruno Leoni di Milano. La sua adozione, semplificando drasticamente il più complicato e irrazionale sistema fiscale d’Europa, darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo, dopo decenni di alternanza fra stagnazione, recessione e bassa crescita. Naturalmente, la frustata sarebbe anche ideologica o culturale. Adottare la flat tax secondo le indicazioni del Bruno Leoni significherebbe prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Per i fautori della flat tax la sua adozione renderebbe i cittadini italiani molto più liberi. È normale che la proposta incontri forti opposizioni. Romano Prodi, che non la condivide affatto, ha pur tuttavia osservato che essa potrebbe diventare il principale argomento del conflitto fra i partiti nelle prossime elezioni (Il Messaggero, 9 luglio). Sul Sole 24 Ore (16 luglio) Enrico De Mita, un avversario ideologico della flat tax, la ritiene incostituzionale.

Forse De Mita non ha considerato a sufficienza il fatto che la proposta del Bruno Leoni sia stata costruita in modo da tenere conto dei vincoli costituzionali sulla progressività delle imposte. Però è vero che i «principi costituzionali» contenuti nella prima parte della Costituzione del ‘48 non si concilino facilmente con la filosofia che ispira la flat tax. Per la verità, c’è il sospetto che i suddetti principi siano inconciliabili con tante cose. Se si discute di leggi elettorali ecco che salta su qualcuno (e forse ha ragione) che afferma che l’unico sistema elettorale coerente con la Costituzione sia quello proporzionale. Se si discute di università c’è sempre qualcuno pronto a sostenere (anche lui forse ha ragione) che il numero chiuso sia incostituzionale. E, ancora, la difesa dei «diritti acquisiti» di dirigenti e funzionari, brandita dalle magistrature, costituzionale e amministrative, contro i tentativi di riforma della pubblica amministrazione, fa sempre leva sulla Costituzione. Forse persino il Job Act rischierebbe grosso di fronte a un rigoroso «controllo di costituzionalità».

I più maliziosi hanno già capito dove va a parare questo discorso. Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi. Dagli anni Ottanta dello scorso secolo (si cominciò allora con la Commissione Bozzi) fino al referendum costituzionale del dicembre scorso, i tanti tentativi — tutti falliti — di riformare la Costituzione hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato. Il ritornello sempre ripetuto era che solo la seconda parte richiedesse profonde modifiche. La prima, invece, era impeccabile, perfetta, non bisognosa di interventi. È stata una convenzione della Repubblica, riverita da tutti, quella secondo cui ogni cosa era negoziabile, e poteva essere oggetto di dispute, tranne la prima parte della Costituzione, lo scrigno che conteneva i gioielli più preziosi, i principi costituzionali per l’appunto. È stata questa la vera ragione per cui le riforme tentate (e fallite) avevano sempre qualcosa di incompiuto, di mal costruito, di posticcio. Non riconoscendo l’intima coerenza che esiste fra la prima parte e la seconda parte della Costituzione, i riformatori finivano per confezionare un abito da Arlecchino: volevano superare l’assemblearismo e rafforzare il ruolo del governo lasciando invariato un testo (la prima parte) molto più coerente con il suddetto assemblearismo che con le progettate riforme. Cambiare la seconda parte lasciando invariata la prima era come tentare di innestare la testa di un cavallo sul corpo di un cane.

I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione. Perché allora non cominciamo a discutere della prima? È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato fra i cosiddetti «interessi legittimi», fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio? Le enunciazioni contenute nella prima parte della Costituzione furono il frutto di compromessi fra alcune forze (democristiani, socialisti e comunisti) che, all’epoca, non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualunque uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo occidentale dopo la vittoria democristiana sui socialcomunisti nelle elezioni del 18 aprile 1948 ma avrebbe potuto diventare — senza bisogno di revisioni — la carta fondamentale di una «democrazia popolare» se i socialcomunisti avessero vinto. Magari, chissà?, sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare in modo meno acritico i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.

 

Corriere della Sera 20 luglio 2017

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Riflessioni a vanvera n.23 (referendum molestus)

28 novembre 2016

Referendum

Quello che si sente in Italia sul referendum, da parte di politici stampa e cittadini, è il segno della mediocrità del Paese, incapace di apprezzare il lusso della democrazia. Un sistema forse troppo delicato e sofisticato, incompatibile con la bassezza morale di alcuni e il disinteresse di molti.

Disinteresse

Proprio il diffuso disinteresse è una difesa contro le nefandezze urlate dai protagonisti della lotta politica. Una maggiore passione da parte della popolazione, eccitata da quegli incoscienti, potrebbe portare a scontri di piazza e a situazioni che in altri tempi e luoghi hanno generato perfino guerre civili. Disinteresse e pigrizia, mentale e fisica, sono dunque una barriera contro gli eccessi di politicanti senza scrupoli.
E per i pochi facinorosi c’è sempre il calcio come sfogatoio.

Partecipazione

Tra i partecipanti alla competizione più che in passato – ma, temo, meno della prossima volta – c’è la stampa. La stampa, buona parte, fa il tifo. Informarsi attraverso un solo quotidiano o un solo telegiornale non è sufficiente. Anzi, non di rado trae in inganno. E abbiamo capito che i social network non sopperiscono.

Appropriazione o attribuzione indebita

Viene chiamato “il referendum di Renzi” ma si tratta di un adempimento previsto in Costituzione. La riforma costituzionale lo impone se la legge di riforma non è stata approvata con la maggioranza dei due terzi del Parlamento. E questo è il caso.

Che poi Renzi ci abbia messo molto del suo sia nella promozione della legge che nel suo sostegno durante la campagna referendaria in corso è un altro discorso. Personalmente ritengo che in quanto presidente del consiglio abbia ecceduto, ma rimane il fatto che il referendum è imposto dalla Costituzione.

Personalizzazione

Si accusa Renzi di avere personalizzato la competizione preannunciando che in caso di mancata approvazione popolare della riforma si sarebbe dimesso. Il che a me sembra da ogni punto di vista inevitabile (punto seguente). Ma sul fronte opposto, variegato, c’è chi sostiene che non dovrebbe comunque dimettersi e chi al contrario incita a votare no “per mandare a casa Renzi”. Rozzezza del linguaggio a parte, non è comprensibile come gli stessi possano accusare altri di personalizzare.

Dimissioni

Uno dei temi più dibattuti e meno comprensibili sul dopo referendum è proprio che farà Renzi, e perciò il governo.
Non vedo che altro potrebbe fare se non andare dal presidente della Repubblica e dimettersi.
L’incarico che il presidente Napolitano ha conferito a Renzi è stato esplicitamente legato alla necessità di riformare finalmente il riformabile e la riforma della Costituzione è un punto qualificante. Se i cittadini tramite referendum la respingono chiunque nella posizione di Renzi, che oltre tutto per il SI si è molto esposto e battuto, dovrebbe dimettersi.

Anzi, aggiungo che dovrebbe dimettersi anche il Parlamento, se fosse previsto. La riforma è stata approvata da questo Parlamento, anche dai pentiti, e quindi se i cittadini la bocciano i parlamentari sarebbero tenuti a prendere atto della sconfessione da parte dei loro rappresentati.
Non sarà così perché le dimissioni dovrebbero essere rese individualmente e comunque subentrerebbero i non eletti, secondo graduatoria. Difficilmente sarebbero peggiori degli attuali, ma non il ricambio forzoso non è contemplato.

Galateo istituzionale

Tornando a Renzi io penso che per rispettare un galateo istituzionale che non è scritto ma aiuta a vivere la politica più civilmente, dovrebbe dimettersi anche in caso di vittoria del SI. Un atto al quale, più che il respingimento delle dimissioni, dovrebbe far seguito il reincarico, una nuova lista dei ministri, magari identica, e la richiesta di una nuova fiducia. Un atto formale, ma anche la forma è importante.

Punto e a capo

Sarebbe simpatico se dopo l’eventuale approvazione della riforma e le dimissioni “per galateo” Renzi declinasse il nuovo invito a formare il governo. “Sa, signor presidente, governare l’Italia è sempre stato difficile, di questo tempi poi… Perciò io avrei pensato di dedicarmi ad altro. La ringrazio per la stima ma proprio, se posso permettermi, ne ho le palle piene”. Punto e a capo.

Personalmente mi alzerei per applaudire (standing ovation, si dice), ma temo che l’ambizione del nostro sarebbe un unguento formidabile per mitigare le conseguenze fisiche dell’impegno istituzionale.

Due punti e a capo

Trovo che il tempo e l’inchiostro che i media dedicano all’eventuale dopo Renzi, dopo la vittoria del NO, sia largamente sprecato, con l’eccezione, forse generosa, di pochi riferimenti ai probabili effetti economici di breve termine.

Tutti ossessivamente concentrati sulla politica politicante: che farà Tizio o Caio, quale Governo si potrebbe organizzare, con chi, sinistra destra centro sopra sotto. Il PD si spacca (lo credo anch’io, con o senza Renzi alla guida. Se si fa un governone immagino certi tipi del PD che ci si buttano a capofitto); il centrodestra si spacca (già fatto, fino alle prossime elezioni); incarico a un grillino/a (perché mai? Comunque sarebbe un dispetto). E via così: governo a termine, tecnico, di scopo, inciucio, governicchio, eccetera.
Larghe intese, paiono auspicare in tanti, ovviamente ad excludendum grillorum.

Zero tituli

Belle discussioni, benché soporifere. Tanto per ora nessuno può essere smentito. Il dibattito su cosa può succedere sostituisce però del tutto quello riguardante ciò che potrebbe non succedere:
• Passi ulteriori e rettifiche alle leggi sul lavoro, a jobs act verificato sul campo
• Fisco (cuneo fiscale, aliquote IRPEF e IRES e altri interventi)
• Istruzione (secondo passo della cosiddetta buona scuola e altro. Molto altro)
• Riforma della Giustizia, o almeno revisione profonda di alcuni aspetti. Perché la Giustizia vive anni terribili. E li fa vivere.
• Riforma della Pubblica Amministrazione, più o meno digitale, Madia e oltre.
• Accorpamenti di aziende pubbliche locali e nuove regole di governance
• Europa (rapporti, immigrazione, fiscal compact)
• Oltre naturalmente all’ordinario, economia in primis perché tra Europa a più voci (e con elezioni importanti nel 2017), Trump e magari Quantitative Easing che rallenta non mancheranno motivi di attenzione e intervento.

Non è tempo di governi bloccati dai veti interni. Non è tempo per discutere mesi chi entra e chi no, in quale ruolo, con quali deleghe. È tempo di governare. Ipotesi al momento tenuta in scarsissima considerazione. Leggere i giornaloni per conferma. Anche solo i titoli.

Falso scopo

In un momento di malignità acuta ho pensato che una parte dei voti contrari alla riforma potrebbero venire dalle categorie interessate a rallentare o annientare quanto sopra: senatori (pochi, 315 più famiglie e personale al seguito); politici locali, dai consiglieri regionali che ridurrebbero gli introiti anche se eletti nel nuovo Senato a quelli provinciali che scomparirebbero; dirigenti e addetti regionali usi, per esempio, a girare il mondo spendendo assai per promuovere solo la propria regione, eventualmente in competizione con le altre anche limitrofe; venditori di materiale sanitario e non di vario genere, che potrebbero essere obbligati a praticare lo stesso prezzo in tutte le regioni: il più basso; tutti coloro che non hanno interesse a che le best practice vengano replicate nelle regioni che non ne hanno di altrettanto best; giovani bazzicanti di partiti che vedrebbero ridursi le prospettive di carriera, o proprio di lavoro, nel mondo politico e limitrofo; dipendenti della pubblica amministrazione, centrale e locale, dirigenti in testa, ai quali la riforma della PA se andasse avanti richiederebbe addirittura di assumersi delle responsabilità; magistrati già seccati per la faccenda delle ferie che verrebbero forse malignamente obbligati al supplizio dell’informatica, al fantascientifico processo telematico; imputati, avvocati e malandrini di varia natura che con il processo telematico – e magari qualche altra leggina – vedrebbero allontanarsi la sospirata prescrizione; sindacalisti, in parte, che paiono non gradire l’accentramento in capo allo Stato di alcune attività che oggi gestiscono senza buoni risultati in materia di sostegno al lavoro e formazione; eccetera.
Madonna quanta gente!
E pensare che la grandissima parte degli italiani si lamenta dello status quo.

Pensierini

Quando un vero genio appare in questo mondo lo si può riconoscere dal fatto che gli idioti sono tutti coalizzati contro di lui (Jonathan Swift)

Se potessimo comprare gli uomini per quello che valgono e rivenderli per quello che dicono di valere, che affari faremmo! (anonimo)

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