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Quota 100 e riforma burocrazia (Alberto Mingardi)

26 agosto 2019

Sono già 50mila gli impiegati pubblici che hanno fatto domanda per “quota 100” e si stima possano essere 100 mila entro la fine dell’anno. Gli enti locali temono contraccolpi. A Torino gli uffici decentrati dell’anagrafe verranno chiusi, per mancanza di addetti. Di per sé la cosa non è sorprendente. La pubblica amministrazione italiana ha un’età media molto elevata: è anziana, non solo perché assomiglia al Paese ma anche perché, nel corso degli anni, il blocco del turn over è stata una delle poche misure davvero efficaci di controllo della spesa. Per questa ragione, una misura come quota 100 è risultata “naturalmente” gradita agli impiegati dello Stato. Che cosa possiamo attenderci?

Sfoltire la burocrazia per l’Italia è una sfida non da oggi. Negli ultimi vent’anni, tutti i governi hanno annunciato battaglia, e tutti hanno presto deposto le armi. Va allora salutata con favore questa riduzione “spontanea” e inattesa degli organici? Oppure c’è da preoccuparsi, per la fornitura di servizi essenziali?

È il caso di non dimenticare che il governo gialloverde ha annunciato mezzo milione di nuove assunzioni nella PA. Immaginiamo siano, alla prova dei fatti, un po’ di meno: si tratterà comunque di uno sforzo importante. Non è chiaro, a oggi, se e quanto il reddito di cittadinanza renda meno attraente la prospettiva di un impiego pubblico, soprattutto al Sud. Il problema vero, però, al di là dell’offerta di lavoro è la domanda.

L’impressione è che l’intenzione del governo sia quella di riempire, una dopo l’altra, le caselle rimaste vuote. Anziché fare investimenti sui processi, si punta sostanzialmente sulla continuità delle funzioni oggi esistenti. La logica politica è cristallina: investire sui processi, per esempio sulla digitalizzazione, da una parte è costoso, dall’altra richiede azioni di coordinamento e razionalizzazioni. Al contrario, spendere per garantire un lavoro ad alcune persone verosimilmente significa guadagnarne la gratitudine elettorale, perlomeno al prossimo giro. Soprattutto in tempi di populismo, la politica promette, promette, promette. Ma a un certo punto qualche cosa, anche di diverso da ciò che aveva annunciato in campagna elettorale, deve mantenere.

Non serve essere un “liberista selvaggio” per capire che quello che lo Stato faceva vent’anni fa non è necessariamente quello che lo Stato dovrebbe fare oggi. Anche immaginando che il perimetro pubblico non arretri di un centimetro, le stesse funzioni possono essere svolte in modo radicalmente diverso.

Se chiedete a un imprenditore privato, che seguita a realizzare e vendere lo stesso prodotto che realizzava e vendeva alla fine del secolo scorso, come sono cambiati in quattro lustri le sue fabbriche e i suoi uffici avrete risposte sorprendenti. Qualcosa di simile dovrebbe avvenire pure all’interno della macchina dello Stato. Per non essere ingenerosi, va detto che esistono enti e amministrazioni che sperimentano e ottengono risultati: ma fare crescere di scala certi esperimenti, indipendentemente dal successo che hanno raggiunto, è difficile. Procedure farraginose, e soprattutto la paura di pagare pegno alle elezioni, hanno frenato i ministri più volenterosi.

Il risultato però è che senza un progetto anche gli effetti di quota 100 diventano una sorpresa difficile da gestire. E paradossalmente possono trasformarsi in un argomento per chiedere un aumento della spesa, allo scopo di fronteggiare le emergenze. Che è poi il modo in cui, da sempre, lo Stato amplia il raggio delle sue attività. Lasciandoci in eredità debiti e inefficienze.

Alberto Mingardi – La Stampa

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