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Post con parola chiave: politica

 
 

Referendum sul numero dei parlamentari

19 settembre 2020

Non fa per me questo referendum.

Che senso ha la riduzione del numero dei parlamentari a una quantità del tutto cervellotica, slegata dalla riformulazione dei collegi e del sistema elettorale?

Io sono per il monocameralismo, per il maggioritario a doppio turno di collegio, per la sfiducia costruttiva. Per una maggiore efficienza del sistema. Questo referendum non serve a niente, in questo senso. E’ solo una chiamata a raccolta attorno ad una proposta politica puramente propagandistica, che proprio per questo troverà l’adesione di un elettorato largamente ignaro delle istituzioni che si appresta a scheggiare..

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Noi e il mondo “covidizzato” (da Claudio Velardi)

24 aprile 2020

Come una guerra o una rivoluzione, la pandemia mette in discussione i poteri costituiti: nelle istituzioni e nell’economia, nelle relazioni sociali, nel nostro io. Gli equilibri precedenti vengono azzerati, rimescolati, ripensati. Pensieri, pratiche e persone del prima appaiono all’improvviso inutili e inattuali, e finiscono in angoli dimenticati. Si salverà solo chi – di fronte ad un crisi, oltre che potente, esterna e ignota –  cambierà radicalmente il proprio sguardo sul mondo, mettendosi in discussione e guardandosi dentro. Il nostro spazio futuro non sarà deciso dai governi – come cercherò di dire con una certa brutalità – ma da ognuno di noi.

In un libro di qualche anno fa (“Scegli la tua vita”), Jacques Attali definì “rassegnati-reclamanti” coloro che “si rassegnano a non poter scegliere la propria vita, e che reclamano un risarcimento per la loro condizione di servitù”, contrapponendoli a quelli che “prendono in mano il loro destino, agiscono, si danno da fare, non credono all’irresistibile ascesa del Male”. Io credo che, quando usciremo di nuovo dalle nostre case, ci troveremo di fronte questa alternativa secca. Dovremo decidere se stare tra coloro che prendono in mano il loro destino – li chiamerò i ripartenti – oppure tra i rassegnati-reclamanti. E’ la sola opzione a disposizione, non ci sarà uno spazio di mezzo dove acquartierarsi. Per i primi ci sarà un duro lavoro da fare, ma darà dei frutti. Gli altri sono candidati ad ingrossare le fila di nuove, dolorose sacche di marginalità sociale e culturale. Nella sua essenza, il dopo Covid-19 è tutto qua.

  1. Il più immediato e drammatico scossone agli equilibri del passato è dato dall’impoverimento globale, che non è un’ipotesi, ma è già un fatto. E va affrontato subito dai singoli, prima che ci pensino gli Stati e indipendentemente da qualsivoglia recovery fund. I ripartenti ristruttureranno ora la loro vita, accettando di buon grado l’eliminazione delle ridondanze che prima dell’emergenza ci apparivano asset indispensabili, impiegando con raziocinio le minori risorse disponibili, molte o poche che siano. Così acquisteranno potere, perché saranno meno vincolati dalle pesanti congiunture che ci aspettano, più consapevoli e sobri nell’uso dei loro beni.  I rassegnati-reclamanti non cambieranno abitudini, comportamenti, stili di vita. Torneranno su progetti che (forse) prima avevano senso, oggi non più. Per andare in ufficio, rifaranno la stessa strada fermandosi allo stesso bar, nell’illusione che ogni procedura nota ripristini per incanto il vecchio mondo. Rivendicheranno insomma il diritto di vivere, nel mondo nuovo, come vivevano prima. E, nell’imbambolata attesa dell’eterno ritorno, perderanno potere, perché dipenderanno sempre più dall’annuncio di una legge, dalle iniezioni di denaro pubblico, dalle promesse politiche. Sfruttare con intelligenza l’emergenza per rivedere i fondamentali della propria vita materiale, significherà conquistare una fettina in più di potere. Procedere come prima vorrà dire cederne ulteriormente.
  1. Tenendoci chiusi nelle case a lavorare da remoto, la quarantena ha confinato i nostri spazi e ridisegnato il tempo. La sfida del dopo-Covid sarà riappropriarsi di (nuovi) spazi e governare il tempo. Sarà una battaglia cruenta, perché i detentori dei vecchi poteri cercheranno a tutti i costi di ripristinare lo status quo ante. Burocrati ministeriali, amministratori delegati, responsabili del personale e delle risorse umane, baroni universitari, caste e corporazioni di ogni natura vorranno riattivare un regime di reciproca sfiducia (io ti controllo, tu cerchi di sfuggirmi) tra Stato e cittadini, datori di lavoro e dipendenti, fatto di presidi burocratici, verifiche ossessive dei processi e inefficienze incrociate: uno scambio parassitario che in Italia ha generato depressione economica e stanchezza morale. Alla lunga, la restaurazione sarà destinata a fallire, perché in due mesi e mezzo abbiamo scoperto che si può lavorare e produrre in condizioni migliori, più semplici e vivibili (e meno costose!): è del tutto illusoria l’idea di tornare indietro. Ma i ripartenti dovranno armarsi di strategie adeguate, tenacia e di grande pazienza per vincere, e imporre un cambio strutturale delle relazioni lavorative e sociali, fondato su principi di responsabilità individuale, duttilità, coinvolgimento, delega.
  2. Nella sostanza, qualunque cambiamento dovrà partire da noi stessi. Non sarà semplice, perché siamo tutti conformati su determinate routine. La scansione sempre uguale a sé stessa delle nostre giornate è comoda, ci impigrisce e rinvia quegli sforzi a volte minimi che potrebbero variare abitudini e comportamenti, superando posture fisiche e mentali alienanti, e facendoci vivere meglio. Ma in questi mesi l’occasione per cambiare si è presentata. E forse – mettiamoci un pizzico di ottimismo –  anche il rassegnato-reclamante tipo avrà intravisto che le cose si possono fare in un altro modo. Nella solitudine asettica della quarantena, magari per un solo attimo, tutti ci siamo ritrovati a pensare che le catene mentali della nostra schiavitù ce le siamo in buona misura costruite da soli.

Cambiare il nostro rapporto con le risorse disponibili, con il lavoro, con noi stessi significa scardinare dalle fondamenta – almeno potenzialmente – l’assetto dei poteri costituiti.

Ma pensare di affidare il cambiamento ai governi o alla politica – dopo l’esperienza di libertà interiore, di rapporto più forte con noi stessi vissuto in questi mesi – è da sciocchi, non trovo altra espressione per dirlo. Certo, la politica – arte povera del tempo lineare che fu e che non tornerà – potrebbe evitare di lavorare con furbizia sui nostri difetti, sulle debolezze, i tic, i bias cognitivi che ci affliggono, sulle nostre piccole miserie umane. E potrebbe  aiutare concretamente la liberazione dei singoli, già solo circoscrivendo la sua sfera di azione. Invece temo che – prima di tutto per salvare sé stessa – finirà per dare una mano ai vecchi poteri, utilizzando senza criterio la droga dei soldi pubblici, sfruttando paure in maniera terroristica, cercando di mantenere i cittadini in uno stato perpetuo di libertà condizionata.

ripartenti, insomma, saranno abbastanza soli nella grande battaglia prossima ventura per la redistribuzione dei poteri. Ma il malefico Covid, senza volerlo, ha indicato una strada che sarà difficile cancellare.

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Politica e propaganda (Ernesto Trotta)

30 settembre 2018

IL MOLOCH

La macchina propagandistica gialloverde è potente. E troppi lisciano il pelo.

di ERNESTO TROTTA | 30/09/2018

 

Non facciamoci illusioni. Ci aspettano mesi (forse anni, speriamo di no!) molto difficili.

Molto è stato detto e scritto sui possibili scenari che si aprono per il nostro Paese, molto si scriverà ancora, man mano che la realtà si dispiegherà sotto i nostri occhi.

Ecco, appunto, la realtà, “le” realtà (vere o fasulle, ma chi lo decide?), gli occhi, le orecchie, … i nostri sensi.

Per la prima volta stiamo sperimentando una conduzione politica tutta basata sui nostri sensi.

Non abbiamo al potere una “normale”, pur nella sua bizzarria, classe politica, abbiamo al potere una formidabile macchina di comunicazione, che spregiudicatamente sfrutta, violenta, solletica, i nostri sensi, piegandoli al suo volere.

Nulla viene lasciato al caso; ogni parola, gesto, situazione sono studiati per ottenere l’effetto voluto; in totale spregio della realtà, viene continuamente costruita e diffusa una realtà “pilotata”, funzionale allo scopo di conquistare il massimo del consenso.

Tutti noi cittadini, dal più avvertito al meno attrezzato, siamo bombardati da messaggi che ci giungono nei modi più disparati e mai casuali.

È sulla comunicazione che si gioca il nostro futuro e noi (riformisti, progressisti, ma anche moderati e conservatori) non siamo attrezzati a sufficienza per difenderci e contrattaccare.

È un compito che ovviamente spetta a tutti noi, ma in particolar modo spetta a chi contribuisce professionalmente alla comunicazione.

Oggidì, tramite i social, siamo tutti artefici del sistema comunicativo, e questa è proprio la caratteristica che lo rende controllabile ed orientabile con strumenti di distrazione di massa (troll, bot, fake news, falsi account, …).

Ma in ogni caso la comunicazione professionale, gestita da giornali, televisioni, radio, siti web, blog e quant’altro, ha ancora un peso consistente nella formazione della pubblica opinione.

Non riusciremo a combattere contro questo Moloch, se almeno una buona parte del mondo dell’informazione non prenderà coscienza del pericolo e si schiererà, con decisione, contro questa invasione scientifica e sistematica dei nostri sensi.

Lisciare il pelo al mostro, sperando di ammansirlo o farselo amico, è molto pericoloso. Questi, come quegli altri di 25 anni fa (Previti dixit), non fanno prigionieri. O sei con loro o sei contro.

Chi è contro (e deve deciderlo, una buona volta!) deve attrezzarsi al meglio per resistere prima e attaccare poi.

Ho parlato di “loro”, senza alcuna distinzione, in modo cosciente e meditato.

Perché a mio parere la prima cosa che bisogna evitare a tutti i costi è proprio quella di avventurarsi in sottili distinzioni alla ricerca del meno cattivo, del meno pericoloso, del più ragionevole.

Questi, prima di condividere una politica, sulla quale un accordo in un modo o nell’altro lo trovano e lo troveranno sempre, condividono una premessa, un “preambolo”, avrebbe detto Forlani (e più tardi Donat-Cattin), che è quello dell’occupazione del potere e del totale controllo dell’immagine e della comunicazione della “loro” realtà.

Se qualcuno pensa che io stia esagerando, lo invito a riguardare le foto del balcone con i cinquestelle in festa, o risentire le lucide parole di Salvini sull’Europa, o le esternazioni all’apparenza farneticanti di Di Maio sull’abrogazione della povertà, e via così.

Chi si può permettere tanta spudoratezza e tanta tracotanza sa che può contare su un sistema comunicativo tale da far passare tutto questo come “normale” storytelling.

E noi ci crediamo o no? Ci caschiamo o no? Ci ribelliamo o no?

Cari giornalisti, opinionisti, commentatori, conduttori, direttori, redattori vari, da che parte state?

Volete continuare a trincerarvi ipocritamente dietro la “completezza” dell’informazione, dietro “l’indipendenza” delle vostre testate, dietro il “noi diamo voce a tutti”, senza rendervi conto che la voce diventa una sola? E dice quello che serve al mantenimento ed all’accrescimento del potere?

Volete continuare a non vedere quello che è palesemente davanti ai nostri sensi, per poi fingere di stupirvi delle conseguenze, prevedibili, annunciate, prossime?

Pensiamoci bene. Le svolte della storia non sempre sono evidenti, spesso sono nascoste sotto il velo dell’evoluzione, del trasformismo, perfino della modernità.

Questa svolta è invece evidente, dichiarata, conclamata, squadernata davanti ai nostri sensi.

Se non la vediamo, è solo perché non vogliamo vederla.

E dobbiamo prendercene tutte le responsabilità.

Ernesto Trotta

Torino

da Uomini & Business  30 settembre 2018

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Deja vu: i girotondi della sinistra (un libro di Francesco Cundari)

19 febbraio 2018

Il nuovo libro di Francesco Cundari, “Deja vu” (Il Saggiatore), dove si raccontano venticinque anni dell’interminabile guerra della sinistra italiana, le sue innumerevoli contraddizioni, i suoi mutevoli personaggi, e si chiarisce che questa storia non ha né inizio né fine: non conosce alcuno sviluppo, alcuna evoluzione, alcun cambiamento. E’ un magma. O, se preferite, un girotondo.

 

Quella che segue è la presentazione di Andrea Fioravanti per Linkiesta, 19 febbaio 2018.

E’ il capro espiatorio della sinistra italiana. Gli hanno attribuito la caduta del governo Prodi nel ‘98 e la scissione del Partito Democratico. I maligni dicono che abbia fatto campagna per il “No” nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 perché Matteo Renzi non l’ha nominato ministro degli Esteri. E che abbia creato Liberi e uguali perché il segretario del PD non avrebbe mai assicurato né a lui, né ai suoi, un posto sicuro in lista. Massimo D’Alema è considerato da molti opinionisti il principale responsabile del male che affligge da sempre la sinistra italiana: la divisione. E forse hanno ragione. Almeno questa è l’impressione dopo aver letto “Deja vu” (Il Saggiatore) uscito il 15 febbraio, che ripercorre i 25 anni di guerra interna della sinistra italiana tra congiure di palazzo, scissioni e unioni alla ricerca di una «nuova forza progressista capace di riconnettere la sinistra con il suo popolo».

“Deja vù”, non è un semplice racconto; piuttosto la spiegazione di un meccanismo. Quello che porta ciclicamente una classe di intellettuali e dirigenti a creare «se non un partito, una corrente, un movimento o almeno un appello per rinnovare radicalmente la sinistra per farla finita, va da sé, con le divisioni». Dalla «sinistra sommersa» evocata dal filosofo militante Paolo Flores d’Arcais al teatro Capranica di Roma nel 1990, ai girotondi in piazza del regista Nanni Moretti del 2002, fino al convegno del teatro Brancaccio di pochi mesi fa, organizzato dal critico d’arte Tommaso Montanari. Non solo società civile; c’è anche la storia di politici, delle loro correnti o movimenti o partiti, nati per raccogliere e delimitare il campo di chi è con o contro il leader di turno. Liberi e uguali vi ricorda qualcosa? Un già visto politico che rischia di ripetersi dopo il 4 marzo. Non c’è un’evoluzione, ma un istinto masochista alla Tafazzi, il personaggio creato da Aldo, Giovanni e Giacomo che con una clava si dava mazzate lì dove fa più male. Questa «ricreazione» vivente è descritta con precisione e in qualche passaggio ironia dall’autore Francesco Cundari. Il direttore di “Left Wing”, ha diretto per un breve periodo anche Red tv, la rete satellitare vicino al PD e a Massimo D’Alema, nata nel 2008 e chiusa per mancanza di fondi nel 2010.

Il libro non è una serie di aneddoti o un dietro le quinte alla House of Cards; è un «tentativo di storia istantanea» che ripercorre la storia travagliata della sinistra citando i discorsi letti nelle riunioni di partito e gli articoli di giornale, senza paura di essere superato dalla cronaca, perché i fatti sono destinati a ripetersi. Cundari riprende gli articoli della stampa e le dichiarazioni dei protagonisti. Lo fa alcune volte in modo asettico, altre con ironia. Basta mettere vicino le parole dei protagonisti per creare quell’effetto di straniamento, di già visto. Sta poi al lettore malizioso trarre le sue conclusioni. Per fortuna il libro non parte dalla scissione di Livorno del 1921, quando da una costola del partito socialista nacque quello comunista guidato da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Né si sofferma sulle decine di scissioni e sigle della prima repubblica vista dalla sinistra del Parlamento: Psi, Psdi, Psiup, Psu. In quel caso sarebbe servita un’enciclopedia. In 124 pagine, Cundari si concentra solo sugli ultimi 25 anni della sinistra italiana e su una classe dirigente che ha puntato a conservarsi. Sempre.

Le parole d’ordine di questo «complicato controverso, contraddittorio processo che sui giornali si usa chiamare ora riunificazione della sinistra ora ricomposizione del centrosinistra, ora più solennemente rinascita, ricostruzione, rifondazione» della sinistra sono le stesse«Per un nuovo partito della sinistra» o «un appello al popolo, un’alleanza fra cittadini, contro i partiti, alla ricerca dei delusi che non si riconoscono nell’attuale classe dirigente». Sapreste dire chi l’ha detto e quando? Anche i protagonisti sono sempre quelli: Romano Prodi, Walter Veltroni e come abbiamo detto all’inizio Massimo D’Alema. «Il supercattivo di tutti i racconti e di tutte le leggende di cui è intessuta la storia del centrosinistra»Secondo Karl Marx la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. E anche qui tutti i fatti raccontati si ripetono allo stesso modo più di una volta. Cambiano solo i ruoli.

Chi prima difende l’unità del partito o della coalizione e ha un atteggiamento riformista, qualche volta sprezzante nei confronti della minoranza più dura e pura, a sua volta diventa il portavoce dell’ala più conservatrice e restia al cambiamento quando al potere ci sono gli altri. Tutto sempre in nome di un popolo e dei valori della sinistra da preservare. Così D’Alema diventa prima il leader accentratore e riformista che vuole la Bicamerale con Berlusconi e un mercato del lavoro più mobile e flessibile all’insegna della “Terza Via” di Blair e Clinton, a cui si contrappone l’ortodosso segretario della Cgil Sergio Cofferati. Poi il leader maximo si trasforma in leader dei comitati del No, simbolo del vero popolo della sinistra, quello dei volontari della festa dell’Unità e dei gazebo che si contrappone alla dittatura del PD renziano e che fa campagna per votare “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Chi prima strappa, poi ricuce e poi ristrappa a seconda di chi tiene il bandolo della matassa«Una battaglia lunga 20 anni che a ogni tornata elettorale riprenderà più furiosa di prima, tra sostenitori del primato della politica (e dei professionisti della politica) e fautori del primato della società civile (e degli intellettuali, e dei professori, e dei movimenti che di volta in volta l’incarneranno). Tra partito e coalizione, comitati e apparati, sezioni e gazebo». Tutto inizia, si fa per dire, dal seminario nel castello di Gargonza del ‘97, quando l’allora segretario del Pds (Partito democratico della sinistra) D’Alema dichiarò già finita l’esperienza dell’Ulivo, ovvero il tentativo di unificare sotto un’unica bandiera i vari partiti di sinistra, dai comunisti ai cattolici. Un’esperienza politica nata da meno di 24 mesi e che solo un anno prima aveva portato per la prima volta “i comunisti” al governo guidato da Romano Prodi.

Da quella dichiarazione sorprendente e tranchant fatta in un castello in provincia di Arezzo nel lontano 1997, davanti a dirigenti e teorici di quella grande coalizione «ebbe inizio quell’infinita, spietata, sanguinosa serie di battaglie campali e congiure di palazzo, insincere riconciliazioni e reciproci tradimenti, che l’inesauribile ironia della storia ha consegnato alle cronache con il nome di “unità del centrosinistra”». E così si arriva alla caduta del governo Prodi ‘98, un “complotto” che «sta alla storia del centrosinistra come il rapimento di Elena sta alla guerra di Troia: è l’affronto capace di generare una guerra lunga vent’anni, che porterà principi ed eserciti di paesi lontani a combattersi ferocemente per ragioni a loro stessi, il più delle volte, tutt’altro che chiare». Ognuno ha la sua versione, spesso contraddittoria che cambia a seconda del momento e dell’opportunità politica.

Dopo i girotondi, le scissioni e la creazione di un unico grande partito – il PD – la storia si ripete con la caduta del governo Prodi 2008 che ha le dinamiche del 1998 ma ruoli invertiti. Ancora un deja vù: «Allora, come vice di Prodi, c’era Veltroni, naturalmente schierato a difesa di Palazzo Chigi, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’era D’Alema, a difendere il primato dei partiti sulla stessa coalizione di governo Questa volta, invece, al governo con Prodi, come vicepremier, c’è D’Alema, a difendere il ruolo e l’importanza della coalizione, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’è Veltroni. E dunque questa volta è lui a rivendicare il primato del partito».

1998, 2008, 2018. La storia va avanti, ma si ripete. I leader alla guida del centrosinistra cambiano ma la telenovela rimane la stessa: «ricostruire il centrosinistra». Renzi guida la coalizione e invita a non votare Liberi e uguali per non regalare voti a Salvini. Punta tutte le fiches su un PD libero dai postcomunisti per tornare al governo e vendicarsi come il Conte di Montecristo. D’Alema e Bersani invece, secondo alcuni retroscena degli ultimi giorni, sarebbero pronti a riprendersi “la ditta” in caso Renzi perdesse sonoramente le elezioni e decidesse di fondare un nuovo movimento simile a EnMarche! di Macron con i fedelissimi eletti in Parlamento. «E così, tra un processo di riunificazione e l’altro, ancora una volta, la sinistra italiana s’incammina baldanzosamente verso le elezioni, più unitaria e più divisa che mai».

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Burocrazie più forti della politica (Angelo Panebianco)

8 febbraio 2018

BUROCRAZIE PIÙ FORTI

La politica senza potere

Sono falliti tutti i tentativi avviati per riformare l’amministrazione o le magistrature, che sono state in grado di mobilitare l’opinione pubblica disinformata

di Angelo Panebianco

 

Perché nessuno fra gli impegnati nella campagna elettorale parla del fatto che la politica rappresentativa pesa oggi molto meno, esercita molto meno potere, delle burocrazie amministrative e giudiziarie? Perché non si dice che la politica rappresentativa è costretta, quasi sempre, a subire i diktat di quelle burocrazie? Non lo si dice per due ragioni. La prima è che non puoi chiedere il voto dell’elettore dopo avergli detto che conti poco. Devi invece convincerlo che, se verrai eletto, sarai potente e in grado di fare tutte le cose che hai promesso. La seconda ragione è che se i politici dicessero la verità, ossia che amministrativi e magistrati (di ogni tipo) hanno più potere di loro, non verrebbero creduti dai più. Direbbero gli elettori: non siete voi politici quelli sempre in vetrina e che chiedono il voto? Coloro di cui parlate non hanno volto (con l’eccezione di alcuni attivissimi magistrati portati per le relazioni pubbliche), di loro conosciamo solo le inchieste e le sentenze (se sono magistrati di qualunque ramo) oppure gli effetti — in genere oscillanti, per noi cittadini, fra il fastidioso e l’intollerabile — del quotidiano procedere della macchina amministrativa. È solo vostra — pensano molti elettori — la responsabilità di ciò che non va. Se non che, i politici si dividono in due categorie: ci sono, da un lato,i complici, al servizio di quelle burocrazie, e, dall’altro, quelli troppo deboli per poter imporre cambiamenti.

Questa storia comincia sul finire della Prima Repubblica quando il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. In seguito, arriva Mani Pulite ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che chi scrive considera la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo o giù di lì. Per responsabilità dei politici, ovviamente. Un’idea che nessuno ha più tolto dalla testa di gran parte degli italiani. Si capisce perché. Alle suddette burocrazie fa comodo che i nostri concittadini lo pensino per tenere sulla graticola la politica rappresentativa, per mantenere deboli, ricattabili e al guinzaglio i politici.

La politica — siamo nei primi anni novanta — reagisce al crollo del vecchiosistema dando il via alla stagione maggioritaria (un modo per rafforzare il governo e contrastare così il vuoto di potere lasciato dai partiti). Si apre allora un lungo duello fra una politica che cerca di riconquistare il primato perduto e le burocrazie amministrative e giudiziarie che, grazie alla crisi dei partiti, hanno visto crescere i propri poteri e non intendono mollare l’osso. Credo che l’esito del referendum costituzionale dello scorso anno — con cui la stagione maggioritaria si è definitivamente chiusa — abbia sancito la vittoria di quelle burocrazie. Non è vero che la politica rappresentativa abbia la stessa forza in ogni circostanza. L’Italia è un esempio dell’oscillazione fra l’onnipotenza (Prima Repubblica) e una debolezza che, in certi ambiti, diventa impotenza.

Per un verso, la politica, come è provato dai tentativi falliti, non ha la coesione e la forza per riformare l’amministrazione o le magistrature. Basta che qualcuno ci provi e gli interessi minacciati sono in grado di mobilitargli contro un’opinione pubblica disinformata e pregiudizialmente ostile alla politica. Inoltre, quegli interessi dispongono (tra Corte costituzionale e tribunali amministrativi) di mezzi di difesa potenti. Non c’è possibile riforma del settore della quale non si possa dire che lederebbe qualche «diritto acquisito». E ciò permette di bloccarla. Per un altro verso, anche quando non osa toccare l’organizzazione amministrativa e giudiziaria, la politica ha comunque margini di manovra ristretti. È persino in discussione la liceità di quella «rappresentanza territoriale degli interessi» che, al netto di ogni retorica, è parte centrale della rappresentanza in tutte, nessuna esclusa, le democrazie. C’è in qualunque momento il rischio che venga catalogata — anche quando non lo è affatto — come illegale (voto di scambio, traffico delle influenze e quant’altro).

Il problema è che quando la politica cede il bastone del comando alle burocrazie amministrative e giudiziarie, un Paese rischia grosso perché esse sanno autotutelarsi ma non sanno governarlo. Lo provano i colpi di maglio giudiziari contro insediamenti industriali o contro l’export (affari di miliardi in fumo per procedimenti giudiziari su presunte tangenti finiti con assoluzioni) o contro lo sfruttamento del patrimonio energetico, che hanno vanificato tante occasioni di sviluppo. Per non parlare della capacità che ha l’amministrazione di rendere difficilissima la vita delle aziende. Si veda, ancora, cosa riescono a combinare le suddette burocrazie quando mettono le mani sul sistema educativo. Maurizio Ferrera ha raccontato (Corriere, 3 febbraio) della sentenza con cui il Consiglio di Stato (facendosi forte di una decisione della Corte costituzionale) ha proibito i corsi di laurea in lingua inglese del Politecnico di Milano. Per lesa maestà nei confronti della lingua italiana e perché vengono discriminati gli studenti che non conoscono l’inglese. Quei corsi di laurea sono una buona piattaforma per dare a ragazzi dotati qualche chance in più di trovare un lavoro post-laurea, ma perché mai ciò dovrebbe interessare ai «guardiani delle leggi»? Si noti che il no ai corsi in inglese fa il paio con il «non passi lo straniero» pronunciato contro i direttori non italiani dei musei. Urge, a quanto pare, la rivalutazione di Benito Mussolini: fu lui ad inventare l’autarchia.

Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale. Chi fosse interessato a far restare il Paese nel mondo moderno dovrebbe porsi il problema di come tagliare loro le unghie.

6 febbraio 2018 – Corriere della Sera

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