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Politica e propaganda (Ernesto Trotta)

30 settembre 2018

IL MOLOCH

La macchina propagandistica gialloverde è potente. E troppi lisciano il pelo.

di ERNESTO TROTTA | 30/09/2018

 

Non facciamoci illusioni. Ci aspettano mesi (forse anni, speriamo di no!) molto difficili.

Molto è stato detto e scritto sui possibili scenari che si aprono per il nostro Paese, molto si scriverà ancora, man mano che la realtà si dispiegherà sotto i nostri occhi.

Ecco, appunto, la realtà, “le” realtà (vere o fasulle, ma chi lo decide?), gli occhi, le orecchie, … i nostri sensi.

Per la prima volta stiamo sperimentando una conduzione politica tutta basata sui nostri sensi.

Non abbiamo al potere una “normale”, pur nella sua bizzarria, classe politica, abbiamo al potere una formidabile macchina di comunicazione, che spregiudicatamente sfrutta, violenta, solletica, i nostri sensi, piegandoli al suo volere.

Nulla viene lasciato al caso; ogni parola, gesto, situazione sono studiati per ottenere l’effetto voluto; in totale spregio della realtà, viene continuamente costruita e diffusa una realtà “pilotata”, funzionale allo scopo di conquistare il massimo del consenso.

Tutti noi cittadini, dal più avvertito al meno attrezzato, siamo bombardati da messaggi che ci giungono nei modi più disparati e mai casuali.

È sulla comunicazione che si gioca il nostro futuro e noi (riformisti, progressisti, ma anche moderati e conservatori) non siamo attrezzati a sufficienza per difenderci e contrattaccare.

È un compito che ovviamente spetta a tutti noi, ma in particolar modo spetta a chi contribuisce professionalmente alla comunicazione.

Oggidì, tramite i social, siamo tutti artefici del sistema comunicativo, e questa è proprio la caratteristica che lo rende controllabile ed orientabile con strumenti di distrazione di massa (troll, bot, fake news, falsi account, …).

Ma in ogni caso la comunicazione professionale, gestita da giornali, televisioni, radio, siti web, blog e quant’altro, ha ancora un peso consistente nella formazione della pubblica opinione.

Non riusciremo a combattere contro questo Moloch, se almeno una buona parte del mondo dell’informazione non prenderà coscienza del pericolo e si schiererà, con decisione, contro questa invasione scientifica e sistematica dei nostri sensi.

Lisciare il pelo al mostro, sperando di ammansirlo o farselo amico, è molto pericoloso. Questi, come quegli altri di 25 anni fa (Previti dixit), non fanno prigionieri. O sei con loro o sei contro.

Chi è contro (e deve deciderlo, una buona volta!) deve attrezzarsi al meglio per resistere prima e attaccare poi.

Ho parlato di “loro”, senza alcuna distinzione, in modo cosciente e meditato.

Perché a mio parere la prima cosa che bisogna evitare a tutti i costi è proprio quella di avventurarsi in sottili distinzioni alla ricerca del meno cattivo, del meno pericoloso, del più ragionevole.

Questi, prima di condividere una politica, sulla quale un accordo in un modo o nell’altro lo trovano e lo troveranno sempre, condividono una premessa, un “preambolo”, avrebbe detto Forlani (e più tardi Donat-Cattin), che è quello dell’occupazione del potere e del totale controllo dell’immagine e della comunicazione della “loro” realtà.

Se qualcuno pensa che io stia esagerando, lo invito a riguardare le foto del balcone con i cinquestelle in festa, o risentire le lucide parole di Salvini sull’Europa, o le esternazioni all’apparenza farneticanti di Di Maio sull’abrogazione della povertà, e via così.

Chi si può permettere tanta spudoratezza e tanta tracotanza sa che può contare su un sistema comunicativo tale da far passare tutto questo come “normale” storytelling.

E noi ci crediamo o no? Ci caschiamo o no? Ci ribelliamo o no?

Cari giornalisti, opinionisti, commentatori, conduttori, direttori, redattori vari, da che parte state?

Volete continuare a trincerarvi ipocritamente dietro la “completezza” dell’informazione, dietro “l’indipendenza” delle vostre testate, dietro il “noi diamo voce a tutti”, senza rendervi conto che la voce diventa una sola? E dice quello che serve al mantenimento ed all’accrescimento del potere?

Volete continuare a non vedere quello che è palesemente davanti ai nostri sensi, per poi fingere di stupirvi delle conseguenze, prevedibili, annunciate, prossime?

Pensiamoci bene. Le svolte della storia non sempre sono evidenti, spesso sono nascoste sotto il velo dell’evoluzione, del trasformismo, perfino della modernità.

Questa svolta è invece evidente, dichiarata, conclamata, squadernata davanti ai nostri sensi.

Se non la vediamo, è solo perché non vogliamo vederla.

E dobbiamo prendercene tutte le responsabilità.

Ernesto Trotta

Torino

da Uomini & Business  30 settembre 2018

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Deja vu: i girotondi della sinistra (un libro di Francesco Cundari)

19 febbraio 2018

Il nuovo libro di Francesco Cundari, “Deja vu” (Il Saggiatore), dove si raccontano venticinque anni dell’interminabile guerra della sinistra italiana, le sue innumerevoli contraddizioni, i suoi mutevoli personaggi, e si chiarisce che questa storia non ha né inizio né fine: non conosce alcuno sviluppo, alcuna evoluzione, alcun cambiamento. E’ un magma. O, se preferite, un girotondo.

 

Quella che segue è la presentazione di Andrea Fioravanti per Linkiesta, 19 febbaio 2018.

E’ il capro espiatorio della sinistra italiana. Gli hanno attribuito la caduta del governo Prodi nel ‘98 e la scissione del Partito Democratico. I maligni dicono che abbia fatto campagna per il “No” nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 perché Matteo Renzi non l’ha nominato ministro degli Esteri. E che abbia creato Liberi e uguali perché il segretario del PD non avrebbe mai assicurato né a lui, né ai suoi, un posto sicuro in lista. Massimo D’Alema è considerato da molti opinionisti il principale responsabile del male che affligge da sempre la sinistra italiana: la divisione. E forse hanno ragione. Almeno questa è l’impressione dopo aver letto “Deja vu” (Il Saggiatore) uscito il 15 febbraio, che ripercorre i 25 anni di guerra interna della sinistra italiana tra congiure di palazzo, scissioni e unioni alla ricerca di una «nuova forza progressista capace di riconnettere la sinistra con il suo popolo».

“Deja vù”, non è un semplice racconto; piuttosto la spiegazione di un meccanismo. Quello che porta ciclicamente una classe di intellettuali e dirigenti a creare «se non un partito, una corrente, un movimento o almeno un appello per rinnovare radicalmente la sinistra per farla finita, va da sé, con le divisioni». Dalla «sinistra sommersa» evocata dal filosofo militante Paolo Flores d’Arcais al teatro Capranica di Roma nel 1990, ai girotondi in piazza del regista Nanni Moretti del 2002, fino al convegno del teatro Brancaccio di pochi mesi fa, organizzato dal critico d’arte Tommaso Montanari. Non solo società civile; c’è anche la storia di politici, delle loro correnti o movimenti o partiti, nati per raccogliere e delimitare il campo di chi è con o contro il leader di turno. Liberi e uguali vi ricorda qualcosa? Un già visto politico che rischia di ripetersi dopo il 4 marzo. Non c’è un’evoluzione, ma un istinto masochista alla Tafazzi, il personaggio creato da Aldo, Giovanni e Giacomo che con una clava si dava mazzate lì dove fa più male. Questa «ricreazione» vivente è descritta con precisione e in qualche passaggio ironia dall’autore Francesco Cundari. Il direttore di “Left Wing”, ha diretto per un breve periodo anche Red tv, la rete satellitare vicino al PD e a Massimo D’Alema, nata nel 2008 e chiusa per mancanza di fondi nel 2010.

Il libro non è una serie di aneddoti o un dietro le quinte alla House of Cards; è un «tentativo di storia istantanea» che ripercorre la storia travagliata della sinistra citando i discorsi letti nelle riunioni di partito e gli articoli di giornale, senza paura di essere superato dalla cronaca, perché i fatti sono destinati a ripetersi. Cundari riprende gli articoli della stampa e le dichiarazioni dei protagonisti. Lo fa alcune volte in modo asettico, altre con ironia. Basta mettere vicino le parole dei protagonisti per creare quell’effetto di straniamento, di già visto. Sta poi al lettore malizioso trarre le sue conclusioni. Per fortuna il libro non parte dalla scissione di Livorno del 1921, quando da una costola del partito socialista nacque quello comunista guidato da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Né si sofferma sulle decine di scissioni e sigle della prima repubblica vista dalla sinistra del Parlamento: Psi, Psdi, Psiup, Psu. In quel caso sarebbe servita un’enciclopedia. In 124 pagine, Cundari si concentra solo sugli ultimi 25 anni della sinistra italiana e su una classe dirigente che ha puntato a conservarsi. Sempre.

Le parole d’ordine di questo «complicato controverso, contraddittorio processo che sui giornali si usa chiamare ora riunificazione della sinistra ora ricomposizione del centrosinistra, ora più solennemente rinascita, ricostruzione, rifondazione» della sinistra sono le stesse«Per un nuovo partito della sinistra» o «un appello al popolo, un’alleanza fra cittadini, contro i partiti, alla ricerca dei delusi che non si riconoscono nell’attuale classe dirigente». Sapreste dire chi l’ha detto e quando? Anche i protagonisti sono sempre quelli: Romano Prodi, Walter Veltroni e come abbiamo detto all’inizio Massimo D’Alema. «Il supercattivo di tutti i racconti e di tutte le leggende di cui è intessuta la storia del centrosinistra»Secondo Karl Marx la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. E anche qui tutti i fatti raccontati si ripetono allo stesso modo più di una volta. Cambiano solo i ruoli.

Chi prima difende l’unità del partito o della coalizione e ha un atteggiamento riformista, qualche volta sprezzante nei confronti della minoranza più dura e pura, a sua volta diventa il portavoce dell’ala più conservatrice e restia al cambiamento quando al potere ci sono gli altri. Tutto sempre in nome di un popolo e dei valori della sinistra da preservare. Così D’Alema diventa prima il leader accentratore e riformista che vuole la Bicamerale con Berlusconi e un mercato del lavoro più mobile e flessibile all’insegna della “Terza Via” di Blair e Clinton, a cui si contrappone l’ortodosso segretario della Cgil Sergio Cofferati. Poi il leader maximo si trasforma in leader dei comitati del No, simbolo del vero popolo della sinistra, quello dei volontari della festa dell’Unità e dei gazebo che si contrappone alla dittatura del PD renziano e che fa campagna per votare “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Chi prima strappa, poi ricuce e poi ristrappa a seconda di chi tiene il bandolo della matassa«Una battaglia lunga 20 anni che a ogni tornata elettorale riprenderà più furiosa di prima, tra sostenitori del primato della politica (e dei professionisti della politica) e fautori del primato della società civile (e degli intellettuali, e dei professori, e dei movimenti che di volta in volta l’incarneranno). Tra partito e coalizione, comitati e apparati, sezioni e gazebo». Tutto inizia, si fa per dire, dal seminario nel castello di Gargonza del ‘97, quando l’allora segretario del Pds (Partito democratico della sinistra) D’Alema dichiarò già finita l’esperienza dell’Ulivo, ovvero il tentativo di unificare sotto un’unica bandiera i vari partiti di sinistra, dai comunisti ai cattolici. Un’esperienza politica nata da meno di 24 mesi e che solo un anno prima aveva portato per la prima volta “i comunisti” al governo guidato da Romano Prodi.

Da quella dichiarazione sorprendente e tranchant fatta in un castello in provincia di Arezzo nel lontano 1997, davanti a dirigenti e teorici di quella grande coalizione «ebbe inizio quell’infinita, spietata, sanguinosa serie di battaglie campali e congiure di palazzo, insincere riconciliazioni e reciproci tradimenti, che l’inesauribile ironia della storia ha consegnato alle cronache con il nome di “unità del centrosinistra”». E così si arriva alla caduta del governo Prodi ‘98, un “complotto” che «sta alla storia del centrosinistra come il rapimento di Elena sta alla guerra di Troia: è l’affronto capace di generare una guerra lunga vent’anni, che porterà principi ed eserciti di paesi lontani a combattersi ferocemente per ragioni a loro stessi, il più delle volte, tutt’altro che chiare». Ognuno ha la sua versione, spesso contraddittoria che cambia a seconda del momento e dell’opportunità politica.

Dopo i girotondi, le scissioni e la creazione di un unico grande partito – il PD – la storia si ripete con la caduta del governo Prodi 2008 che ha le dinamiche del 1998 ma ruoli invertiti. Ancora un deja vù: «Allora, come vice di Prodi, c’era Veltroni, naturalmente schierato a difesa di Palazzo Chigi, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’era D’Alema, a difendere il primato dei partiti sulla stessa coalizione di governo Questa volta, invece, al governo con Prodi, come vicepremier, c’è D’Alema, a difendere il ruolo e l’importanza della coalizione, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’è Veltroni. E dunque questa volta è lui a rivendicare il primato del partito».

1998, 2008, 2018. La storia va avanti, ma si ripete. I leader alla guida del centrosinistra cambiano ma la telenovela rimane la stessa: «ricostruire il centrosinistra». Renzi guida la coalizione e invita a non votare Liberi e uguali per non regalare voti a Salvini. Punta tutte le fiches su un PD libero dai postcomunisti per tornare al governo e vendicarsi come il Conte di Montecristo. D’Alema e Bersani invece, secondo alcuni retroscena degli ultimi giorni, sarebbero pronti a riprendersi “la ditta” in caso Renzi perdesse sonoramente le elezioni e decidesse di fondare un nuovo movimento simile a EnMarche! di Macron con i fedelissimi eletti in Parlamento. «E così, tra un processo di riunificazione e l’altro, ancora una volta, la sinistra italiana s’incammina baldanzosamente verso le elezioni, più unitaria e più divisa che mai».

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Burocrazie più forti della politica (Angelo Panebianco)

8 febbraio 2018

BUROCRAZIE PIÙ FORTI

La politica senza potere

Sono falliti tutti i tentativi avviati per riformare l’amministrazione o le magistrature, che sono state in grado di mobilitare l’opinione pubblica disinformata

di Angelo Panebianco

 

Perché nessuno fra gli impegnati nella campagna elettorale parla del fatto che la politica rappresentativa pesa oggi molto meno, esercita molto meno potere, delle burocrazie amministrative e giudiziarie? Perché non si dice che la politica rappresentativa è costretta, quasi sempre, a subire i diktat di quelle burocrazie? Non lo si dice per due ragioni. La prima è che non puoi chiedere il voto dell’elettore dopo avergli detto che conti poco. Devi invece convincerlo che, se verrai eletto, sarai potente e in grado di fare tutte le cose che hai promesso. La seconda ragione è che se i politici dicessero la verità, ossia che amministrativi e magistrati (di ogni tipo) hanno più potere di loro, non verrebbero creduti dai più. Direbbero gli elettori: non siete voi politici quelli sempre in vetrina e che chiedono il voto? Coloro di cui parlate non hanno volto (con l’eccezione di alcuni attivissimi magistrati portati per le relazioni pubbliche), di loro conosciamo solo le inchieste e le sentenze (se sono magistrati di qualunque ramo) oppure gli effetti — in genere oscillanti, per noi cittadini, fra il fastidioso e l’intollerabile — del quotidiano procedere della macchina amministrativa. È solo vostra — pensano molti elettori — la responsabilità di ciò che non va. Se non che, i politici si dividono in due categorie: ci sono, da un lato,i complici, al servizio di quelle burocrazie, e, dall’altro, quelli troppo deboli per poter imporre cambiamenti.

Questa storia comincia sul finire della Prima Repubblica quando il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. In seguito, arriva Mani Pulite ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che chi scrive considera la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo o giù di lì. Per responsabilità dei politici, ovviamente. Un’idea che nessuno ha più tolto dalla testa di gran parte degli italiani. Si capisce perché. Alle suddette burocrazie fa comodo che i nostri concittadini lo pensino per tenere sulla graticola la politica rappresentativa, per mantenere deboli, ricattabili e al guinzaglio i politici.

La politica — siamo nei primi anni novanta — reagisce al crollo del vecchiosistema dando il via alla stagione maggioritaria (un modo per rafforzare il governo e contrastare così il vuoto di potere lasciato dai partiti). Si apre allora un lungo duello fra una politica che cerca di riconquistare il primato perduto e le burocrazie amministrative e giudiziarie che, grazie alla crisi dei partiti, hanno visto crescere i propri poteri e non intendono mollare l’osso. Credo che l’esito del referendum costituzionale dello scorso anno — con cui la stagione maggioritaria si è definitivamente chiusa — abbia sancito la vittoria di quelle burocrazie. Non è vero che la politica rappresentativa abbia la stessa forza in ogni circostanza. L’Italia è un esempio dell’oscillazione fra l’onnipotenza (Prima Repubblica) e una debolezza che, in certi ambiti, diventa impotenza.

Per un verso, la politica, come è provato dai tentativi falliti, non ha la coesione e la forza per riformare l’amministrazione o le magistrature. Basta che qualcuno ci provi e gli interessi minacciati sono in grado di mobilitargli contro un’opinione pubblica disinformata e pregiudizialmente ostile alla politica. Inoltre, quegli interessi dispongono (tra Corte costituzionale e tribunali amministrativi) di mezzi di difesa potenti. Non c’è possibile riforma del settore della quale non si possa dire che lederebbe qualche «diritto acquisito». E ciò permette di bloccarla. Per un altro verso, anche quando non osa toccare l’organizzazione amministrativa e giudiziaria, la politica ha comunque margini di manovra ristretti. È persino in discussione la liceità di quella «rappresentanza territoriale degli interessi» che, al netto di ogni retorica, è parte centrale della rappresentanza in tutte, nessuna esclusa, le democrazie. C’è in qualunque momento il rischio che venga catalogata — anche quando non lo è affatto — come illegale (voto di scambio, traffico delle influenze e quant’altro).

Il problema è che quando la politica cede il bastone del comando alle burocrazie amministrative e giudiziarie, un Paese rischia grosso perché esse sanno autotutelarsi ma non sanno governarlo. Lo provano i colpi di maglio giudiziari contro insediamenti industriali o contro l’export (affari di miliardi in fumo per procedimenti giudiziari su presunte tangenti finiti con assoluzioni) o contro lo sfruttamento del patrimonio energetico, che hanno vanificato tante occasioni di sviluppo. Per non parlare della capacità che ha l’amministrazione di rendere difficilissima la vita delle aziende. Si veda, ancora, cosa riescono a combinare le suddette burocrazie quando mettono le mani sul sistema educativo. Maurizio Ferrera ha raccontato (Corriere, 3 febbraio) della sentenza con cui il Consiglio di Stato (facendosi forte di una decisione della Corte costituzionale) ha proibito i corsi di laurea in lingua inglese del Politecnico di Milano. Per lesa maestà nei confronti della lingua italiana e perché vengono discriminati gli studenti che non conoscono l’inglese. Quei corsi di laurea sono una buona piattaforma per dare a ragazzi dotati qualche chance in più di trovare un lavoro post-laurea, ma perché mai ciò dovrebbe interessare ai «guardiani delle leggi»? Si noti che il no ai corsi in inglese fa il paio con il «non passi lo straniero» pronunciato contro i direttori non italiani dei musei. Urge, a quanto pare, la rivalutazione di Benito Mussolini: fu lui ad inventare l’autarchia.

Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale. Chi fosse interessato a far restare il Paese nel mondo moderno dovrebbe porsi il problema di come tagliare loro le unghie.

6 febbraio 2018 – Corriere della Sera

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A proposito della società “civile”

4 febbraio 2018

Quando la “società civile” da la nausea (Gian Antonio Stella)

di Gian Antonio Stella

Ci sono pezzi di «società civile» che danno francamente la nausea. Come la signora che usava il contrassegno disabili della zia morta da nove anni e s’è fatta scoprire perché, ingorda, voleva agganciarla all’auto nuova. O la miriade di automobilisti denunciati perché truccavano la targa col nastro adesivo nero così da entrare nelle Ztl romane. O i duemila falsi poveri beccati dalla sola Asl di Livorno (figuratevi il resto d’Italia) che non avevano diritto all’esenzione del ticket. O la professoressa che figurava assente con la «legge 104» per accudire la madre disabile ma era in Olanda a una gara di tango. Migliaia e migliaia di casi.

Per carità, non sono rapinatori, non stuprano bambine, non spacciano droga. Potete scommettere anzi che in larga parte si considerano persone «perbene». Trovano però in qualche modo «normale» imbrogliare lo Stato, l’Inps, i Comuni… Rubare soldi pubblici. Violare le norme che impongono sacrifici o semplici fastidi. E una volta scovati fanno spallucce: «Cosa sarà mai!». Le cronache degli ultimi mesi traboccano di storie di illegalità diffusa. Come la denuncia, da parte della Guardia di finanza, di «456 fittizi eredi o delegati alla riscossione, di persone decedute, alle quali, ante mortem, era stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento» nella sola area di Castrovillari.

O l’inchiesta su cinque dipendenti del Fatebenefratelli di Milano accusati d’«essersi appropriati dei soldi delle prestazioni sanitarie dei cittadini» allo sportello. O i controlli sulle dichiarazioni degli universitari capitolini arrivati ad accertare a fine 2013 addirittura il 62% di falsi, incluso quello di una ragazza esentata dal ticket in mensa nonostante il papà avesse la Ferrari. Non si tratta di quisquilie e pinzillacchere, per dirla con Totò. Lo scriveva Fiorenza Sarzanini partendo da un dossier della Finanza: «Ormai si sfiorano i quattro miliardi di euro, cifra record di buco nei conti dello Stato. È la voragine creata dall’attività illecita di circa 7.000 dipendenti pubblici infedeli». Molti convinti che in fondo «così fan tutti».

Ma può uno Stato sopravvivere a una «società civile» infettata da tanta illegalità diffusa e, peggio ancora, in qualche modo accettata con un sospiro se non con un sorrisetto bonario? Uno Stato dove un processo appena chiuso condanna per assenteismo 78 su 96 dipendenti dello Iacp di Messina senza che uno solo sia licenziato? Dove hanno usato la legge 104 il 63% degli insegnanti trasferiti a Catania e il 56% di quelli a Palermo e tutti (tutti!) i maestri e i bidelli spostati negli ultimi sette anni in provincia di Agrigento nonostante la Procura abbia accertato che una dichiarazione su quattro è falsa? Dove uno dei pochi licenziati per aver fatto il furbo con «415 giornate di congedo straordinario», in provincia di Pordenone, è in causa e vuole tutti gli arretrati? Dove decine di piloti in cassa integrazione con assegni spesso deluxe lavoravano in realtà all’estero?

Lasciamo pure da parte, oggi, il tema dell’abusivismo e dell’evasione fiscale che come ha ricordato Sergio Mattarella, sottrae agli italiani onesti 122 miliardi di euro e cioè 7 punti e mezzo di Pil. La prima delle violazioni collettive di ogni regola di convivenza. Sapete quante volte l’Ansa ha dato notizia di truffe sui falsi braccianti agricoli dal 2010 a oggi? Centotto. False circa 700 aziende, falsi trentamila braccianti, falsi i terreni su cui «lavoravano». Un esempio, l’inchiesta su 829 persone denunciate a luglio nel cosentino: «Oltre il 90% delle giornate dichiarate erano fasulle». Embè? Tanto paga l’Inps…

Spiega un dossier Ania che la norma che nel 2012 introdusse l’obbligo d’una radiografia per il risarcimento danni da colpi di frusta ha causato «una diminuzione delle denunce per danni fisici lievi (da 1 a 9 punti di invalidità) da 580mila nel 2011 a 370mila nel 2014: 210mila feriti in meno». O 210mila furbetti stoppati. Per non dire dell’inchiesta, a Napoli, sugli incidenti stradali «fantasma»: 62 medici, 12 avvocati, 300 indagati a vario titolo. Come non fosse cambiato nulla, nel gennaio 2016, da quando un giudice vent’anni fa capì che Gerardo «Tapparella» Oliva, di professione testimone non poteva proprio aver assistito (un frontale qua, un tamponamento là…) a 650 incidenti.

Che una pretesa superiorità morale della «società civile» non avesse senso, sia chiaro, si sapeva da un pezzo. E nulla è fastidioso quanto ascoltare gli strilli di chi è idrofobo con «chi comanda» e il «governo ladro», sia esso di destra o di sinistra, e insieme indulgente verso se stesso, i propri furti, le proprie furbizie. (Gian Antonio Stella)

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Il degrado della società italiana (Ernesto Galli della Loggia)

31 gennaio 2018

La politica e le colpe di un Paese

C’è da chiedersi perché mai dovremmo avere una classe politica diversa da quella che abbiamo. Sono pochi gli italiani che veramente vogliono un Paese differente

 di Ernesto Galli della Loggia

 

Che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Sarà pure formulata in modo ingenuo, ma alla fine è questa la domanda spontanea che uno si fa leggendo le cronache del modo in cui sono state decise le candidature per le prossime elezioni politiche. Da parte di tutti i capipartito la sola preoccupazione è stata quella di mettersi al riparo da brutte sorprese reclutando – fatto salvo un pugno di maggiorenti – solo parlamentari–camerieri, perlopiù sconosciuti e insignificanti, comunque tutti infallibilmente destinati, se mai saranno eletti, a contare meno di niente. Candidature in perfetta sintonia, del resto, con i programmi utopico-demenziali nei quali è stato offerto di tutto a tutti: sconti fiscali, bonus, pensioni, sussidi (è mancato solo un chilo pasta gratis a testa) e ogni cosa naturalmente a costo zero. E sempre con il contorno di un mare di formule risapute, di slogan stantii, di bugie e di blandizie agli elettori.

È facile rivolgere a chi fa questo quadro l’accusa di neoqualunquismo gratuito, aggravato da un velenoso spirito anticasta per partito preso. Ma dietro ai candidati nominati e paracadutati non c’è forse un disprezzo di tipo realmente castale per gli elettori? Non c’è forse implicito il ragionamento «noi abbiamo il diritto di farlo e lo facciamo, tanto alla fine voialtri poveri cittadini elettori dovete per forza votarci, e non potete fare altro!»?

E allora perché mai non si dovrebbe essere contro «la casta» di fronte a una casta? Perché non si dovrebbe denunciare lo sfascio e dunque meritarsi l’etichetta di «sfascista» se la politica offre il quadro di disintegrazione che offre? In verità un motivo ci sarebbe, ed è anche un motivo di peso; che può riassumersi appunto nella mia domanda iniziale, che dunque non è per nulla retorica: non abbiano forse anche noi fatto qualcosa per meritarci tutto questo? Dello spettacolo a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha forse qualche colpa anche il Paese che siamo?

Ebbene, credo di sì. Negli ultimi due decenni la società italiana, infatti, è andata incontro a un declino che non è stato (ma davvero è stato, e ora non lo è più?) solo economico. In realtà al declino si è accompagnato anche qualcosa che è difficile non definire un degrado complessivo. Cioè qualcosa che va oltre il Pil e gli investimenti, ma vuol dire deterioramento del tessuto civile del Paese, l’abbassarsi del livello della sua cultura e dei suoi costumi, una crescente sregolatezza dei comportamenti diffusi al limite dell’illegalità.

È lungo l’elenco delle nostre colpe sulle quali preferiamo sorvolare. Giusto per dare un’idea e senza nessun ordine: siamo una società che non va abbastanza a scuola perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico, e che a scuola consegue in genere pessimi risultati; che ha pochi studenti universitari; che non ha dimestichezza con le biblioteche, con i concerti, con le sale cinematografiche; che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la tv, stiamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di facebook e chattiamo freneticamente, immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa. Non meraviglia che nel campo tecnico-scientifico, pur vantando alcune eccellenze, però non riusciamo più a produrre idee come un tempo se è vero che il numero delle domande di brevetti è in Italia la metà della media europea. La nostra vita pubblico-amministrativa è poi segnata da una corruzione vastissima e capillare. Ogni opera pubblica in Italia costa molto più che altrove, un appalto su tre è truccato, le pensioni d’invalidità false non si contano. Egualmente generale e incontenibile è il disprezzo per la legalità fiscale e per ogni altra forma di legalità: appena l’1 per cento dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100 mila euro; quasi il 30 per cento di tutta l’Iva evasa in Europa è evasa in Italia; per certi tipi di merci e servizi i pagamenti in nero, senza ricevuta fiscale e in denaro contante per non lasciare traccia sono la regola; in buona parte dell’Italia meridionale le polizze automobilistiche arrivano ad avere un costo più alto fino al doppio rispetto alle regioni del centro-nord in ragione delle truffe di massa organizzate contro le società d’assicurazione.

Ma perché mai un Paese così – e le cose stanno proprio così o forse anche peggio, visto che l’elenco di cui sopra è certamente parziale – perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha, dei candidati al Parlamento diversi da quelli che gli sono stati appena somministrati dai partiti? Non è assurdo pretendere di avere governanti di un livello «normale», cioè più o meno analogo a quello di altre realtà con cui ci piace confrontarci, mentre noi, mentre il Paese, è viceversa così visibilmente «anomalo» rispetto alle suddette realtà? Rassegniamoci alla verità: sono una sparuta minoranza (e i politici lo sanno!) gli italiani che vogliono veramenteun Paese diverso: dove veramente significa essendo disposti a pagare il prezzo necessario ad averlo. A tutti gli altri, invece, va più o meno bene il Paese che c’è: naturalmente riservandosi il diritto di imprecare ad ogni momento che «in Italia è tutto uno schifo».

Da il Corriere della Sera

30 gennaio 2018 (modifica il 30 gennaio 2018 | 20:27)

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Promesse elettorali

14 gennaio 2018

Nel 1886 Agostino Depretis promise la realizzazione della passeggiata archeologica romana, dal Colosseo all’Appia antica. A chi manifestò dubbi sulla “copertura economica” – come diremmo oggi – rispose che per una promessa da centomila lire sarebbe stato imbarazzato, ma per una da venticinque milioni no.  Ad impossibilia nemo tenetur, precisò.

E’ probabile che anche ai giorni nostri gli iperpromettenti sappiano bene che nessuno è tenuto a realizzare cose impossibili. Ci fosse un popolo minimamente accorto saprebbe regolarsi col voto, ma il nostro pare ingoiare bufale con entusiasmo e leggerezza

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Riflessioni a vanvera n.26

26 gennaio 2017

Leggi elettorali
Parlamentari e non, politici generici e dilettanti, stampa, naturalmente: tutti a discutere se si può votare con la legge elettorale corretta dalle decisioni della Consulta. Si, no quando. Chi vuole e chi no. Con rettifiche o senza. Chi ci sta davvero e chi per finta. Una noia mortale, anche per uno che segue la politica.
Forse al fondo del discutere c’è una ingiustificata frenesia nel modificare le leggi elettorali. Ci sono Paesi democraticissimi che non le modificano da decenni. Semmai è la politica che si configura in base alla legge esistente. Qui il contrario. Un handicap ulteriore, politico culturale e democratico

Elezioni: piccole note in merito
1) il Presidente non è che scioglie le Camere perché gli sembra ora o perché è desiderio di qualche parte politica. Lo fa solo se in Parlamento non esiste una maggioranza. Ora c’è, perciò quei discorsi sono tutti a vanvera, come le lettere aperte a lui indirizzate e le rituali manifestazioni di piazza. Pura propaganda
2) C’è anche un governo legittimamente in carica che avrebbe tante cose da fare: tutte quelle lasciate in sospeso dal precedente e qualcosa di nuovo, non marginale. I problemi da affrontare sono in gran parte gli stessi, i ministri anche, perciò li conoscono già. Che agiscano! Ci sono esigenze urgenti.
3) L’unico che potrebbe effettivamente far mancare la maggioranza, forse, è Renzi. Secondo me se lo fa segna la sua fine (fermo restando che in Italia non finisce definitivamente mai nessuno). Ma se lo vuole fare deve imporre al PD il ritiro della fiducia. Che ci metta la faccia, come dice lui
4) Nel frattempo però Renzi è a capo del PD: ci lavori, che ce n’è un gran bisogno. La Consulta gli ha messo in mano la possibilità di decidere chi e come mettere in lista: se non riforma il partito nei prossimi mesi, tanto più andando ad elezioni nel 2018 come da calendario, non lo farà più. Penso che sia un banco di prova importante per capire se è uno statista, un grande politico o solo un grande comunicatore politico.
5) Paiono strumentali anche le richieste di rendere omogenee le leggi elettorali per Camera e Senato. Non lo sono mai state nella storia della Repubblica e non lo prevede la Costituzione. Un altro modo per nascondere scopi che si preferisce non dichiarare apertamente.

Le cronache politiche dovrebbero essere suddivise in tre categorie: i fatti, le opinioni, la propaganda. Al momento gli spazi a me sembrano suddivisi rispettivamente 10% (sono generoso) 30% e 60%. A condizione di separare le opinioni dalla propaganda, che spesso è impossibile.

Credenze popolari
La micidiale interazione fra politica di basso livello e stampa di livello pure inferiore crea potenti campagne propagandistiche che, anche causa eco da social network, rafforzano negli elettori più sprovveduti convinzioni assolutamente strampalate: che il governo sia illegittimo perché non eletto da nessuno; che il Parlamento sia pure illegittimo perché di nominati e in quanto frutto di una legge incostituzionale; che Mattarella non sciolga le camere perché è ostile a questo o a quello; che i parlamentari siano mascalzoni che tirano avanti comunque, fregandosene del popolo che soffre, per difendere il loro ricco vitalizio.
Tutte balle, naturalmente. Solo sull’ultimo punto credo siano utili due precisazioni: 1) non di vitalizio – comunque non particolarmente ricco – si tratta ma di pensione, poiché verrebbe percepita solo a 65 anni e calcolata con un metodo di tipo contributivo, come per qualunque altro lavoratore. I vitalizi in quanto tali infatti sono stati aboliti (come il finanziamento ai partiti) 2) quale è quella categoria le quale, prospettatole il licenziamento per l’anno successivo, si da da fare per anticipare la perdita del lavoro e dello stipendio?
A volte non è tanto bassa la morale dei politici quanto troppo alta l’aspettativa dei critici. Pregiudiziali, ovviamente.

Parlamento impegnato
Nonostante tutto però il Parlamento lavora, è sempre sul pezzo, pronto ad intuire le esigenze della società in costante evoluzione e, per una buona parte, in sofferenza.
Lo dimostra la Commissione di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, trenta deputati e trenta senatori. Ogni tanto i sessanta fanno due chiacchiere con qualcuno informato dei fatti. I superstiti. Ultimo sentito Giuseppe Zamberletti, democristiano attempato. Roba vecchia? Macché: l’audizione è attuale, gennaio 2017. Hai visto mai Zamberletti – padre politico della protezione civile – avesse qualcosa di nuovo da dire?

Un uomo solo al comando
Ricerca di Ilvo Diamanti: gli italiani vogliono l’uomo forte. E dov’è la novità?
Naturalmente molti avranno in mente una persona specifica. Qualcuno se stesso, se no da Grillo a Fabrizio Corona, da Maria De Filippi a Sgarbi vanno bene tutti. A una minoranza, comunque, perché non si vede chi potrebbe godere del sostegno del 50% più uno. E tutti gli altri potranno felicemente lamentarsi e festosamente coalizzarsi per abbatterlo.

Problemi
Come non si stancano di ripetere da anni tra gli altri Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, un enorme problema italiano, più grave della legge elettorale imperfetta, è lo scarso incremento della produttività. “In un ventennio – scrivono Alesina e Giavazzi – la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: più 15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e più 25 per cento in Portogallo, cinque volte di più”.

Noi siamo fermi, preda di una certa inerzia di una parte dell’imprenditoria nonché di quelli non più chiamati lacci e lacciuoli – le mode passano – ma che rimangono: vincoli, limiti, regolamenti, ridondanze, potere di fare concesso con straordinaria precauzione, al contrario di quelli di veto che sono copiosamente diffusi.
Il mondo cambia, noi no. Ecco un problema enorme che chiunque governi deve mettere in cima alle priorità.

Autorità
Non è estraneo al mancato incremento della produttività nemmeno il minuzioso frazionamento delle responsabilità che caratterizza tutta la pubblica amministrazione italiana, e non solo. Si è visto anche in occasione delle calamità che hanno colpito il centro Italia quanti enti fossero coinvolti, ciascuno con proprie regole, priorità e risorse. Un reticolo che se va tutto al meglio rallenta il lavoro, al peggio lo ostacola. E parallelamente c’è una magistratura che apre fascicoli a tutto spiano, così da procurare guai a chiunque abbia osato eccedere anche marginalmente le proprie deleghe. Incoraggiando perciò massimamente il “non è compito mio”, frase più praticata della stessa “la legge è uguale per tutti”.
Senza dimenticare i TAR, che non di rado intervengono a bloccare per tempi non brevi azioni già lecitamente avviate.
Un insieme di regole che si direbbe concepito nel segno di una scarsissima stima delle singole persone, con il risultato di scoraggiare le migliori.

Magistratura rising star
In Italia la magistratura condiziona leggi elettorali – quanto di più squisitamente politico – e carriere politiche. Prende gli spazi che la politica debole non copre, si dice. In Brasile sono proprio i politici, quelli dell’opposizione, che hanno chiesto l’intervento della Corte Suprema ritenendo incostituzionale il severo piano di austerità approvato dal Senato.
Lacrime sangue ed ermellini.

Tutti pescatori
C’è un business che apparentemente cresce anche in Italia: la pesca. Però solo in Sardegna e solo nella zona di Capo Teulada. Lì i pescatori o sedicenti tali sono sempre di più e ne arrivano continuamente di nuovi, anche dalla Sicilia e dal continente.
I maligni dicono però che l’afflusso non abbia nulla a che fare con la pescosità ma sia da attribuire al fatto che la zona è servitù militare e perciò la pesca è proibita. Di conseguenza i pescatori vengono indennizzati dallo Stato. Circa 16.000 euro l’anno a persona. A persona, non a barca. Anche chi in mare, dicono i locali, non ci è mai uscito, nemmeno una volta.
Ho l’impressione che il reddito di cittadinanza potrebbe avere un successo straordinario.

Sorry
BT ha dovuto rivedere le stime sul bilancio fiscale dell’esercizio che chiuderà nel prossimo marzo. C’è un Paese, dei tanti nei quali British Telecom opera, che ha assunto “comportamenti impropri”, detto in stile british. In quella filiale è stata messa in pratica una “estesa e complessa serie di artifici contabili per far apparire utili maggiori di quelli reali per un valore di ben 530 milioni di sterline”. All’annuncio il titolo BT ha perso circa il 20% in Borsa.

Dove il bilancio è stato così pesantemente taroccato?
Indovinato: in Italia. Eh beh, certo, qui abbiamo una certa inclinazione per l’estetica. Anche di bilancio. Sono sorpreso anche perché quando ci lavoravo mi sembrava che il controllo di gestione di BT fosse estremamente accurato ed efficace. Ma forse il tonto ero io che non vedevo le opportunità.

Tu quoque?
L’ex comandante della polizia antidroga di Helsinki, luogo ritenuto praticamente corruption-free, è stato condannato a 10 anni di carcere con l’accusa di traffico di stupefacenti e altri reati.
Ma anche la ex ministra delle Finanze francese è stata giudicata negligente per avere approvato nel 2008, pare con superficialità, un premio consistente a beneficio di un uomo d’affari. La notizia risiede nel fatto che la ministra in questione era Christine Lagarde, oggi rigorosa direttrice del Fondo monetario internazionale.

Patriottismo
Confermato l’interesse di Intesa SanPaolo verso Generali/Mediobanca. Naturalmente la mossa è preventivamente catalogata da certa stampa molto accomodante verso i grandi capitali come difesa dell’italianità. Come sono patriottiche le banche italiane! Si sacrificano per tutelare l’interesse nazionale minacciato da quei cinici speculatori francesi o tedeschi. Il Piave mormora ancora.

Abitudini
Il parlamento di Mosca ha approvato in prima lettura un disegno di legge per depenalizzare alcune forme di violenza domestica. Le aggressioni meno gravi verrebbero infatti rese di rilevanza solo amministrativa, perché sono ritenute “in linea con le tradizioni famigliari russe”.
Parallelamente l’amico Trump – amico di Putin – ha espresso l’opinione che in fondo la tortura abbia una sua utilità.
Forse l’illuminismo è proprio finito.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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