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Se il PD si aprisse al vecchio che avanza

26 febbraio 2021

Il PD è un partito plurale, o dovrebbe esserlo, forse anche opportunista e trasformista (di questi tempi un male necessario, in qualche misura) ma sicuramente democratico, anche nei suoi processi interni. E’ solidamente europeista, rispettoso della Costituzione e frequentato anche da persone che la politica la conoscono, la sanno praticare, nel bene e nel male.

Dovrebbero smetterla i suoi sopracciò (e anche tanti iscritti e simpatizzanti) di spaccare i capelli in quattro, di sottilizzare, analizzare chi è a sinistra di chi.

Il partito dovrebbe avere la capacità di mediare, sintetizzare tra opzioni diverse (dalle quali peraltro nasce) e ricompattarsi nelle azioni pubbliche, siano esse la partecipazione al governo, l’opposizione o sessioni elettorali. Cioè sempre. Unito verso l’esterno, uniforme nella comunicazione, dialettico all’interno.

Un partito così, come suggerisce Giuliano Ferrara, dovrebbe avere l’obiettivo di recuperare personaggi di peso che ora per motivi diversi veleggiano ai margini, da Renzi a D’Alema, includendo Bersani, Rutelli, Veltroni, Calenda e anche possibili santoni come Prodi e Amato. E naturalmente aprendosi a figure esterne di qualità, da Bentivogli a Colao.

Volendo ci sarebbe già pronta l’agenda politica, almeno per questo scorcio di legislatura: quella di Mario Draghi

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Se il PD sa solo difendere

25 febbraio 2021

Il PD è accusato di avere poche e contrastanti idee sul suo futuro e su quello dell’Italia, europeismo a parte. Non è sorprendente. Il partito stesso non nasce da visione e ideologie originali ma dalla sofferta evoluzione e dal declino di due partiti storicamente fieramente avversari. DC e PCI sono stati formidabili nella capacità di disegnare nella Costituzione repubblicana, insieme ad altre culture, le nuove regole del gioco, ma poi con quelle regole si sono combattuti per mezzo secolo, separati da visioni inconciliabili della società, dei rapporti internazionali, dei criteri economici.

Evaporata l’incombenza del comunismo reale – che nel contesto della guerra fredda è stato l’elemento centrale della disputa – gli elettori delle due parti hanno cercato nuovi sbocchi, stimolati anche dalla violenta fase semi-rivoluzionaria di manipulite. E gli sbocchi sono stati soprattutto verso destra. E d’altra parte quando mai l’Italia unitaria e pre-unitaria è stata di sinistra?

La fusione di DC e PCI, dopo varie fasi intermedie, si può perciò dire che sia avvenuta in difesa, cioè contro il prevalere del nemico comune: la allora dilagante destra berlusconiana. Una fusione “contro”, perciò, non “per” qualcosa, dato che già alla costituzione del PD anche l’unico vero e significativo “per” che aveva incoraggiato l’alleanza – l’adesione all’euro – era un obiettivo raggiunto.

Oggi la cosa si ripete. In calo il berlusconismo è emerso il sovranismo, non disgiunto dal qualunquismo. E il PD, a sua volta in calo elettorale, non sembra trovare nulla di nuovo e di meglio che una ulteriore alleanza “contro”, spuria e difficile: quella con i cinque stelle, a loro volta nati “contro” e ora in transizione, non si sa in quale direzione, estremamente incerti sul da farsi.

Il momento del PD sembra passato due volte. La prima con la vocazione maggioritaria di Veltroni, ora impraticabile, la seconda con la breve operazione filo centrista di Renzi, stroncata con sollievo del partito stesso.

Che ora però non sa che fare.

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L’agonia del PD il futuro e Macron

16 maggio 2018

E’ inutile insistere. Il PD è pieno di nostalgici, di sorpassati. Nel partito, in particolare nella componente non renziana, la cultura è rimasta quella novecentesca: destra-sinistra; operaio-padrone; ricco-povero; comunismo-capitalismo. Gli elettori che non ne sono influenzati è difficile che riconoscano nel PD il “loro” partito. Più facile che preferiscano altre offerte, tipo Lega e 5S, salvo coloro che hanno apprezzato la buona qualità media del personale governativo espresso da PD negli ultimi anni. Una valutazione che però fanno in pochi, il che contribuisce a spiegare perché chi governa perde, come in Italia succede dal 1994 in poi.

Come per quello dei cattolici, anche il voto dei “ceti popolari”, citati da quasi tutti come il serbatoio elettorale da recuperare a sinistra, da anni si sparpaglia qua le là, giustamente. Ci sono “popolari” che non hanno lavoro e quelli iper-garantiti a vita dal datore di lavoro pubblico e dall’articolo 18; ci sono gli operai che da trent’anni lavorano nella stessa piccola azienda a stretto contatto con l’imprenditore – col quale condividono il successo e ottimi rapporti umani e professionali – e i ragazzi che consegnano le pizze senza neppure sapere per conto di chi; ci sono i giovani che non credono nella politica e nel futuro e quelli che di politica si interessano ma ripongono le loro speranze nella destra (il fascismo – del quale peraltro molti sedicenti neo fascisti non sanno nulla – assunse burocrati a tutto spiano e protesse i ceti medi), nella sinistra sindacal-socialista e nel populismo/qualunquismo del reddito di cittadinanza e del cacciamo gli stranieri che ci rubano il lavoro.  Poi ci sono quelli che non votano perché “tanto sono tutti uguali”.

La coesione dei serbatoi elettorali non esiste più da tempo. E perciò finché nel PD si punta al recupero dell’elettorato che fu il partito continuerà ad asciugarsi fino all’estinzione o quasi. A livelli da LeU, diciamo.

Il novecento è finito, in tutti i sensi. Si deve pensare avanti e lungo, a un modello di società da raggiungere a partire dalla situazione attuale, rappresentata dai dati di fatto ma anche dalla percezione degli elettori. Si deve pensare a Europa ed euro; globalizzazione; tecnologia imperante, in grado di modificare repentinamente l’economia e la società; scomparsa del lavoro garantito a vita; necessità dell’istruzione/formazione permanente; maggiore labilità della famiglia e dei legami sociali; urgenza di sviluppare strategie fondate sulla flessibilità; eccetera. E’ necessario pensare all’Italia e parallelamente all’Europa che vorremmo e che verranno, non all’elettorato che fu.

Macron è questo. Ha le sue difficoltà, come tutti coloro che governano (non gestiscono, governano), ma non può non averne. Chi anticipa i tempi trova sempre opposizione, anche violenta. I leader indicano la strada, trascinano, non blandiscono l’elettorato. Perché i leader, se sono tali, “vedono” il futuro un po’ prima che arrivi, molto prima della massa e la indirizzano, compatibilmente con le risorse disponibili e i vincoli presenti. Da noi, per esempio, il debito; la bassa scolarità e le scarse opportunità per chi raggiunge livelli di formazione elevati; le poche imprese davvero “global”; la non applicazione della meritocrazia (concetto che dovrebbe essere caro alla sinistra); la disparità culturale prima ancora che economica tra Nord e Sud; la malavita in grado di dominare aree geografiche e mercati; la burocrazia opprimente; la giustizia lenta; eccetera. Roba impegnativa.

Ripensando al PD di questi giorni perciò mi domando: che c’entrano gli autocandidati alla segreteria Martina e Zingaretti con i leader?

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Il PD e la democrazia non decidente

8 marzo 2018

PD in subbuglio. Ufficialmente per il cattivo risultato elettorale, nel profondo perché una componente non piccola ha recuperato la speranza di liberarsi di Renzi, possibilmente per sempre.

Nessuno valuta la sconfitta partendo da più lontano, domandandosi per esempio com’è che nessun partito di area socialdemocratica sta andando bene in Europa. I meno peggio strappano a loro volta il 20% e la prossima volta non andrà meglio, se quei partiti non saranno in grado di ripensarsi. Gli elettori evidentemente non accreditano più la socialdemocrazia della capacità di tirarli fuori dai guai, veri o “percepiti”, come si dice. Ma in Italia il problema non è analizzare e aggiornare la strategia: è eliminare Renzi.  Senza domandarsi se un altro segretario, e chi, avrebbe fatto meglio.

E’ ovvio che nel risultato Renzi ci ha messo del suo. Il Matteo Renzi che ha avuto successo era il rottamatore, riformista e determinato (arrogante) che ha conquistato Firenze poi il partito (che gli era ostile già come candidato sindaco) poi il governo poi il 40 e passa percento alle Europee 2014. Quello era il Renzi pronto ad inimicarsi sindacati, magistratura, burocrazia, insegnanti e altre congreghe con rilevanti poteri di veto. Poteri forti non per ricchezza (la finanza c’entra poco) ma diffusamente presenti nell’elettorato e molto solidi, praticamente pietrificati.

Il Renzi che ha condotto la campagna elettorale 2018 non era più quello. La scoppola del referendum 2016 gli ha probabilmente suggerito un diverso approccio, più sfumato. Ha accantonato le sue R (rinnovamento, rottamazione e riforme) e puntato su altro. Ha eccessivamente enfatizzato i risultati del suo governo, irritando la parte di popolazione che ritiene di non averne tratto benefici diretti né in chiave economica né per quanto riguarda il tema cavalcato dai concorrenti dell’immigrazione.

Purtroppo ha inseguito anche qualche forma di populismo, quasi una sorta di salvinismo moderato, che credo non gli sia costata molti elettori ma neppure gliene abbia portati.

Ok, Renzi ha sbagliato. Annuncia doverosamente le dimissioni ma con effetto dopo la formazione di un governo senza PD, il che con il Parlamento 2018 potrebbe non accadere tanto presto. Gli antirenziani invece lo vorrebbero fuori subito, anche a calci.

Si discute (eufemismo) ma il punto fondamentale è che non di normali critiche si tratta: toni e contenuti rivelano acredine, livore, furore. Tutto sopra le righe, dentro il partito e nei dintorni.

Il problema è lui, Renzi, personalmente. Ed è lui perché è l’alieno, quello che ha rotto la quiete della “concertazione”, lungamente praticata tecnica politico/gestionale che ha lo scopo di non urtare la suscettibilità e non ledere gli interessi di nessuno. Risultato spesso raggiunto non facendo assolutamente nulla più dell’apertura dei famigerati tavoli e di qualche comunicato stampa. Senza quello scocciatore invadente di Renzi la vita nel partito sarebbe proseguita tranquilla come prima: non facciamoci del male né tra politici, anche formalmente avversi, né con sindacati, cooperative, aziende pubbliche, burocrazia, enti locali eccetera. La democrazia conciliante non decidente.

Renzi ha fatto irruzione nella capanna. Ha denunciato le manfrine dei tenutari, forzato l’abbandono di alcuni ex mammasantissima, spalancato le finestre e instaurato un diverso sistema di governance (non più caminetti) facendosi aiutare da pochi collaboratori fidati, nei limiti delle loro possibilità (non in tutti vastissime). Così si è fatto tanti nemici ma ha anche conquistato un suo pubblico. L’impressione, derivante anche dalle primarie 2017, è che la maggioranza dei 6 milioni di voti dati al PD siano proprio per il PD di Renzi. Lui ha molti aficionados personali, alcuni decisamente fanatici. Nulla di strano parlando di un leader, purché metta in conto che la gente ama costruirsi miti ma anche abbatterli.

Il futuro del PD perciò potrebbe essere ancora con leadership renziana, o di cultura e approccio renziani. Magari dopo l’ulteriore scissione di quanti sono desiderosi di mantenere il seggio soccorrendo i vincitori delle elezioni. Sarebbe una semplificazione. Meglio ripartire da un partito pulito e coeso che dallo scarabocchio indecifrabile che è oggi.

Ripartire da Renzi?

Non è indispensabile, ma può essere conveniente. Primo perché essendo intelligente è probabile che sappia imparare dagli errori, per esempio che può tornargli utile agire da primus inter pares con personaggi del calibro di Calenda e Padoan, praticando più di quanto fatto in passato gli esercizi dell’ascolto e della delega; secondo perché molti voti come detto sono più suoi che di una generica e ormai indefinita idea socialdemocratica o, meno ancora, post qualcosa; terzo perché lo sviluppo di un partito affidabile, saldamente europeista, riformista, liberaldemocratico potrebbe raccogliere anche le simpatie di elettori che oggi si disperdono in piccoli partiti centristi o si astengono o si trovano a disagio in un centrodestra salvinizzato e deberlusconizzato, per legittima stanchezza del fondatore.

D’altra parte se la società è sempre più incattivita, come si vede da tempo, la destra va salvinizzandosi e il M5S pesca nel serbatoio sociale che fu del PCI, è utile che tra i due poli ne emerga uno con le caratteristiche di cui sopra, possibilmente in grado di affermare e diffondere una precisa posizione culturale, sobria e non estremistica.

Ciò, ovviamente, partendo dall’opposizione, che nelle fasi di ricostruzione è la collocazione più favorevole.

 

Pubblicato su Uomini & Business – 7 marzo 2018

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Il PD, non solo Renzi, verso le sconfitte

21 ottobre 2017

E’ scontato che il PD avrà risultati pessimi in Sicilia – elezioni amministrative – e quanto meno deludenti alle politiche 2018. Potrebbe diventare il terzo polo. Verrà accusato Renzi, ovviamente, ne verrà chiesta la testa, ma personalmente vedo tre cause ben più rilevanti dei suoi errori e delle sue negatività caratteriali: l’identificazione PD-Governo, i postumi del referendum e la crisi della sinistra.

Chi governa perde le elezioni. Finora è andata così e non pare che la tradizione stia per arrestarsi. In Sicilia la gestione Crocetta non è da vantare e sul piano nazionale – dove pure del buono c’è stato, perfino in economia – siamo sempre al piove governo ladro. L’elettorato considera che dal 2011 il PD sia stato “il” governo, quello che ha fatto piovere. La precarietà delle maggioranze e i compromessi da coalizione sono pensieri che non vanno nelle urne.

Il referendum del 4 dicembre ha creato entusiasmi in una parte dell’elettorato, minoritaria, ma ha lasciato forte ostilità e non scomparsi timori nell’altra, soprattutto in quanti hanno visto messa in dubbio dall’impeto riformatore la stabilità di situazioni anche personali che intendono difendere. Penso in particolare ai dipendenti pubblici – amministrazioni locali, scuola, burocrazia statale e parastatale, magistratura – e a quelli privati che beneficiano di contratti pre jobs act, cioè con articolo 18. E anche il referendum, come il governo, sono identificati con Renzi e il PD.

La sinistra infine non tira più, è in crisi, dal più al meno, dovunque si voti. E il PD è sinistra, per storia, per cultura, per autoaffermazione e per collocazione internazionale.

Vero che le sinistre sono molto numerose, da Obama a Corbyn, ma il fattore comune è che sono considerate – e si considerano – la forza più impegnata nel contrasto delle disuguaglianze. Poiché però le disuguaglianze si approfondiscono non è sorprendente che si diffonda l’opinione che la sinistra non funziona più, in nessuna delle sue espressioni.

E’ quando le cose vanno bene, nell’economia capitalista, che la sinistra riscuote buoni dividendi elettorali promuovendo politiche per la ridistribuzione della ricchezza, a favore del welfare e dei più deboli, fossero anche di immigrazione. Ora però non è quel tempo. C’è poco da ridistribuire, nessuno riesce a contrastare l’impoverimento dei poveri e l’arricchimento dei ricchi, perciò non sembrerebbe il momento migliore per la sinistra.

Forse è così, che quando il capitalismo arranca la sinistra soffre.

Tutto considerato perciò credo che Renzi potrà essere più vittima che artefice delle prossime sconfitte e naturalmente non credo affatto che il suo neo-populismo potrà modificare il quadro.

 

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Riflessioni a vanvera n.28

12 febbraio 2017

Arzigogoli

Devo confessare, da profano, qualche perplessità sulle opinioni della Corte Costituzionale in merito di legge elettorale. Non capisco in particolare il richiamo alla necessità di maggioranze omogenee – tra Camere, si direbbe – che le leggi dovrebbero esprimere. È la Costituzione stessa che prevede per il Senato una base elettorale diversa rispetto alla Camera (età minima degli elettori) e diversi criteri di attribuzione dei seggi (su base regionale e non nazionale).

A me, sempre da profano, pare singolare che la Consulta vada oltre l’esame di conformità delle leggi elettorali al dettato costituzionale e si preoccupi delle maggioranze che ne derivano.

 

Qui Consulta, a voi Parlamento

Ora vedremo se si andrà a votare con le leggi uscite dalla Consulta o se il Parlamento troverà l’accordo per approvarne di proprie, come democrazia vorrebbe. Seguiremo l’eventuale evoluzione, senza grande partecipazione ormai. Altri eventi incombono, più rilevanti per il nostro futuro di italiani e di europei.

 

PD: un innesto letale

Penso anch’io che Renzi sia stato una specie di corpo estraneo per il PD. Ha dato una scossa, ma ha iniettato in quell’organismo nei fatti iper-conservatore una dose di riformismo che si è rivelata eccessiva.

 

PD: morire berciando

Elezioni subito; no l’anno prossimo. Meglio candidarmi adesso o attendere la convocazione del congresso? Anticipiamo il congresso; no a fine anno. Le primarie si può; ma anche no. Cambiamo le leggi elettorali. Oppure no. Però i capilista bloccati non sono accettabili. Circolano decine di ipotesi tra loro antitetiche su come cambiarle, le leggi elettorali.

Scissione! Ma no! perché scissione? State boni! Però si moltiplicano i segnali sulle dinamiche di gruppi di pressione e interessi. Politici, naturalmente.

Ho l’impressione che basterà a qualunque partito definirsi “non come il PD” per raggranellare un po’ di voti in più al prossimo giro.

 

Più a sinistra

Che ci voglia più sinistra è quello che dicono in molti dentro il PD, fuori dal PD, tra i nemici di sinistra del PD, tra i non pregiudizialmente ostili ma da sinistra, quella autentica, eccetera. Molteplicità di posizioni, naturalmente; ogni sinistra fa a sé ritenendosi nel giusto mentre le altre non hanno capito niente: il mondo, gli operai, l’economia, i poteri forti, Berlinguer, i diritti, la distribuzione della ricchezza, papa Francesco, i partigiani, Gramsci, i poveri, le lotte sindacali, l’Europa, la Costituzione che nasce dall’antifascismo, lo stesso fascismo e di conseguenza l’antifascismo.

Non si conclude un cavolo, ma quanti intriganti dibattiti! Naturalmente ignorando che la sinistra non mitigata da una dose variabile di centrismo post democristiano non è mai stata maggioranza in Italia. Mai.

 

A sinistra del PD. Fuori, ma non lontani. Diversi, ma non nemici.

Ora ci prova Pisapia a “unire la sinistra”, come se non sapesse che la fantomatica sinistra trova una parvenza di unità, rigorosamente tattica, solo quando appare qualcuno che la vuole riformare. Sventata la minaccia torna alle sue secolari masturbazioni cerebrali.

E inoltre, come fa Pisapia a chiamare “campo progressista” un’accozzaglia (!) che è tra quanto di più conservatore esista nella politica italiana?

 

Due considerazioni personali sulla sinistra (che mi ha deluso)

  1. Se si esclude la socialdemocrazia del nord Europa, peraltro invisa a molti “sinistri”, in quali Paesi “la sinistra” ha ben governato e ottenuto il plauso dei cittadini e la riconferma da parte degli elettori? Mi riferisco agli elettori non a caso: dove non ci sono elettori, e perciò non c’è democrazia, il ragionamento non vale.
  2. Il socialismo, o sue più o meno plausibili espressioni, mi pare abbia ottenuto i maggiori successi non governando in proprio ma stando all’opposizione di sistemi capitalisti in fase positiva.

Anche in Italia è andata così. Il sistema capitalista creava ricchezza che il socialismo, nelle sue varie espressioni, si batteva con successo per distribuire a beneficio dei lavoratori e del welfare. Le conquiste.

Quando però è in crisi il capitalismo pare esserlo in parallelo anche il socialismo. Forse hanno bisogno uno dell’altro. Forse lottando si migliorano entrambi.

 

Italia senza famiglie

Socialisti, socialdemocratici, liberali, conservatori, riformisti, popolari, perfino i verdi: in Italia c’è tutto e niente. Tutto confuso, dimenticato, talvolta osteggiato. Come se le grandi culture politiche europee, aggiornate, non avessero più nulla da trasmettere. Come se ci si dovesse vergognare di discendere da quelle famiglie. Vanno di moda i trovatelli.

 

Roma senza mafia

Il giudice per le indagini preliminari ha archiviato le posizioni di 113 indagati su 116 in riferimento a ‘Mafia Capitale’, così ricondotta a colossale costruzione mediatico-giudiziaria come già ampiamente ipotizzato. Per quei 113 indagati non sono stati trovati “elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio”, almeno per un filone di inchiesta, per ora.

Nel frattempo comunque i giornali sono stati venduti, i talk show hanno incrementato l’audience, il “popolo” ha rafforzato la convinzione che “sono tutti marci” e il sindaco è stato cambiato.

I danneggiati si tengono il danno.

 

Europa non populista

Ha parlato Marine Le Pen. Paginoni. Europa: aiuto! I populisti dilagano. L’Europa è spacciata. L’Euro a maggior ragione. Seminano panico per via mediatica anche quelli che in fondo non sarebbero dispiaciuti. C’è in giro chi dissimula.

A parte che Le Pen la definirei nazionalista, più che populista (per me il termine populista non definisce nulla), perché farla passare per filo-Trump? Può tornarle comodo in chiave di comunicazione ma Trump è un iper-americano e la cultura filo-atlantista è piuttosto estranea alla maggior parte dei francesi dai tempi di De Gaulle. Al contrario del nazionalismo.

Comunque: e se vincesse poi Emmanuel Macron?

E se in Germania vincesse Martin Schulz?

L’Europa potrebbe sorprenderci con due europeisti convinti e determinati al governo dei due principali Paesi dell’Unione. Nel frattempo i media in grado di farlo sarebbe meglio che si dedicassero ad analisi e valutazioni oggettive piuttosto che al terrorismo mediatico.

 

Politica e business

In vista di un viaggio negli Stati Uniti il premier giapponese Abe ha chiesto ai grandi gruppi del suo Paese di dettagliare e rendere pubblici i loro investimenti negli USA. Con Trump alla casa bianca cambiano anche le credenziali in politica estera. Oro va sempre bene. Incenso e mirra anche no.

 

Amici con riserva

Trump ha fatto sapere all’amico Putin che a lui il trattato New START di non proliferazione nucleare firmato da Obama non piace. Rappresenta un cattivo affare per gli Stati Uniti, dice. Chissà cosa ha in mente.

 

Ripensamenti?

Trump, indaffaratissimo, ha fatto sapere al leader cinese Xi Jinping che lui sì, ha fatto una telefonatina a Taiwan già nelle prime ore del suo mandato (quando brontolava minaccioso verso la Cina), ma che quello non voleva essere un atto simbolico contrario alla politica dell’unità cinese perseguita da Xi Jinping.

Anche sullo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense in Israele deve riflettere, ha detto. E si accinge ad incontrare Netanyahu.

In giro per la casa bianca ci devono essere un bel po’ di consiglieri che tirano per la giacca il neo presidente. Il quale fa finta di fare di testa sua ma ascolta.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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Che motivi ci sono per essere ottimisti?

4 dicembre 2016

Ci siamo. Il referendum si è celebrato. Riprenderemo contatto con la politichetta quotidiana e ci renderemo conto più chiaramente di prima che siamo in una brutta situazione, indipendentemente dal risultato referendario. I partiti, tutti, attraversano una fase di incertezza che si manifesta in varie forme e non lascia sperare nulla di buono.

Il PD, al momento il partito maggiormente rappresentato in parlamento, dovrebbe riuscire a fondere le culture dominanti della Repubblica, quella cattolica e quella comunista. Ad ora però sembra unire più che altro interessi. Dei nonni, DC e PCI, pare avere ereditato più i vizi che le virtù. Gli ex democristiani e gli ex comunisti convivono sotto lo stesso simbolo senza peraltro avere mai dato l’impressione di darsi davvero da fare per trovare una sintesi ideale comune. Forse non c’è. O forse si può cercare tra la socialdemocrazia e la dottrina sociale della chiesa, ma nessuno pare farlo con il necessario impegno, come se ci fosse il timore, definendo chiaramente gli ideali di riferimento, di perdere qualcuno per strada. Tutto fa brodo, nel PD, da De Gasperi a Berlinguer.

Ora il leader è Matteo Renzi, un leader fuori tradizione, vincitore del congresso e delle primarie ma poi osteggiato dagli sconfitti, anche sulla base di rancori e meschinità personali. Il partito è seriamente minato dall’interno da divisioni profonde, politiche e non. Minoranza contro maggioranza è normale. Ma a parte ridefinire i confini dell’una e dell’altra quello che non è normale nel PD è il modo, l’accanimento della minoranza di provenienza PCI che agisce contro il segretario, e perciò contro il partito, attraverso strumenti e comportamenti che non rientrano nelle normali regole, scritte e non, di convivenza politica. Presto vedremo i risultati, ma quello che appare in superficie è uno spettacolo indegno. E non è detto che quello che non appare non sia anche peggio.

Renzi dichiara di avere come riferimento ideale Giorgio La Pira, fiorentino ed ex sindaco come lui, la cui figura è poco criticabile dall’elettorato che probabilmente, nella stragrande maggioranza, di La Pira non sa nulla e non ha curiosità in merito. Il leader è tipo di parlantina sciolta, affabulatore e promettente, sia in senso professionale, dato che è giovane e ha tempo per migliorarsi, che in quanto promette molto, sicuro della sua abilità nel trovare a posteriori le parole adatte per convincere di avere mantenuto. Un politico abile è sempre meglio di uno che non lo è, e personalmente giudico Renzi il politico di maggior talento e prospettive attualmente sulla piazza, ma lavora tra limiti personali, caratteriali e non, carenze del team che lo affianca e gravi manchevolezze del suo partito. Difficile perciò che la sua carriera, che nonostante la giovane età potrebbe non essere lunga, sia sufficiente per fare del PD un partito coeso, trasparente negli obiettivi e nei comportamenti, al centro come in periferia, e dell’Italia un Paese davvero più agile, moderno, orientato al futuro.

Secondo partito per numero di seggi il Movimento 5 Stelle, frutto della fantasia di un visionario recentemente scomparso che ha affidato la rappresentazione e la propaganda del movimento ad un vecchio uomo di spettacolo, abituato all’esaltazione verbosa per sollecitare applausi. Un tribuno, Beppe Grillo, confuso ma efficace. Il movimento però ha lacune spaventose: incertezza strategica assoluta, talvolta anche tattica; indisponibilità a ricercare accordi e compromessi con altre forze politiche; abuso di idee cervellotiche, o boutade elettorali, rivolte ad un target deluso e rancoroso, ansioso di addebitare ad altri anche i propri insuccessi.
E inoltre, non ultimo, il movimento si caratterizza per l’assoluta assenza di scuola e tradizione e per l’affidamento della selezione del personale politico a metodi inadeguati e criteri insufficienti. Impalpabile al momento la figura dell’erede designato per discendenza dinastica, famiglia Casaleggio, anomalia che non pare suggerire domande ai seguaci. I quali per la verità alle domande non sembrano proprio avvezzi, preferendo concentrarsi direttamente sulle risposte che i vertici propongono già bell’e pronte.

Segue, sempre in ordine di peso politico, quella che era la coalizione di centrodestra e che ora è una non coalizione formata da gruppetti litigiosi tenuti insieme dal comune desiderio di contare di più. Si staglia sempre sullo sfondo la figura del primo e unico vero federatore, sulla scena da 23 anni e ora sulla soglia degli 80. Un ottantenne che non si sa se ha ridimensionato le ambizioni sessuali ma certo non ha accantonato quelle politiche. Infatti non appena appare un possibile erede si premura di stroncargli le gambe prima che si metta a correre. Un leader che non sembra capace di esercitare la leadership se non in veste di padrone, l’opposto di quello che consiglierebbe la buona politica.
In Forza Italia convivono sia imbonitori esaltati che politici non del tutto estranei alla cultura della democrazia liberale. Si guardano un po’ in cagnesco tra loro e hanno strategie diversissime ma riescono a restare seduti al desco comune, purché a capo tavola ci sia chi paga il conto: Silvio Berlusconi.

Non esistendo al momento coalizione operativa agiscono autonomamente l’ex partito secessionista della padania e una specie di discendente del Movimento Sociale. E qui, in entrambi i casi, basta concedersi riferimenti personali per capire il degrado. I secessionisti / separatisti / indipendentisti / federalisti della Lega Nord sono nati avendo come guida ideale (nel senso che aveva le idee) il professor Gianfranco Miglio, uno che pensava. E il promotore era Umberto Bossi, uno che intuiva. Purtroppo per lui intuiva meglio le aspettative della gente che quelle della sua famiglia, che ne aveva tante e lo ha messo nei guai. Ora straparla a nome della Lega un ex tirapiedi bossiano di cospicua ignoranza, anche lui a nome Matteo ma Salvini di cognome. È uno che spara quasi quotidianamente, a voce o tramite apposite felpe, verità per lui assolute, che restano tali anche quando dice l’opposto. Grande confusione strategica caratterizza pure la Lega, tra chi ancora riecheggia gli slogan della padania indipendente da Roma ladrona e chi si ispira alla idee centraliste / stataliste di Marine Le Pen.

L’altro partitucolo di incertissima consistenza elettorale ma dichiaratamente di destra è al momento rappresentato da una giovane signora riconoscibile più per il greve accento romanesco, inflessione Garbatella, che per le idee politiche, ignote ai più. Risulta alquanto grottesco il tentativo della signora di farsi passare come erede politica di Giorgio Almirante, post fascista non reticente e forse mai pentito, repubblichino verso i trent’anni, in età matura politico molto osteggiato ma abile nel muoversi nella Repubblica “nata dalla resistenza”.
La signora Meloni si accompagna politicamente al Salvini di cui sopra, divisi dall’accento ma uniti dalle idee politiche, sostanzialmente assenti in entrambi.

Resterebbe altro: il Centro. Una galassia da sempre in movimento ma priva di riferimenti condivisi, anche dal punto di vista tattico. Ogni tanto compare, come a dire io ci sono, un politico di caratura come Pierfe Casini, che però non va oltre piccoli segnali, forse in attesa di fare la sua rentrée in caso di ripristino del sistema elettorale proporzionale. Nel frattempo si pavoneggia come fosse davvero un leader Angelino Alfano, la cui fronte sempre corrucciata lascia pensare alla preoccupazione per una presenza al governo che tutti sanno essere ben superiore alla consistenza elettorale stimata. E armeggia, sempre in zona centro, l’onnipresente Verdini, anche lui con le sue preoccupazioni però più di ordine giudiziario che politico.

Tutto ciò premesso: che motivi abbiamo per essere ottimisti?

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Unioni civili tra compromessi e cialtroneria

26 febbraio 2016

A chi si scandalizza per i voti favorevoli dei Verdiniani alla legge sulle unioni civili va ricordato che il Parlamento attuale dopo le elezioni del 2013 non ha potuto formare altra maggioranza che quella costituita dalla coalizione di centro-sinistra a guida Bersani (Italia.bene Comune) e da quella di centro-destra a guida Berlusconi. Di quest’ultima facevano appunto parte Verdini e gli altri che oggi hanno votato a favore della legge.

Al momento (2013) nella maggioranza così costituita, con partiti minori, regnava l’accordo. Le prime decisioni sono state la sospensione dell’IMU e l’istituzione di una commissione per la revisione della legge elettorale, in modo da evitare per il futuro maggioranze altrettanto anomale. Contro natura, forse direbbe oggi Alfano, che allora era vicepresidente del consiglio nel governo presieduto da Enrico Letta e “fiduciato” anche dal PD completo di Bersani, Speranza, Fassina, D’Attorre, Civati e ipersinistri vari.

Poi è arrivato il “maleducato” Renzi, poco predisposto al nulla facere per quieto vivere, e ha rotto equilibri. O uova nel paniere. Ma non ha cambiato la composizione del Parlamento.

La legge sulle unioni civili approvata dal Senato è pertanto inevitabilmente conseguenza di un compromesso. Fa tanto arricciare il naso ai neo-puristi della sinistra e agli estremisti del “tutto subito” eppure comunque comporta tra l’altro roba che da un gran fastidio agli estremisti del “niente mai”, che hanno prevalso negli ultimi trent’anni circa:

  • diritto alla quota legittima di eredità
  • diritto di subentro nei contratti di affitto e nelle graduatorie per le case popolari
  • diritto alla reversibilità della pensione
  • diritto (ma anche dovere) alla cura e all’assunzione di decisioni relative in caso di incapacità dell’altro/a
  • obbligo di assistenza morale e materiale, nonché eventualmente diritto agli alimenti
  • eccetera

Si poteva far di più? Di meno? Tutto opinabile, nel merito. Trovare situazioni di compromesso come è stato fatto per questa legge è un dovere della politica. Ma alzare il ditino (e alti lamenti) a rimprovero per il sostegno del gruppo che fa capo a Verdini no. Quella è cialtroneria politica, esercitabile solo facendo finta di non sapere come è composto il Senato (e il PD).

 

 

 

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