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Post con parola chiave: futuro

 
 

Se il PD sa solo difendere

25 febbraio 2021

Il PD è accusato di avere poche e contrastanti idee sul suo futuro e su quello dell’Italia, europeismo a parte. Non è sorprendente. Il partito stesso non nasce da visione e ideologie originali ma dalla sofferta evoluzione e dal declino di due partiti storicamente fieramente avversari. DC e PCI sono stati formidabili nella capacità di disegnare nella Costituzione repubblicana, insieme ad altre culture, le nuove regole del gioco, ma poi con quelle regole si sono combattuti per mezzo secolo, separati da visioni inconciliabili della società, dei rapporti internazionali, dei criteri economici.

Evaporata l’incombenza del comunismo reale – che nel contesto della guerra fredda è stato l’elemento centrale della disputa – gli elettori delle due parti hanno cercato nuovi sbocchi, stimolati anche dalla violenta fase semi-rivoluzionaria di manipulite. E gli sbocchi sono stati soprattutto verso destra. E d’altra parte quando mai l’Italia unitaria e pre-unitaria è stata di sinistra?

La fusione di DC e PCI, dopo varie fasi intermedie, si può perciò dire che sia avvenuta in difesa, cioè contro il prevalere del nemico comune: la allora dilagante destra berlusconiana. Una fusione “contro”, perciò, non “per” qualcosa, dato che già alla costituzione del PD anche l’unico vero e significativo “per” che aveva incoraggiato l’alleanza – l’adesione all’euro – era un obiettivo raggiunto.

Oggi la cosa si ripete. In calo il berlusconismo è emerso il sovranismo, non disgiunto dal qualunquismo. E il PD, a sua volta in calo elettorale, non sembra trovare nulla di nuovo e di meglio che una ulteriore alleanza “contro”, spuria e difficile: quella con i cinque stelle, a loro volta nati “contro” e ora in transizione, non si sa in quale direzione, estremamente incerti sul da farsi.

Il momento del PD sembra passato due volte. La prima con la vocazione maggioritaria di Veltroni, ora impraticabile, la seconda con la breve operazione filo centrista di Renzi, stroncata con sollievo del partito stesso.

Che ora però non sa che fare.

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L’Asia nel futuro (Federico Rampini)

4 dicembre 2020

Corea del Sud. Ieri quel Paese di 52 milioni di abitanti si è quasi fermato per otto ore, non per qualche emergenza sanitaria (il contagio è stato bloccato a livelli microscopici rispetto all’Occidente), ma per consentire a mezzo milione di studenti di affrontare nella massima concentrazione l’esame di ammissione all’università. Non in remoto, sia chiaro. Perfino i pochi casi di studenti positivi al coronavirus dovevano recarsi di persona nelle apposite aule allestite per l’esame; per loro erano previsti accorgimenti di massima sicurezza, dal distanziamento all’assistenza di personale medico.

La Corea del Sud, come il Giappone, Singapore, Taiwan e la stessa Cina comunista, eredita una cultura confuciana al cui centro c’è il valore dell’istruzione. Lo studio è sacro, i giovani vengono educati al rispetto degli insegnanti. Le famiglie sanno che una buona università frequentata con la massima applicazione dischiude le porte del mercato del lavoro. La meritocrazia è rigorosa. Ieri per consentire la puntualità assoluta all’inizio dell’esame, il silenzio e la concentrazione durante le otto ore di prove, ci sono aziende che hanno rinviato l’apertura onde evitare che coincidesse con il tragitto degli esaminandi; i mezzi pubblici andavano riservati con priorità agli studenti; la Borsa di Seul ha rinviato l’apertura delle contrattazioni.

Vale la pena anche ricordare che le più importanti multinazionali sudcoreane – da Samsung a Hyundai – devono competere sul mercato del lavoro con un altro datore di lavoro che può rubargli i giovani più qualificati: lo Stato. L’amministrazione pubblica sudcoreana è circondata di rispetto per la sua efficienza, ed è uno dei traguardi ambiti per i migliori neolaureati.

Federico Rampini – 4 dicembre 2020

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Prigionieri del presente

10 gennaio 2020

Questa è la descrizione del libro di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo “Prigionieri del presente” (come uscire dalla trappola della modernità), editore Einaudi.

 

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Una società prigioniera del presente non progetta futuro e non ha memoria del passato. Cova rancori e paure, riuscendo solo ad adattarsi: al desiderio sostituisce la voglia, al progetto l’annuncio, alle passioni le emozioni. Diventa una società rattrappita.

La schiavitù del presente è una forma di asservimento contagioso, una patologia che ha portato perfino a un mutamento antropologico: nella vita privata, nella sfera dei sentimenti, delle relazioni, dei rapporti umani, e nella dimensione pubblica, dalla politica all’economia, dalle istituzioni alle imprese.

Il presentismo condensa l’aria del tempo. Ratifica il primato della tecnologia senza umanesimo e della finanza senza redistribuzione della ricchezza. Assembla il virtuale in un’eterna connessione, e rende opaco il reale, fino a farlo sfumare. Ma da questa schiavitù, si può uscire, se partiamo dalla consapevolezza di quanto siamo ormai scollegati dal passato e dal futuro. E come diceva Camus “il senso della vita è resistere all’aria del tempo”.

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