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L’Europa, l’Italia, i soldi e le bugie

31 agosto 2018

L’Italia regala i soldi all’Europa? Qualcuno spieghi a Di Maio che è una palla colossale
Versiamo meno di quanto dovremmo, non spendiamo quel che è a noi destinato e riusciamo pure a pagare meno il debito pubblico con cui ci finanziamo, grazie alla flessibilità che ci è concessa. Un suggerimento a Di Maio & co: cercatevi alibi migliori
di Francesco Cancellato
28 Agosto 2018

Gli alibi non finiscono mai. E se d’estate, tempo di mare calmo e di raccolta di pomodori, tocca ai migranti e alla grande invasione che ci ruba il lavoro, in autunno, tempo di bilanci e denari, tocca all’Europa cinica e bara. Vale per tutti i governi e per tutte le stagioni, da Berlusconi sino a Renzi e i nostri eroi in gialloverde non fanno eccezione. Anzi, in piena continuità coi loro predecessori, uno in particolare, perpetrano la grande balla dell’Europa matrigna che ci toglie il pane di bocca manco fossimo Hansel e Gretel: «Non siamo disposti, se non ci aiutano, a votare una legge di Bilancio che preveda questo stanziamento di 20 miliardi all’Ue», ha minacciato l’ineffabile vicepremier Luigi Di Maio, nel pieno della crisi della nave Diciotti, sequel di un’analoga sparata fatta da Matteo Renzi, in un’occasione simile, poco più di un anno fa.
Una palla piuttosto clamorosa, soprattutto, già smentita allora e smentita di nuovo oggi dal commissario europeo per il bilancio Oettinger, che ha parlato senza mezzi termini di una farsa, ricordando come l’Italia versi dai 14 ai 16 miliardi e ne riceva attorno agli undici, cui si aggiungono due miliardi circa di dazi doganali e contributi straordinari come gli 1,2 miliardi di euro dal Fondo europeo di solidarietà per la ricostruzione che il Parlamento europeo ha stanziato dopo il terremoto del centro Italia, la cifra più alta mai concessa a uno Stato dell’Unione per far fronte a una calamità.
Alla spicciola, conclude Oettinger, il saldo dice meno tre miliardi: niente di particolarmente scandaloso, visto che la Germania ne regala al resto d’Europa più di tre volte tanto, la Francia più o meno il doppio e persino la piccola Olanda ci supera. È quel che tocca ai Paesi più ricchi, del resto, così come in Italia tocca alle regioni più ricche: anzi, a voler fare i pignoli sarebbe scandaloso che siamo il quarto Pil del continente (Regno Unito incluso) e il quinto contributore netto dell’Unione. È altrettanto curioso, peraltro, che i principali beneficiari della nostra generosità, piccola o grande che sia, siano proprio Paesi dell’est come Ungheria e Polonia, nostri alleati nella sacra battaglia all’europeismo.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni
Finita qui? Assolutamente no. Perché, come se non bastasse, quei soldi a noi destinati nemmeno li spendiamo. Per dire, dei 43 miliardi di euro (73 col cofinanziamento statale) che la commissione europea ha assegnato all’Italia per il periodo 2014-2020, siamo riusciti a liquidarne solo il 2,4% e a impegnarne poco meno di un terzo, il 32%, quando mancano poco meno di due anni alla fine del settennato. Curioso, ma fino a un certo punto: buona parte di quei soldi sono finiti in consulenze, anziché in welfare, ricerca e infrastrutture. Tutta colpa dell’Europa cattiva, già.
Non bastasse, bisognerebbe ricordare che quella cattivissima matrigna di nome Unione Europea, attraverso la sua Banca Centrale e il suo programma di acquisti di Btp ci permette di rifinanziare il nostro debito pubblico a tassi d’interesse infinitamente più bassi di quelli che ci toccherebbero senza Quantitative Easing o, peggio ancora, senza Euro. Che in caso di tempesta finanziaria c’è un Meccanismo Europeo di Stabilità – di fatto una specie di Fondo Monetario Europeo – che previene ogni forma di default sovrano prestando denaro a tassi bassissimi. E che ogni anno la Commissione Europea ci garantisce margini di flessibilità sui conti pubblici, a dispetto di chi parla di austerità e rigore, come se vivessimo nell’Inghilterra di Margaret Thatcher.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread – e gli interessi sul nostro debito – alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni. E ai populisti è concesso non saper far di conto. Lo sospettavamo, programmi alla mano. Ora ne abbiamo la certezza.

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