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L’Europa parafulmine per governi locali (Carlo Cottarelli)

19 marzo 2021

Le accuse all’Europa sulla questione dei vaccini si sono intensificate nelle ultime settimane di fronte ai più rapidi progressi registrati negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Israele. Quando parlo di “accuse all’Europa” non mi riferisco ai singoli Paesi membri dell’Unione Europea, ma alle istituzioni europee, in primis alla Commissione e alla sua leader Ursula von der Leyen. Il che è paradossale perché, ora come in passato, le decisioni prese nel nostro continente sono in gran parte in mano ai singoli Paesi membri. La spiegazione di questo paradosso è però semplice: i Paesi membri hanno interesse a usare le istituzioni comunitarie più che come vero centro decisionale, come parafulmine per quando le cose vanno male. È molto più comodo.

Il più recente capo di accusa riguarda lo stop del vaccino AstraZeneca, decisione che ha buttato benzina sul fuoco del malcontento sulla gestione della campagna vaccinale. Chi ha preso questa decisione? Ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. Il che non ha impedito che le accuse siano state rivolte all’Unione Europe (“Ma che fanno a Bruxelles?” ha tuonato Salvini). Ora tocca all’Ema riparare il danno. E per farlo in modo credibile, per capovolgere le decisioni prese dai singoli Paesi, almeno un paio di giorni è necessario, o no?

Secondo capo di accusa: aver puntato troppo, nelle forniture negoziate dalla Commissione, su AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Beh, ha puntato su AstraZeneca anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale. Ci siamo scordati del fatto che, finora, il Regno Unito è il Paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i G20? Ma, a parte questo, la Commissione, nell’includere AstraZeneca tra i principali fornitori, non ha fatto altro che seguire la strada presa da Francia, Germania, Italia e Olanda lo scorso giugno, prima che i Paesi membri le chiedessero di condurre un’azione coordinata a livello europeo.

Terza accusa: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna. Qui si dimenticano tante cose. Primo, Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei Paesi membri, non ha), avevano finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Ovvio che questo abbia comportato vantaggi. Secondo, alle negoziazioni dei contratti europei avevano partecipato anche i rappresentanti dei principali Paesi europei. Comodo ora scaricare eventuali problemi solo su chi guidava la delegazione europea, l’italiana Sandra Gallina. Terzo, i contratti europei fornivano meno protezione in caso di ritardi, ma erano più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa fosse andato storto dal punto di vista sanitario. Inoltre, per alcuni di questi contratti, si era puntato ad ottenere prezzi più bassi. Perché questa enfasi sul “risparmio” e sulla responsabilità delle compagnie farmaceutiche? Probabilmente hanno influito le intimazioni a non favorire le Big Pharma da parte dei parlamentari europei, soprattutto quelli del fronte populista.

Nessuna responsabilità quindi per le istituzioni europee? Almeno una c’è e riguarda la comunicazione. La Commissione appare timida nel presentare le proprie ragioni e invece molto pronta ad ammettere che si poteva fare meglio. Timmermans, vicepresidente della Commissione, in un’intervista a un giornale tedesco ha ammesso che errori nei contratti sono stati fatti. Ma anche questo è un classico nell’operare di deboli istituzioni internazionali. Forse che Boris Johnson e Trump hanno mai ammesso errori? Eppure ne hanno fatti eccome… Forse l’ha fatto Conte? O Macron? Merkel ha timidamente ammesso qualche errore, ma è l’eccezione, non la regola. La realtà è che gli stessi rappresentanti di istituzioni europee trovano conveniente, quando parlano ai propri media, riconoscere errori delle istituzioni cui appartengono. Tanto quello che interessa loro è di apparire credibili all’opinione pubblica dei loro paesi e non urtare i politici nazionali, quelli che in ultima analisi ancora prendono le decisioni in Europa. La verità è che, in questa Europa ancora divisa, i politici dei Paesi membri si avvantaggiano dall’avere un parafulmine che ha poteri e risorse limitate, che non si vuole e non può difendersi mediaticamente e che, se necessario, è pronto a riconoscere errori che sono in gran parte di altri. L’Europa e le sue istituzioni restano deboli, perché questo è quello che vogliono gli stati membri.

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Il Draghi-pensiero (Rimini 2020)

6 febbraio 2021

Riporto qui l’intervento di Mario Draghi al meeting di Rimini 2020

 

Questa situazione di crisi, la pandemia, tra le tante conseguenze genera incertezza. Forse la prima cosa che viene in mente. Una incertezza che è paralizzante nelle nostre attività, nelle nostre decisioni. C’è però un aspetto della nostra personalità dove quest’incertezza non ha effetto: ed è il nostro impegno etico. Ed è proprio per questo che voglio ringraziare di aver ricevuto questo invito, perché mi rende in un certo senso partecipe della vostra testimonianza di impegno etico. Un impegno etico che non si ferma per l’incertezza ma anzi trova vigore nelle difficoltà, trova vigore dalla difficoltà della situazione presente. Il mio esser qui oggi è motivo di grande gratitudine nei vostri confronti che mi avete invitato.

Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.

Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora.

Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno cambiando insieme alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è quantomeno improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemo la strada. Vengono in mente le parole della ’preghiera per la serenità’ di Karl Paul Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: «Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza».

Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale. I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Al di là delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni. D’altronde una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principi che ci hanno sin qui accompagnato.

Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione internazionale del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, primo tra tutti gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, e non è un caso perché l’Europa attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale.

E in Europa, abbiamo avuto critiche alla stessa costruzione europea, alle quali si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute fino ad allora essenziali per il funzionamento dell’Europa e dell’euro. Queste regole erano sostanzialmente, ricordate: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato. Queste regole sono state successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era divenuta da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, per timidezza e per interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una critica contro tutto l’ordine esistente. Questa incertezza non è insolita, ma è caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti. Questa incertezza è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto, come dicevo, quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni.

Tutto ciò è profondamente destabilizzante. Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale.

Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che potrebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, che effettivamente sono stati l’ultimo periodo di grande instabilità, si pensi che in quel periodo per quello che riguarda l’Italia, l’inflazione passò dal 5% del ’70 al 21% alla fine di quegli anni e la disoccupazione dal 4 al 7%. La Lira in quegli anni perse metà del suo valore. Un’esperienza anche di altri Paesi. Effetto di periodi che per vari motivi non hanno avuto punti di riferimento. In quegli anni ci fu il primo vero aumento del prezzo del petrolio, l’abbandono del sistema dei pagamenti internazionali che aveva accompagnato il mondo dalla seconda guerra mondiale all’inizio degli anni ’70, la guerra dello Yom Kippur, avvenimenti di grande significato e che avevano sostanzialmente reso obsoleti e superati quei principi.

Ma questo a cosa ha portato? Ha portato a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione. Ma questo non è il futuro. Il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. E occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale.

Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale e europeo che abbiamo conosciuto.

È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione e che questa riflessione inizi subito. Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.

La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto, comprato, da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori. E questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi. Ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi.  Se cioè sarà considerato “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dalla pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo sì ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie.

Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà soltanto col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel lungo periodo.

Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società, a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa.

La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: si pensi che negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati. Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica di Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni devono essere basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; e infine l’umiltà di capire che il potere che hanno i nostri policy makers è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un altro impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato. La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.

Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire. Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, ma anche a livello europeo. La pandemia ha severamente provato la coesione sociale ma anche a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura, il NextGenerationEu arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.

Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione. In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che avrebbe dovuta essere stata spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.

Perciò questo passo avanti ci sarà e dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e direi soprattutto nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia nell’ordinamento europeo sono temporanei. Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane. Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune.

La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca. Dobbiamo, lo dico ancora un’ultima volta, essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

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E’ necessario compattarci nel segno dell’Europa

18 gennaio 2021

Trovo stridenti i richiami alla situazione drammatica del Paese e il mantenimento di barriere, anche verbali, tra maggioranza (oltre che al suo interno) e opposizioni. Auspico che il governo – qualunque emerga dall’attuale pasticcio – sia un governo di conciliazione. Una conciliazione non solo come strategia politica e comunicativa, ovviamente, ma da dimostrare con i fatti, a cominciare dal disegno congiunto del recovery plan e il sostegno condiviso dello stesso presso l’Unione Europea.

Tra l’altro il Plan (PNRR) riguarda progetti da completare fino al 2026 e non sarebbe sensato approvarlo a maggioranza, comunque risicata, ben sapendo che da qui al 2026 di maggioranza ce ne sarà almeno un’altra e di governi forse anche di più. Il piano inoltre, a mio parere, dovrebbe essere affidato per la sua gestione e controllo ad un ente (autorità? commissione bicamerale? sottosegretariato specifico?) definito in accordo tra maggioranza e opposizione attuale, prevedendo nell’accordo che anche in caso di cambio di maggioranza non verrà toccato. Il PNRR riguarda largamente le prossime generazioni (Next Generation, come da definizione europea), non è accettabile che venga modificato al variare di interessi e ideologie politiche.

Oltre tutto l’accettazione europea del piano prevede che contenga riforme delicate come quelle della PA e della giustizia, che sarebbe molto meglio se venissero definite e realizzate nella concordia, dando per scontato che questa implica dei compromessi, inevitabili in politica, anche nella buona politica.

Una strategia della conciliazione potrebbe quietare un Paese in subbuglio, con risultati anche politici a breve non trascurabili: sfumare gli accesi conflitti Stato-Regioni, largamente stimolati dalle rivalità politico-elettorali, ed emarginare i leader e gruppi politici esplicitamente o implicitamente sfavorevoli all’Europa, che dovrebbe invece essere il nostro principale punto di riferimento

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Europa micragnosa (di Mattia Feltri)

3 aprile 2020

Se fossi un sovranista, la lettera agli italiani del presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, non mi avrebbe riavvicinato all’Europa di un solo millimetro. Le scuse per la sottovalutazione iniziale, per le campanilistiche titubanze, gli elogi alla nostra tempra, l’elenco di quanto s’è poi escogitato per rimediare, soldo su soldo, e su quanto si escogiterà, non avrebbero fatto vibrare una sola corda della mia anima. L’Europa sta intervenendo in aiuto degli italiani, ha scritto, ed eccolo il punto: l’Europa dovrebbe intervenire in aiuto dell’Europa, la politica in aiuto della politica, la democrazia in aiuto della democrazia. Essere micragnosi di spirito oggi è sacrilego quanto esultare alla satrapia di Orbán, ed equivale a lastricare la strada ai suoi numerosi emuli. Von der Leyen e ogni commissario europeo e ogni capo di Stato e di governo dell’Unione dovrebbero per esempio leggersi il discorso pronunciato da Churchill a Zurigo nel 1946, nel quale si esortava l’Europa – fonte della fede e dell’etica cristiana, culla delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, dei tempi antichi e moderni – a evolvere negli Stati Uniti d’Europa. Esortava i popoli europei a elevarsi alle vette dell’animo umano, a farsi spiritualmente magnifici, a edificare un luogo in cui il piccolo sarebbe stato alla pari del grande, a consegnare alla storia un senso più ampio di patriottismo e cittadinanza comune, nel quale infine le donne e gli uomini avrebbero preferito la morte alla tirannia.

Dov’è finito tutto questo? Oltre ai conti, ai fiscal compact, ai bond, alle concessioni sul debito – questioni fondamentali, per carità – che cosa ci tiene insieme? E’ sufficiente dire al sovranista che senza l’euro, in un mondo di giganti, saremmo al pane senza companatico? E’ sufficiente ripetere al sovranista, con spocchia, ogni santo giorno, quanto è beota lui e quelli che vota, e quanto sarebbe bella l’Europa se solo lo volessimo, e non lo vogliamo mai? Altrimenti – lo dico anche a me stesso – Salvini e Orbán e tutti gli altri diventano un alibi. Che poi è il gioco recente della democrazia: non votatemi perché sono migliore, ma perché gli altri sono peggiori. E così non si costruisce nulla, non si propone nulla, si resta acquattati dietro le torrette del decrepito fortilizio. L’avanzata dei sovranismi obbedisce invece alle regole della fisica, e segue la ritirata della democrazia liberale. Per di più in Italia rappresentata, per un ridicolo scherzo del destino, dai Cinque stelle (che della democrazia liberale non sanno niente, se non di volerla abbattere, prima o poi) e dal Pd (in buona parte manettaro e illiberale), tenuti assieme da un presidente del Consiglio prêt-à-porter, accompagnati da residuali partitini dediti con le migliori energie a sottrarsi il salvagente l’uno con l’altro, tutti assieme protagonisti di una appena appena decorosa gestione dell’emergenza, senza un’idea per il domani che non sia “noi non siamo Salvini”.

Il paradosso della democrazia liberale era stato prodigiosamente intuito da Tocqueville due secoli fa, cioè un sistema in cui si può desiderare tutto ma, se si desidera troppo, il meccanismo s’inceppa. I partiti italiani di destra e di sinistra sono stati, un po’ più, un po’ meno, tutti populisti, applicati al lì per lì, hanno accettato il moltiplicarsi delle richieste di diritti, poi di appetiti, poi di capricci, sono diventati dei Bernard Madoff del consenso, hanno accettato una folle gara al rilancio nel quale il mantenuto è inversamente proporzionale al promesso, alimentando la frustrazione da cui molti saranno spazzati via: l’appuntamento è alla prossima, devastante crisi economica. Noi, Ursula von der Leyen, la Germania, la Francia, siamo chiamati a un’ambizione più alta della sopravvivenza, a una visione più ampia dello sguardo, alla grandezza a cui di nuovo ci chiama la storia, se non vogliamo fare la fine della Società delle Nazioni, l’antenato delle Nazioni unite che, ci ricordava Churchill nel discorso di Zurigo, fallì non per i suoi princìpi ma perché gli Stati che la componevano se ne dimostrarono indegni.

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Estrema sintesi di un declino (rozza e semplicistica)

19 novembre 2018

Lo storico Emilio Gentile valuta che all’inizio del novecento l’Europa controllasse circa l’84% del globo, attraverso la colonizzazione militare, politica, economica, culturale. L’Europa accumulava ricchezze, con l’innovazione ma anche con la forza a danno delle popolazioni dominate.

Poi gli europei si combatterono nella feroce prima guerra mondiale, che sta all’origine anche delle dittature novecentesche e della seconda, dalla quale uscirono tutti stremati: fine del primato europeo. Non le dittature in quanto tali ma le guerre hanno indirizzato l’Europa sulla china discendente.

L’Europa che viviamo oggi nasce da lì, economicamente e culturalmente ma anche politicamente, sulla spinta del desiderio di pace che si manifesta nella NATO, nella C.E.C.A. (carbone e acciaio sono basilari per la guerra, meglio controllarli) e nel trattato di Roma, 1957, che da il via al processo di integrazione europea.

Nel dopoguerra le popolazioni colonizzate si sono rese progressivamente indipendenti, acquisendo tra l’altro il diritto di negoziare i prezzi delle materie prime, ma le nazioni europee si sono rimesse in piedi grazie agli aiuti USA, nuova potenza dominante. Aiuti assai copiosi soprattutto per due motivi: 1. allontanare il rischio che gli europei impoveriti si lasciassero attrarre dall’utopia collettivistica messa in pratica nella vicina Unione Sovietica, potente nemico ideologico e militare degli USA, e 2. consentire all’Europa di crescere rapidamente come mercato di sbocco della produzione americana, che la guerra “in trasferta” e l’innovazione organizzativa e tecnologica avevano enormemente incrementato.

Con la ricostruzione gli europei avranno sempre più “cose” (i prodotti, americani e locali) e sempre più tutele (welfare). Vivranno anni sereni, il che consentirà alle democrazie di svilupparsi e consolidarsi affermandosi a livello popolare come il sistema politico migliore, con opposizioni numericamente modeste indipendentemente dal fatto che assumessero orientamenti di stampo più liberale o più socialdemocratico.

Purtroppo quelle economie, e di conseguenza quelle società, erano largamente basate sul presupposto della crescita, che per ovvi motivi è più rapida quando si esce dalla devastazione di una guerra di quanto possa essere dopo decenni placidi, in pace. E che per sua natura non può evitare alti e bassi.

Alla svolta del secolo la crescita si è fatta meno imperiosa, e il miglioramento delle condizioni di vita meno costante e scontato. Non che non ci sia più: c’è sempre, però in altre aree del mondo. In Europa si va più lentamente, nel complesso: meno lavoro, meno o nessuna crescita salariale, qualche limatura del welfare, scarsa fiducia nel futuro. E, di conseguenza, scarsa fiducia nelle élite e nei sistemi economici e politici che ci hanno portato fin qui. Un qui buono, va detto. Ottimo, visto in chiave storica, una situazione mai migliore nella storia delle popolazioni europee.

Nel momento non felice però si dimenticano facilmente, o non si conoscono, il punto di partenza e il cammino percorso. Si diradano i sogni, nelle popolazioni tramontano speranze e crescono risentimenti e timori. In chiave elettorale, perciò pur sempre democratica, i rancori diventano la leva per la conquista del potere da parte di forze che non accettano l’ipotesi A (siamo andati bene finora, vediamo che si deve fare per non fermarci, per ripartire) ma propongono la B: le élite ci hanno derubato, eliminiamole (come tali); questi sistemi non funzionano, vanno abbattuti non corretti; la classe dirigente deve essere completamente rimpiazzata. Rifare tutto, salvo non essere in grado di disegnare un credibile modello alternativo in un mondo nel quale tanti concorrenti, soprattutto dall’Asia, ci battono in competenza, innovazione, efficienza. E non c’è più nemmeno da guardare a est, perché il comunismo sovietico non ha funzionato.

In Italia poi, dove anche nei tempi floridi prosperava elettoralmente il mondo magico e immaginario narrato dal PCI, soffriamo più di altri perché abbiamo uno Stato costoso; leggi e amministrazioni antiquate; la più diffusa criminalità organizzata del mondo; una scarsa propensione anche ideologica per la scienza e la modernità, che sono strettamente collegate. E abbiamo pure “un debito della madonna”, direbbe Renato Pozzetto.

Non vedendo le cose sul piano storico ma solo i fenomeni del presente siamo perciò disposti a quasi tutto, anche ad affidarci a chi promette una sorta di de-globalizzazione, il ritorno al passato, agli Stati sovrani (no Europa), al paese di Bengodi, più soldi più tutele e meno negri. E tante vendette: contro i ricchi, contro le élite, contro chi c’era prima, contro chi ha studiato, contro chi non esulta per il nuovo che avanza. Confuso.

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Appello per l’Europa

1 ottobre 2018

RISVEGLIAMO l’EUROPA!  

Nel 1918 l’Europa usciva stremata da una guerra sanguinaria e senza aver attenuato le tensioni preesistenti. Nel 1939 scoppiava un nuovo conflitto, generato dall’ennesima crisi europea e dalla recrudescenza dei fascismi. Ci sono voluti decenni di sforzi e di compromessi affinché una nuova generazione potesse finalmente offrire agli Europei quello che i leader sonnambuli dell’epoca delle due guerre avevano sempre rifiutato: un’Europa di pace, di prosperità e di libertà.

Un secolo più tardi, mentre il nostro continente è di nuovo in preda alle divisioni e all’immobilismo, rifiutiamo di essere una generazione di sonnambuli. Bisogna agire ora, o il progetto europeo perderà fiato. Peggio, sarà soffocato da dei politici populisti per i quali l’Unione è un’anomalia della Storia che dev’essere abbandonata.

A otto mesi dalle elezioni europee che permetteranno ai cittadini dei 27 paesi di scegliere quale Europa vogliono, lanciamo questo appello: vogliamo rifondare l’Europa per rispondere finalmente alle aspettative dei cittadini e per rinnovare le promesse europee dei padri fondatori.

L’Europa attuale appare spesso inadeguata per fronteggiare le sfide che ha di fronte: che siano ecologiche, economiche o migratorie. Inadeguata rispetto alle aspettative dei cittadini che chiedono meno leggi e più azione. Inadeguata rispetto agli impegni che non può più onorare per mancanza di una visione comune e di un’organizzazione efficace.

Eppure, la promessa europea non è persa: sta sonnecchiando. I passi avanti in materia di regolazione dei lavoratori transfrontalieri, di difesa, di tassazione delle piattaforme digitali dimostrano che l’Europa progredisce quando la volontà politica unisce gli Europei attorno a un progetto chiaro e ambizioso. Non c’è dubbio, sulla tassazione delle piattaforme digitali siamo appena all’inizio del processo, ma sappiamo che la soluzione europea è l’unica possibile.

Il discorso alla Sorbona del Presidente Macron, di un anno fa, va esattamente in questa direzione: ora sta a noi trasformarlo nella realtà di tutti i giorni.

Non si tratta soltanto di superare, una volta per tutte, le divisioni che caratterizzano la politica europea da quant’anni a questa parte e che hanno portato all’impasse attuale – si tratta di ribadire con forza che tutti gli Orban, i Le Pen, i Salvini d’Europa non sanno fare altro che incriminare l’Unione, di accusarla di tutti i mali senza proporre niente di costruttivo, senza neppure mettersi d’accordo su una risposta unica. Se loro vogliono distruggere, il nostro compito è quello di proporre.

Ed è per questo che il nostro progetto di rifondazione è chiaro.

Piuttosto che le minacce di “pulizia di massa” di Salvini, dello “sbarazzarsi dell’Islam” dell’AFD tedesco o dello “smetterla con l’Europa” della signora Le Pen, rivendichiamo con fierezza i valori fondatori di pace, di libertà, di prosperità e di solidarietà.

Piuttosto che mettere la museruola alla giustizia e alle opposizioni, rivendichiamo il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche.

Piuttosto che un continente diviso e indebolito, alla mercé delle grandi potenze mondiali, rivendichiamo un’Europa sovrana che agisca con forza laddove un paese isolato è impotente: la politica monetaria, la sicurezza, la difesa, la transizione ecologica e agricola, l’immigrazione e la trasformazione digitale.

Proprio per questo, il nostro metodo è chiaro.

Non vogliamo lasciare nulla d’intentato. Siamo pronti a riformare i trattati se la rifondazione dell’Europa lo esige. Siamo pronti ad andare avanti nonostante i blocchi: ognuno dev’essere in grado di avanzare con il proprio passo. Insieme, vogliamo un’Europa più forte, ed è per questo che tendiamo la mano a coloro che vorranno raggiungerci su questo percorso.

Siamo pronti a superare le strutture politiche esistenti se si rivelassero essere degli ostacoli. Ci impegniamo affinché questa rifondazione dell’Europa sia compiuta da donne e uomini rappresentativi del loro paese, da Ovest ad Est, da Nord a Sud: degli appassionati d’Europa, determinati ad impegnarsi in questo progetto storico, a differenza degli altri che si accontentano di essere dei figuranti.

Ci restano otto mesi per convincere, in ognuno dei nostri paesi, che l’Europa merita un nuovo progetto e che i cittadini meritano quest’ Europa rifondata.

Otto mesi è il tempo che ci diamo per il riscatto dell’Europa.

 

Matteo Renzi (Senatore ed Ex premier italiano)

Christophe Castaner (Presidente del partito francese En Marche)

Joseph Muscat (Premier di Malta)

Albert Rivera (Presidente del partito spagnolo Ciudadanos)

Guy Verhofstadt (Capogruppo al Parlamento europeo di Alde)

Oliver Chastel (Presidente del Movimento Riformatore in Belgio)

Dacian Cioloș (Ex premier della Romania)

Alexander Pechtold (Leader del partito olandese Democrazia 66)

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Parlare dell’euro (Lucrezia Reichlin)

5 settembre 2018

Serve parlare seriamente della moneta unica

La crisi ha dimostrato come regole e principi Ue debbano essere rivisti. All’Italia conviene cooperare in vista di una revisione del governo dell’euro

di Lucrezia Reichlin

 

Le recenti turbolenze dei mercati e la pressione sui tassi d’interesse del debito italiano sono il risultato non solo del deficit di credibilità del nostro governo sulla questione conti pubblici, ma, anche, della situazione internazionale. L’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti rafforza il dollaro. Una dinamica che, combinata alle tensioni economiche e politiche in Turchia, provoca fughe dagli investimenti rischiosi, in particolare dai Paesi emergenti (subiscono uno stress sul loro debito denominato in dollari), ma non risparmiano quei Paesi che, come l’Italia, pur essendo membri della eurozona sono considerati a rischio. Noi — per via dei nostri conti pubblici, della bassa crescita e per l’atteggiamento conflittuale rispetto alle regole europee — subiamo il contagio dell’aumento del rischio globale.

L’Italia è a rischio e, a sua volta, costituisce un rischio per l’euro. Come ha calcolato l’economista Daniel Gros, una buona parte dell’aumento dei tassi sul debito pubblico italiano è dovuto alle aspettative della sua possibile uscita dall’ euro, il cosiddetto rischio di ridenominazione. È giusto, tuttavia, non subire il ricatto del mercato: come nazione sovrana dobbiamo essere in grado di determinare il nostro futuro. Questa situazione di instabilità diviene così l’occasione per l’eterno interrogativo: astraendo dai costi di transizione — che tutti considerano ingenti — quali sono per l’Italia i vantaggi di restare nell’euro nel lungo periodo?

Quali sono i vantaggi dell’euro visto che, averlo adottato, sembra non proteggerci dalla instabilità finanziaria e vincola la nostra politica economica a regole che alcuni considerano arbitrarie? Dalla risposta a questa domanda dipendono sia le scelte di politica economica di questo governo, sia la posizione tattica e strategica che l’Italia dovrà assumere con i partners europei. La mia risposta — che vado ad argomentare — è che all’Italia conviene restare nell’eurozona. E le conviene restarci in modo convinto, critico e costruttivo. Vediamo perché, muovendo dalle considerazioni che tanto spesso sentiamo nel corso del dibattito politico. Una narrativa che suona più o meno così. Prima dell’euro — nei vari sistemi di cambi fissi ma con parità aggiustabili tipici degli anni Settanta, Ottanta e Novanta — l’Italia, già allora percepita come anello debole del sistema monetario europeo, subiva pressioni che la portavano a svalutare la lira nei confronti delle valute dei partners europei. Se fossimo oggi fuori dall’euro, in un sistema di cambi flessibili, come per esempio la Gran Bretagna, la lira si sarebbe sicuramente deprezzata con conseguenti vantaggi in termini di competitività. Inoltre, se fossimo liberi dai vincoli del Trattato potremmo mettere in atto politiche di bilancio più espansive e sforare il famoso limite del 3% per il deficit pubblico. Stare nell’euro ci penalizza — è la tesi — in tutte le maniere: non possiamo aggiustare il cambio, non possiamo fare deficit a piacere e, nonostante la Bce, subiamo pressione sui tassi di interesse.

Non è così. Ancora fino agli anni Novanta le svalutazioni davano all’Italia un po’ di respiro sul breve periodo, assicurando margini di competitività rispetto alla Germania. Nonostante questa dinamica generasse inflazione erodendo il vantaggio creato, consentiva all’Italia di evitare aggiustamenti più dolorosi (a cominciare dalla contrazione della domanda interna). Oggi quella dinamica non è ripetibile perché gli effetti del cambio sulle esportazioni sono molto inferiori rispetto al passato. Il commercio internazionale e le cosiddette supply chains, in cui beni finali e intermedi vengono prodotti in diverse regioni del mondo, rendono gli effetti di cambio ambigui. All’interno di un bene esportato, infatti, ci sono molte parti importate, un meccanismo che diluisce fino quasi ad annullare l’impatto del cambio. La competizione per le quote di mercato non si fa oggi manovrando i tassi di cambio — a meno di non essere solo produttori di beni semplici — ma con la qualità, la capacità di commercializzazione nei mercati mondiali e quella di contenere i costi con l’efficienza operativa.

Non è neanche valido l’altro argomento in favore della flessibilità del cambio, cioè quello secondo cui la politica monetaria dei Paesi «indipendenti», non dovendo agire per difendere la parità valutaria, può essere usata a fini domestici, per — ad esempio — stimolare la domanda. Oggi i cambi flessibili non danno più questa libertà. I flussi finanziari globali sono enormi e molto maggiori di quello che giustifica il commercio di beni e servizi. Inoltre il debito privato e pubblico è molto aumentato rispetto al Pil mondiale e le fluttuazioni di cambio hanno forti effetti sui bilanci, creando — ad esempio — perdite se il passivo è in dollari quando il dollaro si rivaluta. I capitali si muovono in rapporto alla percezione del rischio internazionale e alla politica monetaria degli Stati Uniti che emette la valuta standard per le transazioni internazionali. Quando, come oggi, i tassi Usa aumentano, i capitali si spostano dai Paesi emergenti. Quando si individuano tensioni regionali, come oggi in Turchia, c’è una fuga generale dagli investimenti più rischiosi. Non dall’euro, che è sufficientemente stabile e potente, ma dal mercato sovrano dei Paesi più instabili all’interno della zona euro. E questo è, evidentemente, anche il caso dell’Italia.

Ne consegue che: nonostante i cambi flessibili i Paesi fragili che li hanno adottati devono intervenire per difendere la loro valuta ed evitare eccessiva volatilità; la partecipazione all’eurozona garantisce protezione allo stato membro, ma questo vantaggio si concretizza solo se i mercati percepiscono che il Paese in questione è partner stabile e che l’euro è destinato a durare. Questa mia analisi ci porta a due conseguenze. Primo, i vantaggi dell’euro per l’Italia — partner fragile per via della sua bassa crescita strutturale e l’elevato debito pubblico — dipendono dalla coesione della moneta unica. Coesione che dipende molto anche da noi, Paese piccolo, relativamente al mondo, ma grande se misurato nell’ambito dell’eurozona. Secondo, essere fuori dall’eurozona, nei mercati globalizzati di oggi, porta maggiore rischio e non garantisce sovranità.

Tuttavia, la coesione che è condizione del vantaggio di fare parte della moneta comune si deve basare sulla condivisione delle regole dei principi del Trattato. La crisi ha dimostrato che molte di queste regole e principi debbano essere rivisti, ma dopo un impeto di riforma, tutti sembrano aver perso l’appetito per muovere passi avanti. Per l’Italia la cooperazione in vista di una riforma del governo dell’euro è forse più importante che per altri. È su questo che il nostro governo dovrebbe impegnarsi in modo non demagogico perché è evidente che passi avanti si possono fare solo rispettando la sensibilità di tutti. Sulla discussione dei principi portanti della riforma dell’euro e della possibile base di un nuovo compromesso tra Paesi, si dovrebbe giocare la competizione elettorale per il Parlamento europeo del 2019. Ma il governo continua a lanciare messaggi provocatori e controproducenti nel silenzio di opposizioni che tacciono perché — temo — parlare di Europa oggi può far perdere le elezioni. Eppure per il futuro dell’Italia, questo è il dossier fondamentale.

 

Corriere della Sera

3 settembre 2018

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L’Europa, l’Italia, i soldi e le bugie

31 agosto 2018

L’Italia regala i soldi all’Europa? Qualcuno spieghi a Di Maio che è una palla colossale
Versiamo meno di quanto dovremmo, non spendiamo quel che è a noi destinato e riusciamo pure a pagare meno il debito pubblico con cui ci finanziamo, grazie alla flessibilità che ci è concessa. Un suggerimento a Di Maio & co: cercatevi alibi migliori
di Francesco Cancellato
28 Agosto 2018

Gli alibi non finiscono mai. E se d’estate, tempo di mare calmo e di raccolta di pomodori, tocca ai migranti e alla grande invasione che ci ruba il lavoro, in autunno, tempo di bilanci e denari, tocca all’Europa cinica e bara. Vale per tutti i governi e per tutte le stagioni, da Berlusconi sino a Renzi e i nostri eroi in gialloverde non fanno eccezione. Anzi, in piena continuità coi loro predecessori, uno in particolare, perpetrano la grande balla dell’Europa matrigna che ci toglie il pane di bocca manco fossimo Hansel e Gretel: «Non siamo disposti, se non ci aiutano, a votare una legge di Bilancio che preveda questo stanziamento di 20 miliardi all’Ue», ha minacciato l’ineffabile vicepremier Luigi Di Maio, nel pieno della crisi della nave Diciotti, sequel di un’analoga sparata fatta da Matteo Renzi, in un’occasione simile, poco più di un anno fa.
Una palla piuttosto clamorosa, soprattutto, già smentita allora e smentita di nuovo oggi dal commissario europeo per il bilancio Oettinger, che ha parlato senza mezzi termini di una farsa, ricordando come l’Italia versi dai 14 ai 16 miliardi e ne riceva attorno agli undici, cui si aggiungono due miliardi circa di dazi doganali e contributi straordinari come gli 1,2 miliardi di euro dal Fondo europeo di solidarietà per la ricostruzione che il Parlamento europeo ha stanziato dopo il terremoto del centro Italia, la cifra più alta mai concessa a uno Stato dell’Unione per far fronte a una calamità.
Alla spicciola, conclude Oettinger, il saldo dice meno tre miliardi: niente di particolarmente scandaloso, visto che la Germania ne regala al resto d’Europa più di tre volte tanto, la Francia più o meno il doppio e persino la piccola Olanda ci supera. È quel che tocca ai Paesi più ricchi, del resto, così come in Italia tocca alle regioni più ricche: anzi, a voler fare i pignoli sarebbe scandaloso che siamo il quarto Pil del continente (Regno Unito incluso) e il quinto contributore netto dell’Unione. È altrettanto curioso, peraltro, che i principali beneficiari della nostra generosità, piccola o grande che sia, siano proprio Paesi dell’est come Ungheria e Polonia, nostri alleati nella sacra battaglia all’europeismo.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni
Finita qui? Assolutamente no. Perché, come se non bastasse, quei soldi a noi destinati nemmeno li spendiamo. Per dire, dei 43 miliardi di euro (73 col cofinanziamento statale) che la commissione europea ha assegnato all’Italia per il periodo 2014-2020, siamo riusciti a liquidarne solo il 2,4% e a impegnarne poco meno di un terzo, il 32%, quando mancano poco meno di due anni alla fine del settennato. Curioso, ma fino a un certo punto: buona parte di quei soldi sono finiti in consulenze, anziché in welfare, ricerca e infrastrutture. Tutta colpa dell’Europa cattiva, già.
Non bastasse, bisognerebbe ricordare che quella cattivissima matrigna di nome Unione Europea, attraverso la sua Banca Centrale e il suo programma di acquisti di Btp ci permette di rifinanziare il nostro debito pubblico a tassi d’interesse infinitamente più bassi di quelli che ci toccherebbero senza Quantitative Easing o, peggio ancora, senza Euro. Che in caso di tempesta finanziaria c’è un Meccanismo Europeo di Stabilità – di fatto una specie di Fondo Monetario Europeo – che previene ogni forma di default sovrano prestando denaro a tassi bassissimi. E che ogni anno la Commissione Europea ci garantisce margini di flessibilità sui conti pubblici, a dispetto di chi parla di austerità e rigore, come se vivessimo nell’Inghilterra di Margaret Thatcher.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread – e gli interessi sul nostro debito – alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni. E ai populisti è concesso non saper far di conto. Lo sospettavamo, programmi alla mano. Ora ne abbiamo la certezza.

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L’illusione del sovranismo (Beniamino Piccone)

28 luglio 2018

L’illusione del sovranismo: chiedere maggiori poteri per compiere disastri

  scritto da  il 28 Luglio 2018

Quando l’allora ministro del Tesoro Guido Carli guidò le negoziazioni nel 1991 che portarono alla firma del Trattato di Maastricht nel febbraio 1992, la sua linea politica guida era creare le condizioni per la costituzione di un “vincolo esterno”, di regole che bloccassero la vertiginosa crescita della spesa corrente italiana con annesso, di conseguenza, una salita esponenziale del rapporto debito/Pil. Al fine di consentire all’Italia di far parte del primo gruppo di Paesi aderenti alla moneta unica, Carli si inventò la clausola del Trattato che prevedeva la “tendenza” a convergere per i Paesi che avessero avuto un rapporto debito/Pil (come noi) superiore al 60%.

Naturalmente, da buoni marinai, noi italiani non abbiamo provveduto a convergere, ma a divergere. Per cui il debito dal 1992 è salito ancora e oggi nel 2018 il rapporto ha superato il 131%.

L’Europa è brutta e cattiva, non ci fa fare quello che vorremmo, così si sente dire soprattutto a Roma. Il colmo dei colmi, visto che il sindaco di Roma e la sua squadra non stanno dimostrando di usare bene i poteri a loro concessi.

Su alcune questioni globali, come l’immigrazione, sono proprio le entità sovranazionali che possono accordarsi e gestirle. Le singole nazioni, come abbiamo visto noi italiani lasciati soli a soccorrere i barconi nel Mediterraneo, non possono certo farcela da soli.

Ma sui temi relativi alla competitività di un Paese, sono i singoli Stati a disegnare le regole e il contesto favorevole all’impresa. È proprio su questi fattori che i governi italiani degli ultimi 20 anni hanno tradito i cittadini. La giustizia lentissima, la burocrazia asfissiante, l’esazione delle imposte complicatissima, il mancato enforcement del rispetto delle regole, il corporativismo, la scuola che discrimina e penalizza (con una formazione scarsa) gli allievi nel sud Italia e nelle periferie. Cosa c’entrano queste questioni con la sovranità? Siamo noi che dobbiamo metterci mano. Sta in noi!, soleva dire Donato Menichella, il governatore Bankitalia del miracolo economico.

Facciamo un esempio per farci capire.

La municipalizzata del Comune di Roma – Ama – , che si occupa della raccolta rifiuti, ha di recente firmato un contratto con i sindacati dei lavoratori, prevedendo un premio di risultato per chi non si assenta dal lavoro. In teoria, lo stipendio remunera per lavorare. Non dovrebbe esserci bisogno di un premio aggiuntivo.

Il premio consiste in 260 euro lordi l’anno per i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze. Tra il 4,7% e il 9% di assenze un bel premio di 180 euro lordi. Anche con assenze sotto il 20% (non ci si può credere, ma è così) è previsto un premio (80 euro l’anno). Siccome il tasso di assenteismo è nell’intorno del 15%, con questa politica si istituzionalizza l’assenza cronica e la si premia. Se le assenze fossero fisiologiche, si sarebbe firmato un tale contratto capestro? La Cgil Roma e Lazio ha festeggiato questo accordo parlando di “un altro passo avanti, che getta le basi per il futuro”. Il futuro nero dei contribuenti italiani, che dovranno versare vagonate di denaro nel bilancio dell’Ama, che chiude da tempo immemorabile tutti i bilanci in perdita.

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Se le élite non sono in grado di garantire prosperità e benessere, difendendo i cittadini dalla globalizzazione, i movimenti populisti rivendicano maggiori poteri, che sono stati dati all’Unione Europea. Ma la questione cruciale, suggerita da Stefano Feltri in Populismo sovrano (Einaudi, 2018), è quale uso fare di questa sovranità che viene reclamata indietro. Il sovranismo serve per firmare tali porcherie?

Per chiudere, visto che i sovranisti chiedono che la Banca centrale europea possa avere maggiori poteri (un dual mandate sul modello della Federal Reserve), e che basti stampare moneta per risolvere tutti i nostri problemi, vale la pena citare la testimonianza di Guido Carli, raccontata in Cinquant’anni di vita italiana (con Paolo Peluffo, Laterza, 1993): “Eravamo tornati nella notte da Maastricht. Ricordo il freddo secco, pungente. Per la mattina dopo – era l’11 dicembre 1991 – avevo convocato un gruppo di cronisti al Ministero del Tesoro. Preparai il testo del Trattato, da portare e commentare. Poi, all’ultimo momento cambiai idea. E presi dalla biblioteca una vecchia copia del Faust di Goethe, parte seconda, sulla quale avevo studiato nel 1936 all’Università di Monaco di Baviera. Portai quel libretto ingiallito nel mio incontro con i giornalisti, destando un’increspatura di stupore”.

“Entrai nella sala della Maggioranza… posi sul tavolo rotondo il testo del Faust, e spiegai il valore simbolico di quel gesto. Nella seconda parte del Faust, Mefistofele consiglia all’Imperatore di finanziare le proprie guerre contro l’Antimperatore stampando banconote senza preoccuparsi della loro quantità. La Corte è in preda all’euforia per l’invenzione della banconota e per la possibilità di moltiplicare magicamente il potere d’acquisto, con il solo atto della firma dell’Imperatore… Il denaro risveglia la città imperiale ‘già quasi muffita e mezza morta’ come il soffio rivitalizzante del favonio. Il popolo è felice. Consuma. La crescita dell’economia riparte. Il Medioevo finisce. È il Rinascimento. L’Imperatore è stordito dalle meraviglie che gli vengono prospettate. Obietta: ma che cosa garantirà il valore di quelle banconote? Faust replica: se mancherà l’oro e l’argento con i quali riscattare i biglietti al portatore, basterà garantirli con il sottosuolo ricco di miniere, di tesori, di gemme. E Mefistofele commenta: ‘Se manca moneta, basta scavare un po’…’”.

“Quella sussurrata da Mefistofele è la tentazione che tutti i Principi, tutti i potenti della storia hanno avuto: finanziare le proprie guerre, i propri fasti, stampando moneta senza preoccuparsi di garantirne il valore, la stabilità. Finanziandoli con l’inflazione. Il Trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania, che proibisce al Principe, vale a dire al governo, di stampare moneta a proprio piacimento. Costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici”.

“Mostrai il libricino e dissi: ‘Questo volume venne stampato per le scuole tedesche negli anni Trenta, e in esse diffuso e commentato. Questo vi testimonia quanto sia radicata nell’animo dei tedeschi l’ostilità per l’inflazione, dopo Weimar. Questo pilastro si estende oggi anche all’Europa’”.

Viva l’Unione Europea, viva il vincolo esterno, viva la Francia, che ha vinto il mondiale grazie a una squadra multietnica, con Mbappé, Pogba, Matuidi, Umtiti, Kanté, dimostrando che l’apertura e l’accoglienza sono principi vincenti. Chi si chiude in se stesso, chi invoca il nazionalismo, il sovranismo, è destinato alla sconfitta.

Twitter @beniapiccone

IlSole24Ore 28 luglio 2018

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L’ambiguità che ci rende complici dei dittatori (di Alberto Negri)

23 luglio 2016

Perché accettiamo autocrati e dittatori? Perché servono: siamo complici, non partner. Loro lo sanno, si fanno usare e poi sfuggono al controllo e ci ricattano secondo un copione che conosciamo benissimo.

Il presidente turco,Recep Tayyip Erdogan, è solo l’ultimo della lista, ma forse il più insidioso. Insidioso in quanto non è solo appoggiato da una maggioranza elettorale conservatrice ma fa parte del sistema di sicurezza occidentale con 24 basi dell’Alleanza atlantica, armi nucleari comprese. Con l’epurazione nelle Forze armate, oltre a quella nell’amministrazione, mette sotto torchio i generali laici, più fedeli alla Nato che a lui.

Gli Stati Uniti e l’Europa non sanno cosa fare: sono a letto con il nemico che è anche un loro amico e alleato. L’imbarazzo è palpabile e sfiora l’autoironia. Il consolato Usa ieri celebrava a Istanbul, in ritardo sul 4 luglio, la festa nazionale: sull’invito si legge, testuale, che è dedicata «non» al giorno dell’indipendenza americana ma alla «partnership strategica Usa-Turchia». Ecco servita la politica occidentale: è immaginabile che Washington tenga sotto pressione Erdogan ma solo fino a un certo punto, così come l’Unione europea, che ha firmato con Ankara un accordo perché si tenga tre milioni di profughi siriani.

C’è un doppio standard della politica internazionale di cui Erdogan prima ha fatto le spese e poi ha approfittato usando proprio le regole europee per far fuori i generali laici con falsi processi. Del resto chi ha mai difeso la Turchia quando si scontrò con Israele per gli aiuti a Gaza, dove oggi il 90% vive con le razioni dell’Onu? E chi ha mai sostenuto il presidente egiziano Morsi, appoggiato da Erdogan, sia pure regolarmente eletto? Per questo il presidente turco ha fatto la pace con Israele: quando nella regione sei gradito a Tel Aviv a casa puoi fare quello che vuoi, questo è lo standard dalle nostre parti ed Erdogan lo conosce perfettamente.

La riappacificazione con Putin chiude un triangolo perfetto: tre Paesi che non tengono in gran conto i diritti umani e occupano come Israele territori altrui, da quelli palestinesi al Golan siriano. È l’incrollabile messaggio che mandiamo da decenni al mondo musulmano.
Non solo. Pensiamo di usare gli autocrati come ci pare: un tempo Saddam per fare la guerra all’Iran, oggi Erdogan per condurre con i jihadisti quella alla Siria di Assad perché fa comodo al fronte sunnita anti-Iran, cioè a quelle monarchie del Golfo che ci riempiono le tasche di quattrini in commesse militari e investimenti.

Gli americani la chiamano politica del “doppio contenimento”, sia del fronte sunnita che di quello sciita, dove per altro gli Usa bloccano le banche internazionali che vogliono fare affari con Teheran, senza mai scomporsi nei confronti dei sauditi che tagliano teste a tutto spiano. La pena di morte minacciata da Erdogan è a geometria variabile: si vedono mai dei sit-in davanti all’ambasciata saudita?
Per questo abbiamo tollerato che la Turchia si islamizzasse, che Erdogan reprimesse chiunque non la pensasse come lui, facendo fuori oltre al Pkk anche i civili curdi. Ma ci siamo già dimenticati di Kobane quando bastonava i volontari anti-jihadisti?

Poi qualche cosa non funziona, come la guerra contro Assad e facciamo finta che non sia stata la signora Hillary Clinton, da segretario di Stato, a incoraggiare la Turchia a inviare sull’”autostrada della jihad” migliaia di militanti che adesso tornano nei loro Paesi e a casa nostra a fare i terroristi.
Il risultato è il seguente: non abbiamo la democrazia in Siria, sostenuta da Putin, e ora neppure in Turchia. Un capolavoro di ipocrisia e forse anche di imbecillità.

IlSole24Ore – 22 luglio 2016 © Riproduzione riservata

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