Massimobiondi.it - Tutti i diritti sono riservati
 

Post con parola chiave: Europa

 
 

ESTREMA SINTESI DI UN DECLINO (rozza e semplicistica)

19 novembre 2018

Lo storico Emilio Gentile valuta che all’inizio del novecento l’Europa controllasse circa l’84% del globo, attraverso la colonizzazione militare, politica, economica, culturale. L’Europa accumulava ricchezze, con l’innovazione ma anche con la forza a danno delle popolazioni dominate.

Poi gli europei si combatterono nella feroce prima guerra mondiale, che sta all’origine anche delle dittature novecentesche e della seconda, dalla quale uscirono tutti stremati: fine del primato europeo. Non le dittature in quanto tali ma le guerre hanno indirizzato l’Europa sulla china discendente.

L’Europa che viviamo oggi nasce da lì, economicamente e culturalmente ma anche politicamente, sulla spinta del desiderio di pace che si manifesta nella NATO, nella C.E.C.A. (carbone e acciaio sono basilari per la guerra, meglio controllarli) e nel trattato di Roma, 1957, che da il via al processo di integrazione europea.

Nel dopoguerra le popolazioni colonizzate si sono rese progressivamente indipendenti, acquisendo tra l’altro il diritto di negoziare i prezzi delle materie prime, ma le nazioni europee si sono rimesse in piedi grazie agli aiuti USA, nuova potenza dominante. Aiuti assai copiosi soprattutto per due motivi: 1. allontanare il rischio che gli europei impoveriti si lasciassero attrarre dall’utopia collettivistica messa in pratica nella vicina Unione Sovietica, potente nemico ideologico e militare degli USA, e 2. consentire all’Europa di crescere rapidamente come mercato di sbocco della produzione americana, che la guerra “in trasferta” e l’innovazione organizzativa e tecnologica avevano enormemente incrementato.

Con la ricostruzione gli europei avranno sempre più “cose” (i prodotti, americani e locali) e sempre più tutele (welfare). Vivranno anni sereni, il che consentirà alle democrazie di svilupparsi e consolidarsi affermandosi a livello popolare come il sistema politico migliore, con opposizioni numericamente modeste indipendentemente dal fatto che assumessero orientamenti di stampo più liberale o più socialdemocratico.

Purtroppo quelle economie, e di conseguenza quelle società, erano largamente basate sul presupposto della crescita, che per ovvi motivi è più rapida quando si esce dalla devastazione di una guerra di quanto possa essere dopo decenni placidi, in pace. E che per sua natura non può evitare alti e bassi.

Alla svolta del secolo la crescita si è fatta meno imperiosa, e il miglioramento delle condizioni di vita meno costante e scontato. Non che non ci sia più: c’è sempre, però in altre aree del mondo. In Europa si va più lentamente, nel complesso: meno lavoro, meno o nessuna crescita salariale, qualche limatura del welfare, scarsa fiducia nel futuro. E, di conseguenza, scarsa fiducia nelle élite e nei sistemi economici e politici che ci hanno portato fin qui. Un qui buono, va detto. Ottimo, visto in chiave storica, una situazione mai migliore nella storia delle popolazioni europee.

Nel momento non felice però si dimenticano facilmente, o non si conoscono, il punto di partenza e il cammino percorso. Si diradano i sogni, nelle popolazioni tramontano speranze e crescono risentimenti e timori. In chiave elettorale, perciò pur sempre democratica, i rancori diventano la leva per la conquista del potere da parte di forze che non accettano l’ipotesi A (siamo andati bene finora, vediamo che si deve fare per non fermarci, per ripartire) ma propongono la B: le élite ci hanno derubato, eliminiamole (come tali); questi sistemi non funzionano, vanno abbattuti non corretti; la classe dirigente deve essere completamente rimpiazzata. Rifare tutto, salvo non essere in grado di disegnare un credibile modello alternativo in un mondo nel quale tanti concorrenti, soprattutto dall’Asia, ci battono in competenza, innovazione, efficienza. E non c’è più nemmeno da guardare a est, perché il comunismo sovietico non ha funzionato.

In Italia poi, dove anche nei tempi floridi prosperava elettoralmente il mondo magico e immaginario narrato dal PCI, soffriamo più di altri perché abbiamo uno Stato costoso; leggi e amministrazioni antiquate; la più diffusa criminalità organizzata del mondo; una scarsa propensione anche ideologica per la scienza e la modernità, che sono strettamente collegate. E abbiamo pure “un debito della madonna”, direbbe Renato Pozzetto.

Non vedendo le cose sul piano storico ma solo i fenomeni del presente siamo perciò disposti a quasi tutto, anche ad affidarci a chi promette una sorta di de-globalizzazione, il ritorno al passato, agli Stati sovrani (no Europa), al paese di Bengodi, più soldi più tutele e meno negri. E tante vendette: contro i ricchi, contro le élite, contro chi c’era prima, contro chi ha studiato, contro chi non esulta per il nuovo che avanza. Confuso.

Post inserito in: secondo me

Parole chiave: | |


Appello per l’Europa

1 ottobre 2018

RISVEGLIAMO l’EUROPA!  

Nel 1918 l’Europa usciva stremata da una guerra sanguinaria e senza aver attenuato le tensioni preesistenti. Nel 1939 scoppiava un nuovo conflitto, generato dall’ennesima crisi europea e dalla recrudescenza dei fascismi. Ci sono voluti decenni di sforzi e di compromessi affinché una nuova generazione potesse finalmente offrire agli Europei quello che i leader sonnambuli dell’epoca delle due guerre avevano sempre rifiutato: un’Europa di pace, di prosperità e di libertà.

Un secolo più tardi, mentre il nostro continente è di nuovo in preda alle divisioni e all’immobilismo, rifiutiamo di essere una generazione di sonnambuli. Bisogna agire ora, o il progetto europeo perderà fiato. Peggio, sarà soffocato da dei politici populisti per i quali l’Unione è un’anomalia della Storia che dev’essere abbandonata.

A otto mesi dalle elezioni europee che permetteranno ai cittadini dei 27 paesi di scegliere quale Europa vogliono, lanciamo questo appello: vogliamo rifondare l’Europa per rispondere finalmente alle aspettative dei cittadini e per rinnovare le promesse europee dei padri fondatori.

L’Europa attuale appare spesso inadeguata per fronteggiare le sfide che ha di fronte: che siano ecologiche, economiche o migratorie. Inadeguata rispetto alle aspettative dei cittadini che chiedono meno leggi e più azione. Inadeguata rispetto agli impegni che non può più onorare per mancanza di una visione comune e di un’organizzazione efficace.

Eppure, la promessa europea non è persa: sta sonnecchiando. I passi avanti in materia di regolazione dei lavoratori transfrontalieri, di difesa, di tassazione delle piattaforme digitali dimostrano che l’Europa progredisce quando la volontà politica unisce gli Europei attorno a un progetto chiaro e ambizioso. Non c’è dubbio, sulla tassazione delle piattaforme digitali siamo appena all’inizio del processo, ma sappiamo che la soluzione europea è l’unica possibile.

Il discorso alla Sorbona del Presidente Macron, di un anno fa, va esattamente in questa direzione: ora sta a noi trasformarlo nella realtà di tutti i giorni.

Non si tratta soltanto di superare, una volta per tutte, le divisioni che caratterizzano la politica europea da quant’anni a questa parte e che hanno portato all’impasse attuale – si tratta di ribadire con forza che tutti gli Orban, i Le Pen, i Salvini d’Europa non sanno fare altro che incriminare l’Unione, di accusarla di tutti i mali senza proporre niente di costruttivo, senza neppure mettersi d’accordo su una risposta unica. Se loro vogliono distruggere, il nostro compito è quello di proporre.

Ed è per questo che il nostro progetto di rifondazione è chiaro.

Piuttosto che le minacce di “pulizia di massa” di Salvini, dello “sbarazzarsi dell’Islam” dell’AFD tedesco o dello “smetterla con l’Europa” della signora Le Pen, rivendichiamo con fierezza i valori fondatori di pace, di libertà, di prosperità e di solidarietà.

Piuttosto che mettere la museruola alla giustizia e alle opposizioni, rivendichiamo il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche.

Piuttosto che un continente diviso e indebolito, alla mercé delle grandi potenze mondiali, rivendichiamo un’Europa sovrana che agisca con forza laddove un paese isolato è impotente: la politica monetaria, la sicurezza, la difesa, la transizione ecologica e agricola, l’immigrazione e la trasformazione digitale.

Proprio per questo, il nostro metodo è chiaro.

Non vogliamo lasciare nulla d’intentato. Siamo pronti a riformare i trattati se la rifondazione dell’Europa lo esige. Siamo pronti ad andare avanti nonostante i blocchi: ognuno dev’essere in grado di avanzare con il proprio passo. Insieme, vogliamo un’Europa più forte, ed è per questo che tendiamo la mano a coloro che vorranno raggiungerci su questo percorso.

Siamo pronti a superare le strutture politiche esistenti se si rivelassero essere degli ostacoli. Ci impegniamo affinché questa rifondazione dell’Europa sia compiuta da donne e uomini rappresentativi del loro paese, da Ovest ad Est, da Nord a Sud: degli appassionati d’Europa, determinati ad impegnarsi in questo progetto storico, a differenza degli altri che si accontentano di essere dei figuranti.

Ci restano otto mesi per convincere, in ognuno dei nostri paesi, che l’Europa merita un nuovo progetto e che i cittadini meritano quest’ Europa rifondata.

Otto mesi è il tempo che ci diamo per il riscatto dell’Europa.

 

Matteo Renzi (Senatore ed Ex premier italiano)

Christophe Castaner (Presidente del partito francese En Marche)

Joseph Muscat (Premier di Malta)

Albert Rivera (Presidente del partito spagnolo Ciudadanos)

Guy Verhofstadt (Capogruppo al Parlamento europeo di Alde)

Oliver Chastel (Presidente del Movimento Riformatore in Belgio)

Dacian Cioloș (Ex premier della Romania)

Alexander Pechtold (Leader del partito olandese Democrazia 66)

Post inserito in: dicono

Parole chiave:


Parlare dell’euro (Lucrezia Reichlin)

5 settembre 2018

Serve parlare seriamente della moneta unica

La crisi ha dimostrato come regole e principi Ue debbano essere rivisti. All’Italia conviene cooperare in vista di una revisione del governo dell’euro

di Lucrezia Reichlin

 

Le recenti turbolenze dei mercati e la pressione sui tassi d’interesse del debito italiano sono il risultato non solo del deficit di credibilità del nostro governo sulla questione conti pubblici, ma, anche, della situazione internazionale. L’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti rafforza il dollaro. Una dinamica che, combinata alle tensioni economiche e politiche in Turchia, provoca fughe dagli investimenti rischiosi, in particolare dai Paesi emergenti (subiscono uno stress sul loro debito denominato in dollari), ma non risparmiano quei Paesi che, come l’Italia, pur essendo membri della eurozona sono considerati a rischio. Noi — per via dei nostri conti pubblici, della bassa crescita e per l’atteggiamento conflittuale rispetto alle regole europee — subiamo il contagio dell’aumento del rischio globale.

L’Italia è a rischio e, a sua volta, costituisce un rischio per l’euro. Come ha calcolato l’economista Daniel Gros, una buona parte dell’aumento dei tassi sul debito pubblico italiano è dovuto alle aspettative della sua possibile uscita dall’ euro, il cosiddetto rischio di ridenominazione. È giusto, tuttavia, non subire il ricatto del mercato: come nazione sovrana dobbiamo essere in grado di determinare il nostro futuro. Questa situazione di instabilità diviene così l’occasione per l’eterno interrogativo: astraendo dai costi di transizione — che tutti considerano ingenti — quali sono per l’Italia i vantaggi di restare nell’euro nel lungo periodo?

Quali sono i vantaggi dell’euro visto che, averlo adottato, sembra non proteggerci dalla instabilità finanziaria e vincola la nostra politica economica a regole che alcuni considerano arbitrarie? Dalla risposta a questa domanda dipendono sia le scelte di politica economica di questo governo, sia la posizione tattica e strategica che l’Italia dovrà assumere con i partners europei. La mia risposta — che vado ad argomentare — è che all’Italia conviene restare nell’eurozona. E le conviene restarci in modo convinto, critico e costruttivo. Vediamo perché, muovendo dalle considerazioni che tanto spesso sentiamo nel corso del dibattito politico. Una narrativa che suona più o meno così. Prima dell’euro — nei vari sistemi di cambi fissi ma con parità aggiustabili tipici degli anni Settanta, Ottanta e Novanta — l’Italia, già allora percepita come anello debole del sistema monetario europeo, subiva pressioni che la portavano a svalutare la lira nei confronti delle valute dei partners europei. Se fossimo oggi fuori dall’euro, in un sistema di cambi flessibili, come per esempio la Gran Bretagna, la lira si sarebbe sicuramente deprezzata con conseguenti vantaggi in termini di competitività. Inoltre, se fossimo liberi dai vincoli del Trattato potremmo mettere in atto politiche di bilancio più espansive e sforare il famoso limite del 3% per il deficit pubblico. Stare nell’euro ci penalizza — è la tesi — in tutte le maniere: non possiamo aggiustare il cambio, non possiamo fare deficit a piacere e, nonostante la Bce, subiamo pressione sui tassi di interesse.

Non è così. Ancora fino agli anni Novanta le svalutazioni davano all’Italia un po’ di respiro sul breve periodo, assicurando margini di competitività rispetto alla Germania. Nonostante questa dinamica generasse inflazione erodendo il vantaggio creato, consentiva all’Italia di evitare aggiustamenti più dolorosi (a cominciare dalla contrazione della domanda interna). Oggi quella dinamica non è ripetibile perché gli effetti del cambio sulle esportazioni sono molto inferiori rispetto al passato. Il commercio internazionale e le cosiddette supply chains, in cui beni finali e intermedi vengono prodotti in diverse regioni del mondo, rendono gli effetti di cambio ambigui. All’interno di un bene esportato, infatti, ci sono molte parti importate, un meccanismo che diluisce fino quasi ad annullare l’impatto del cambio. La competizione per le quote di mercato non si fa oggi manovrando i tassi di cambio — a meno di non essere solo produttori di beni semplici — ma con la qualità, la capacità di commercializzazione nei mercati mondiali e quella di contenere i costi con l’efficienza operativa.

Non è neanche valido l’altro argomento in favore della flessibilità del cambio, cioè quello secondo cui la politica monetaria dei Paesi «indipendenti», non dovendo agire per difendere la parità valutaria, può essere usata a fini domestici, per — ad esempio — stimolare la domanda. Oggi i cambi flessibili non danno più questa libertà. I flussi finanziari globali sono enormi e molto maggiori di quello che giustifica il commercio di beni e servizi. Inoltre il debito privato e pubblico è molto aumentato rispetto al Pil mondiale e le fluttuazioni di cambio hanno forti effetti sui bilanci, creando — ad esempio — perdite se il passivo è in dollari quando il dollaro si rivaluta. I capitali si muovono in rapporto alla percezione del rischio internazionale e alla politica monetaria degli Stati Uniti che emette la valuta standard per le transazioni internazionali. Quando, come oggi, i tassi Usa aumentano, i capitali si spostano dai Paesi emergenti. Quando si individuano tensioni regionali, come oggi in Turchia, c’è una fuga generale dagli investimenti più rischiosi. Non dall’euro, che è sufficientemente stabile e potente, ma dal mercato sovrano dei Paesi più instabili all’interno della zona euro. E questo è, evidentemente, anche il caso dell’Italia.

Ne consegue che: nonostante i cambi flessibili i Paesi fragili che li hanno adottati devono intervenire per difendere la loro valuta ed evitare eccessiva volatilità; la partecipazione all’eurozona garantisce protezione allo stato membro, ma questo vantaggio si concretizza solo se i mercati percepiscono che il Paese in questione è partner stabile e che l’euro è destinato a durare. Questa mia analisi ci porta a due conseguenze. Primo, i vantaggi dell’euro per l’Italia — partner fragile per via della sua bassa crescita strutturale e l’elevato debito pubblico — dipendono dalla coesione della moneta unica. Coesione che dipende molto anche da noi, Paese piccolo, relativamente al mondo, ma grande se misurato nell’ambito dell’eurozona. Secondo, essere fuori dall’eurozona, nei mercati globalizzati di oggi, porta maggiore rischio e non garantisce sovranità.

Tuttavia, la coesione che è condizione del vantaggio di fare parte della moneta comune si deve basare sulla condivisione delle regole dei principi del Trattato. La crisi ha dimostrato che molte di queste regole e principi debbano essere rivisti, ma dopo un impeto di riforma, tutti sembrano aver perso l’appetito per muovere passi avanti. Per l’Italia la cooperazione in vista di una riforma del governo dell’euro è forse più importante che per altri. È su questo che il nostro governo dovrebbe impegnarsi in modo non demagogico perché è evidente che passi avanti si possono fare solo rispettando la sensibilità di tutti. Sulla discussione dei principi portanti della riforma dell’euro e della possibile base di un nuovo compromesso tra Paesi, si dovrebbe giocare la competizione elettorale per il Parlamento europeo del 2019. Ma il governo continua a lanciare messaggi provocatori e controproducenti nel silenzio di opposizioni che tacciono perché — temo — parlare di Europa oggi può far perdere le elezioni. Eppure per il futuro dell’Italia, questo è il dossier fondamentale.

 

Corriere della Sera

3 settembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


L’Europa, l’Italia, i soldi e le bugie

31 agosto 2018

L’Italia regala i soldi all’Europa? Qualcuno spieghi a Di Maio che è una palla colossale
Versiamo meno di quanto dovremmo, non spendiamo quel che è a noi destinato e riusciamo pure a pagare meno il debito pubblico con cui ci finanziamo, grazie alla flessibilità che ci è concessa. Un suggerimento a Di Maio & co: cercatevi alibi migliori
di Francesco Cancellato
28 Agosto 2018

Gli alibi non finiscono mai. E se d’estate, tempo di mare calmo e di raccolta di pomodori, tocca ai migranti e alla grande invasione che ci ruba il lavoro, in autunno, tempo di bilanci e denari, tocca all’Europa cinica e bara. Vale per tutti i governi e per tutte le stagioni, da Berlusconi sino a Renzi e i nostri eroi in gialloverde non fanno eccezione. Anzi, in piena continuità coi loro predecessori, uno in particolare, perpetrano la grande balla dell’Europa matrigna che ci toglie il pane di bocca manco fossimo Hansel e Gretel: «Non siamo disposti, se non ci aiutano, a votare una legge di Bilancio che preveda questo stanziamento di 20 miliardi all’Ue», ha minacciato l’ineffabile vicepremier Luigi Di Maio, nel pieno della crisi della nave Diciotti, sequel di un’analoga sparata fatta da Matteo Renzi, in un’occasione simile, poco più di un anno fa.
Una palla piuttosto clamorosa, soprattutto, già smentita allora e smentita di nuovo oggi dal commissario europeo per il bilancio Oettinger, che ha parlato senza mezzi termini di una farsa, ricordando come l’Italia versi dai 14 ai 16 miliardi e ne riceva attorno agli undici, cui si aggiungono due miliardi circa di dazi doganali e contributi straordinari come gli 1,2 miliardi di euro dal Fondo europeo di solidarietà per la ricostruzione che il Parlamento europeo ha stanziato dopo il terremoto del centro Italia, la cifra più alta mai concessa a uno Stato dell’Unione per far fronte a una calamità.
Alla spicciola, conclude Oettinger, il saldo dice meno tre miliardi: niente di particolarmente scandaloso, visto che la Germania ne regala al resto d’Europa più di tre volte tanto, la Francia più o meno il doppio e persino la piccola Olanda ci supera. È quel che tocca ai Paesi più ricchi, del resto, così come in Italia tocca alle regioni più ricche: anzi, a voler fare i pignoli sarebbe scandaloso che siamo il quarto Pil del continente (Regno Unito incluso) e il quinto contributore netto dell’Unione. È altrettanto curioso, peraltro, che i principali beneficiari della nostra generosità, piccola o grande che sia, siano proprio Paesi dell’est come Ungheria e Polonia, nostri alleati nella sacra battaglia all’europeismo.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni
Finita qui? Assolutamente no. Perché, come se non bastasse, quei soldi a noi destinati nemmeno li spendiamo. Per dire, dei 43 miliardi di euro (73 col cofinanziamento statale) che la commissione europea ha assegnato all’Italia per il periodo 2014-2020, siamo riusciti a liquidarne solo il 2,4% e a impegnarne poco meno di un terzo, il 32%, quando mancano poco meno di due anni alla fine del settennato. Curioso, ma fino a un certo punto: buona parte di quei soldi sono finiti in consulenze, anziché in welfare, ricerca e infrastrutture. Tutta colpa dell’Europa cattiva, già.
Non bastasse, bisognerebbe ricordare che quella cattivissima matrigna di nome Unione Europea, attraverso la sua Banca Centrale e il suo programma di acquisti di Btp ci permette di rifinanziare il nostro debito pubblico a tassi d’interesse infinitamente più bassi di quelli che ci toccherebbero senza Quantitative Easing o, peggio ancora, senza Euro. Che in caso di tempesta finanziaria c’è un Meccanismo Europeo di Stabilità – di fatto una specie di Fondo Monetario Europeo – che previene ogni forma di default sovrano prestando denaro a tassi bassissimi. E che ogni anno la Commissione Europea ci garantisce margini di flessibilità sui conti pubblici, a dispetto di chi parla di austerità e rigore, come se vivessimo nell’Inghilterra di Margaret Thatcher.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread – e gli interessi sul nostro debito – alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni. E ai populisti è concesso non saper far di conto. Lo sospettavamo, programmi alla mano. Ora ne abbiamo la certezza.

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


L’illusione del sovranismo (Beniamino Piccone)

28 luglio 2018

L’illusione del sovranismo: chiedere maggiori poteri per compiere disastri

  scritto da  il 28 Luglio 2018

Quando l’allora ministro del Tesoro Guido Carli guidò le negoziazioni nel 1991 che portarono alla firma del Trattato di Maastricht nel febbraio 1992, la sua linea politica guida era creare le condizioni per la costituzione di un “vincolo esterno”, di regole che bloccassero la vertiginosa crescita della spesa corrente italiana con annesso, di conseguenza, una salita esponenziale del rapporto debito/Pil. Al fine di consentire all’Italia di far parte del primo gruppo di Paesi aderenti alla moneta unica, Carli si inventò la clausola del Trattato che prevedeva la “tendenza” a convergere per i Paesi che avessero avuto un rapporto debito/Pil (come noi) superiore al 60%.

Naturalmente, da buoni marinai, noi italiani non abbiamo provveduto a convergere, ma a divergere. Per cui il debito dal 1992 è salito ancora e oggi nel 2018 il rapporto ha superato il 131%.

L’Europa è brutta e cattiva, non ci fa fare quello che vorremmo, così si sente dire soprattutto a Roma. Il colmo dei colmi, visto che il sindaco di Roma e la sua squadra non stanno dimostrando di usare bene i poteri a loro concessi.

Su alcune questioni globali, come l’immigrazione, sono proprio le entità sovranazionali che possono accordarsi e gestirle. Le singole nazioni, come abbiamo visto noi italiani lasciati soli a soccorrere i barconi nel Mediterraneo, non possono certo farcela da soli.

Ma sui temi relativi alla competitività di un Paese, sono i singoli Stati a disegnare le regole e il contesto favorevole all’impresa. È proprio su questi fattori che i governi italiani degli ultimi 20 anni hanno tradito i cittadini. La giustizia lentissima, la burocrazia asfissiante, l’esazione delle imposte complicatissima, il mancato enforcement del rispetto delle regole, il corporativismo, la scuola che discrimina e penalizza (con una formazione scarsa) gli allievi nel sud Italia e nelle periferie. Cosa c’entrano queste questioni con la sovranità? Siamo noi che dobbiamo metterci mano. Sta in noi!, soleva dire Donato Menichella, il governatore Bankitalia del miracolo economico.

Facciamo un esempio per farci capire.

La municipalizzata del Comune di Roma – Ama – , che si occupa della raccolta rifiuti, ha di recente firmato un contratto con i sindacati dei lavoratori, prevedendo un premio di risultato per chi non si assenta dal lavoro. In teoria, lo stipendio remunera per lavorare. Non dovrebbe esserci bisogno di un premio aggiuntivo.

Il premio consiste in 260 euro lordi l’anno per i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze. Tra il 4,7% e il 9% di assenze un bel premio di 180 euro lordi. Anche con assenze sotto il 20% (non ci si può credere, ma è così) è previsto un premio (80 euro l’anno). Siccome il tasso di assenteismo è nell’intorno del 15%, con questa politica si istituzionalizza l’assenza cronica e la si premia. Se le assenze fossero fisiologiche, si sarebbe firmato un tale contratto capestro? La Cgil Roma e Lazio ha festeggiato questo accordo parlando di “un altro passo avanti, che getta le basi per il futuro”. Il futuro nero dei contribuenti italiani, che dovranno versare vagonate di denaro nel bilancio dell’Ama, che chiude da tempo immemorabile tutti i bilanci in perdita.

schermata-2018-07-28-alle-10-50-05

Se le élite non sono in grado di garantire prosperità e benessere, difendendo i cittadini dalla globalizzazione, i movimenti populisti rivendicano maggiori poteri, che sono stati dati all’Unione Europea. Ma la questione cruciale, suggerita da Stefano Feltri in Populismo sovrano (Einaudi, 2018), è quale uso fare di questa sovranità che viene reclamata indietro. Il sovranismo serve per firmare tali porcherie?

Per chiudere, visto che i sovranisti chiedono che la Banca centrale europea possa avere maggiori poteri (un dual mandate sul modello della Federal Reserve), e che basti stampare moneta per risolvere tutti i nostri problemi, vale la pena citare la testimonianza di Guido Carli, raccontata in Cinquant’anni di vita italiana (con Paolo Peluffo, Laterza, 1993): “Eravamo tornati nella notte da Maastricht. Ricordo il freddo secco, pungente. Per la mattina dopo – era l’11 dicembre 1991 – avevo convocato un gruppo di cronisti al Ministero del Tesoro. Preparai il testo del Trattato, da portare e commentare. Poi, all’ultimo momento cambiai idea. E presi dalla biblioteca una vecchia copia del Faust di Goethe, parte seconda, sulla quale avevo studiato nel 1936 all’Università di Monaco di Baviera. Portai quel libretto ingiallito nel mio incontro con i giornalisti, destando un’increspatura di stupore”.

“Entrai nella sala della Maggioranza… posi sul tavolo rotondo il testo del Faust, e spiegai il valore simbolico di quel gesto. Nella seconda parte del Faust, Mefistofele consiglia all’Imperatore di finanziare le proprie guerre contro l’Antimperatore stampando banconote senza preoccuparsi della loro quantità. La Corte è in preda all’euforia per l’invenzione della banconota e per la possibilità di moltiplicare magicamente il potere d’acquisto, con il solo atto della firma dell’Imperatore… Il denaro risveglia la città imperiale ‘già quasi muffita e mezza morta’ come il soffio rivitalizzante del favonio. Il popolo è felice. Consuma. La crescita dell’economia riparte. Il Medioevo finisce. È il Rinascimento. L’Imperatore è stordito dalle meraviglie che gli vengono prospettate. Obietta: ma che cosa garantirà il valore di quelle banconote? Faust replica: se mancherà l’oro e l’argento con i quali riscattare i biglietti al portatore, basterà garantirli con il sottosuolo ricco di miniere, di tesori, di gemme. E Mefistofele commenta: ‘Se manca moneta, basta scavare un po’…’”.

“Quella sussurrata da Mefistofele è la tentazione che tutti i Principi, tutti i potenti della storia hanno avuto: finanziare le proprie guerre, i propri fasti, stampando moneta senza preoccuparsi di garantirne il valore, la stabilità. Finanziandoli con l’inflazione. Il Trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania, che proibisce al Principe, vale a dire al governo, di stampare moneta a proprio piacimento. Costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici”.

“Mostrai il libricino e dissi: ‘Questo volume venne stampato per le scuole tedesche negli anni Trenta, e in esse diffuso e commentato. Questo vi testimonia quanto sia radicata nell’animo dei tedeschi l’ostilità per l’inflazione, dopo Weimar. Questo pilastro si estende oggi anche all’Europa’”.

Viva l’Unione Europea, viva il vincolo esterno, viva la Francia, che ha vinto il mondiale grazie a una squadra multietnica, con Mbappé, Pogba, Matuidi, Umtiti, Kanté, dimostrando che l’apertura e l’accoglienza sono principi vincenti. Chi si chiude in se stesso, chi invoca il nazionalismo, il sovranismo, è destinato alla sconfitta.

Twitter @beniapiccone

IlSole24Ore 28 luglio 2018

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


L’ambiguità che ci rende complici dei dittatori (di Alberto Negri)

23 luglio 2016

Perché accettiamo autocrati e dittatori? Perché servono: siamo complici, non partner. Loro lo sanno, si fanno usare e poi sfuggono al controllo e ci ricattano secondo un copione che conosciamo benissimo.

Il presidente turco,Recep Tayyip Erdogan, è solo l’ultimo della lista, ma forse il più insidioso. Insidioso in quanto non è solo appoggiato da una maggioranza elettorale conservatrice ma fa parte del sistema di sicurezza occidentale con 24 basi dell’Alleanza atlantica, armi nucleari comprese. Con l’epurazione nelle Forze armate, oltre a quella nell’amministrazione, mette sotto torchio i generali laici, più fedeli alla Nato che a lui.

Gli Stati Uniti e l’Europa non sanno cosa fare: sono a letto con il nemico che è anche un loro amico e alleato. L’imbarazzo è palpabile e sfiora l’autoironia. Il consolato Usa ieri celebrava a Istanbul, in ritardo sul 4 luglio, la festa nazionale: sull’invito si legge, testuale, che è dedicata «non» al giorno dell’indipendenza americana ma alla «partnership strategica Usa-Turchia». Ecco servita la politica occidentale: è immaginabile che Washington tenga sotto pressione Erdogan ma solo fino a un certo punto, così come l’Unione europea, che ha firmato con Ankara un accordo perché si tenga tre milioni di profughi siriani.

C’è un doppio standard della politica internazionale di cui Erdogan prima ha fatto le spese e poi ha approfittato usando proprio le regole europee per far fuori i generali laici con falsi processi. Del resto chi ha mai difeso la Turchia quando si scontrò con Israele per gli aiuti a Gaza, dove oggi il 90% vive con le razioni dell’Onu? E chi ha mai sostenuto il presidente egiziano Morsi, appoggiato da Erdogan, sia pure regolarmente eletto? Per questo il presidente turco ha fatto la pace con Israele: quando nella regione sei gradito a Tel Aviv a casa puoi fare quello che vuoi, questo è lo standard dalle nostre parti ed Erdogan lo conosce perfettamente.

La riappacificazione con Putin chiude un triangolo perfetto: tre Paesi che non tengono in gran conto i diritti umani e occupano come Israele territori altrui, da quelli palestinesi al Golan siriano. È l’incrollabile messaggio che mandiamo da decenni al mondo musulmano.
Non solo. Pensiamo di usare gli autocrati come ci pare: un tempo Saddam per fare la guerra all’Iran, oggi Erdogan per condurre con i jihadisti quella alla Siria di Assad perché fa comodo al fronte sunnita anti-Iran, cioè a quelle monarchie del Golfo che ci riempiono le tasche di quattrini in commesse militari e investimenti.

Gli americani la chiamano politica del “doppio contenimento”, sia del fronte sunnita che di quello sciita, dove per altro gli Usa bloccano le banche internazionali che vogliono fare affari con Teheran, senza mai scomporsi nei confronti dei sauditi che tagliano teste a tutto spiano. La pena di morte minacciata da Erdogan è a geometria variabile: si vedono mai dei sit-in davanti all’ambasciata saudita?
Per questo abbiamo tollerato che la Turchia si islamizzasse, che Erdogan reprimesse chiunque non la pensasse come lui, facendo fuori oltre al Pkk anche i civili curdi. Ma ci siamo già dimenticati di Kobane quando bastonava i volontari anti-jihadisti?

Poi qualche cosa non funziona, come la guerra contro Assad e facciamo finta che non sia stata la signora Hillary Clinton, da segretario di Stato, a incoraggiare la Turchia a inviare sull’”autostrada della jihad” migliaia di militanti che adesso tornano nei loro Paesi e a casa nostra a fare i terroristi.
Il risultato è il seguente: non abbiamo la democrazia in Siria, sostenuta da Putin, e ora neppure in Turchia. Un capolavoro di ipocrisia e forse anche di imbecillità.

IlSole24Ore – 22 luglio 2016 © Riproduzione riservata

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


2015, anno del disorientamento (almeno per me)

29 gennaio 2016

Disorientamento perché il mondo mi appare sempre più confuso, incontrollato e incontrollabile, imprevedibile.

Il 2015 è stato soprattutto guerre: Siria, Ucraina, Nigeria, Yemen, Parigi, Libia, Egitto, Kenia, Tunisia, Arabia Saudita, Turchia, Sudan, Libano, Bangkok, Mali, Iraq/Kurdistan. E l’ISIS, qualunque cosa sia. Il 2016 si presenta anche peggiore, da questo punto di vista.

In questo disastro l’ONU continua la discesa verso l’irrilevanza, se non fosse che i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (il cui compito è il mantenimento della pace) sono anche i cinque più importanti produttori mondiali di armi. La Russia fa leva sul gas e sui richiami all’antenata Unione Sovietica per millantare un peso politico che può esercitare solo a macchia di leopardo. Gli Stati Uniti, guidati ancora per pochi mesi da un premio Nobel per la pace prematuramente assegnato, tergiversano tra droni mandati in giro più che altro per ragioni di politica interna e i soliti ricorrenti cambi tattici nelle alleanze: oggi l’Iran, ieri altri, domani chissà.
La primavera araba si è rivelata autunno e Israele-Palestina rimane un primario generatore di odio, generazione dopo generazione.

L’Europa da parte sua vive la decadenza come Gloria Swanson in “viale del tramonto”, autoesaltata da una grandezza che ritiene intatta ma che il cinema, per noi il mondo, non le riconosce più. Conseguito finora il magnifico obiettivo di protrarre per sempre il dopoguerra (mai più un Hitler, mai più guerre tra europei) l’Europa si è concentrata quasi integralmente sull’economia, con risultati incerti. La UE sta di fatto tornando CEE, una comunità economica che nel frattempo si è allargata e si è fatta litigiosa, politicamente debole, incapace di affrontare le nuove guerre di importazione, dal terrorismo all’afflusso di profughi provenienti dalle zone guerreggianti.

Tutto questo mi disorienta. Mancano riferimenti attendibili e noi occidentali crediamo che lo siano ancora le nostre idee di fondo, attorno alle quali giriamo da decenni, sempre convinti della loro assoluta giustezza e superiorità ma evitando per pigrizia mentale o presunzione di rimetterle in discussione, di confrontarle. E nel frattempo, non solo in economia, proseguiamo nel declino.

Pubblicato da Nel Futuro – Web magazine di informazione e cultura – gennaio 2016

Post inserito in: secondo me

Parole chiave: | |