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Vita personale

Sono nato al momento giusto: 1947. Finita la guerra e anche il primissimo dopoguerra, pochi soldi in giro (e in famiglia) ma erano in arrivo quelli del piano Marshall che avrebbero rimesso in moto un po’ tutto e tutti.

Nei primi ricordi, oltre a quelli familiari, ci sono alcuni amici, il blocco di ghiaccio per la ghiacciaia, prima del magico frigorifero Fiat, e a Milano la neve e gru dappertutto: si ricostruiva. Da casa mia si vedeva il monte Rosa, poi gru, poi case di dieci piani. 

Alla scuola elementare ci andavo con cestino, grembiule azzurro e fioccone bianco, senza vergognarmi. Le ragazze grembiule bianco e fioccone azzurro, così ci si distingueva. Cinque anni con il maestro Botto, sempre in doppiopetto marrone e cravatta a righe che poi ho scoperto non doversi definire a righe ma regimental. 

Sono stato studente quando già dai 15/16 anni i giovani diventavano categoria a se stante, non più piccoli adulti che dovevano crescere ad imitazione dei genitori. Un nuovo target per il marketing, disciplina che non sapevamo ancora si chiamasse così. Come le cravatte regimental. Abbigliamento nuovo, pensato per noi, come la musica: una colonna sonora smisurata, fondamentalmente allegra, dai Beatles a Rita Pavone, tutte le settimane qualcosa di nuovo e dischi da comprare, potendo, per alimentare il giradischi in casa e il mitico mangiadischi fuori. Alla peggio pessime registrazioni sul Geloso, detto magnetofono o familiarmente registratore. Alla radio e poi alla TV tante trasmissioni “per noi” (bandiera gialla, hit parade, per voi giovani). E noi giovani, capelloni o no, progettavamo il futuro nel quale andare a vivere, che doveva essere molto diverso e migliore del presente, tra meravigliose utopie e la certezza che comunque il mondo andava sensibilmente migliorando, bomba o non bomba, nonostante il Vietnam, nonostante alla primavera di Praga fosse impedito di diventare estate. 

Tutto ciò fino al ’68, l’anno che in maggio si guardò a Parigi e in giugno a Los Angeles, dove finì la speranza di Bob Kennedy, un riferimento per me e quasi tutti i miei amici, più del fratello.  Le Università erano turbolente. Studenti e lavoratori un po’ si guardavano con sospetto un po’ si sommavano nelle proteste. Ma io frequentavo la sera. Gente a se, i serali: come studenti eravamo lavoratori e come lavoratori studenti.

Non potevo studiare e basta ma per il mio esordio – e i quarant’anni successivi – il problema non era trovare lavoro ma quale scegliere. Nessuno proponeva contratti diversi dal tempo indeterminato, dopo la prova, con tanto di contributi e retribuzioni e benefit crescenti. Volendo si poteva cambiare facilmente. L’ho fatto più volte, anche perché ho casualmente imbroccato settori in crescita: informatica prima e telecomunicazioni poi. E anche head hunter ben predisposti.

Mi è piaciuto lavorare e mi è andata bene: ho conosciuto amici, persone di valore e imparato tanto, perché la formazione era essenziale e le aziende per le quali ho lavorato, multinazionali, ci investivano molto.  Ho sicuramente fatto più ore di corso grazie alle aziende che in Università.

Ora mi piace anche non lavorare, o non come prima. Penso di avere potuto cogliere il momento giusto anche per tirare i remi in barca. Il lavoro non è assente dalle mie giornate ma è compatibile con altri interessi, che sono molti. Ho una grande fortuna: non so cosa voglia dire noia. Mi dispiace solo che il tempo passi più in fretta di quanto vorrei.