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Vita

Sono nato a Milano a guerra finita, 1947. Delle difficoltà di quegli anni non mi sono accorto. L’Italia si è rimessa in piedi a mia insaputa. “Non è tornato dalla Russia” diceva mia mamma del padre della mia coinquilina e compagna di giochi GN, mentre della famiglia di AB, altri coinquilini, diceva che erano profughi istriani. Ho capito col tempo. Da casa mia si vedeva il monte Rosa, poi gru, poi case di dieci piani. Per giocare c’erano il cortile e l’oratorio, che era proprio di fronte; soprattutto calcio, intervallato di solito da un economico ghiacciolo al tamarindo. C’era anche il campo da basket ma toccare il pallone con le mani mi sembrava banale. Piuttosto andare a canestro calciando. 

Alla scuola elementare (non ancora morattizzata in “scuola primaria”) ci andavo con il cestino della merenda, grembiule azzurro e fioccone bianco, senza vergognarmi. Le femmine grembiule bianco e fioccone azzurro, così ci si distingueva. E c’era la sala medica: dopo un’assenza prima di rimandarti in aula ti chiedevano come stavi e lì, in sala medica, siamo stati tutti vaccinati. Cinque anni con il maestro Botto, sempre in doppiopetto marrone e cravatta regimental. Mai visto senza giacca e cravatta. Era di Pegli. Non di Genova, di Pegli, precisava.

Nel 1960, a fine agosto, ci si trasferisce a Roma. La mattina, quando non costava nulla, andavo a vedere l’atletica allo stadio Olimpico. Berruti e Bikila invece in TV. Magnifiche le Olimpiadi di Roma! A Roma non conoscevo nessuno ma una settimana dopo l’inizio della scuola mi sentivo già inserito, a mio agio. Splendidi i ragazzi romani, disponibili, amichevoli, spesso divertenti. Anche le ragazze amichevoli, ma disponibili mica tanto: i padri vigilavano, occhiutissimi. 

Sono stato studente quando i giovani hanno cominciato a diventare categoria a sé stante anche per il nascente marketing, non più piccoli adulti. Dovevamo differenziarci e lo si faceva soprattutto nell’abbigliamento e nella musica. Tanta musica: una colonna sonora smisurata, dai Beatles a Rita Pavone, tutte le settimane qualcosa di nuovo e 45 giri per alimentare il giradischi o il mitico mangiadischi portatile. Sabato pomeriggio a ballare, in genere a casa di qualcuno. Le ragazze uscire alla sera, difficile. Poi il Piper; io per il ballo sempre stato negato ma mi ci trascinavano e avevo una passioncella – per nulla corrisposta – per Patrizia, che stava per diventare Mita Medici.

Ci piaceva, il pomeriggio, progettare il futuro nel quale avremmo vissuto, sicuri che ce lo saremmo fatto come volevamo, accogliente, eccitante, sicuro, bomba o non bomba, nonostante il Vietnam. Entusiasmo e fiducia fino al ’68, l’anno nel quale in maggio si guardò a Parigi; in giugno a Los Angeles, dove finì la speranza di Bob Kennedy; in agosto a Praga, per una primavera alla quale non fu concesso di diventare estate. Le Università e le città, il sabato, erano diventate turbolente. Studenti e lavoratori un po’ si guardavano con sospetto e un po’ si sommavano nei cortei. Negli scontri però erano quasi solo studenti. Il giorno di valle Giulia ero già tornato a Milano, con un certo dispiacere. Avevo cominciato a lavorare, che in famiglia i soldi non si grattavano dai muri. Frequentavo l’Università la sera. Gente a sé, i serali: come studenti eravamo lavoratori e come lavoratori studenti. 

Per l’esordio nel mondo del lavoro il problema non era trovare ma quale scegliere. Volendo si poteva cambiare facilmente. L’ho fatto più volte nei quarant’anni successivi, anche perché ho casualmente imbroccato settori in crescita e trovato cacciatori di teste ben predisposti.  

Mi è piaciuto lavorare e mi è andata bene: ho conosciuto persone di valore e imparato tanto, perché la formazione era considerata essenziale e le aziende per le quali ho lavorato ci investivano molto. D’altra parte anche noi abbiamo vissuto una straordinaria trasformazione; mi sembra di avere cominciato a lavorare in un’era e terminato in un’altra, diversissima. 

Ora mi piace non lavorare, o farlo raramente e in distensione. Nelle mie ore, oltre a famiglia e amici, ci sono molta osservazione (politica, economia, società e sua evoluzione, sport), ascolto della musica, cinema, lettura. Mi piace ancora studiare e ho una grande fortuna: non so cosa sia la noia.