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Vita personale

Sono nato a guerra finita. Pochi soldi in giro ma l’entusiasmo per la pace e i valori recuperati, sostenuti dal piano Marshall, stavano rimettendo tutto e tutti in moto. A mia insaputa, almeno fin verso la fine degli anni 50. 

Nei primi ricordi, oltre a quelli familiari, ci sono alcuni amici di scuola e condominio, il blocco di ghiaccio per la ghiacciaia, prima del magico frigorifero Fiat, e a Milano la neve e gru dappertutto: si ricostruiva. Da casa mia si vedeva il monte Rosa, poi gru, poi case di dieci piani. 

Alla scuola elementare ci andavo con cestino porta merenda, non sponsorizzato, grembiule azzurro e fioccone bianco, senza vergognarmi. Le ragazze grembiule bianco e fioccone azzurro, così ci si distingueva. Cinque anni con il maestro Botto, sempre in doppiopetto marrone e cravatta regimental. Era di Pegli. Non di Genova, di Pegli, precisava 

Sono stato studente quando già dai 15/16 anni i giovani diventavano categoria a se stante anche per il nascente marketing, non più piccoli adulti che dovevano crescere ad imitazione dei genitori. Abbigliamento e musica, soprattutto. Tanta musica: una colonna sonora smisurata, fondamentalmente allegra, dai Beatles a Rita Pavone, tutte le settimane qualcosa di nuovo e dischi 45 giri da comprare per alimentare il giradischi in casa o il mitico mangiadischi fuori. Tutti i sabati a ballare, in genere a casa di qualcuno. Poi il Piper (allora vivevo a Roma). Alla radio e poi alla TV tante trasmissioni “per noi” (bandiera gialla, hit parade, per voi giovani). E noi giovani, capelloni o no, progettavamo il futuro nel quale andare a vivere, che doveva essere molto diverso e migliore del presente, tra meravigliose utopie e la certezza che comunque il mondo andava sensibilmente migliorando, bomba o non bomba, nonostante il Vietnam.  

Tutto ciò fino al ’68, l’anno nel quale in maggio si guardò a Parigi; in giugno a Los Angeles, dove finì la speranza di Bob Kennedy, un riferimento per me e quasi tutti i miei amici, più del fratello; in agosto a Praga, per una primavera alla quale non fu concesso di diventare estate. Le Università e le città, il sabato, erano turbolente. Studenti e lavoratori un po’ si guardavano con sospetto un po’ si sommavano nelle proteste. Ma io frequentavo la sera. Gente a se, i serali: come studenti eravamo lavoratori e come lavoratori studenti.

Non potevo studiare e basta ma per il mio esordio – e i quarant’anni successivi – il problema non era trovare lavoro ma quale scegliere. Volendo si poteva cambiare facilmente. L’ho fatto più volte, anche perché ho casualmente imbroccato settori in crescita: informatica prima e telecomunicazioni poi. E anche head hunter ben predisposti.

Mi è piaciuto lavorare e mi è andata bene: ho conosciuto amici, persone di valore e imparato tanto, perché la formazione era essenziale e le aziende per le quali ho lavorato, multinazionali, ci investivano molto.  

Ora mi piace anche non lavorare, o non come prima. Penso di avere potuto cogliere il momento giusto anche per tirare i remi in barca. Il lavoro non è assente dalle mie giornate ma è compatibile con altri interessi, che sono molti. Ho una grande fortuna: non so cosa voglia dire noia. Mi dispiace solo che il tempo passi più in fretta di quanto vorrei.