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ESTREMA SINTESI DI UN DECLINO (rozza e semplicistica)

19 novembre 2018

Lo storico Emilio Gentile valuta che all’inizio del novecento l’Europa controllasse circa l’84% del globo, attraverso la colonizzazione militare, politica, economica, culturale. L’Europa accumulava ricchezze, con l’innovazione ma anche con la forza a danno delle popolazioni dominate.

Poi gli europei si combatterono nella feroce prima guerra mondiale, che sta all’origine anche delle dittature novecentesche e della seconda, dalla quale uscirono tutti stremati: fine del primato europeo. Non le dittature in quanto tali ma le guerre hanno indirizzato l’Europa sulla china discendente.

L’Europa che viviamo oggi nasce da lì, economicamente e culturalmente ma anche politicamente, sulla spinta del desiderio di pace che si manifesta nella NATO, nella C.E.C.A. (carbone e acciaio sono basilari per la guerra, meglio controllarli) e nel trattato di Roma, 1957, che da il via al processo di integrazione europea.

Nel dopoguerra le popolazioni colonizzate si sono rese progressivamente indipendenti, acquisendo tra l’altro il diritto di negoziare i prezzi delle materie prime, ma le nazioni europee si sono rimesse in piedi grazie agli aiuti USA, nuova potenza dominante. Aiuti assai copiosi soprattutto per due motivi: 1. allontanare il rischio che gli europei impoveriti si lasciassero attrarre dall’utopia collettivistica messa in pratica nella vicina Unione Sovietica, potente nemico ideologico e militare degli USA, e 2. consentire all’Europa di crescere rapidamente come mercato di sbocco della produzione americana, che la guerra “in trasferta” e l’innovazione organizzativa e tecnologica avevano enormemente incrementato.

Con la ricostruzione gli europei avranno sempre più “cose” (i prodotti, americani e locali) e sempre più tutele (welfare). Vivranno anni sereni, il che consentirà alle democrazie di svilupparsi e consolidarsi affermandosi a livello popolare come il sistema politico migliore, con opposizioni numericamente modeste indipendentemente dal fatto che assumessero orientamenti di stampo più liberale o più socialdemocratico.

Purtroppo quelle economie, e di conseguenza quelle società, erano largamente basate sul presupposto della crescita, che per ovvi motivi è più rapida quando si esce dalla devastazione di una guerra di quanto possa essere dopo decenni placidi, in pace. E che per sua natura non può evitare alti e bassi.

Alla svolta del secolo la crescita si è fatta meno imperiosa, e il miglioramento delle condizioni di vita meno costante e scontato. Non che non ci sia più: c’è sempre, però in altre aree del mondo. In Europa si va più lentamente, nel complesso: meno lavoro, meno o nessuna crescita salariale, qualche limatura del welfare, scarsa fiducia nel futuro. E, di conseguenza, scarsa fiducia nelle élite e nei sistemi economici e politici che ci hanno portato fin qui. Un qui buono, va detto. Ottimo, visto in chiave storica, una situazione mai migliore nella storia delle popolazioni europee.

Nel momento non felice però si dimenticano facilmente, o non si conoscono, il punto di partenza e il cammino percorso. Si diradano i sogni, nelle popolazioni tramontano speranze e crescono risentimenti e timori. In chiave elettorale, perciò pur sempre democratica, i rancori diventano la leva per la conquista del potere da parte di forze che non accettano l’ipotesi A (siamo andati bene finora, vediamo che si deve fare per non fermarci, per ripartire) ma propongono la B: le élite ci hanno derubato, eliminiamole (come tali); questi sistemi non funzionano, vanno abbattuti non corretti; la classe dirigente deve essere completamente rimpiazzata. Rifare tutto, salvo non essere in grado di disegnare un credibile modello alternativo in un mondo nel quale tanti concorrenti, soprattutto dall’Asia, ci battono in competenza, innovazione, efficienza. E non c’è più nemmeno da guardare a est, perché il comunismo sovietico non ha funzionato.

In Italia poi, dove anche nei tempi floridi prosperava elettoralmente il mondo magico e immaginario narrato dal PCI, soffriamo più di altri perché abbiamo uno Stato costoso; leggi e amministrazioni antiquate; la più diffusa criminalità organizzata del mondo; una scarsa propensione anche ideologica per la scienza e la modernità, che sono strettamente collegate. E abbiamo pure “un debito della madonna”, direbbe Renato Pozzetto.

Non vedendo le cose sul piano storico ma solo i fenomeni del presente siamo perciò disposti a quasi tutto, anche ad affidarci a chi promette una sorta di de-globalizzazione, il ritorno al passato, agli Stati sovrani (no Europa), al paese di Bengodi, più soldi più tutele e meno negri. E tante vendette: contro i ricchi, contro le élite, contro chi c’era prima, contro chi ha studiato, contro chi non esulta per il nuovo che avanza. Confuso.

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Se questa è la sinistra

29 luglio 2018

Accordo sindacati-AMA: premi per chi fa poche assenze, cioè sotto il 20% all’anno. Ventipercento!!!

AMA è la ex municipalizzata (oggi dicesi public utility) al 100% del Comune di Roma  incaricata della raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, della gestione dei servizi cimiteriali e più in generale del mantenimento del decoro urbano.

Ad oggi l’assenteismo è del 15%.

La CGIL ha festeggiato il nuovo accordo: “un altro passo avanti, che getta le basi per il futuro”. Quale futuro immagina la CGIL?

Se “la sinistra” approva questi accordi e giudica “di sinistra” il M5S che li sponsorizza spero che nessuno mi venga più a spiegare quanto è bella, quanto è giusta, quanto è brava la sinistra. Io sono per chi lavora correttamente a fronte di una retribuzione corretta. Se questo non è di sinistra non lo sono nemmeno io.

C’è poca pulizia (morale) in questo accordo. E c’è poca pulizia per le strade di Roma. Roma non va famosa di questi tempi per il “decoro urbano” C’è una logica nelle cose.

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In nascita del governo populista

21 maggio 2018

Credo che chi non inneggia al governo Lega-M5S abbia almeno due colpe (non quella di avere sottovalutato il rischio, che è da addossare totalmente alla politica):

  1. avere sostanzialmente assecondato l’antipolitica, sempre presente nella società per sua natura ma esplosa anche a livello mediatico con mani pulite. L’antipolitica, intesa in modo più o meno accentuato anche come anti-potere tout-court, è stata cavalcata da Berlusconi prima che da Grillo (e da Guglielmo Giannini prima di tutti e due). Il sentimento antipolitico generalizzato ha però impedito nei più analisi e valutazioni minimamente approfondite. E abbiamo assistito, come danno collaterale, alla politica che senza eccezioni si conformava all’opinione pubblica (in quanto elettorato) anziché indirizzarla verso comportamenti virtuosi per il Paese, come sarebbe suo compito.
  2. avere tollerato che il marketing populista diffondesse l’idea che i governi precedenti hanno soltanto fatto il male dell’Italia (“ridotta in questo stato”). Quale stato? Mica così male, in fondo. Con tanti problemi, certamente, molto enfatizzati, ma la cultura riformista i problemi li affronta man mano che si presentano, con le risorse e le capacità delle quali dispone. Ribaltare tutto come proclamano necessario i populisti, secondo la visione riformista è sbagliato. Ma poiché una certa dose di populismo c’è dovunque direi che questi movimenti potrebbero meglio essere definiti come massimalisti (rivoluzionari mi sembra troppo).

Pare che la storia politica si trovi ad una ennesima svolta: le differenze tra destra e sinistra sono evidentemente sfumate, anche perché le posizioni, lontane nel novecento, si sono fortemente avvicinate dopo la fine della guerra fredda. Ora quelle che erano la destra e la sinistra moderate hanno sostanzialmente una visione comune, che potremmo definire più o meno prudentemente riformista. Una visione politica che si contrappone a quella dei movimenti e raggruppamenti che chiamiamo anti-sistema o populisti, due cose diverse ma sempre coincidenti almeno nella comunicazione politica di quei gruppi.

Così stando le cose l’interpretazione dei fatti e delle tendenze politiche attuali non dovrebbe avvalersi ancora del filtro destra/sinistra ma di quello riformismo/massimalismo. Una classificazione che ha radici nel socialismo ma che oggi vive indipendentemente.

In una visione di questo tipo risultano più evidenti le vicinanze degli elettorati di partiti giunti ad una svolta come Forza Italia e PD. In modo non dissimile da come si sono trovati vicini, spinti dalla prospettiva della presa del potere, elettorati apparentemente distanti – anche geograficamente – come quelli di Lega e 5S.

Se gli avvicinamenti degli elettorati influenzeranno anche gli apparati – sistemando i problemi compresi tra i seggiolini e le poltrone –  potremmo vedersi fronteggiare in futuro idee e formazioni riformiste contro quelle massimaliste, in un bipolarismo contemporaneo che potrebbe caratterizzare quasi tutte le democrazie.

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L’agonia del PD il futuro e Macron

16 maggio 2018

E’ inutile insistere. Il PD è pieno di nostalgici, di sorpassati. Nel partito, in particolare nella componente non renziana, la cultura è rimasta quella novecentesca: destra-sinistra; operaio-padrone; ricco-povero; comunismo-capitalismo. Gli elettori che non ne sono influenzati è difficile che riconoscano nel PD il “loro” partito. Più facile che preferiscano altre offerte, tipo Lega e 5S, salvo coloro che hanno apprezzato la buona qualità media del personale governativo espresso da PD negli ultimi anni. Una valutazione che però fanno in pochi, il che contribuisce a spiegare perché chi governa perde, come in Italia succede dal 1994 in poi.

Come per quello dei cattolici, anche il voto dei “ceti popolari”, citati da quasi tutti come il serbatoio elettorale da recuperare a sinistra, da anni si sparpaglia qua le là, giustamente. Ci sono “popolari” che non hanno lavoro e quelli iper-garantiti a vita dal datore di lavoro pubblico e dall’articolo 18; ci sono gli operai che da trent’anni lavorano nella stessa piccola azienda a stretto contatto con l’imprenditore – col quale condividono il successo e ottimi rapporti umani e professionali – e i ragazzi che consegnano le pizze senza neppure sapere per conto di chi; ci sono i giovani che non credono nella politica e nel futuro e quelli che di politica si interessano ma ripongono le loro speranze nella destra (il fascismo – del quale peraltro molti sedicenti neo fascisti non sanno nulla – assunse burocrati a tutto spiano e protesse i ceti medi), nella sinistra sindacal-socialista e nel populismo/qualunquismo del reddito di cittadinanza e del cacciamo gli stranieri che ci rubano il lavoro.  Poi ci sono quelli che non votano perché “tanto sono tutti uguali”.

La coesione dei serbatoi elettorali non esiste più da tempo. E perciò finché nel PD si punta al recupero dell’elettorato che fu il partito continuerà ad asciugarsi fino all’estinzione o quasi. A livelli da LeU, diciamo.

Il novecento è finito, in tutti i sensi. Si deve pensare avanti e lungo, a un modello di società da raggiungere a partire dalla situazione attuale, rappresentata dai dati di fatto ma anche dalla percezione degli elettori. Si deve pensare a Europa ed euro; globalizzazione; tecnologia imperante, in grado di modificare repentinamente l’economia e la società; scomparsa del lavoro garantito a vita; necessità dell’istruzione/formazione permanente; maggiore labilità della famiglia e dei legami sociali; urgenza di sviluppare strategie fondate sulla flessibilità; eccetera. E’ necessario pensare all’Italia e parallelamente all’Europa che vorremmo e che verranno, non all’elettorato che fu.

Macron è questo. Ha le sue difficoltà, come tutti coloro che governano (non gestiscono, governano), ma non può non averne. Chi anticipa i tempi trova sempre opposizione, anche violenta. I leader indicano la strada, trascinano, non blandiscono l’elettorato. Perché i leader, se sono tali, “vedono” il futuro un po’ prima che arrivi, molto prima della massa e la indirizzano, compatibilmente con le risorse disponibili e i vincoli presenti. Da noi, per esempio, il debito; la bassa scolarità e le scarse opportunità per chi raggiunge livelli di formazione elevati; le poche imprese davvero “global”; la non applicazione della meritocrazia (concetto che dovrebbe essere caro alla sinistra); la disparità culturale prima ancora che economica tra Nord e Sud; la malavita in grado di dominare aree geografiche e mercati; la burocrazia opprimente; la giustizia lenta; eccetera. Roba impegnativa.

Ripensando al PD di questi giorni perciò mi domando: che c’entrano gli autocandidati alla segreteria Martina e Zingaretti con i leader?

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Un uomo di successo

25 marzo 2018

Matteo Renzi ha 43 anni e per la prima volta entra in Parlamento: senatore.

Non male, ma è forse l’unico al quale non si fanno i complimenti per l’elezione. Anzi, per lui la cosa viene presentata come un ridimensionamento. Ne deduco che in fondo la gente sa o intuisce, pure chi lo disistima, che il politico, e anche la persona, valgono molto, molto più di un seggio.

A parte la considerazione che come rivincita o vendetta (traspaiono, in questi giorni) il seggio senatoriale, oltre tutto conquistato all’uninominale, non è il peggio che possa capitare, i detrattori dovrebbero almeno prendere atto che il senatore Renzi è uno che alla sua giovane età si è già costruito un curriculum politico da fare invidia a chiunque, non solo in Italia: presidente della provincia di Firenze a 29 anni, sindaco di Firenze a 34, segretario del partito e presidente del Consiglio dei Ministri a 39. Raccomandato? Macché. Anche i reggitori del suo partito gli erano ostili. Chiunque, non cieco, dovrebbe trarre la conclusione che costui tutto può essere fuorché un idiota, politicamente parlando. Il neo senatore vanta inoltre apprezzamenti e relazioni a livello internazionale che certo non guastano e pochi possono vantare.

Si può perciò affermare già oggi, marzo 2018, che anche se d’ora in poi non facesse altro che dedicarsi alla sua famiglia Matteo Renzi deve essere considerato uomo di successo.

Certo, si può divergere dalle sue idee politiche e si può trovare antipatica la persona: a chi ha successo capita spesso. Però non si può non riconoscergli la passione, l’impegno, il coraggio di rischiare. Ha vinto e ha perso, come tutti quelli che fanno qualcosa cercando di mettere a frutto le proprie risorse. Raggiunta la presidenza del Consiglio avrebbe potuto barcamenarsi, come i suoi predecessori; godersi la poltrona, i privilegi, i salamelecchi dei cortigiani: non lo ha fatto. E gliene siamo grati.

Noi apprezziamo Renzi. Lo abbiamo anche criticato, come si usa con gli amici e con le persone che si stimano, ed è forse per questa nostra libertà di pensiero e di giudizio che presso gli antirenziani pregiudiziali ci sembra di cogliere invidia meschinità e frustrazione, non di rado sostenute dalla malinconia di chi nella vita si accoda, si impegna ad aggirare gli ostacoli, a sfuggire gli esami e tutto ciò che comporta una misurazione di se stessi. Evitare ogni azzardo, anche piccolo, per evitare ogni possibile sconfitta, potendosi così gratificare nel vedere quelle altrui. Patendo qualche avvilimento invece per gli altrui successi e ignorando che chi rischia, poco o tanto, sa di poter perdere ma si eleva comunque oltre la mediocrità, che rimane addosso ai perdenti per rinuncia.

Personalmente non ho più abbastanza tempo per aspettare il giudizio della storia su Renzi, come è successo per Craxi, anche perché quella di Renzi è in corso e credo che continuerà a lungo. Però ho il tempo e l’interesse umano per osservare con fastidio e un poco anche di disprezzo coloro, nella politica, nei media e nella società, che traggono soddisfazione dalla sua sconfitta. Una soddisfazione tipica dei mediocri.

Le pregiudiziali antirenziane vanno secondo me cercate più nelle debolezze umane che dentro la politica, perché le critiche politiche circostanziate sarebbero stimolanti e civilmente discutibili. Con i pregiudizi invece nulla da fare. E’ più facile spezzare l’atomo che un pregiudizio, disse Einstein.

Forse la molla è il piacere di denigrare i grandi per sentirsi meno piccoli.

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Il PD e la democrazia non decidente

8 marzo 2018

PD in subbuglio. Ufficialmente per il cattivo risultato elettorale, nel profondo perché una componente non piccola ha recuperato la speranza di liberarsi di Renzi, possibilmente per sempre.

Nessuno valuta la sconfitta partendo da più lontano, domandandosi per esempio com’è che nessun partito di area socialdemocratica sta andando bene in Europa. I meno peggio strappano a loro volta il 20% e la prossima volta non andrà meglio, se quei partiti non saranno in grado di ripensarsi. Gli elettori evidentemente non accreditano più la socialdemocrazia della capacità di tirarli fuori dai guai, veri o “percepiti”, come si dice. Ma in Italia il problema non è analizzare e aggiornare la strategia: è eliminare Renzi.  Senza domandarsi se un altro segretario, e chi, avrebbe fatto meglio.

E’ ovvio che nel risultato Renzi ci ha messo del suo. Il Matteo Renzi che ha avuto successo era il rottamatore, riformista e determinato (arrogante) che ha conquistato Firenze poi il partito (che gli era ostile già come candidato sindaco) poi il governo poi il 40 e passa percento alle Europee 2014. Quello era il Renzi pronto ad inimicarsi sindacati, magistratura, burocrazia, insegnanti e altre congreghe con rilevanti poteri di veto. Poteri forti non per ricchezza (la finanza c’entra poco) ma diffusamente presenti nell’elettorato e molto solidi, praticamente pietrificati.

Il Renzi che ha condotto la campagna elettorale 2018 non era più quello. La scoppola del referendum 2016 gli ha probabilmente suggerito un diverso approccio, più sfumato. Ha accantonato le sue R (rinnovamento, rottamazione e riforme) e puntato su altro. Ha eccessivamente enfatizzato i risultati del suo governo, irritando la parte di popolazione che ritiene di non averne tratto benefici diretti né in chiave economica né per quanto riguarda il tema cavalcato dai concorrenti dell’immigrazione.

Purtroppo ha inseguito anche qualche forma di populismo, quasi una sorta di salvinismo moderato, che credo non gli sia costata molti elettori ma neppure gliene abbia portati.

Ok, Renzi ha sbagliato. Annuncia doverosamente le dimissioni ma con effetto dopo la formazione di un governo senza PD, il che con il Parlamento 2018 potrebbe non accadere tanto presto. Gli antirenziani invece lo vorrebbero fuori subito, anche a calci.

Si discute (eufemismo) ma il punto fondamentale è che non di normali critiche si tratta: toni e contenuti rivelano acredine, livore, furore. Tutto sopra le righe, dentro il partito e nei dintorni.

Il problema è lui, Renzi, personalmente. Ed è lui perché è l’alieno, quello che ha rotto la quiete della “concertazione”, lungamente praticata tecnica politico/gestionale che ha lo scopo di non urtare la suscettibilità e non ledere gli interessi di nessuno. Risultato spesso raggiunto non facendo assolutamente nulla più dell’apertura dei famigerati tavoli e di qualche comunicato stampa. Senza quello scocciatore invadente di Renzi la vita nel partito sarebbe proseguita tranquilla come prima: non facciamoci del male né tra politici, anche formalmente avversi, né con sindacati, cooperative, aziende pubbliche, burocrazia, enti locali eccetera. La democrazia conciliante non decidente.

Renzi ha fatto irruzione nella capanna. Ha denunciato le manfrine dei tenutari, forzato l’abbandono di alcuni ex mammasantissima, spalancato le finestre e instaurato un diverso sistema di governance (non più caminetti) facendosi aiutare da pochi collaboratori fidati, nei limiti delle loro possibilità (non in tutti vastissime). Così si è fatto tanti nemici ma ha anche conquistato un suo pubblico. L’impressione, derivante anche dalle primarie 2017, è che la maggioranza dei 6 milioni di voti dati al PD siano proprio per il PD di Renzi. Lui ha molti aficionados personali, alcuni decisamente fanatici. Nulla di strano parlando di un leader, purché metta in conto che la gente ama costruirsi miti ma anche abbatterli.

Il futuro del PD perciò potrebbe essere ancora con leadership renziana, o di cultura e approccio renziani. Magari dopo l’ulteriore scissione di quanti sono desiderosi di mantenere il seggio soccorrendo i vincitori delle elezioni. Sarebbe una semplificazione. Meglio ripartire da un partito pulito e coeso che dallo scarabocchio indecifrabile che è oggi.

Ripartire da Renzi?

Non è indispensabile, ma può essere conveniente. Primo perché essendo intelligente è probabile che sappia imparare dagli errori, per esempio che può tornargli utile agire da primus inter pares con personaggi del calibro di Calenda e Padoan, praticando più di quanto fatto in passato gli esercizi dell’ascolto e della delega; secondo perché molti voti come detto sono più suoi che di una generica e ormai indefinita idea socialdemocratica o, meno ancora, post qualcosa; terzo perché lo sviluppo di un partito affidabile, saldamente europeista, riformista, liberaldemocratico potrebbe raccogliere anche le simpatie di elettori che oggi si disperdono in piccoli partiti centristi o si astengono o si trovano a disagio in un centrodestra salvinizzato e deberlusconizzato, per legittima stanchezza del fondatore.

D’altra parte se la società è sempre più incattivita, come si vede da tempo, la destra va salvinizzandosi e il M5S pesca nel serbatoio sociale che fu del PCI, è utile che tra i due poli ne emerga uno con le caratteristiche di cui sopra, possibilmente in grado di affermare e diffondere una precisa posizione culturale, sobria e non estremistica.

Ciò, ovviamente, partendo dall’opposizione, che nelle fasi di ricostruzione è la collocazione più favorevole.

 

Pubblicato su Uomini & Business – 7 marzo 2018

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La flat tax non è quel che si dice

16 gennaio 2018

Nella campagna elettorale in corso l’ignoranza dilaga eppure quella che circonda la flat tax, al netto della malafede, raggiunge vertici inaspettati. La si rende allegramente sinonimo di aliquota IRPEF, invece è un sistema fiscale.

Secondo il progetto dell’Istituto Bruno Leoni, che sembra argomentato abbastanza per ragionarci sopra, la flat tax verrebbe applicata per l’IRPEF ma anche per IVA, IRES, redditi di attività finanziarie, redditi da locazione di immobili (cedolare secca), eccetera. L’aliquota cioè, qualunque essa sia (quelle ipotizzate sembrano sparate assolutamente a cavolo), sarebbe unica per tutte le imposte. IRAP, imposta locale, e IMU, imposta sul patrimonio immobiliare, secondo IBL verrebbero abolite.

Il progetto dell’Istituto ipotizza il 25%, ma potrebbe benissimo essere più o meno, così come potrebbe essere più elevata all’inizio e calare nel tempo. In fondo si tratta di uno schema, non di un progetto di legge.

L’applicazione di questo schema comporterebbe l’eliminazione integrale della foresta di deduzioni, detrazioni e agevolazioni, retaggio di interventi ad hoc negli anni passati e ora tanto complicata da richiedere l’intervento di specialisti, oltre che molto spesso materia di contenzioso.

Quanto alla presunta incostituzionalità, reclamata a causa dell’altrettanto presunta mancanza di progressività, va detto che la Costituzione fa riferimento a “criteri” di progressività, non “aliquote”. I criteri di progressività si potrebbero garantire, per esempio, tramite la fissazione di quote esenti e rimodulando fino ad annullarli alcuni benefici del welfare per i redditi più alti. Questi sconterebbero si un’aliquota uguale a quella dei redditi inferiori, ma oltre all’effetto delle minori detrazioni e della riduzione o mancanza di quota esente, potrebbero essere chiamati a contribuire alle prestazioni ricevute, per esempio rette scolastiche o servizio sanitario pubblico.

Si tratta come si capisce di un’ipotesi organica per la semplificazione e la ristrutturazione del fisco, e tutti sappiamo quanto l’ingarbugliatissimo fisco italiano ne avrebbe bisogno. Ridurre il tutto all’aliquota IRPEF come fanno quasi tutti i commentatori, se non è un volgare trucco dialettico, è una manifestazione di ignoranza. Non sanno di che parlano, o fanno finta di non saperlo.

Ciò detto non intendo sostenere che la flat tax sia da adottare senz’altro. Potrebbe non funzionare. Forse non è applicabile. Però apprezzerei una discussione nel merito. Domande in proposito non mancherebbero: in quanti anni potrebbe andare a regime? Quali varianze transitorie si devono attuare nel frattempo? E’ proprio necessario che l’aliquota sia una sola o potrebbero essere due? Sarebbe compatibile l’introduzione di un quoziente familiare? E altre, naturalmente.

Basterebbe un minimo di impegno e onestà intellettuale. Troppo?

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Il PD, non solo Renzi, verso le sconfitte

21 ottobre 2017

E’ scontato che il PD avrà risultati pessimi in Sicilia – elezioni amministrative – e quanto meno deludenti alle politiche 2018. Potrebbe diventare il terzo polo. Verrà accusato Renzi, ovviamente, ne verrà chiesta la testa, ma personalmente vedo tre cause ben più rilevanti dei suoi errori e delle sue negatività caratteriali: l’identificazione PD-Governo, i postumi del referendum e la crisi della sinistra.

Chi governa perde le elezioni. Finora è andata così e non pare che la tradizione stia per arrestarsi. In Sicilia la gestione Crocetta non è da vantare e sul piano nazionale – dove pure del buono c’è stato, perfino in economia – siamo sempre al piove governo ladro. L’elettorato considera che dal 2011 il PD sia stato “il” governo, quello che ha fatto piovere. La precarietà delle maggioranze e i compromessi da coalizione sono pensieri che non vanno nelle urne.

Il referendum del 4 dicembre ha creato entusiasmi in una parte dell’elettorato, minoritaria, ma ha lasciato forte ostilità e non scomparsi timori nell’altra, soprattutto in quanti hanno visto messa in dubbio dall’impeto riformatore la stabilità di situazioni anche personali che intendono difendere. Penso in particolare ai dipendenti pubblici – amministrazioni locali, scuola, burocrazia statale e parastatale, magistratura – e a quelli privati che beneficiano di contratti pre jobs act, cioè con articolo 18. E anche il referendum, come il governo, sono identificati con Renzi e il PD.

La sinistra infine non tira più, è in crisi, dal più al meno, dovunque si voti. E il PD è sinistra, per storia, per cultura, per autoaffermazione e per collocazione internazionale.

Vero che le sinistre sono molto numerose, da Obama a Corbyn, ma il fattore comune è che sono considerate – e si considerano – la forza più impegnata nel contrasto delle disuguaglianze. Poiché però le disuguaglianze si approfondiscono non è sorprendente che si diffonda l’opinione che la sinistra non funziona più, in nessuna delle sue espressioni.

E’ quando le cose vanno bene, nell’economia capitalista, che la sinistra riscuote buoni dividendi elettorali promuovendo politiche per la ridistribuzione della ricchezza, a favore del welfare e dei più deboli, fossero anche di immigrazione. Ora però non è quel tempo. C’è poco da ridistribuire, nessuno riesce a contrastare l’impoverimento dei poveri e l’arricchimento dei ricchi, perciò non sembrerebbe il momento migliore per la sinistra.

Forse è così, che quando il capitalismo arranca la sinistra soffre.

Tutto considerato perciò credo che Renzi potrà essere più vittima che artefice delle prossime sconfitte e naturalmente non credo affatto che il suo neo-populismo potrà modificare il quadro.

 

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Life skills

11 giugno 2017

Mi calo senza sforzo nella parte del vecchio brontolone, però sono convinto di essere abbastanza obiettivo e sufficientemente informato nel constatare nella società un non trascurabile ridimensionamento degli sforzi pedagogici rivolti all’infanzia e alla prima adolescenza da parte dei genitori.

Di padri e madri trenta/quarantenni ne vedo tanti, basta guardarsi in giro, e di tanti sento parlare, favorito anche da un canale informativo privilegiato. Mi pare che ci siano problemi. Si impartisce poca educazione, nel senso pieno di trasferimento di principi e regole, morali o comportamentali.

I genitori mediamente dicono pochi no, fissano poche regole, lasciano andare.

I no sono difficili da dire, talvolta dolorosi, ma sono una componente fondamentale dell’educazione. Sono furbi e talvolta pure un po’ stronzi i pargoli, imparano presto anche a ricattare attraverso i capricci, ma se crescono nell’estrema tolleranza, fra tanti sì e pochi no, nella bambagia, iper-protetti, eccessivamente gratificati, prima o poi soffriranno. Perché la realtà inevitabilmente si presenterà.

Non pochi genitori tendono anche ad incensare i figli oltre la normalità di ogni scarrafone bello a mamma sua. Molti ritengono di avere generato dei geni magari perché li vedono trastullarsi disinvoltamente con telecomandi e tablet, o perché li sentono padroneggiare un centinaio di parole inglesi. Talento che dimostrano in tanti, di questi tempi, ma che molti genitori ritengono prerogativa dei propri rampolli. Le maestre elementari raccontano in proposito aneddoti a dozzine, divertenti o sconcertanti, di genitori sbigottiti nel sentire che i loro fenomeni hanno anche delle lacune o assumono comportamenti inattesi e criticabili. E accusano di prevenzione gli insegnanti.

Più grandicelli, secondo gli psicologi, gli adolescenti si rifugiano esageratamente nel virtuale, che può essere cattivo ma non misura e non smentisce. Social network a tutto spiano e rapporti con gli altri superficiali, dicono, senza dialogo educativo e costruttivo, senza la scoperta degli altri e il confronto, che è un toccasana per la crescita e l’acquisizione della coscienza di sé, presupposto per sviluppare quelli che in un bellissimo testo inglese letto qualche tempo fa venivano definiti life skills. Che si possono acquisire fino alla vecchiaia inoltrata, beninteso, ma richiedono una predisposizione che pare si generi, tanto o poco, proprio nell’infanzia e nella prima adolescenza.

Uscire da un mondo in qualche modo tutelato (famiglia – scuola – digital network) per andarsi a prendere gli schiaffi nella realtà risulta traumatico. Sarebbe meglio, pensano tanti brontoloni anche non vecchi, fare esercizio da piccoli, il che dovrebbe essere opera principalmente di quegli esseri privilegiati che sono i genitori. Nonni, tate, nidi d’infanzia, asili e scuole vengono dopo, molto dopo, nel tempo e nella rilevanza.

Ok, so che se qualcuno legge queste considerazioni può tirare in ballo gli aspetti negativi della società: situazioni di disagio sociale, genitori costretti a lavori massacranti o impegnati nella ricerca di lavoro, ascensore sociale fermo da anni, mancanza di prospettive. Tutto vero, in una certa misura. Sempre nella considerazione però che nel mondo in genere e in Italia in particolare non c’è mai stata nella storia umana tanta ricchezza materiale come negli ultimi vent’anni. E comunque la ricchezza materiale c’entra poco con l’educazione dei figli: nulla mai ha segnalato più capacità educative nei ricchi che nei poveri o viceversa.

L’educazione dei figli d’altra parte ha a che fare, nel tempo, anche con una società migliore. Se la società è quella che è vuole dire che anche la mia generazione, e magari quella precedente, hanno mancato. Forse tutte le generazioni hanno mancato, in qualche modo e misura, perché dopo tutto si sa che il ruolo dei genitori è fondamentale e difficilissimo, va molto oltre la biologia.

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I bottoni delle riforme

22 maggio 2017

Vedremo quale seguito avrà l’esperienza politica personale di Matteo Renzi. Intanto si può trarre qualche insegnamento dalle sue disavventure e da quelle di chi prima di lui si è proposto come riformatore politico.

Il primo, in anni recenti, fu Craxi, il quale prima ancora del Paese si adoperò per riformare la sinistra, o almeno una certa idea della sinistra che era rappresentata largamente dal PCI di Berlinguer. Craxi ebbe come avversari irriducibili, oltre allo stesso PCI, il sindacato, la magistratura e, in parte, la burocrazia statale, almeno in rapporto a qualche tentativo di metterci le mani (la grande riforma del sistema Italia, si disse). Quanto alla magistratura è ormai storia il fatto che “il cinghialone” fosse target del pool mani pulite, il cui conseguimento segnò il giro di boa dell’indagine.

Anche Berlusconi fu combattuto più o meno dalle stesse forze: PCI, nelle sue nuove denominazioni, sindacato, burocrazia, magistratura. Il progetto di Berlusconi, al netto degli obiettivi più personali, andava oltre la sbandierata lotta al comunismo, già moribondo di suo: pensava di riformare la Repubblica “nata dalla resistenza”, che a suo giudizio manteneva eccessive tracce dell’antifascismo come fatto politico-culturale, dietro la cui retorica si perpetuavano tra l’altro posizioni di potere – magari solo di veto – e di privilegio. Le riforme berlusconiane si arenarono su scogli anche simbolici come la separazione delle carriere dei magistrati e l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e furono affondate dal referendum costituzionale respinto dai cittadini. I quali, sia detto, anche in quel caso, come poi nel caso di Renzi, votarono molto più contro il proponente che contro le proposte.

Matteo Renzi ha conquistato a sorpresa il PD, sottraendolo al dominio e alla gestione degli ex comunisti che per questo lo hanno ferocemente combattuto. La sua sinistra non sarebbe dispiaciuta a Craxi né le sue riforme a Berlusconi, che sembrava propenso a sostenerle. Però il rampante giovanotto ha urticato il declinante ma influente miliardario per eleggere un presidente della Repubblica proveniente dalla magistratura, come già il presidente del Senato, e gradito ai suoi acerrimi nemici della sinistra PD. I quali hanno incassato forse fregandosi le mani ma senza deporre le armi.

I nemici di Renzi sono stati sostanzialmente gli stessi di Craxi e Berlusconi, i soliti: PCI – rappresentato dai suoi epigoni – sindacato, burocrazia, magistratura. E a quelli si aggiunsero in sede di referendum costituzionale le folte schiere di forze trasversali alle quali avrebbero nociuto sul piano degli interessi e delle opportunità personali la riforma del Senato, l’abolizione delle province e il ridimensionamento dei poteri regionali.

Riepilogo: tre potenziali riformatori battuti non dalle parti politiche dichiaratamente avverse – destra o sinistra che fossero – ma da altri poteri e altri interessi nonché dal corpo elettorale.

In tutti i casi – ed è curioso ma significativo – l’opposizione venne anche dal quotidiano un po’ leader culturale, politicamente: la Repubblica, già considerato espressione della borghesia illuminata, colta e progressista, un gruppo sociale di ardua individuazione e collocazione in Italia. L’opposizione a Renzi è stata leggermente meno radicale di quella ai suoi predecessori, ma forse solo per la ridotta veemenza dello Scalfari ultranovantenne e il minore talento di chi si è trovato a sostituirlo.

Negli intervalli qualche tentativo parziale fu operato anche da governi tecnici o quasi, ma pure quelli sono stati vittima del surrettizio sabotaggio dei risaputi affossatori.

Se ne dovrebbe perciò dedurre che la lotta politica nella Repubblica italiana è stata quasi tutta esterna al Parlamento, suo luogo istituzionale, fin da quando maturava nelle stanze riservate della DC, e che i cittadini in fondo per le riforme non hanno grande passione. Come d’altra parte in maggioranza non ce l’hanno per la politica.

Le prospettive del riformismo, dovunque si nasconda attualmente, sono perciò ben poco incoraggianti.

La conservazione dello status quo si consolida giorno dopo giorno anche attraverso tutto ciò che chiamiamo antipolitica. L’insieme cioè delle azioni intese a indebolire ulteriormente la politica addebitandole fenomeni dei quali è responsabile solo in parte: la crescita che non c’è, o è minima; la disoccupazione; il peso fiscale elevato; le mediocri prestazioni dell’amministrazione pubblica; le preoccupazioni per il futuro; le disuguaglianze crescenti, che riguardano la ricchezza ma anche i lavoratori, cioè quella profonda disuguaglianza tra i molto tutelati e i non tutelati affatto.

E, naturalmente, viene addebitata alla politica anche la corruzione, pur se da un bel pezzo pare evidenziarsi che il peggio non sta tanto in Parlamento quanto nei poteri locali e nella burocrazia, il cui interessato contributo basato principalmente sui diffusi poteri di veto parrebbe un indispensabile fattore abilitante.

A breve potrebbe partire un ulteriore tentativo riformista, sempre che l’ipotesi non venga scongiurata in partenza da una legge elettorale che rende il Parlamento un luogo di sviluppo dell’entropia.

Difficilmente un nuovo governo, qualunque, potrebbe evitare di definirsi riformista. Se non che, vista la situazione è probabile che i nuovi governanti, una volta entrati nella cosiddetta stanza dei bottoni, si trovino a constatare, come Nenni e il centro-sinistra organico degli anni ’60, che i bottoni stanno altrove.

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