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Se il PD si aprisse al vecchio che avanza

26 febbraio 2021

Il PD è un partito plurale, o dovrebbe esserlo, forse anche opportunista e trasformista (di questi tempi un male necessario, in qualche misura) ma sicuramente democratico, anche nei suoi processi interni. E’ solidamente europeista, rispettoso della Costituzione e frequentato anche da persone che la politica la conoscono, la sanno praticare, nel bene e nel male.

Dovrebbero smetterla i suoi sopracciò (e anche tanti iscritti e simpatizzanti) di spaccare i capelli in quattro, di sottilizzare, analizzare chi è a sinistra di chi.

Il partito dovrebbe avere la capacità di mediare, sintetizzare tra opzioni diverse (dalle quali peraltro nasce) e ricompattarsi nelle azioni pubbliche, siano esse la partecipazione al governo, l’opposizione o sessioni elettorali. Cioè sempre. Unito verso l’esterno, uniforme nella comunicazione, dialettico all’interno.

Un partito così, come suggerisce Giuliano Ferrara, dovrebbe avere l’obiettivo di recuperare personaggi di peso che ora per motivi diversi veleggiano ai margini, da Renzi a D’Alema, includendo Bersani, Rutelli, Veltroni, Calenda e anche possibili santoni come Prodi e Amato. E naturalmente aprendosi a figure esterne di qualità, da Bentivogli a Colao.

Volendo ci sarebbe già pronta l’agenda politica, almeno per questo scorcio di legislatura: quella di Mario Draghi

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Se il PD sa solo difendere

25 febbraio 2021

Il PD è accusato di avere poche e contrastanti idee sul suo futuro e su quello dell’Italia, europeismo a parte. Non è sorprendente. Il partito stesso non nasce da visione e ideologie originali ma dalla sofferta evoluzione e dal declino di due partiti storicamente fieramente avversari. DC e PCI sono stati formidabili nella capacità di disegnare nella Costituzione repubblicana, insieme ad altre culture, le nuove regole del gioco, ma poi con quelle regole si sono combattuti per mezzo secolo, separati da visioni inconciliabili della società, dei rapporti internazionali, dei criteri economici.

Evaporata l’incombenza del comunismo reale – che nel contesto della guerra fredda è stato l’elemento centrale della disputa – gli elettori delle due parti hanno cercato nuovi sbocchi, stimolati anche dalla violenta fase semi-rivoluzionaria di manipulite. E gli sbocchi sono stati soprattutto verso destra. E d’altra parte quando mai l’Italia unitaria e pre-unitaria è stata di sinistra?

La fusione di DC e PCI, dopo varie fasi intermedie, si può perciò dire che sia avvenuta in difesa, cioè contro il prevalere del nemico comune: la allora dilagante destra berlusconiana. Una fusione “contro”, perciò, non “per” qualcosa, dato che già alla costituzione del PD anche l’unico vero e significativo “per” che aveva incoraggiato l’alleanza – l’adesione all’euro – era un obiettivo raggiunto.

Oggi la cosa si ripete. In calo il berlusconismo è emerso il sovranismo, non disgiunto dal qualunquismo. E il PD, a sua volta in calo elettorale, non sembra trovare nulla di nuovo e di meglio che una ulteriore alleanza “contro”, spuria e difficile: quella con i cinque stelle, a loro volta nati “contro” e ora in transizione, non si sa in quale direzione, estremamente incerti sul da farsi.

Il momento del PD sembra passato due volte. La prima con la vocazione maggioritaria di Veltroni, ora impraticabile, la seconda con la breve operazione filo centrista di Renzi, stroncata con sollievo del partito stesso.

Che ora però non sa che fare.

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Ci stiamo giocando i fondi del Recovery Plan

24 gennaio 2021

Crisi, non crisi, elezioni si, elezioni no. Certamente pandemia si, malessere sociale si, impoverimento si, debiti alle stelle si.

Ho l’impressione che i litiganti della meschina politicuccia nostrana siano molto provinciali. Si concentrano su fatterelli locali, per non dire personali, mentre tutta Europa ci guarda con preoccupazione, una parte decisamente in cagnesco. La BCE, si fa notare, si impegna in un piano straordinario di aiuti per far fronte a una tragedia sociale ed economica, non per difendere l’Italia e il suo debito dalle convulsioni di una politica del tutto inadeguata. Una panoramica della stampa europea fa capire che rischiamo grosso grosso.

Noi parliamo di Recovery Plan, cioè di soldi europei, senza finora essere stati in grado di preparare una bozza di piano accettabile, in linea con i requisiti richiesti e da noi approvati. Stiamo totalmente ignorando che quei fondi hanno due scopi: 1. ristorare l’economia europea dei danni creati dalla pandemia e 2. alimentare le iniziative suscettibili di creare sviluppo e rinnovamento, perché è chiaro che il dopo Covid non sarà come il prima.

Ci sono riforme urgenti, importanti e richieste per ottenere i fondi: Giustizia, Burocrazia, lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, mercato del lavoro. Noi niente. Continuiamo a trastullarci con interessi e ripicche, tutti d’accordo solo nel decidere ulteriori spese, contando di spendere soldi altrui. Ma così, se la UE riterrà di non confermarci il supporto (per indegnità, dico io), quei soldi non arriveranno, lo sviluppo non ci sarà. Al contrario, ulteriore declino. Sarà un disastro sociale, altro che ristoranti, vacanze, pensioni e discoteche.

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L’Italia va male perché si lavora male?

23 gennaio 2021

Io che ho i miei anni lamento da tempo con amici, anche più giovani, un certo degrado di preparazione, di attenzione, un che di rilassato nel personale operante tanto nel privato che nel pubblico. Lo faccio sottovoce perché vorrei evitare gli sbuffi, comprensibili, ogni volta che qualcuno dice “ai miei tempi” o cose simili. Ma quando ce vo’…

So di essere un perfezionista: come dirigente ero senz’altro del tipo pignolo, diciamo pure rompiballe. Dunque ora sono forse più sensibile e intollerante verso il pressapochismo, la superficialità. Ma ne vedo talmente tanta in giro! E non solo io o i miei coetanei.

Da molti anni quelli come me lamentano carenze formative: nella scuola, nell’Università, nelle imprese, nella burocrazia. Il lasciar correre è molto cresciuto ovunque. Diciamo pure la sciatteria.

La politica ha portato nelle organizzazioni pubbliche sempre più dirigenti fedeli a “chi li ha messi lì” indipendentemente dai meriti; le imprese private hanno largamente economizzato sulla formazione del personale, crisi o non crisi; le famiglie hanno relegato in secondo piano (e oltre) l’istruzione come passaporto per la vita, per salire nell’ascensore sociale. Escluse, beninteso, quelle che si trovavano già in alto e hanno potuto garantire ai pargoli lauree di prestigio, anche plurime. Nella società sembrano in maggioranza quelli che invece di pensare a come salire vorrebbero fare scendere quelli sopra: lo dimostra il crescere di rabbia, rancore, invidia. Per molti pare che un buon futuro, la “sistemazione”, possa venire da episodi, da un comparsata al grande fratello a una conoscenza influente, invece che dall’impegno serio, costante.

Non ho statistiche per valutare quanto i fattori citati influenzano la qualità complessiva del Paese ma credo molto, comunque. E credo che il problema vada analizzato anche alla luce di alcuni dati, che vanno dalla non crescita al costo dello Stato in rapporto alle prestazioni. Difficile escludere che il calo qualitativo individuale non sia da mettere in relazione al nostro declino.

Un acuto e informato osservatore, lamentando inciampi burocratici, servizi carenti, ritardi, scarsa partecipazione, e riferendosi a tutta Italia dava la sua ruvida ma sintetica spiegazione: la gente lavora col culo.

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E’ necessario compattarci nel segno dell’Europa

18 gennaio 2021

Trovo stridenti i richiami alla situazione drammatica del Paese e il mantenimento di barriere, anche verbali, tra maggioranza (oltre che al suo interno) e opposizioni. Auspico che il governo – qualunque emerga dall’attuale pasticcio – sia un governo di conciliazione. Una conciliazione non solo come strategia politica e comunicativa, ovviamente, ma da dimostrare con i fatti, a cominciare dal disegno congiunto del recovery plan e il sostegno condiviso dello stesso presso l’Unione Europea.

Tra l’altro il Plan (PNRR) riguarda progetti da completare fino al 2026 e non sarebbe sensato approvarlo a maggioranza, comunque risicata, ben sapendo che da qui al 2026 di maggioranza ce ne sarà almeno un’altra e di governi forse anche di più. Il piano inoltre, a mio parere, dovrebbe essere affidato per la sua gestione e controllo ad un ente (autorità? commissione bicamerale? sottosegretariato specifico?) definito in accordo tra maggioranza e opposizione attuale, prevedendo nell’accordo che anche in caso di cambio di maggioranza non verrà toccato. Il PNRR riguarda largamente le prossime generazioni (Next Generation, come da definizione europea), non è accettabile che venga modificato al variare di interessi e ideologie politiche.

Oltre tutto l’accettazione europea del piano prevede che contenga riforme delicate come quelle della PA e della giustizia, che sarebbe molto meglio se venissero definite e realizzate nella concordia, dando per scontato che questa implica dei compromessi, inevitabili in politica, anche nella buona politica.

Una strategia della conciliazione potrebbe quietare un Paese in subbuglio, con risultati anche politici a breve non trascurabili: sfumare gli accesi conflitti Stato-Regioni, largamente stimolati dalle rivalità politico-elettorali, ed emarginare i leader e gruppi politici esplicitamente o implicitamente sfavorevoli all’Europa, che dovrebbe invece essere il nostro principale punto di riferimento

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Al governo una combriccola di esibizionisti

28 dicembre 2020

“Credo che l’obbligatorietà del vaccino debba essere una pre-condizione per chi lavora nel pubblico” (Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute)

“Non sono favorevole ai vaccini obbligatori per i dipendenti pubblici” (Fabiana Dadone, ministra della PA).

No, questo non è un governo rispettabile; è una combriccola di vanitosi/e “per pratica e per natura inettissimi” all’impresa di governare (il virgolettato è di Machiavelli, riferito ai sicari inviati dai Pazzi ad uccidere i Medici).

Cito questa diatriba, in fondo minore rispetto ad altre, per affermare che non va bene un governo la cui massima espressione si ha in TV attraverso l’esibizione di qualche decina di cani sciolti favoriti dall’incapacità degli interlocutori di porre, oltre al microfono, anche domande minimamente sensate.

Eppure è il nostro governo, degli italiani. E pare difficile sostituirlo con uno migliore. Come disse Thomas Jefferson “Tremo per il mio Paese al pensiero che potremmo davvero ritrovarci un giorno i leader che meritiamo”.

Eccoci, noi ci siamo.

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Regoliamo il telelavoro, una modalità “normale” e sempre più diffusa

22 ottobre 2020

Sarebbe utile – anche per il post pandemia – un piano/sistema nazionale per lo smart working (diciamo lavoro da remoto) che tenga in considerazione diverse esigenze:

  • necessità di decongestionare le grandi città

 

  • opportunità di creare lavoro nei centri minori

 

  • sviluppo delle tecnologia di co-working e delle reti digitali

 

  • esigenze delle famiglie (organizzazione e risorse tecnologiche) e dei lavoratori

 

  • indicazione di come avvengono i rapporti online e di persona tra i lavoratori e i loro superiori (i lavoratori hanno l’esigenza e il diritto di un rapporto aperto, trasparente e bidirezionale con chi ha il dovere di indirizzarli, consigliarli e, infine, valutari). Nessun lavoratore dovrebbe lavorare avendo come riferimento un essere virtuale, sconosciuto. Un quasi robot che appare solo in video. Orrendo! La relazione umana va conservata, è fondamentale

 

  • inserimento delle regole in contratti di lavoro (pochi criteri nazionali fondamentali e molti legati alle contrattazioni aziendali) che definiscano anche motivi, modalità e frequenza di attività in presenza nonché, ove possibile, sistemi premianti anche consistenti per le prestazioni superiori alla media

 

  • programmi di formazione, tecnica e manageriale. Soprattutto manageriale, perché pochi manager sanno correttamente valutare le prestazioni non in presenza

 

Dai! Mettiamo in piedi una ennesima task force! (Ma va bene anche un comitato). Magari coordinato da qualcuno che sa di che parla. Perciò non un politico e non un sindacalista, direi. Io di nomi ne avrei tanti da proporre, tra manager che hanno già sperimentato il telelavoro nelle loro imprese e consulenti che si impegnano ad organizzarlo, sia in ambiente pubblico che privato, anche internazionale.
Su, pensiamo al futuro.

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Telescuola: quando gli italiani erano in crescita

11 ottobre 2020

Le discussioni sulla didattica a distanza mi hanno fatto tornare in mente iniziative storiche della RAI. La famosa “Non è mai troppo tardi”, certo, ma pure Telescuola, fine anni 50. Ha consentito di completare l’istruzione obbligatoria (8 anni) ad alunni residenti in località prive di scuole secondarie.

Lezioni via tv e aule organizzate dove possibile, anche in locali messi a disposizione da privati, presidiate di solito da un singolo docente di supporto, non ancora chiamato tutor. Oltre 1600 aule, se non ricordo male.
Fu Telescuola, tra l’altro, l’avanguardia sperimentale della scuola media unificata, introdotta nel 1963.

Certo, non c’era Covid e perciò a distanza era il docente delle varie materie (anche educazione civica, artistica e musicale, tanto per dire di che si parla), non gli alunni, che anzi parevano ben contenti di ritrovarsi ogni giorno e studiare insieme.

La soluzione funzionò. Un docente sardo che aveva profonda conoscenza del tema in particolare per la sua regione, mi disse qualche tempo fa (circa cinquant’anni…) che tutto era ben organizzato ma che la vera benzina del successo fu soprattutto la gran voglia di imparare di quegli studenti, non tutti ragazzi.

Ecco. La spinta dal basso, l’impegno, la volontà. E lo Stato che si da da fare, viene incontro. Una società ancora povera ma armonica. E il servizio pubblico in una delle sue migliori espressioni.

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Telelavoro a Milano

3 ottobre 2020

Comune di Milano: il sindaco Sala impone un massimo di 6 giorni al mese in home working. Come se fosse un premio. Occorre “presidiare la scrivania” dice il sindaco in una visione che pare al massimo novecentesca.

Non ci siamo. Si tratta di una battaglia di retroguardia.
Il lavoro da remoto va valutato in funzione delle esigenze e delle opportunità organizzative, non a tempo. Che significa porre un limite temporale? Il limite semmai sta nella logistica domestica del lavoratore: spazi angusti e condivisi, bambini che pretendono attenzione, altri fattori di distrazione.

Certo, se abbiamo sempre a che fare con dirigenti che non sanno gestire e valutare il lavoro impiegatizio se non in base al tempo di presenza alla scrivania, invece che in base ai risultati, non c’è che il “controllo” visivo: sei presente, e ciò basta per ritenerti adempiente. Se invece fossero chiari gli obiettivi da conseguire sarebbe poco importante la presenza fisica, anche perché il lavoro impiegatizio oggi è largamente al computer, perciò si può perfettamente condividere e valutare nel suo andamento.

Se la tecnologia ci concede strumenti utili, se non altro, a decongestionare la città, a distribuire meglio nelle ore del giorno l’ utilizzo dei mezzi di trasporto e delle strade, a limitare l’inquinamento, un sindaco avrebbe il dovere di ragionarci su, specialmente se è a capo di un’organizzazione di quasi 15.000 dipendenti e governa una città particolarmente congestionata e inquinata ma al contempo dotata di infrastrutture telematiche di buon livello per quantità e qualità.

Male, ma non è una sorpresa, anche i sindacati che interpretano il telelavoro solo come un temporaneo rimedio utile a limitare la diffusione del virus. Invece il telelavoro necessariamente si estenderà, anche a virus sconfitto.

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Referendum sul numero dei parlamentari

19 settembre 2020

Non fa per me questo referendum.

Che senso ha la riduzione del numero dei parlamentari a una quantità del tutto cervellotica, slegata dalla riformulazione dei collegi e del sistema elettorale?

Io sono per il monocameralismo, per il maggioritario a doppio turno di collegio, per la sfiducia costruttiva. Per una maggiore efficienza del sistema. Questo referendum non serve a niente, in questo senso. E’ solo una chiamata a raccolta attorno ad una proposta politica puramente propagandistica, che proprio per questo troverà l’adesione di un elettorato largamente ignaro delle istituzioni che si appresta a scheggiare..

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