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Post presenti in : mondo digitale e comunicazione |
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Steve Jobs
6 Ottobre 2011
Tra un secolo, anche prima, Steve Jobs sarà noto ai nostri posteri come oggi lo sono Thomas Edison, Graham Bell, Guglielmo Marconi; tutte persone le cui realizzazioni hanno modificato la vita quotidiana e dalle cui idee sono nate iniziative imprenditoriali di grande portata.
Tra le tante, la forza di Steve Jobs che mi sembra vada sottolineata non è la competenza tecnologica ma la visione di quello che la tecnologia avrebbe potuto consentire. In fondo una dimostrazione di straordinaria fiducia nel progresso tecnologico più che di amore per la tecnologia in se.
Un tecnologo è un tipo che prima lavora ad un progetto, lo realizza, lo collauda a fondo e infine si domanda cosa ci si può fare. O aspetta che qualcuno se ne accorga. Un visionario immagina in anticipo quello che combineranno i tecnologi, immagina l’impiego delle loro realizzazioni, quando saranno pronte, anche se questo modificherà le abitudini delle popolazioni.
Steve Jobs ha immaginato come il mondo avrebbe usato la tecnologia prima che questa fosse disponibile ma fidando ciecamente sulla sua disponibilità, prima o poi. Un genio visionario. Ma forse senza essere visionari non si può essere genii.
Riflettendo sulla scomparsa di Steve Jobs mi sono passate per la testa due considerazioni:
1. che non mi è venuto in mente nessun nome di donna tra i grandi inventori. Madame Curie era una ricercatrice. E non so darmi una spiegazione.
2. che se Steve Jobs avesse cercato di farsi finanziare dalle banche italiane una Mela srl non sarebbe mai nata.
I videomessaggi e la pluralità dell’informazione
12 Aprile 2011
L’AGCOM ha deciso che bisogna mettere un freno alle esternazioni via web trasmesse in televisione.
Le frasi che seguono, virgolettate e in corsivo, sono tratte dalla notizia Reuters di oggi.
“Di norma, la diffusione di videomessaggi di soggetti politici e istituzionali nel corso di telegiornali e programmi di informazione non dovrebbe essere ammessa come forma abituale di comunicazione, stante il rischio di incidere sui canoni di parità di trattamento tra tutti i soggetti politici ed istituzionali su cui si fonda il principio del pluralismo politico in televisione”, si legge in una nota dell’Agcom. “Pertanto, gli operatori dell’informazione radiotelevisiva possono diffondere nel corso di telegiornali o programmi di approfondimento giornalistico “videomessaggi” di soggetti politici ed istituzionali solo in casi eccezionali di rilevante interesse pubblico e nel rispetto di modalità tali da non incidere sul pluralismo dell’informazione”.
L’Autorità precisa inoltre che i videomessaggi – se superiori a tre minuti – non possono essere trasmessi nella loro integralità nel corso del telegiornale; non possono essere trasmessi in tutte le edizioni giornaliere del medesimo telegiornale; non possono essere riproposti nei telegiornali dopo 48 ore dal verificarsi dell’evento e di norma la diffusione del videomessaggio nel telegiornale deve essere accompagnata da commenti di altri soggetti onde assicurare un confronto dialettico al fine della libera e consapevole formazione delle opinioni degli ascoltatori”.
Probabilmente quello dell’Authority è un intervento suggerito dal video passato in rete da Emma Marcegaglia per far sapere, sobriamente, sommessamente, che Confindustria potrebbe essere un tantino delusa dalle azioni (?) del governo a sostegno (?) delle imprese, del lavoro e della ripresa (?). Ovviamente precisando che la delusione si riferisce anche all’opposizione. Meglio barcamenarsi.
Posso dire che stavolta non concordo affatto con la posizione assunta dall’Autorità? Questi i motivi:
1. Il videomessaggio è una forma di comunicazione del tutto normale. Un’alternativa al tradizionale comunicato stampa che i media possono, a loro scelta, pubblicare per intero o parzialmente o riassumere. Lo strumento video sarà sempre più utilizzato dalle istituzioni e dalle imprese. Inutile e dannoso porre freni e limiti, salvo quelli previsti dalla legge.
2. Il web propone la disintermediazione della stampa, in questo caso televisiva, accreditata. E’ forse un male? Non assistiamo quotidianamente alla distorsione delle notizie praticata da alcuni che agiscono in favore di referenti politici o economici? E allora perché no la comunicazione diretta, senza intermediari?
3. I media hanno proprie regole, leggi da rispettare e direttori responsabili. Perché l’AGCOM dovrebbe intervenire nel loro lavoro? Un conto è la pluralità dell’informazione, in particolare per quanto riguarda il cosiddetto servizio pubblico, un altro l’imparzialità, un altro ancora la libera scelta del direttore e dell’editore. C’è chi fa vedere le strade di Napoli pulite e chi quelle invase dai rifiuti; chi intervista spesso Tizio e chi Caio; chi enfatizza la cronaca nera e chi no. Perché un direttore non dovrebbe essere libero di diffondere dieci minuti della Marcegaglia o di Cicchitto o di Veronesi che parla di nucleare? Sarà il pubblico a decidere se la cosa piace o no. E’ meglio un intervento del telecomando che uno dell’Autorità.
Il conflitto di interessi evidentemente continua a fare danni.
Una parola buona per la RAI nell’era digitale. Vendere!
22 Maggio 2010
La RAI è l’azienda più anomala d’Italia. Forse del mondo. A volte misurata come servizio pubblico (del quale è concessionaria dello Stato), altre come impresa tout court (ricavi, competizione, bilanci). E’ misurata e giudicata di volta in volta secondo convenienza del misuratore. Far convivere le due anime è evidentemente difficile per chiunque. L’azionista di riferimento riconosciuto, poi, è la politica. Le tante politiche, i tanti interessi, divergenti tra loro e molto spesso anche da quelli dell’azienda. Dulcis in fundo, il singolo politico più influente sulla RAI, che è il presidente del consiglio, è anche il maggior azionista del maggior concorrente della stessa RAI.
Voi siete pazzi, mi diceva un amico inglese col quale parlavo di queste cose. E’ una situazione paradossale. “E non vi ribellate?”. No, non ci ribelliamo. Siamo gente tranquilla, noi. E, in maggioranza, distratta.
Nemmeno dentro la RAI si ribellano. Ogni tanto sentiamo il timido belato di qualche consigliere che rappresenta la minoranza (politica, ma facciamo finta, per la forma, che i consiglieri rappresentino azionisti). Niente di serio comunque. Mai che uno dica che quell’azienda non è un’azienda ma uno strumento politico. Sono politici anche loro, i consiglieri. Perciò parvenza di disaccordi, tanto per dire “ci siamo anche noi”. Piccole beghe, in genere ricomposte dando il posto o il ruolo a quello o a quell’altro.
E non mi sembra il caso di considerare ribellione alla situazione paradossale di cui sopra gli episodi Busi e Santoro. Solo sintomi. Alla prima non piace l’impostazione del direttore e lo dice. Brava, mi piacciono quelli che non praticano la piaggeria, ma nelle aziende può succedere che un dipendente non condivida il lavoro del capo e lo dica, anche se raramente attraverso l’affissione di un comunicato in bacheca. Il problema, mi sembra, oltre alla bacheca, non è la Busi né il suo direttore ma il sistema che lo nomina. Come implicitamente palesato dallo stesso Santoro il quale, notoriamente non gradito alla dirigenza RAI, concorda le sue dimissioni e la buonuscita – come succede nelle aziende normali – e poi accusa una parte politica e i succitati consiglieri di non sostenerlo affinchè, parrebbe di capire, venga supplicato di restare.
Non sono situazioni da pazzi, per un osservatore appena razionale?
Perpetuare questa posizione ambigua tra impresa e servizio è deleterio. La RAI quando ingaggia un personaggio o se ne libera lo fa in nome dell’audience (impostazione aziendale) o in nome del servizio pubblico? Possono coincidere le valutazioni? Si devono pagare Santoro, o Vespa, o Fazio in quanto catturano audience (e perciò attirano pubblicità) o in quanto svolgono un servizio pubblico? E che cosa si intende per “servizio pubblico” in un etere con centinaia di emissioni? Che contenuti e caratteristiche dovrebbe avere? Come se ne misurano l’efficacia e la qualità? E poi, nell’abbondanza digitale, quanti canali devono fare servizio pubblico? Uno, due? Certo non tutti: quelli digitali della RAI sono una ventina.
E’ tempo perciò, cogliendo lo spunto dell’evoluzione tecnologica, di riprendere seriamente e onestamente in considerazione l’ipotesi della vendita della RAI, nel rispetto degli interessi economici (non politici) dell’azionista, che è quasi totalmente il ministero dell’economia, notoriamente assai bisognoso di capitali. E, ovviamente, anche nel rispetto delle norme (e delle opportunità) in materia di antitrust. Lo spezzatino potrebbe essere una buona soluzione.
Ma mentre penso, per la verità non da oggi, che questa sia la strada da seguire penso anche che la classe politica, bipartisan, non la seguirà affatto. Parteciperà all’inutile dibattito, secondo tradizione, ma non farà nessun passo concreto, nemmeno quelli che dicono “fuori la politica dalla RAI”. E noi, ingenuamente, ci troveremo ancora a discutere della faziosità di tizio o caio, o magari a dare credito, per qualche ora, a qualcuno che incita alla rivolta anti-canone perchè la RAI è faziosa. Insomma, come sempre: tutto quanto fa spettacolo.
Telecom, Mediaset e l’IPTV
12 Marzo 2010
Ormai non passa giorno che non si sentano campane e campanari a proposito dello scorporo della rete Telecom, che quando ne parlò Rovati (Prodi al governo del Paese, Tronchetti Provera a quello di Telecom) furono fulmini e saette, scagliati da sedicenti liberisti, esponenti soprattutto ma non solo del centro-destra, della Confindustria e altri soggetti assortiti. Era l’autunno del 2006.
Ebbene, ora se ne torna a parlare, citando Rovati o semplicemente scopiazzandone l’idea, col sostegno di tanti che allora erano ferocemente contrari. Niente di male: le idee si possono cambiare e non di rado è opportuno farlo.
Da parte mia noto da che parte vengono il supporto all’idea, elaborazioni della stessa e sconfinamenti in affermazioni del tipo: Telecom “si ostina” a non accettare lo scorporo. E allora, anche se a pensar male si fa peccato, cresce in me il sospetto che molti svolgano la solita loro attività di corifei, o di claque; che quelli che pensano davvero siano in realtà pochi (gli altri replicano) e che l’interesse primario non sia, anche stavolta, quello dei cittadini ma quello di Mediaset e dei suoi maggiori azionisti, presidente del Consiglio in testa.
D’altra parte va considerato:
- che la TV in rete è una modalità emergente di fruizione (IPTV);
- che Mediaset ci punta, ma le serve la rete;
- che sviluppare la rete per la IPTV (NGN) costerebbe molto meno se si potesse aggiornare quella attuale di Telecom, estremamente capillare;
- che come broadcaster integrato Mediaset non credo prenderebbe in considerazione l’investimento massiccio in IPTV basato su infrastrutture di terzi, non controllate, suscettibili di finire un giorno in mano a competitori, economici o politici;
- che gli interessi di Mediaset sono finora sempre stati tutelati dai governi Berlusconi. Questo è un dato di fatto, non un sospetto maligno. E rimangono in molti, al ministero, all’authority, all’antitrust, nel parlamento, impegnati nella loro tutela. Anche questo non è solo un sospetto: quando vedrò certi signori perfettamente identificati assumere posizioni in contrasto con quelle di Mediaset sarò lieto di cambiare opinione. Finora non è successo.
Allora che fare? Semplice, direi. Monitorare. Se ci saranno iniziative che, pur favorevoli a Mediaset, saranno favorevoli anche per il paese, andranno approvate e sostenute. Se invece saranno utili a Mediaset ma non anche, in egual misura, ai suoi competitori e ai cittadini, andranno osteggiate, nei limiti del possibile, magari denunciando all’opinione pubblica i rappresentanti delle istituzioni che operano principalmente nell’interesse di chi li ha nominati (eletti è una parola grossa: al momento inadatta).
In questo post non è stata citata RAI, che pure dovrebbe essere una grossa parte in causa e dire la sua. Non è citata a causa del condizionale: dovrebbe. La posizione RAI resta in sospeso, in attesa di conscerne le strategie.
Banda larga? No, col piffero!
8 Novembre 2009
“Un momento di riflessione”, ha detto Gianni Letta sulla banda larga. Gli 800 milioni di investimento pubblico erano stati previsti prima della crisi. Ora la crisi c’è – anche se a giorni alterni, stando alle dichiarazioni – e i soldi non ci sono più.
A parte la considerazione che tutti gli interventi onerosi per la finanza pubblica – terremoto escluso – erano stati previsti in campagna elettorale, cioè prima dell’esplosione della crisi, si tratta di capire dove stanno le priorità governative nell’ambito delle opere pubbliche, quali la banda larga deve considerarsi. Impossibile farsi un’idea. Deve essere in circolazione un virus misterioso negli ultimi governi italiani che favorisce il lancio senza meditazione di parole senza riscontro. Nel caso in questione quelle del viceministro Paolo Romani: “banda larga, i soldi ci sono” (Il Giornale, 28 ottobre). Spariti in 10 giorni. “Di certo fra quattro anni il Paese avrà bisogno di un’infrastruttura a 50-100Mbps nelle case. Altrimenti finiremo nella serie B del mondo” (l’Espresso, 30 ottobre). Siamo in cammino. “Un investimento pubblico che può muovere un pezzo di PIL” (il Riformista, 5 marzo). E adesso perché non lo fa presente?
Romani rispolvera l’ipotesi Cassa Depositi e Prestiti, il cui presidente Franco Bassanini dice che va bene “a patto che vengano rispettate alcune condizioni: un piano finanziario e industriale credibile, redditività garantita, e massimo accordo tra gli operatori”. Come dire non facciamo niente. Chi la garantisce la redditività signor Bassanini? Chi giudicherebbe la credibilità del piano finanziario? E cosa intende per massimo accordo, l’unanimità?
Dell’interesse dei cittadini nessuno si fa carico, a quanto pare.
Questo della banda larga era uno stanziamento condiviso da tutti: maggioranza, opposizione, parti sociali, economisti ed osservatori neutrali. Niente da fare, pur dopo tante reiterate assicurazioni, anche quelle del ministro Brunetta a proposito della mirabolante rivoluzione digitale nella PA.
Le parole di Gianni Letta sono rare ma contano, al contrario di quelle di tanti, numerose quanto insensate. Lui ha detto che i soldi ci saranno quando usciremo dalla crisi. E siccome l’entrata e l’uscita dalla crisi sembrano slegate dai dati reali e legate invece alle opportunità comunicative è come dire: boh!? Non so, vedremo. Solo detto come lo dice lui sembra molto più professionale. Di uno che ha tutto sotto controllo
Barbarossa: il film e i simboli leghisti
11 Ottobre 2009
Meglio non dirlo a Renatino Brunetta, il ministro che non vuole finanziare il cinema, ma il film Barbarossa, prodotto dalla RAI, pare sia costato circa 30 milioni di dollari. Oggi però non è di economia che voglio scrivere ma di simboli.
Il personaggio centrale del film è Alberto da Giussano che, secondo la leggenda, si battè eroicamente nella battaglia di Legnano del 1176 (alcuni comuni tra i quali Milano riuniti nella lega lombarda – sotto l’ala protettiva del papa Alessandro III – contro l’imperatore Federico Barbarossa). Di quella battaglia si ricorda anche il carroccio, un carro paludato sul quale si celebrava messa a sostegno morale dei combattenti papalin-leghisti.
Alberto da Giussano è raffigurato nella sua armatura, spadone al cielo nella mano destra e scudo crociato nella sinistra, in un noto monumento eretto a Legnano in ricordo della vittoriosa battaglia e così è assurto a simbolo della Lega Nord, il partito politico. Però potrebbe essere un personaggio di fantasia, o quanto meno dalla vita profondamente romanzata da posteri come lo storico Galvano Fiamma in un lavoro per Galeazzo Visconti, signore di Milano, due secoli dopo la battaglia.
Anche il carroccio è un simbolo del partito Lega Nord, ma a sua volta non inappuntabile se, come sembra, è di origine addirittura saracena. E gli stessi comuni lombardi riuniti nella lega lombarda, oltre ad avere nel papa una specie di Berlusconi ante litteram, un po’ leader e un po’ finanziatore, non erano tutti graniticamente solidali. Lo stesso Barbarossa era stato precedentemente chiamato in soccorso da alcuni comuni lombardi per difenderli dallo strapotere di Milano, che infatte rase diligentemente al suolo nel 1162. Tra i comuni filo-imperiali quello di Pavia, città nella quale l’imperatore soggiornò spesso, prima e dopo la sconfitta legnanese.
Già così ce ne sarebbe abbastanza per rivedere la simbologia leghista, se la supeficialità e l’inesattezza fossero difetti, ma il peggio è che nel risorgimento la battaglia di Legnano e la figura di Alberto da Giussano furono molto celebrate in chiave nazional-patriottica. La battaglia fu enfatizzata anche da Goffredo Mameli proprio nel suo celeberrimo inno, ora inno nazionale sgraditissimo alla Lega, che recita tra l’altro: “Dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano”. Per dire: l’Italia tutta unita contro lo straniero, anche Roma ladrona e i terroni.
Insomma, un approfondimento storico non sarebbe inutile per il popolo leghista. Potrebbe essere interessante una revisione dei simboli, visto che Alberto da Giussano è stato già sfruttato per altri scopi.
Un ottimo sostituto potrebbe essere Ariberto da Intimiano, vescovo comasco di Milano, coevo di Alberto ma sicuramente esistito. Tra l’altro il vessillo che sventolava sul carroccio a Legnano era il suo. Ariberto sostenne una posizione rimasta nella cultura e nel cuore dei milanesi e dei lombardi fino ai giorni nostri: <chi viene a Milano e sa lavorare è un uomo libero>. Grande affermazione. Ma poco in linea con certe idee.
Mi domando: sono i simboli poco in sintonia con le idee padanocentriche o sono le idee ed essere poco in sintonia con la storia?
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