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Post presenti in : il passato è prologo

 
 

Saggezza: Gandhi

18 agosto 2018

Mantieni i tuoi pensieri positivi Perché i tuoi pensieri diventano parole

Mantieni le tue parole positive Perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti

Mantieni i tuoi comportamenti positivi Perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini

Mantieni le tue abitudini positive Perché le tue abitudini diventano i tuoi valori

Mantieni i tuoi valori positivi Perché i tuoi valori diventano il tuo destino.

Mohandas Karamchand Gandhi detto il Mahatma

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Incombe il giustizialismo. Montanelli 1981

19 gennaio 2018

Di tutti gli scandali che affliggono questo nostro povero Paese il più grosso è quello di una giustizia dagli interventi imprevedibili e dalle procedure ambigue, che sembrano escogitate non per isolare il pus ma per diffonderlo…..

…..In Italia c’è un terrorismo giudiziario che non riesce quasi mai ad appurare le colpe ma riesce quasi sempre ad additare al linciaggio dei colpevoli, che anche quando poi risultano innocenti restano marchiati a vita o, spesso, moralmente distrutti.

E’ questa impossibilità di distinguere che crea nell’opinione pubblica una divisione catastrofica. Alcuni si convincono sempre più che tutto è marcio, e quindi non vale la pena di difenderlo. Altri si persuadono che, se non tutti, questi scandali sono soltanto il riflesso di lotte di palazzo, di cui una certa magistratura si fa complice.

E così cresce la sfiducia in tutti. E così il sistema si sgretola e va in pezzi.

Indro Montanelli – Il Giornale, 21 maggio 1981 (“Cosa loro”)

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Promesse elettorali

14 gennaio 2018

Nel 1886 Agostino Depretis promise la realizzazione della passeggiata archeologica romana, dal Colosseo all’Appia antica. A chi manifestò dubbi sulla “copertura economica” – come diremmo oggi – rispose che per una promessa da centomila lire sarebbe stato imbarazzato, ma per una da venticinque milioni no.  Ad impossibilia nemo tenetur, precisò.

E’ probabile che anche ai giorni nostri gli iperpromettenti sappiano bene che nessuno è tenuto a realizzare cose impossibili. Ci fosse un popolo minimamente accorto saprebbe regolarsi col voto, ma il nostro pare ingoiare bufale con entusiasmo e leggerezza

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Antifascismo, retorica e propaganda

6 gennaio 2018

Ci sono in giro ragazzotti che inneggiano al fascismo. Ai suoi aspetti più clamorosi e deteriori, per la verità. L’impressione è che alla base ci sia da un lato il desiderio di riconoscersi in qualcosa e da un altro una certa aspirazione alla visibilità.

Da questo punto di vista il richiamo al fascismo va benissimo. La visibilità è assicurata, mentre gli stessi strepiti e violenze, verbali e non, senza simboli fascisti troverebbero un’audience molto meno estesa. Lo stesso fenomeno, si direbbe, degli ultras del calcio.

E poiché l’audience è contagiosa ecco che ad ogni manifestazione di quel tipo, o anche meno truculenta, reagisce immediatamente la retorica dell’antifascismo, purtroppo spesso espressa attraverso luoghi comuni e frasi fatte, condanna che forse è costretto a subire un Paese che i conti con il suo passato non li ha mai fatti in modo esauriente. E le celebrazioni dell’antifascismo, di pari passo con le accuse di fascismo distribuite con una certa faciloneria e superficialità, si moltiplicano in campagna elettorale, in particolare se rozza come quella che stiamo patendo.

Allora, non per simpatie fasciste, mai avute, ma per una acuta propensione all’antiretorica, mi è venuta voglia di scrivere alcune brevi considerazioni contrarie all’antifascismo di propaganda, secondo il quale passa l’idea che la dittatura in Italia sia stato abbattuta dagli antifascisti. Non è vero. Il regime è sostanzialmente caduto alla caduta di Mussolini, provocata non da sommosse popolari ma dall’accordo di alcuni gerarchi, espresso nell’ordine del giorno presentato da uno di loro (Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni) al Gran Consiglio del Fascismo il 24 luglio 1943 e approvato all’alba del 25.

Quella sera, il 24 luglio, gli italiani se ne stettero tranquilli nelle loro case; non c’erano moti di piazza, né cortei, né sentore nella popolazione di ciò che stava per succedere. Gli italiani erano semmai preoccupati per la guerra in corso, che andava male, il che percepivano nonostante l’informazione distorta dei media, in particolare la radio. Speravano che la guerra finisse al più presto, in un modo o nell’altro, però il fascismo lo avevano sostenuto in larghissima maggioranza almeno fino ai primi mesi di guerra, salvo coloro che se ne erano distaccati a seguito delle leggi razziali del 1938.  Nel 1943 però l’antifascismo in Italia era comunque ancora un movimento modesto, in crescita per quantità e speranze dopo lo sbarco delle truppe americane in Sicilia ma gli antifascisti più determinati erano al confino o esuli o in galera. O deportati: ebrei, rom, omosessuali.

Il voto del Gran Consiglio, contrario al Duce, anche se pur sempre soprattutto in merito alla conduzione della guerra, fece si che il re finalmente si muovesse. Convocato Mussolini a villa Savoia gli comunicò la destituzione, presentata poi alla cittadinanza come dimissioni. Il dittatore spodestato lasciò la residenza del re in ambulanza, non per malore ma per prudenza, e fu poi tolto dalla circolazione, imprigionato dapprima alla Maddalena e poi al gran sasso.

La sera del 25 luglio la radio diede il famoso annuncio: il Duce si è dimesso, lo sostituisce il generale Badoglio e la guerra continua. E’ solo dopo l’annuncio radio che scoppiò l’antifascismo nel popolo italiano, che scese in strada a martellare i busti del dittatore sparito e altri simboli del regime. E da allora antifascisti spuntarono ovunque, mentre i fascisti sparirono quasi. Il sospetto di tutti è che i transitati da una categoria all’altra siano stati molto numerosi.

Poi successe che, per iniziativa di Hitler, Mussolini fu sottratto alla sua prigionia inadeguatamente vigilata e praticamente costretto a mettere in piedi sotto stretto controllo germanico una repubblica, quella di Salò, località sul Garda molto più vicina anche geograficamente alla Germania che alle truppe alleate che stavano risalendo l’Italia. La repubblichina si dotò di un esercito che, per quanto raffazzonato, era estremamente aggressivo, sia per caratteristiche proprie dei militanti che perché incalzato e affiancato dalle truppe naziste. Questo scatenò la guerra civile, nella quale si impegnarono migliaia di partigiani, ovviamente autenticamente antifascisti. Però si trattò di guerra civile contro il nazifascismo, non di rivoluzione contro il regime, rivoluzione che non ci fu mai.

Evviva l’antifascismo perciò, ma senza confondere le idee e senza usarlo come strumento propagandistico.

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