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Fake News: una strategia (Alessandro Alongi)

7 dicembre 2018

LAB Parlamento – 3 dicembre 2018

Il Rapporto sull’impatto della disinformazione nel mondo del giornalismo presenta dati inquietanti:  il 57% della produzione di contenuti fake riguarda argomenti di politica e cronaca dal forte impatto emotivo. Una precisa strategia della disinformazione?

di Alessandro Alongi

Tra le tante “manine” spesso invocate, forse ce n’è una anche dietro il proliferare di notizie semplicistiche, fuorvianti e, in ultima battuta, sostanzialmente false. Le difficoltà del giornalismo finiscono sotto la lente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, professione messa sempre più in crisi da fake news, malainformazione e precariato. In occasione di un convegno organizzato la settimana scorsa a Roma, l’Autorità guidata da Marcello Cardani ha presentato le risultanze del Rapporto “News vs. fake nel sistema dell’informazione”, primo stralcio della più ampia indagine conoscitiva sulle piattaforme digitali e il sistema dell’informazione.

Lo studio si fonda sui risultati emersi dall’impiego di una metodologia innovativa, che si avvale di una rilevante quantità di dati provenienti da testate, fonti di disinformazione, giornalisti, e cittadini/fruitori di notizie, messi a fattor comune con l’intento di comprendere a fondo il ciclo di produzione, diffusione e propagazione della disinformazione. In particolare, sono stati analizzati 35 milioni di documenti generati da aprile 2016 ad agosto 2018, da 1.800 fonti informative inclusi nelle liste di fonti di fake news redatte da organizzazioni esterne specializzate in attività di debunking (ossia gli “sbufalatori”).

L’iniziativa dell’AGCom fa parte del complessivo percorso avviato dall’Autorità di via Isonzo volto ad approfondire il ruolo delle piattaforme digitali nella diffusione e per il contrasto delle fake news, problematica avvertita da tutte le istituzioni come una vera minaccia per il sistema democratico. In quest’ottica lo scorso anno il regolatore delle comunicazioni ha dato il via al Tavolo per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali (unicum mondiale), e recentemente ha pubblicato il Rapporto tecnico sulle strategie di disinformazione online e la filiera dei contenuti fake.

Lo specifico studio sul rapporto tra informazione e fake news al centro del dibattito di venerdì scorso ha fatto il punto sull’analisi della disinformazione prodotta in Italia, per poi porre l’accento sulle modalità di trattazione e diffusione delle notizie reali e false, nonché sui meccanismi di propagazione dei contenuti informativi, specie quelli fake, sulle piattaforme online. Nelle pieghe del Rapporto emerge un disegno preciso (nonché preoccupante) di come la pubblicazione di una notizia fake sia frutto di una precisa strategia di gruppi organizzati, piuttosto che legata alla singola iniziativa di qualche bontempone. Il ciclo di vita di una singola notizia falsa si caratterizza essenzialmente per la pressoché totale assenza di anticipazioni e una durata sensibilmente inferiore rispetto al ciclo di vita di una notizia reale. La concentrazione in pochi giorni di messaggi misleading sono la spia stessa, secondo il Rapporto, dell’intento di mettere in atto una strategia di disinformazione, prediligendo la trattazione di tante notizie diverse, evitando di approfondirne i contenuti. Una volta innescata, la notizia falsa viene immessa e rilanciata sul web, anche attraverso l’inconsapevole contributo degli utenti, che la condividono e la commentano sui social network.

In particolare, sotto il profilo della disinformazione, le analisi compiute mostrano un sistema nazionale che soffre la presenza di un volume di contenuti fake mediamente più alto rispetto al passato, che ha raggiunto il livello massimo durante in corrispondenza delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

Sono nove gli argomenti principali trattati dai “guastatori” dell’informazione: politica, diritti, economia, salute e ambiente, famiglia e fede, cronaca, esteri, scienza, immigrazione. La trattazione di questi argomenti sono affrontati (volutamente) in modo superficiale e impressionistico, mirando a stimolare gli stati d’animo delle persone coinvolgendoli anche nella diffusione ulteriore del contenuto, “contagiando” di conseguenza altri internauti.

Una vera e propria tecnica, studiata nei minimi particolari, e sovente sostenuta da meccanismi automatici come i bot, che consentono la pubblicazione e distribuzione dei contenuti fakeattraverso una molteplicità di account falsi o falsi profili social.

Ma forse non è la fine dell’incubo. Grazie alle tecniche di intelligenza artificiale anche le fake news sono destinate ad evolversi, e non è escluso che presto vedremo dei veri e propri video (grazie a sofisticati strumenti di scambio facciale) in cui personaggi famosi lanceranno improperi o sosterranno posizioni discutibilissime, tutto naturalmente falso, ma tale da non fare distinguere più la realtà dalla finzione, tanto da farci tornare a chiedere, come Ponzio Pilato, «che cos’è la verità?».

 

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Appello per l’Europa

1 ottobre 2018

RISVEGLIAMO l’EUROPA!  

Nel 1918 l’Europa usciva stremata da una guerra sanguinaria e senza aver attenuato le tensioni preesistenti. Nel 1939 scoppiava un nuovo conflitto, generato dall’ennesima crisi europea e dalla recrudescenza dei fascismi. Ci sono voluti decenni di sforzi e di compromessi affinché una nuova generazione potesse finalmente offrire agli Europei quello che i leader sonnambuli dell’epoca delle due guerre avevano sempre rifiutato: un’Europa di pace, di prosperità e di libertà.

Un secolo più tardi, mentre il nostro continente è di nuovo in preda alle divisioni e all’immobilismo, rifiutiamo di essere una generazione di sonnambuli. Bisogna agire ora, o il progetto europeo perderà fiato. Peggio, sarà soffocato da dei politici populisti per i quali l’Unione è un’anomalia della Storia che dev’essere abbandonata.

A otto mesi dalle elezioni europee che permetteranno ai cittadini dei 27 paesi di scegliere quale Europa vogliono, lanciamo questo appello: vogliamo rifondare l’Europa per rispondere finalmente alle aspettative dei cittadini e per rinnovare le promesse europee dei padri fondatori.

L’Europa attuale appare spesso inadeguata per fronteggiare le sfide che ha di fronte: che siano ecologiche, economiche o migratorie. Inadeguata rispetto alle aspettative dei cittadini che chiedono meno leggi e più azione. Inadeguata rispetto agli impegni che non può più onorare per mancanza di una visione comune e di un’organizzazione efficace.

Eppure, la promessa europea non è persa: sta sonnecchiando. I passi avanti in materia di regolazione dei lavoratori transfrontalieri, di difesa, di tassazione delle piattaforme digitali dimostrano che l’Europa progredisce quando la volontà politica unisce gli Europei attorno a un progetto chiaro e ambizioso. Non c’è dubbio, sulla tassazione delle piattaforme digitali siamo appena all’inizio del processo, ma sappiamo che la soluzione europea è l’unica possibile.

Il discorso alla Sorbona del Presidente Macron, di un anno fa, va esattamente in questa direzione: ora sta a noi trasformarlo nella realtà di tutti i giorni.

Non si tratta soltanto di superare, una volta per tutte, le divisioni che caratterizzano la politica europea da quant’anni a questa parte e che hanno portato all’impasse attuale – si tratta di ribadire con forza che tutti gli Orban, i Le Pen, i Salvini d’Europa non sanno fare altro che incriminare l’Unione, di accusarla di tutti i mali senza proporre niente di costruttivo, senza neppure mettersi d’accordo su una risposta unica. Se loro vogliono distruggere, il nostro compito è quello di proporre.

Ed è per questo che il nostro progetto di rifondazione è chiaro.

Piuttosto che le minacce di “pulizia di massa” di Salvini, dello “sbarazzarsi dell’Islam” dell’AFD tedesco o dello “smetterla con l’Europa” della signora Le Pen, rivendichiamo con fierezza i valori fondatori di pace, di libertà, di prosperità e di solidarietà.

Piuttosto che mettere la museruola alla giustizia e alle opposizioni, rivendichiamo il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche.

Piuttosto che un continente diviso e indebolito, alla mercé delle grandi potenze mondiali, rivendichiamo un’Europa sovrana che agisca con forza laddove un paese isolato è impotente: la politica monetaria, la sicurezza, la difesa, la transizione ecologica e agricola, l’immigrazione e la trasformazione digitale.

Proprio per questo, il nostro metodo è chiaro.

Non vogliamo lasciare nulla d’intentato. Siamo pronti a riformare i trattati se la rifondazione dell’Europa lo esige. Siamo pronti ad andare avanti nonostante i blocchi: ognuno dev’essere in grado di avanzare con il proprio passo. Insieme, vogliamo un’Europa più forte, ed è per questo che tendiamo la mano a coloro che vorranno raggiungerci su questo percorso.

Siamo pronti a superare le strutture politiche esistenti se si rivelassero essere degli ostacoli. Ci impegniamo affinché questa rifondazione dell’Europa sia compiuta da donne e uomini rappresentativi del loro paese, da Ovest ad Est, da Nord a Sud: degli appassionati d’Europa, determinati ad impegnarsi in questo progetto storico, a differenza degli altri che si accontentano di essere dei figuranti.

Ci restano otto mesi per convincere, in ognuno dei nostri paesi, che l’Europa merita un nuovo progetto e che i cittadini meritano quest’ Europa rifondata.

Otto mesi è il tempo che ci diamo per il riscatto dell’Europa.

 

Matteo Renzi (Senatore ed Ex premier italiano)

Christophe Castaner (Presidente del partito francese En Marche)

Joseph Muscat (Premier di Malta)

Albert Rivera (Presidente del partito spagnolo Ciudadanos)

Guy Verhofstadt (Capogruppo al Parlamento europeo di Alde)

Oliver Chastel (Presidente del Movimento Riformatore in Belgio)

Dacian Cioloș (Ex premier della Romania)

Alexander Pechtold (Leader del partito olandese Democrazia 66)

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Politica e propaganda (Ernesto Trotta)

30 settembre 2018

IL MOLOCH

La macchina propagandistica gialloverde è potente. E troppi lisciano il pelo.

di ERNESTO TROTTA | 30/09/2018

 

Non facciamoci illusioni. Ci aspettano mesi (forse anni, speriamo di no!) molto difficili.

Molto è stato detto e scritto sui possibili scenari che si aprono per il nostro Paese, molto si scriverà ancora, man mano che la realtà si dispiegherà sotto i nostri occhi.

Ecco, appunto, la realtà, “le” realtà (vere o fasulle, ma chi lo decide?), gli occhi, le orecchie, … i nostri sensi.

Per la prima volta stiamo sperimentando una conduzione politica tutta basata sui nostri sensi.

Non abbiamo al potere una “normale”, pur nella sua bizzarria, classe politica, abbiamo al potere una formidabile macchina di comunicazione, che spregiudicatamente sfrutta, violenta, solletica, i nostri sensi, piegandoli al suo volere.

Nulla viene lasciato al caso; ogni parola, gesto, situazione sono studiati per ottenere l’effetto voluto; in totale spregio della realtà, viene continuamente costruita e diffusa una realtà “pilotata”, funzionale allo scopo di conquistare il massimo del consenso.

Tutti noi cittadini, dal più avvertito al meno attrezzato, siamo bombardati da messaggi che ci giungono nei modi più disparati e mai casuali.

È sulla comunicazione che si gioca il nostro futuro e noi (riformisti, progressisti, ma anche moderati e conservatori) non siamo attrezzati a sufficienza per difenderci e contrattaccare.

È un compito che ovviamente spetta a tutti noi, ma in particolar modo spetta a chi contribuisce professionalmente alla comunicazione.

Oggidì, tramite i social, siamo tutti artefici del sistema comunicativo, e questa è proprio la caratteristica che lo rende controllabile ed orientabile con strumenti di distrazione di massa (troll, bot, fake news, falsi account, …).

Ma in ogni caso la comunicazione professionale, gestita da giornali, televisioni, radio, siti web, blog e quant’altro, ha ancora un peso consistente nella formazione della pubblica opinione.

Non riusciremo a combattere contro questo Moloch, se almeno una buona parte del mondo dell’informazione non prenderà coscienza del pericolo e si schiererà, con decisione, contro questa invasione scientifica e sistematica dei nostri sensi.

Lisciare il pelo al mostro, sperando di ammansirlo o farselo amico, è molto pericoloso. Questi, come quegli altri di 25 anni fa (Previti dixit), non fanno prigionieri. O sei con loro o sei contro.

Chi è contro (e deve deciderlo, una buona volta!) deve attrezzarsi al meglio per resistere prima e attaccare poi.

Ho parlato di “loro”, senza alcuna distinzione, in modo cosciente e meditato.

Perché a mio parere la prima cosa che bisogna evitare a tutti i costi è proprio quella di avventurarsi in sottili distinzioni alla ricerca del meno cattivo, del meno pericoloso, del più ragionevole.

Questi, prima di condividere una politica, sulla quale un accordo in un modo o nell’altro lo trovano e lo troveranno sempre, condividono una premessa, un “preambolo”, avrebbe detto Forlani (e più tardi Donat-Cattin), che è quello dell’occupazione del potere e del totale controllo dell’immagine e della comunicazione della “loro” realtà.

Se qualcuno pensa che io stia esagerando, lo invito a riguardare le foto del balcone con i cinquestelle in festa, o risentire le lucide parole di Salvini sull’Europa, o le esternazioni all’apparenza farneticanti di Di Maio sull’abrogazione della povertà, e via così.

Chi si può permettere tanta spudoratezza e tanta tracotanza sa che può contare su un sistema comunicativo tale da far passare tutto questo come “normale” storytelling.

E noi ci crediamo o no? Ci caschiamo o no? Ci ribelliamo o no?

Cari giornalisti, opinionisti, commentatori, conduttori, direttori, redattori vari, da che parte state?

Volete continuare a trincerarvi ipocritamente dietro la “completezza” dell’informazione, dietro “l’indipendenza” delle vostre testate, dietro il “noi diamo voce a tutti”, senza rendervi conto che la voce diventa una sola? E dice quello che serve al mantenimento ed all’accrescimento del potere?

Volete continuare a non vedere quello che è palesemente davanti ai nostri sensi, per poi fingere di stupirvi delle conseguenze, prevedibili, annunciate, prossime?

Pensiamoci bene. Le svolte della storia non sempre sono evidenti, spesso sono nascoste sotto il velo dell’evoluzione, del trasformismo, perfino della modernità.

Questa svolta è invece evidente, dichiarata, conclamata, squadernata davanti ai nostri sensi.

Se non la vediamo, è solo perché non vogliamo vederla.

E dobbiamo prendercene tutte le responsabilità.

Ernesto Trotta

Torino

da Uomini & Business  30 settembre 2018

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Parlare dell’euro (Lucrezia Reichlin)

5 settembre 2018

Serve parlare seriamente della moneta unica

La crisi ha dimostrato come regole e principi Ue debbano essere rivisti. All’Italia conviene cooperare in vista di una revisione del governo dell’euro

di Lucrezia Reichlin

 

Le recenti turbolenze dei mercati e la pressione sui tassi d’interesse del debito italiano sono il risultato non solo del deficit di credibilità del nostro governo sulla questione conti pubblici, ma, anche, della situazione internazionale. L’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti rafforza il dollaro. Una dinamica che, combinata alle tensioni economiche e politiche in Turchia, provoca fughe dagli investimenti rischiosi, in particolare dai Paesi emergenti (subiscono uno stress sul loro debito denominato in dollari), ma non risparmiano quei Paesi che, come l’Italia, pur essendo membri della eurozona sono considerati a rischio. Noi — per via dei nostri conti pubblici, della bassa crescita e per l’atteggiamento conflittuale rispetto alle regole europee — subiamo il contagio dell’aumento del rischio globale.

L’Italia è a rischio e, a sua volta, costituisce un rischio per l’euro. Come ha calcolato l’economista Daniel Gros, una buona parte dell’aumento dei tassi sul debito pubblico italiano è dovuto alle aspettative della sua possibile uscita dall’ euro, il cosiddetto rischio di ridenominazione. È giusto, tuttavia, non subire il ricatto del mercato: come nazione sovrana dobbiamo essere in grado di determinare il nostro futuro. Questa situazione di instabilità diviene così l’occasione per l’eterno interrogativo: astraendo dai costi di transizione — che tutti considerano ingenti — quali sono per l’Italia i vantaggi di restare nell’euro nel lungo periodo?

Quali sono i vantaggi dell’euro visto che, averlo adottato, sembra non proteggerci dalla instabilità finanziaria e vincola la nostra politica economica a regole che alcuni considerano arbitrarie? Dalla risposta a questa domanda dipendono sia le scelte di politica economica di questo governo, sia la posizione tattica e strategica che l’Italia dovrà assumere con i partners europei. La mia risposta — che vado ad argomentare — è che all’Italia conviene restare nell’eurozona. E le conviene restarci in modo convinto, critico e costruttivo. Vediamo perché, muovendo dalle considerazioni che tanto spesso sentiamo nel corso del dibattito politico. Una narrativa che suona più o meno così. Prima dell’euro — nei vari sistemi di cambi fissi ma con parità aggiustabili tipici degli anni Settanta, Ottanta e Novanta — l’Italia, già allora percepita come anello debole del sistema monetario europeo, subiva pressioni che la portavano a svalutare la lira nei confronti delle valute dei partners europei. Se fossimo oggi fuori dall’euro, in un sistema di cambi flessibili, come per esempio la Gran Bretagna, la lira si sarebbe sicuramente deprezzata con conseguenti vantaggi in termini di competitività. Inoltre, se fossimo liberi dai vincoli del Trattato potremmo mettere in atto politiche di bilancio più espansive e sforare il famoso limite del 3% per il deficit pubblico. Stare nell’euro ci penalizza — è la tesi — in tutte le maniere: non possiamo aggiustare il cambio, non possiamo fare deficit a piacere e, nonostante la Bce, subiamo pressione sui tassi di interesse.

Non è così. Ancora fino agli anni Novanta le svalutazioni davano all’Italia un po’ di respiro sul breve periodo, assicurando margini di competitività rispetto alla Germania. Nonostante questa dinamica generasse inflazione erodendo il vantaggio creato, consentiva all’Italia di evitare aggiustamenti più dolorosi (a cominciare dalla contrazione della domanda interna). Oggi quella dinamica non è ripetibile perché gli effetti del cambio sulle esportazioni sono molto inferiori rispetto al passato. Il commercio internazionale e le cosiddette supply chains, in cui beni finali e intermedi vengono prodotti in diverse regioni del mondo, rendono gli effetti di cambio ambigui. All’interno di un bene esportato, infatti, ci sono molte parti importate, un meccanismo che diluisce fino quasi ad annullare l’impatto del cambio. La competizione per le quote di mercato non si fa oggi manovrando i tassi di cambio — a meno di non essere solo produttori di beni semplici — ma con la qualità, la capacità di commercializzazione nei mercati mondiali e quella di contenere i costi con l’efficienza operativa.

Non è neanche valido l’altro argomento in favore della flessibilità del cambio, cioè quello secondo cui la politica monetaria dei Paesi «indipendenti», non dovendo agire per difendere la parità valutaria, può essere usata a fini domestici, per — ad esempio — stimolare la domanda. Oggi i cambi flessibili non danno più questa libertà. I flussi finanziari globali sono enormi e molto maggiori di quello che giustifica il commercio di beni e servizi. Inoltre il debito privato e pubblico è molto aumentato rispetto al Pil mondiale e le fluttuazioni di cambio hanno forti effetti sui bilanci, creando — ad esempio — perdite se il passivo è in dollari quando il dollaro si rivaluta. I capitali si muovono in rapporto alla percezione del rischio internazionale e alla politica monetaria degli Stati Uniti che emette la valuta standard per le transazioni internazionali. Quando, come oggi, i tassi Usa aumentano, i capitali si spostano dai Paesi emergenti. Quando si individuano tensioni regionali, come oggi in Turchia, c’è una fuga generale dagli investimenti più rischiosi. Non dall’euro, che è sufficientemente stabile e potente, ma dal mercato sovrano dei Paesi più instabili all’interno della zona euro. E questo è, evidentemente, anche il caso dell’Italia.

Ne consegue che: nonostante i cambi flessibili i Paesi fragili che li hanno adottati devono intervenire per difendere la loro valuta ed evitare eccessiva volatilità; la partecipazione all’eurozona garantisce protezione allo stato membro, ma questo vantaggio si concretizza solo se i mercati percepiscono che il Paese in questione è partner stabile e che l’euro è destinato a durare. Questa mia analisi ci porta a due conseguenze. Primo, i vantaggi dell’euro per l’Italia — partner fragile per via della sua bassa crescita strutturale e l’elevato debito pubblico — dipendono dalla coesione della moneta unica. Coesione che dipende molto anche da noi, Paese piccolo, relativamente al mondo, ma grande se misurato nell’ambito dell’eurozona. Secondo, essere fuori dall’eurozona, nei mercati globalizzati di oggi, porta maggiore rischio e non garantisce sovranità.

Tuttavia, la coesione che è condizione del vantaggio di fare parte della moneta comune si deve basare sulla condivisione delle regole dei principi del Trattato. La crisi ha dimostrato che molte di queste regole e principi debbano essere rivisti, ma dopo un impeto di riforma, tutti sembrano aver perso l’appetito per muovere passi avanti. Per l’Italia la cooperazione in vista di una riforma del governo dell’euro è forse più importante che per altri. È su questo che il nostro governo dovrebbe impegnarsi in modo non demagogico perché è evidente che passi avanti si possono fare solo rispettando la sensibilità di tutti. Sulla discussione dei principi portanti della riforma dell’euro e della possibile base di un nuovo compromesso tra Paesi, si dovrebbe giocare la competizione elettorale per il Parlamento europeo del 2019. Ma il governo continua a lanciare messaggi provocatori e controproducenti nel silenzio di opposizioni che tacciono perché — temo — parlare di Europa oggi può far perdere le elezioni. Eppure per il futuro dell’Italia, questo è il dossier fondamentale.

 

Corriere della Sera

3 settembre 2018

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L’Europa, l’Italia, i soldi e le bugie

31 agosto 2018

L’Italia regala i soldi all’Europa? Qualcuno spieghi a Di Maio che è una palla colossale
Versiamo meno di quanto dovremmo, non spendiamo quel che è a noi destinato e riusciamo pure a pagare meno il debito pubblico con cui ci finanziamo, grazie alla flessibilità che ci è concessa. Un suggerimento a Di Maio & co: cercatevi alibi migliori
di Francesco Cancellato
28 Agosto 2018

Gli alibi non finiscono mai. E se d’estate, tempo di mare calmo e di raccolta di pomodori, tocca ai migranti e alla grande invasione che ci ruba il lavoro, in autunno, tempo di bilanci e denari, tocca all’Europa cinica e bara. Vale per tutti i governi e per tutte le stagioni, da Berlusconi sino a Renzi e i nostri eroi in gialloverde non fanno eccezione. Anzi, in piena continuità coi loro predecessori, uno in particolare, perpetrano la grande balla dell’Europa matrigna che ci toglie il pane di bocca manco fossimo Hansel e Gretel: «Non siamo disposti, se non ci aiutano, a votare una legge di Bilancio che preveda questo stanziamento di 20 miliardi all’Ue», ha minacciato l’ineffabile vicepremier Luigi Di Maio, nel pieno della crisi della nave Diciotti, sequel di un’analoga sparata fatta da Matteo Renzi, in un’occasione simile, poco più di un anno fa.
Una palla piuttosto clamorosa, soprattutto, già smentita allora e smentita di nuovo oggi dal commissario europeo per il bilancio Oettinger, che ha parlato senza mezzi termini di una farsa, ricordando come l’Italia versi dai 14 ai 16 miliardi e ne riceva attorno agli undici, cui si aggiungono due miliardi circa di dazi doganali e contributi straordinari come gli 1,2 miliardi di euro dal Fondo europeo di solidarietà per la ricostruzione che il Parlamento europeo ha stanziato dopo il terremoto del centro Italia, la cifra più alta mai concessa a uno Stato dell’Unione per far fronte a una calamità.
Alla spicciola, conclude Oettinger, il saldo dice meno tre miliardi: niente di particolarmente scandaloso, visto che la Germania ne regala al resto d’Europa più di tre volte tanto, la Francia più o meno il doppio e persino la piccola Olanda ci supera. È quel che tocca ai Paesi più ricchi, del resto, così come in Italia tocca alle regioni più ricche: anzi, a voler fare i pignoli sarebbe scandaloso che siamo il quarto Pil del continente (Regno Unito incluso) e il quinto contributore netto dell’Unione. È altrettanto curioso, peraltro, che i principali beneficiari della nostra generosità, piccola o grande che sia, siano proprio Paesi dell’est come Ungheria e Polonia, nostri alleati nella sacra battaglia all’europeismo.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni
Finita qui? Assolutamente no. Perché, come se non bastasse, quei soldi a noi destinati nemmeno li spendiamo. Per dire, dei 43 miliardi di euro (73 col cofinanziamento statale) che la commissione europea ha assegnato all’Italia per il periodo 2014-2020, siamo riusciti a liquidarne solo il 2,4% e a impegnarne poco meno di un terzo, il 32%, quando mancano poco meno di due anni alla fine del settennato. Curioso, ma fino a un certo punto: buona parte di quei soldi sono finiti in consulenze, anziché in welfare, ricerca e infrastrutture. Tutta colpa dell’Europa cattiva, già.
Non bastasse, bisognerebbe ricordare che quella cattivissima matrigna di nome Unione Europea, attraverso la sua Banca Centrale e il suo programma di acquisti di Btp ci permette di rifinanziare il nostro debito pubblico a tassi d’interesse infinitamente più bassi di quelli che ci toccherebbero senza Quantitative Easing o, peggio ancora, senza Euro. Che in caso di tempesta finanziaria c’è un Meccanismo Europeo di Stabilità – di fatto una specie di Fondo Monetario Europeo – che previene ogni forma di default sovrano prestando denaro a tassi bassissimi. E che ogni anno la Commissione Europea ci garantisce margini di flessibilità sui conti pubblici, a dispetto di chi parla di austerità e rigore, come se vivessimo nell’Inghilterra di Margaret Thatcher.
Calcolatrice alla mano, insomma, avremo pure tanti problemi con l’Unione Europea, ma di certo non abbiamo quello dei soldi. E se ce l’abbiamo è per la nostra incapacità di investire risorse che abbiamo a disposizione, di combinare pasticci politici che fanno alzare lo spread – e gli interessi sul nostro debito – alle stelle. Ma nell’Italia del 2018, evidentemente, gli alibi valgono più delle soluzioni. E ai populisti è concesso non saper far di conto. Lo sospettavamo, programmi alla mano. Ora ne abbiamo la certezza.

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Se per non sbagliare non si fa nulla (Angelo Panebianco)

24 agosto 2018

Le grandi opere in ostaggio e la politica dei no

Assistiamo nel nostro Paese ad una ostilità viscerale, «di pelle», nei confronti dell’economia moderna, ad una sorta di feticistico rifiuto

 di Angelo Panebianco

Un gruppo di giovani, una domenica qualunque, è impegnato a danneggiare automobili in sosta e a scontrarsi con la polizia. Sono ultrà del calcio inferociti per un rigore(a loro dire) negato dall’arbitro alla loro squadra del cuore. Un altro gruppo di giovani, in un’altra giornata, si dedica invece a sfasciare le vetrine di un McDonald’s e anch’esso si scontra con la polizia. Sono «no global», sono in lotta contro la globalizzazione. Quasi tutti, probabilmente, siamo d’accordo nel deplorare il comportamento di entrambi i gruppi. Probabilmente concordiamo anche nel considerare sia gli ultrà che i no global in questione dei disadattati che scaricano con la violenza le loro frustrazioni. Però , è anche possibile, se non probabile, che alcuni di noi , pur condannando tutti e due i gruppi , siano portati a pensare che ci sia comunque un po’ più di razionalità nella protesta violenta contro la globalizzazione che in quella contro il rigore negato. Sbagliato. Posto che di razionalità ce n’è pochina in entrambi, l’ultrà ne possiede comunque un po’ più del no global. Infatti, l’ultrà, per lo meno, conosce le regole di una partita di calcio, sa che cosa sia un rigore, eccetera. Il no global invece protesta per cose di cui nulla sa e di cui capisce ancora meno. E’ in lotta contro un nome (globalizzazione), non ha la più pallida idea di cosa davvero corrisponda a quel nome o di come funzioni un’ economia globalizzata . Disadattato per disadattato, l’ultrà è più razionale del no global.

Questa premessa mi serviva per dire che ci sono aspetti della vita pubblica del nostro Paese che non sono spiegabili solo da esperti di politica o da sociologi. Per venirne a capo dovrebbero essere consultati anche gli psichiatri. L’esistenza di una opposizione di massa alle grandi opere (un’opposizione che può benissimo prendere la strada della violenza: vedi il caso dei no Tav) appartiene a questo genere di fenomeni. Nell’intervista delCorriere (17 agosto) al capo dei comitati no Gronda, a colui che aveva definito una «favoletta» la possibilità del crollo del ponte, due aspetti erano degni di nota. In primo luogo il fatto che, anziché parzialmente riscattarsi nell’unico modo possibile , ossia dicendo «sono stato un imbecille e non aprirò mai più bocca su questioni pubbliche», il nostro, confermando di che pasta morale siano fatti i nuovi politicanti, ha preferito scaricare le colpe su altri, sugli «ingegneri» di cui , poverino, si era fidato. Ma l’altro aspetto notevole (almeno per i non genovesi) è che egli, in quella intervista, ricordasse che già nelle manifestazioni del 2008 contro la Gronda partecipassero cinquemila persone. Cinquemila? Davvero un gran numero. Come è possibile che cinquemila persone si mobilitino contro un progetto delle cui ragioni e implicazioni — quasi sicuramente, se non sicuramente — la schiacciante maggioranza di loro nulla sa ? Se riusciamo a spiegare questo avremo la chiave per spiegare molto di ciò che un tempo si sarebbe chiamato lo «spirito pubblico» nell’Italia di oggi.

Non basta dire che numeri così folti si spiegano soprattutto con il calore che trasmette lo «stare insieme», sentirsi coinvolti in una esperienza comune. Se fosse tutto qui , anziché a protestare contro la Tav, la Gronda, la Tap , e la qualunque, potrebbero andarsene tutti quanti a un concerto di Vasco Rossi, o comunque ad ascoltare buona musica anziché del noioso bla bla pseudo- politico.

Se sentite parlare qualcuno dei tanti mobilitati contro le «grandi opere» vi rendete conto che c’è qualcosa di oscuro , di inquietante , qualcosa che si percepisce come del tutto irrazionale, negli atteggiamenti di queste persone. Lasciando da parte l’effetto Nimbi, la comprensibile (deprecabile quanto si vuole ma comprensibile) opposizione di coloro che dicono «non nel mio giardino», è l’opposizione degli altri che va spiegata. Come è potuto accadere che ci siano persone per le quali le grandi opere sono il Male, il Male assoluto? Che cosa fa scattare così tanto disgusto e raccapriccio ? Di quale malefizio, e lanciato da chi, sono rimasti vittime costoro?

Ascoltando i nemici delle grandi opere , risulta che le motivazioni ufficiali di questa diffusa , e intensa, mobilitazione , siano due: la lotta alla corruzione e la difesa dell’ambiente. Per molti, opera pubblica è sinonimo di corruzione. E più grande è l’opera , più grave è la corruzione . L’unico modo per bloccare il malaffare è smettere di farne. Fu precisamente questa la motivazione ufficiale che spinse la neo-eletta sindaca di Roma a dire no alle Olimpiadi. Se non ci sono appalti per opere pubbliche non ci sono nemmeno mazzette che passano di mano. Suggestionati da trent’anni di continue inchieste giudiziarie e connesso clamore mediatico, convinti (a torto) di vivere nel Paese più corrotto del mondo, molti nemici delle grandi opere credono di lavorare per la «legalità».

Ci sono poi quelli che pensano di battersi per la conservazione dell’ambiente, per i quali qualunque opera pubblica di grandi dimensioni è un attentato alla natura, una violenza all’ambiente. Spesso l’oppositore delle grandi opere fa ricorso a entrambe le motivazioni. Non è difficile vederne la matrice comune , la quale consiste nell’ostilità viscerale,«di pelle», nei confronti dell’economia moderna. Se fosse davvero la corruzione il problema, l’oggetto del contendere non sarebbero le grandi opere ma le regole degli appalti. Ciò che si aborre, in realtà, è il passaggio di denaro, anche se legale, coinvolto nella costruzione delle opere pubbliche. Al fondo gioca una sorta di feticistico rifiuto dell’economia monetaria. La «causa» ambientalista è altrettanto pretestuosa della lotta alla corruzione. Ad essere detestata è , in qualunque forma, la manipolazione dell’ambiente, ossia è , né più né meno , la società industriale.

Il problema è molto serio. In politica le minoranze rumorose contano più delle maggioranze silenziose. O si trova il modo di dirottarli tutti verso i concerti di chi vi pare oppure questi ci fanno tornare al Medio Evo. All’Alto Medio Evo, a quelli che non è più di moda chiamare i secoli bui

 

Corriere della Sera  – 22 agosto 2018

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Le incertezze strategiche del governo (Angelo Panebianco)

5 agosto 2018

 Industria, la dannosa ostilità

L’atteggiamento avverso veste per lo più i panni dell’ecologismo e ha trovato casa nei 5 Stelle. La Lega, invece, vuole rendere possibile l’impossibile

Illustrazione di Doriano Solinas

Henry Morgenthau, segretario al Tesoro dell’Amministra-zione Rooseveltdurante la Seconda guerra mondiale è passato alla storia per il suo piano (fortunatamente mai attuato). L’idea era di riportare la Germania, a guerra conclusa, allo stato pre-industriale, di «rurarizzarla» integralmente. Ricordano il piano Morgenthau certi umori che circolano fra i sostenitori del governo e, in particolare, della sua componente pentastellata. Ovviamente, non c’è alcun piano, nulla di chiaramente esplicitato. Ma si avverte in giro una diffusa aspirazione, espressa per lo più a mezza bocca, a farla finalmente finita con la modernità industriale. L’azione del governo tiene conto dell’esistenza di quella aspirazione. Nessuno ha ancora capito cosa gli attuali governanti intendano fare dell’industria metallurgica (Ilva) nonché di Tav, Tap e di tutto ciò che riguarda le scelte da cui dipende lo sviluppo economico futuro. L’Italia è sempre stata terra fertile per estremismi di ogni tipo. Ma qui sembra esserci qualcosa di nuovo (o di antico, ma che solo ora riaffiora con forza). Il partito comunista era anticapitalista ma non era anti-industriale. Non avrebbe potuto esserlo dato che puntava a egemonizzare la classe dei salariati dell’industria. Adesso è l’anti-industrialismo, più che l’anticapitalismo, a tenere banco. Che altro significano gli slogan sulla decrescita felice?

La controprova è data dall’atteggiamento verso la scienza e il progresso tecnico-scientifico. Ancora una volta vale il confronto con il Pci. Essendo un partito pro-industria il Pci non era affatto ostile alla scienza e al progresso tecnologico, ossia ai motori propulsori dell’industria, e della società industriale in variante capitalista o collettivista. Ma ora la scienza è sotto attacco da parte di molti (come spiegare altrimenti l’incredibile, e devastante, vicenda dei vaccini?). Sono gli stessi che hanno l’aria di pensare che il progresso tecnico- scientifico sia un’incombente minaccia da cui difendersi anziché un’opportunità da sfruttare. È un riflesso «politicista», un errore madornale, attribuire sempre tutte le responsabilità, per qualunque cosa accada, alle forze politiche. Come se i politici fossero dotati di superpoteri. I politici non inventano mai niente. Si limitano a cavalcare, esasperandole, tendenze già presenti per conto loro nei vari Paesi. La domanda diventa: come è possibile che nella settima potenza industriale del mondo (o quel che ne resta) sia così intensa e diffusa l’ostilità per la società industriale? A occhio, almeno un terzo degli italiani (e forse anche di più) sembra contagiato dal virus anti-industriale. La diffusa ostilità per la scienza, per lo più, è stata interpretata come espressione di una più generale rivolta populista contro le caste (quella degli scienziati compresa). Ma conta anche l’anti-industrialismo.

Forse, alcuni hanno creduto che quelle cose fossero ormai anticaglia in una «società dei servizi» o del terziario. Ma forse, più semplicemente, questo diffuso orientamento anti-industriale si spiega facendo ricorso alla favola della volpe e dell’uva. In un Paese in cui da decenni non c’è crescita economica molti hanno finito per pensare che la crescita non serva a niente, anzi che sia dannosa: meglio la decrescita. L’atteggiamento anti-industriale indossa per lo più i panni dell’ecologismo. Ma mentre la sensibilità ecologica è un utile correttivo contro le esternalità negative dell’industria (aiuta a frenare l’inquinamento), l’ecologismo, spinto all’estremo, diventa un’utopia reazionaria. Per la quale lo sviluppo economico è il male, e industria, tecnica e scienza compongono una terna maledetta, sono strumenti di violenza e morte inflitte alla natura e agli uomini.

La sindrome anti-industriale ha trovato casa nei 5 Stelle. Poiché si usa per entrambe le formazioni il termine «populista», si perdono di vista le differenze fra i 5 Stelle e la Lega. Quest’ultima è afflitta da una diversa patologia. Non ha impulsi anti-industriali. Crede possibile l’impossibile, ossia che un sistema di piccole e medie imprese con una vocazione per l’export possa prosperare una volta che l’Italia si sia sbarazzata dei vincoli europei, abbia fatto ricorso, in modo selettivo, a strumenti protezionisti, e abbia stretto più saldi legami politico-economici con la Russia e il suo capitalismo di Stato. Chi pensa che il governo possa cadere spera che le differenti patologie facciano prima o poi esplodere un conflitto insanabile. Nel frattempo constatiamo che non abbiamo avuto nemmeno bisogno di combattere e perdere una guerra. Sono spuntati come funghi quelli che vogliono infliggersi, e infliggere a tutti noi, un «piano Morgenthau» fatto in casa.

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Gli italiani e il razzismo (Francesco Cancellato)

3 agosto 2018

No, non siamo brava gente. Siamo il Paese in cui solo pochi mesi fa, il 28 ottobre scorso, a Torino, è stato bruciato vivo un clochard rumeno. In cui una gang di ragazzi romani under 20 ha pestato a sangue un bengalese e un egiziano. In cui è stato dato fuoco al centro d’accoglienza per migranti di Bagnoli di Sopra, Padova. In cui l’8 ottobre, a Portogruaro, otto ragazzi hanno pestato tre ragazzi richiedenti asilo, di cui uno minorenne. In cui a Bari, lo stesso giorno, una donna nigeriana di 27 anni è stata spinta giù dall’autobus, faccia sull’asfalto, da un sessantenne italiano, che le avrebbe urlato “tu non puoi stare qui”. Ottobre. Salvini era ancora all’opposizione. Ed è del 2015, ben prima della “grande invasione” dei richiedenti asilo dalla Libia, un report di Pew Research che ci dice che siamo il Paese più razzista d’Europa, primi in Europa per odio contro i rom, i musulmani e gli ebrei.

Forse dovremmo biasimare noi stessi per non aver capito la malattia che ci stava consumando, e che ancora oggi non comprendiamo, dando ogni colpa al titolare del Viminale. (…). Forse dovremmo cominciare a dirci che la vera emergenza, la vera minaccia, la vera bomba sociale pronta ad esplodere, qui in Italia, siamo proprio noi italiani. Che siamo noi, bianchi e ben vestiti, quelli di cui avere paura.

Francesco Cancellato – Linkiesta

(sintesi)

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La ferita dell’ILVA (Istituto Bruno Leoni)

31 luglio 2018

Ieri, il Ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha chiuso la riunione sul destino dell’Ilva – a cui, oltre al compratore designato, ArcelorMittal, hanno partecipato una sessantina di associazioni e sindacati del territorio – proclamando che il Governo “non ha fretta di assegnare l’Ilva al primo compratore che passa”. Invece, dovrebbe avere proprio fretta.

L’intera vicenda dell’acciaieria che fu della famiglia Riva rappresenta un esempio paradigmatico di tutto quello che in Italia non va. Il gruppo, in utile fino al sequestro di alcune parti dello stabilimento tarantino disposto dalla magistratura nel 2012, oggi perde circa 30 milioni di euro al mese. L’incredibile rimpallo di responsabilità tra attori locali e nazionali, la lunga gestione commissariale e i continui interventi normativi hanno messo l’azienda in ginocchio, limitandone le capacità finanziarie e ritardando anche quegli investimenti ambientali che tutti a parole dicono di volere. Dal punto di vista di qualunque investitore estero, l’affare Ilva rappresenta il più persuasivo caso studio contro il nostro paese.

A valle di tutto questo, il Governo precedente ha organizzato una gara per l’acquisto di Ilva che si è conclusa, con procedure lunghissime, con l’aggiudicazione ad ArcelorMittal. L’offerta presentata dall’acciaiere indiano è parsa la più conveniente tenuto conto non solo dei diversi parametri di prezzo e occupazionali, ma anche del progetto di ambientalizzazione. Proprio per questo, Di Maio adesso dovrebbe compiere un gesto di serietà: concludere la vendita alla società che ha vinto la gara, e dare seguito al piano industriale che è stato concordato e autorizzato a livello locale, nazionale ed europeo. Portare avanti la sceneggiata di ricominciare a sentire tutti e studiare tutto, senza peraltro che sia chiaro se si tratti di mera tattica negoziale, se il Ministro abbia un’agenda inconfessabile o se realmente egli voglia assumersi l’onere di far chiudere il maggiore polo industriale del Mezzogiorno, rappresenta un danno alla reputazione del paese e alle sue istituzioni, oltre che ai contribuenti e alle persone che lavorano nell’azienda. A maggior ragione appare incomprensibile la decisione di riaprire le danze al cospetto di una molteplicità di realtà associative prive di qualunque rappresentanza (tra le quali però non sono state coinvolte né la locale Confindustria né Federacciai, l’associazione di categoria). L’impressione è che si voglia soltanto dare spazio a una processione di questuanti, ciascuno dei quali latore del suo più o meno legittimo interesse, in modo da consentire al Governo di distribuire favori o ramanzine, con la benedizione della parte più populista del sindacato. Non se lo merita l’Italia, non se lo merita la Puglia e soprattutto non se lo meritano i lavoratori dell’Ilva e delle aziende dell’indotto.

Ilva rappresenta una profonda ferita nella storia industriale italiana, nella tutela dei diritti di proprietà e nella certezza del diritto. Questa ferita va sanata, non riaperta.

 

IBL – Istituto Bruno Leoni

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L’illusione del sovranismo (Beniamino Piccone)

28 luglio 2018

L’illusione del sovranismo: chiedere maggiori poteri per compiere disastri

  scritto da  il 28 Luglio 2018

Quando l’allora ministro del Tesoro Guido Carli guidò le negoziazioni nel 1991 che portarono alla firma del Trattato di Maastricht nel febbraio 1992, la sua linea politica guida era creare le condizioni per la costituzione di un “vincolo esterno”, di regole che bloccassero la vertiginosa crescita della spesa corrente italiana con annesso, di conseguenza, una salita esponenziale del rapporto debito/Pil. Al fine di consentire all’Italia di far parte del primo gruppo di Paesi aderenti alla moneta unica, Carli si inventò la clausola del Trattato che prevedeva la “tendenza” a convergere per i Paesi che avessero avuto un rapporto debito/Pil (come noi) superiore al 60%.

Naturalmente, da buoni marinai, noi italiani non abbiamo provveduto a convergere, ma a divergere. Per cui il debito dal 1992 è salito ancora e oggi nel 2018 il rapporto ha superato il 131%.

L’Europa è brutta e cattiva, non ci fa fare quello che vorremmo, così si sente dire soprattutto a Roma. Il colmo dei colmi, visto che il sindaco di Roma e la sua squadra non stanno dimostrando di usare bene i poteri a loro concessi.

Su alcune questioni globali, come l’immigrazione, sono proprio le entità sovranazionali che possono accordarsi e gestirle. Le singole nazioni, come abbiamo visto noi italiani lasciati soli a soccorrere i barconi nel Mediterraneo, non possono certo farcela da soli.

Ma sui temi relativi alla competitività di un Paese, sono i singoli Stati a disegnare le regole e il contesto favorevole all’impresa. È proprio su questi fattori che i governi italiani degli ultimi 20 anni hanno tradito i cittadini. La giustizia lentissima, la burocrazia asfissiante, l’esazione delle imposte complicatissima, il mancato enforcement del rispetto delle regole, il corporativismo, la scuola che discrimina e penalizza (con una formazione scarsa) gli allievi nel sud Italia e nelle periferie. Cosa c’entrano queste questioni con la sovranità? Siamo noi che dobbiamo metterci mano. Sta in noi!, soleva dire Donato Menichella, il governatore Bankitalia del miracolo economico.

Facciamo un esempio per farci capire.

La municipalizzata del Comune di Roma – Ama – , che si occupa della raccolta rifiuti, ha di recente firmato un contratto con i sindacati dei lavoratori, prevedendo un premio di risultato per chi non si assenta dal lavoro. In teoria, lo stipendio remunera per lavorare. Non dovrebbe esserci bisogno di un premio aggiuntivo.

Il premio consiste in 260 euro lordi l’anno per i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze. Tra il 4,7% e il 9% di assenze un bel premio di 180 euro lordi. Anche con assenze sotto il 20% (non ci si può credere, ma è così) è previsto un premio (80 euro l’anno). Siccome il tasso di assenteismo è nell’intorno del 15%, con questa politica si istituzionalizza l’assenza cronica e la si premia. Se le assenze fossero fisiologiche, si sarebbe firmato un tale contratto capestro? La Cgil Roma e Lazio ha festeggiato questo accordo parlando di “un altro passo avanti, che getta le basi per il futuro”. Il futuro nero dei contribuenti italiani, che dovranno versare vagonate di denaro nel bilancio dell’Ama, che chiude da tempo immemorabile tutti i bilanci in perdita.

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Se le élite non sono in grado di garantire prosperità e benessere, difendendo i cittadini dalla globalizzazione, i movimenti populisti rivendicano maggiori poteri, che sono stati dati all’Unione Europea. Ma la questione cruciale, suggerita da Stefano Feltri in Populismo sovrano (Einaudi, 2018), è quale uso fare di questa sovranità che viene reclamata indietro. Il sovranismo serve per firmare tali porcherie?

Per chiudere, visto che i sovranisti chiedono che la Banca centrale europea possa avere maggiori poteri (un dual mandate sul modello della Federal Reserve), e che basti stampare moneta per risolvere tutti i nostri problemi, vale la pena citare la testimonianza di Guido Carli, raccontata in Cinquant’anni di vita italiana (con Paolo Peluffo, Laterza, 1993): “Eravamo tornati nella notte da Maastricht. Ricordo il freddo secco, pungente. Per la mattina dopo – era l’11 dicembre 1991 – avevo convocato un gruppo di cronisti al Ministero del Tesoro. Preparai il testo del Trattato, da portare e commentare. Poi, all’ultimo momento cambiai idea. E presi dalla biblioteca una vecchia copia del Faust di Goethe, parte seconda, sulla quale avevo studiato nel 1936 all’Università di Monaco di Baviera. Portai quel libretto ingiallito nel mio incontro con i giornalisti, destando un’increspatura di stupore”.

“Entrai nella sala della Maggioranza… posi sul tavolo rotondo il testo del Faust, e spiegai il valore simbolico di quel gesto. Nella seconda parte del Faust, Mefistofele consiglia all’Imperatore di finanziare le proprie guerre contro l’Antimperatore stampando banconote senza preoccuparsi della loro quantità. La Corte è in preda all’euforia per l’invenzione della banconota e per la possibilità di moltiplicare magicamente il potere d’acquisto, con il solo atto della firma dell’Imperatore… Il denaro risveglia la città imperiale ‘già quasi muffita e mezza morta’ come il soffio rivitalizzante del favonio. Il popolo è felice. Consuma. La crescita dell’economia riparte. Il Medioevo finisce. È il Rinascimento. L’Imperatore è stordito dalle meraviglie che gli vengono prospettate. Obietta: ma che cosa garantirà il valore di quelle banconote? Faust replica: se mancherà l’oro e l’argento con i quali riscattare i biglietti al portatore, basterà garantirli con il sottosuolo ricco di miniere, di tesori, di gemme. E Mefistofele commenta: ‘Se manca moneta, basta scavare un po’…’”.

“Quella sussurrata da Mefistofele è la tentazione che tutti i Principi, tutti i potenti della storia hanno avuto: finanziare le proprie guerre, i propri fasti, stampando moneta senza preoccuparsi di garantirne il valore, la stabilità. Finanziandoli con l’inflazione. Il Trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania, che proibisce al Principe, vale a dire al governo, di stampare moneta a proprio piacimento. Costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici”.

“Mostrai il libricino e dissi: ‘Questo volume venne stampato per le scuole tedesche negli anni Trenta, e in esse diffuso e commentato. Questo vi testimonia quanto sia radicata nell’animo dei tedeschi l’ostilità per l’inflazione, dopo Weimar. Questo pilastro si estende oggi anche all’Europa’”.

Viva l’Unione Europea, viva il vincolo esterno, viva la Francia, che ha vinto il mondiale grazie a una squadra multietnica, con Mbappé, Pogba, Matuidi, Umtiti, Kanté, dimostrando che l’apertura e l’accoglienza sono principi vincenti. Chi si chiude in se stesso, chi invoca il nazionalismo, il sovranismo, è destinato alla sconfitta.

Twitter @beniapiccone

IlSole24Ore 28 luglio 2018

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