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L’Europa parafulmine per governi locali (Carlo Cottarelli)

19 marzo 2021

Le accuse all’Europa sulla questione dei vaccini si sono intensificate nelle ultime settimane di fronte ai più rapidi progressi registrati negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Israele. Quando parlo di “accuse all’Europa” non mi riferisco ai singoli Paesi membri dell’Unione Europea, ma alle istituzioni europee, in primis alla Commissione e alla sua leader Ursula von der Leyen. Il che è paradossale perché, ora come in passato, le decisioni prese nel nostro continente sono in gran parte in mano ai singoli Paesi membri. La spiegazione di questo paradosso è però semplice: i Paesi membri hanno interesse a usare le istituzioni comunitarie più che come vero centro decisionale, come parafulmine per quando le cose vanno male. È molto più comodo.

Il più recente capo di accusa riguarda lo stop del vaccino AstraZeneca, decisione che ha buttato benzina sul fuoco del malcontento sulla gestione della campagna vaccinale. Chi ha preso questa decisione? Ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. Il che non ha impedito che le accuse siano state rivolte all’Unione Europe (“Ma che fanno a Bruxelles?” ha tuonato Salvini). Ora tocca all’Ema riparare il danno. E per farlo in modo credibile, per capovolgere le decisioni prese dai singoli Paesi, almeno un paio di giorni è necessario, o no?

Secondo capo di accusa: aver puntato troppo, nelle forniture negoziate dalla Commissione, su AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Beh, ha puntato su AstraZeneca anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale. Ci siamo scordati del fatto che, finora, il Regno Unito è il Paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i G20? Ma, a parte questo, la Commissione, nell’includere AstraZeneca tra i principali fornitori, non ha fatto altro che seguire la strada presa da Francia, Germania, Italia e Olanda lo scorso giugno, prima che i Paesi membri le chiedessero di condurre un’azione coordinata a livello europeo.

Terza accusa: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna. Qui si dimenticano tante cose. Primo, Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei Paesi membri, non ha), avevano finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Ovvio che questo abbia comportato vantaggi. Secondo, alle negoziazioni dei contratti europei avevano partecipato anche i rappresentanti dei principali Paesi europei. Comodo ora scaricare eventuali problemi solo su chi guidava la delegazione europea, l’italiana Sandra Gallina. Terzo, i contratti europei fornivano meno protezione in caso di ritardi, ma erano più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa fosse andato storto dal punto di vista sanitario. Inoltre, per alcuni di questi contratti, si era puntato ad ottenere prezzi più bassi. Perché questa enfasi sul “risparmio” e sulla responsabilità delle compagnie farmaceutiche? Probabilmente hanno influito le intimazioni a non favorire le Big Pharma da parte dei parlamentari europei, soprattutto quelli del fronte populista.

Nessuna responsabilità quindi per le istituzioni europee? Almeno una c’è e riguarda la comunicazione. La Commissione appare timida nel presentare le proprie ragioni e invece molto pronta ad ammettere che si poteva fare meglio. Timmermans, vicepresidente della Commissione, in un’intervista a un giornale tedesco ha ammesso che errori nei contratti sono stati fatti. Ma anche questo è un classico nell’operare di deboli istituzioni internazionali. Forse che Boris Johnson e Trump hanno mai ammesso errori? Eppure ne hanno fatti eccome… Forse l’ha fatto Conte? O Macron? Merkel ha timidamente ammesso qualche errore, ma è l’eccezione, non la regola. La realtà è che gli stessi rappresentanti di istituzioni europee trovano conveniente, quando parlano ai propri media, riconoscere errori delle istituzioni cui appartengono. Tanto quello che interessa loro è di apparire credibili all’opinione pubblica dei loro paesi e non urtare i politici nazionali, quelli che in ultima analisi ancora prendono le decisioni in Europa. La verità è che, in questa Europa ancora divisa, i politici dei Paesi membri si avvantaggiano dall’avere un parafulmine che ha poteri e risorse limitate, che non si vuole e non può difendersi mediaticamente e che, se necessario, è pronto a riconoscere errori che sono in gran parte di altri. L’Europa e le sue istituzioni restano deboli, perché questo è quello che vogliono gli stati membri.

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Il Draghi-pensiero (Rimini 2020)

6 febbraio 2021

Riporto qui l’intervento di Mario Draghi al meeting di Rimini 2020

 

Questa situazione di crisi, la pandemia, tra le tante conseguenze genera incertezza. Forse la prima cosa che viene in mente. Una incertezza che è paralizzante nelle nostre attività, nelle nostre decisioni. C’è però un aspetto della nostra personalità dove quest’incertezza non ha effetto: ed è il nostro impegno etico. Ed è proprio per questo che voglio ringraziare di aver ricevuto questo invito, perché mi rende in un certo senso partecipe della vostra testimonianza di impegno etico. Un impegno etico che non si ferma per l’incertezza ma anzi trova vigore nelle difficoltà, trova vigore dalla difficoltà della situazione presente. Il mio esser qui oggi è motivo di grande gratitudine nei vostri confronti che mi avete invitato.

Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.

Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora.

Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno cambiando insieme alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è quantomeno improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemo la strada. Vengono in mente le parole della ’preghiera per la serenità’ di Karl Paul Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: «Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza».

Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale. I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Al di là delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni. D’altronde una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principi che ci hanno sin qui accompagnato.

Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione internazionale del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, primo tra tutti gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, e non è un caso perché l’Europa attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale.

E in Europa, abbiamo avuto critiche alla stessa costruzione europea, alle quali si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute fino ad allora essenziali per il funzionamento dell’Europa e dell’euro. Queste regole erano sostanzialmente, ricordate: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato. Queste regole sono state successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era divenuta da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, per timidezza e per interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una critica contro tutto l’ordine esistente. Questa incertezza non è insolita, ma è caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti. Questa incertezza è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto, come dicevo, quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni.

Tutto ciò è profondamente destabilizzante. Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale.

Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che potrebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, che effettivamente sono stati l’ultimo periodo di grande instabilità, si pensi che in quel periodo per quello che riguarda l’Italia, l’inflazione passò dal 5% del ’70 al 21% alla fine di quegli anni e la disoccupazione dal 4 al 7%. La Lira in quegli anni perse metà del suo valore. Un’esperienza anche di altri Paesi. Effetto di periodi che per vari motivi non hanno avuto punti di riferimento. In quegli anni ci fu il primo vero aumento del prezzo del petrolio, l’abbandono del sistema dei pagamenti internazionali che aveva accompagnato il mondo dalla seconda guerra mondiale all’inizio degli anni ’70, la guerra dello Yom Kippur, avvenimenti di grande significato e che avevano sostanzialmente reso obsoleti e superati quei principi.

Ma questo a cosa ha portato? Ha portato a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione. Ma questo non è il futuro. Il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. E occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale.

Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale e europeo che abbiamo conosciuto.

È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione e che questa riflessione inizi subito. Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.

La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto, comprato, da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori. E questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi. Ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi.  Se cioè sarà considerato “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dalla pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo sì ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie.

Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà soltanto col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel lungo periodo.

Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società, a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa.

La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: si pensi che negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati. Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica di Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni devono essere basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; e infine l’umiltà di capire che il potere che hanno i nostri policy makers è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un altro impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato. La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.

Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire. Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, ma anche a livello europeo. La pandemia ha severamente provato la coesione sociale ma anche a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura, il NextGenerationEu arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.

Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione. In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che avrebbe dovuta essere stata spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.

Perciò questo passo avanti ci sarà e dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e direi soprattutto nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia nell’ordinamento europeo sono temporanei. Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane. Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune.

La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca. Dobbiamo, lo dico ancora un’ultima volta, essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

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Selvaggi contemporanei (Piergiorgio Odifreddi)

9 gennaio 2021

Il movimento No-vax è uno degli esempi di una regressione verso il pensiero magico, causata dall’ignoranza. Due secoli dopo il primo vaccino, c’è chi attribuisce cause superstiziose ai fenomeni che non comprende

• Il ritorno al pensiero magico causato dall’ignoranza scientifica è uno dei sintomi del nostro regresso allo stato di “selvaggi che vivono in un villaggio globale”.
• I moderni selvaggi non possono che comportarsi come quelli antichi, accontentandosi di attribuire cause infantili e superstiziose agli effetti tecnologici che non comprendono.
• Di qui il monopolio della gestione della vita politica, sociale e culturale affidato a operatori scientificamente ignoranti, da una popolazione altrettanto ignorante e nella quale dilagano luddismo, complottismo e negazionismo scientifici.

Una delle prime espressioni della perplessità e del disagio che l’uomo moderno sente nei confronti della tecnologia si trova in questo brano del romanzo Orlando (1928) di Virgina Woolf: “Entrò nell’ascensore, per il semplice motivo chela porta era aperta, e venne gentilmente sollevata. La magia è la vera sostanza della vita odierna, pensò mentre saliva. Nel Settecento, di qualunque cosa sapevamo com’era fatta. Ora invece io mi libro nell’aria, ascolto le voci dell’America, vedo uomini volare, ma non posso nemmeno immaginare come tutto questo viene fatto. E così torno a credere nella magia”. È passato un secolo, ma la maggior parte di noi continua a non avere idea di come funzionino l’ascensore, la radio e l’aeroplano: figuriamoci il resto della tecnologia contemporanea, la cui comprensione richiederebbe una ferrata conoscenza di fisica, chimica, biologia e informatica. Poiché nessuno padroneggia l’enorme sapere che si nasconde dietro tutti gli aggeggi che usiamo quotidianamente, hanno avuto facile gioco gli scrittori di fantascienza come Isaac Asimov o Arthur Clarke a ripetere, in Fondazione e impero (1952) e Profili del futuro (1973): “il pubblico disinformato tende a confondere la tecnica con la magia”, e “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”.

No-vax di tutti i tempi
Il ritorno al pensiero magico causato dall’ignoranza scientifica è uno dei sintomi del nostro regresso allo stato di “selvaggi che vivono in un villaggio globale”, come scrisse Marshall McLuhan nel 1973. E i moderni selvaggi non possono che comportarsi come quelli antichi, accontentandosi di attribuire cause infantili e superstiziose agli effetti tecnologici che non comprendono: di qui il monopolio della gestione della vita politica, sociale e culturale affidato a operatori scientificamente ignoranti, da una popolazione altrettanto ignorante e nella quale ormai dilagano luddismo, complottismo e negazionismo scientifici. Uno degli aspetti più evidenti di questo regresso al selvaggio e al magico è il movimento no-vax, sfruttato politicamente dai partiti che si indirizzano agli elettori meno attrezzati culturalmente, dispersi in uno spettro che va perlopiù da Fratelli d’Italia ai Cinque Stelle, ma si estende oltre: nessuno ha il monopolio dell’ignoranza.
La cosa è paradossale, perché se c’è un campo in cui si era partiti da osservazioni aneddotiche e sperimentazioni azzardate, e si è ormai arrivati a pianificazioni mirate e risultati straordinari, è proprio quello dei vaccini. Come ricorda il nome, il primo vaccino fu ottenuto dalle vacche malate di vaiolo bovino. Il medico inglese Edward Jenner aveva notato che le mungitrici che contraevano questa forma di vaiolo animale non si ammalavano del più maligno vaiolo umano: nel 1796 inoculò in un bambino del pus estratto da una pustola di una vacca infetta, e lo rese effettivamente immune al vaiolo umano. Da allora molti vaccini sono stati ottenuti dopo una lunga serie di tentativi ed errori, sperimentando l’uso di virus attenuati o inattivati, e grazie alla vaccinazione di massa si sono debellate malattie come poliomielite e febbre gialla. Dagli inizi, però, ai vaccini si sono opposti gli antesignani degli odierni no-vax, con le motivazioni più disparate: ad esempio, che non si deve contaminare la purezza della specie umana con materiale animale, o interferire nella pianificazione divina con prevenzioni diaboliche. La prima sollevazione popolare si ebbe nel 1853, quando in Inghilterra si introdusse la vaccinazione obbligatoria infantile contro il vaiolo, e le reazioni hanno in seguito preso le forme più assurde: dalla medicina antroposofica fondata nel 1910 dall’esoterista Rudolf Steiner, secondo il quale la vaccinazione infantile impedisce ai bambini l’esperienza formativa delle malattie infantili, al fraudolento articolo pubblicato dal medico Andrew Wakefield nel 1998, fonte delle fake news sull’autismo causato dal trivaccino (morbillo, parotite e rosolia).
I selvaggi no-vax alzano i loro scudi a difesa di un’oscurantista visione della medicina moderna, che essi percepiscono come una magia nera: magia, perché la trovano incomprensibile, e nera, perché la credono dannosa. E non è facile, in effetti, cercare di spiegare come funzionino i vaccini: soprattutto quello che dovrebbe e potrebbe immunizzarci dal Covid-19, prodotto a tempo di record in meno di un anno e appena approvato per l’uso. Si tratta di una meraviglia scientifica, che probabilmente frutterà un premio Nobel per la chimica o la medicina ai suoi inventori: per la prima volta, infatti, un vaccino non è stato ottenuto dalla manipolazione di organismi naturali preesistenti, ed è stato invece programmato teoricamente e prodotto sinteticamente, sulla base della biologia molecolare nata negli anni Cinquanta, quando James Watson e Francis Crick scoprirono la struttura a doppia elica del dna.

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Altro che smart working! (Alessandro Plateroti)

28 dicembre 2020

In Italia ci sono 60 milioni di abitanti, ma 80 milioni di telefoni smartphone e qualche milione di analogici: è il terzo paese per cellulari al mondo. Al contrario (e malgrado i prezzi medi delle due tecnologie non siano distanti), un terzo delle famiglie non ha in casa un personal computer: 22 milioni di italiani, pari al 33,8% (Istat), non possiedono un pc o un laptop in famiglia. Non solo. Per quelli che hanno un computer, l’alta velocità è solo quella dei treni per Milano: la connessione al web è tra le più lente del mondo. La velocità media in download in Italia è di 23,18 megabit/secondo, contro gli 81 Mbps dell’Europa occidentale: in Spagna sono 55,84 Mbps, in Francia 51, in Germania 42 e in UK addirittura 330Mbps.
Considerando il gran parlare su trasformazione digitale, smart working e didattica a distanza, questi numeri fanno una certa impressione. Con i tassi a zero, debito e spread non spaventano nessuno: ma dopo la pandemia, il vero rischio Italia sarà il divario tecnologico e infrastrutturale con il mondo occidentale. Nella manovra 2021, sono spuntati i telefonini di Stato in comodato d’uso per famiglie disagiate: in Italia ce n’è già uno e mezzo a testa, senza contare quelli “clandestini” che arrivano dall’Africa e dall’est.
Ma i personal computer per gli studenti disagiati no, quelli non sono previsti: basta un telefonino e assumere più docenti. La recovery dell’istruzione è a bassa velocità, oltre che a basso profilo: “Italian style”

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50 anni di Regioni: un disastro (Sergio Rizzo)

21 dicembre 2020

Sprechi e privilegi per centinaia di milioni E un colpo di freno alla crescita dell’Italia, a causa della stratificazione di leggi e regolamenti che complicano la vita a cittadini e imprese.  Le Regioni hanno cinquant’anni, portati malissimo. Già previste nella Costituzione repubblicana del 1948, la svolta diabolica è stata nel 1970: quando con un ritardo di ben 22 anni quegli enti sono stati materialmente creati. E c’è anche una data precisa, che determinerà una situazione radicalmente diversa rispetto a quella pensata dai padri costituenti. È il 23 dicembre del 1970, antivigilia di Natale. Gli anni di piombo sono dietro l’angolo. Un anno prima, il 12 dicembre 1969, la bomba di piazza Fontana ha spezzato l’innocenza di un Paese uscito a pezzi dalla guerra ma che aveva saputo risollevarsi. La Dc è al potere dal 1948. Il terzo governo di Mariano Rumor è caduto mentre a Reggio Calabria scoppia la rivolta dei “Boia chi molla” scatenata dai neofascisti che si oppongono alla decisione di fare Catanzaro capoluogo di Regione. A Palazzo Chigi c’è da qualche mese uno spaesato Emilio Colombo quando la notte del 7 dicembre Junio Valerio Borghese e i suoi accoliti tentano un grottesco colpo di stato. E il 23 ecco la legge che crea le premesse per tutto quanto accadrà in seguito. Certificando la definitiva archiviazione del boom economico.

 

Sono quattro piccolissimi articoli, di cui il più importante per gli effetti che avrà è il numero 2. Dice che le disposizioni “di cui ai titoli III e IV della legge 10 febbraio 1953, numero 62” hanno solo “valore transitorio” fino all’entrata in vigore degli statuti regionali. Che ogni Regione può scrivere come gli pare, perché l’articolo 1 della medesima legge cancella tutti i paletti che il provvedimento del 1953 aveva piantato per la redazione di quegli statuti.

 

Ma che cosa diceva la legge del 1953 nella parte che verrà rimpiazzata dagli statuti regionali? Per esempio, che i futuri consiglieri regionali mai e poi mai avrebbero potuto avere le prerogative che spettano ai membri del Parlamento. E che al massimo avrebbero avuto diritto a un gettone di presenza. Mentre solo ai presidenti del Consiglio e della giunta sarebbe toccato uno stipendio: ma non superiore a quello di un funzionario dello Stato di terzo grado.

 

Spazzato via a Natale del 1970 tutto questo armamentario tanto morigerato, gli statuti hanno fatto il resto. Trasformando le Regioni in autentici staterelli che hanno replicato in tutto e per tutto le strutture centrali. Ecco allora indennità faraoniche, vitalizi ancora più generosi di quelli parlamentari, pensioni regalate con i contributi figurativi, stuoli di inutili dipendenti a tagliare il brodo nei Consigli regionali assunti spesso per raccomandazione, una assurda proliferazione di gruppi politici con contributi mostruosi pagati dalla collettività. Fino allo scandalo del 2012 del Batman di Anagni. Calcolammo allora che se i Consigli regionali fossero costati come i due più virtuosi, quelli dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, i cittadini avrebbero risparmiato circa 650 milioni di euro l’anno. Il tutto senza contare gli apparati governativi regionali, che replicano burocrazie statali, ministeri, enti pubblici. E poi fondazioni, consorzi, società su società.

 

Ma gli sprechi, per quanto odiosi, sono un aspetto marginale in confronto al micidiale colpo di freno alla crescita economica che il sistema delle Regioni ha prodotto fin dall’inizio. E ancor più dalla scellerata riforma del titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001. Basta guardare all’incredibile stratificazione di norme e regolamenti regionali che si sono sovrapposti in ogni campo a quelli nazionali. Alle oltre 200 mila leggi prodotte dall’unità d’Italia se ne devono aggiungere altre 50 mila prodotte dalle Regioni a partire dal 1970. In un perenne e crescente contrasto con lo Stato centrale. Lo dicono i numeri. Dal 1995 al 2000 il governo ha impugnato 46 leggi regionali, ossia in media poco più di 9 l’anno. Invece fra il 2001, l’anno della riforma del titolo V che ha allargato enormemente i poteri regionali, e il 2014, i conflitti fra stato centrale e Regioni hanno riguardato 871 leggi. Ben 62 l’anno. E il 3 ottobre 2019 il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia è sbottato: «Ogni anno vengono impugnate oltre 120 leggi regionali. Così non si può andare avanti». Eppure si va avanti esattamente così.

 

Facile immaginare che cosa può significare questo per le imprese. Come per i lavoratori e i cittadini. Molti ne hanno avuto dimostrazioni concrete durante la pandemia con la cassa integrazione in deroga. Che dovendo passare attraverso le Regioni ha subito rallentamenti paurosi e drammatici. Ma come stupirsi, se il Parlamento nel 2001 ha concesso alle Regioni potere addirittura su una materia come il lavoro?

 

Il sistema è sempre più intricato e complesso, con ogni Regione che si sente in diritto di sfidare lo Stato su ogni terreno, dietro l’appellativo tanto roboante quanto grottesco che i presidenti di Regione si sono attribuiti nel silenzio generale: quello di “governatori”. Sfide che spesso avvengono con la complicità dei partiti che fanno parte della stessa maggioranza. E senza che dal governo si levi la pur minima protesta.

 

In ogni settore è un autentico delirio. La sanità è divisa in 21, con i calabresi che hanno diritti tragicamente diversi rispetto ai lombardi, alla faccia dell’articolo 32 della Costituzione. Abbiamo regionalizzato perfino le strade statali, salvo poi scoprire che attraversando un confine regionale qualcuna era ridotta a una mulattiera. Per non parlare delle reti elettriche, e ora delle dighe, che grazie a una legge assurda voluta dalla Lega con l’assistenza grillina passeranno in proprietà alle Regioni. E qui bisogna davvero incrociare le dita.

 

Se in Italia le opere pubbliche vanno così a rilento la colpa è anche della confusione normativa, delle lungaggini burocratiche determinate dai conflitti di competenze locali, dalle sovrapposizioni di poteri. Le Regioni sfornano a ripetizione leggi nelle quali si nascondono spesso frutti avvelenati. Per fare qualche favore a una lobby o a un gruppo d’interesse. La sanatoria delle mansarde, o dei seminterrati. Oppure una graduatoria per le demolizioni degli abusi, con il risultato che a prenderla alla lettera non si abbatterebbe un bel niente, come voleva fare la Campania. La giunta dell’Emilia- Romagna ha approvato a novembre una proposta di legge per recepire il decreto-legge sulle semplificazioni che vorrebbe introdurre il silenzio- assenso di sei mesi per le vecchie domande pendenti di condono edilizio. E possiamo solo immaginare che cosa potrebbe provocare anche in tutte le altre Regioni la caduta di questa barriera.

 

Ci sarebbero tutti gli estremi per una precipitosa marcia indietro, che nessuno vuole fare. Nemmeno gli italiani, visto che quattro anni fa hanno bocciato una riforma costituzionale con la quale la retromarcia sia pur moderatamente era stata innestata. Più facile per i politici cavalcare gli egoismi locali che garantiscono consenso. Se poi tutto il Paese è bloccato, poco male. Tanto il conto lo pagheranno le generazioni future.

Sergio Rizzo – laRepubblica – 21 dicembre 2020

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L’Asia nel futuro (Federico Rampini)

4 dicembre 2020

Corea del Sud. Ieri quel Paese di 52 milioni di abitanti si è quasi fermato per otto ore, non per qualche emergenza sanitaria (il contagio è stato bloccato a livelli microscopici rispetto all’Occidente), ma per consentire a mezzo milione di studenti di affrontare nella massima concentrazione l’esame di ammissione all’università. Non in remoto, sia chiaro. Perfino i pochi casi di studenti positivi al coronavirus dovevano recarsi di persona nelle apposite aule allestite per l’esame; per loro erano previsti accorgimenti di massima sicurezza, dal distanziamento all’assistenza di personale medico.

La Corea del Sud, come il Giappone, Singapore, Taiwan e la stessa Cina comunista, eredita una cultura confuciana al cui centro c’è il valore dell’istruzione. Lo studio è sacro, i giovani vengono educati al rispetto degli insegnanti. Le famiglie sanno che una buona università frequentata con la massima applicazione dischiude le porte del mercato del lavoro. La meritocrazia è rigorosa. Ieri per consentire la puntualità assoluta all’inizio dell’esame, il silenzio e la concentrazione durante le otto ore di prove, ci sono aziende che hanno rinviato l’apertura onde evitare che coincidesse con il tragitto degli esaminandi; i mezzi pubblici andavano riservati con priorità agli studenti; la Borsa di Seul ha rinviato l’apertura delle contrattazioni.

Vale la pena anche ricordare che le più importanti multinazionali sudcoreane – da Samsung a Hyundai – devono competere sul mercato del lavoro con un altro datore di lavoro che può rubargli i giovani più qualificati: lo Stato. L’amministrazione pubblica sudcoreana è circondata di rispetto per la sua efficienza, ed è uno dei traguardi ambiti per i migliori neolaureati.

Federico Rampini – 4 dicembre 2020

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Cosa ci dicono 50.000 morti (di Corrado Augias)

24 novembre 2020

Dunque, abbiamo superato la soglia dei 50 mila morti da Covid, numero imponente, da grandi catastrofi, da battaglia ottocentesca, più del doppio di Austerlitz, un’immensa pianura disseminata di cadaveri. Come dobbiamo valutare questa cifra, a parte la doverosa umana pietà, che cosa dobbiamo farne, quale beneficio collettivo questi 50mila nostri compatrioti senza più occhi né voce possono ancora dare a noi sopravvissuti? Le possibili colpe del governo, degli amministratori locali, di noi tutti, delle nostre imprudenze, della voglia di comportarci come se la pestilenza non ci fosse, si schiantano contro questa cifra.

La sola vera colpa, la più grande, è non rendersi conto che il virus è tra noi in agguato e che pretendere la normalità in una situazione così anormale e malata, è imperdonabile. Non voglio nemmeno accennare ai negazionisti, quelli che parlano di ambulanze vuote a sirene spiegate per spaventare i poveri cristi – pura malvagia stupidità. Parlo di tutti noi tentati di dimenticare le circostanze nelle quali ci troviamo perché ledono le nostre consolidate abitudini, i piccoli o grandi agi che una civiltà come la nostra, tra innumerevoli mancanze, ha concesso ad un numero di persone di dimensioni mai raggiunte da nessuna cultura precedente. Siamo noi, spensierati sonnambuli, il miglior alleato della peste, quelli che si tolgono la mascherina perché dà fastidio, quelli che s’abbracciano perché gli abbracci fanno allegria. Quando il flagello è esploso, la scorsa primavera, ci siamo sgolati a ripetere perfino dai balconi due slogan. Il primo era “andrà tutto bene”. Una frase giusta da dire, il colpo era stato duro, bisognava farsi coraggio, avere fiducia perché coraggio e fiducia, potevano aiutare a trovare un’uscita – così è stato.

Insieme allo slogan del coraggio ce n’era un altro: “Usciremo cambiati dall’epidemia”. Sembrava d’improvviso che gli italiani si fossero trasformati in un popolo disciplinato dove ognuno (la maggioranza) si comportava come se fosse consapevole della propria responsabilità verso gli altri. Il primo slogan era giusto, il secondo invece era illusorio. Non era senso di responsabilità ma paura, infatti col primo sole d’estate e l’abbassamento della curva la paura è finita, le cene, le feste, le discoteche hanno ripreso il loro posto e anche i soldi che la socialità fa girare. Sono importanti i soldi, molto importanti, la vita però viene prima, i morti non spendono. In Svizzera ci si interroga sul da fare quando i ricoveri superassero le capacità di ricezione degli ospedali, scelte dure, da tempo di guerra; negli Stati Uniti il numero dei decessi impone le fosse comuni come nel Settecento, chi a Natale del 2019, giusto un anno fa, ci avesse detto che tempo pochi mesi ci saremmo trovati a fare queste scelte, sarebbe stato trattato da menagramo o da pazzo. Invece è così che vanno le cose, la vita di ognuno o quella di un popolo, possono cambiare d’improvviso presentando il conto di circostanze inaspettate. Porsi oggi la domanda se tra un mese potremo o no fare il cenone, se potremo soffiare dentro le trombette che fanno pe-pe è una questione penosa di fronte a 50 mila vittime e alle altre che potranno aggiungersi.

Ecco come possono aiutarci quei 50mila morti senza più occhi né voce: farci davvero capire che cosa sta succedendo, quale sia il posto di ognuno di noi.

Corrado Augias – laRepubblica – 24/11/2020

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Per battere il virus guardiamo l’Asia – intervista a Parag Khanna

21 ottobre 2020

NANCHINO – Velocità di risposta. Competenza e trasparenza delle decisioni. Fiducia dei cittadini in chi li governa. È questa secondo Parag Khanna, 43 anni, politologo americano di base a Singapore e autore di bestseller come Il secolo asiatico?, la ricetta con cui i paesi dell’Asia Orientale, dalla Corea del Sud alla Cina, sono riusciti a contenere meglio di tutti gli altri il coronavirus. Mentre Europa e Stati Uniti sono alle prese con nuove ondate epidemiche, in Estremo Oriente la situazione appare sotto controllo, una convivenza con il virus in cui la vita è tornata a scorrere quasi normale e i nuovi, piccoli focolai vengono isolati con rapidità. Un modello a cui secondo Khanna, anche i governi occidentali potrebbero e dovrebbero ispirarsi.

Cina, Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Giappone, Vietnam: statistiche alla mano sono questi i Paesi che hanno contenuto meglio il coronavirus. Come ci sono riusciti?
“Ci sono varie ragioni, che a mio avviso hanno tutte pari importanza. La prima è che questi Paesi 17 anni fa hanno avuto l’esperienza dell’epidemia di Sars, che ha avuto un profondo impatto sulle loro opinioni pubbliche e le loro economie. Da allora hanno imparato quanto sia importante avere sistemi sanitari solidi e rispondere con rapidità a questi focolai. Il loro livello di preparazione, sociale e politica, era più alto, lo testimonia il fatto che in Asia non si è mai dibattuto sull’utilità delle mascherine, tutti le portavano fin dall’inizio. L’altro fattore è la fiducia dei cittadini nei governi: credono nella loro competenza e nel fatto che vogliano proteggere la vita e il benessere delle persone, che non agiscano secondo logiche politiche ma comprendano il rischio. E ovviamente, ultimo aspetto, c’è il fatto che quei governi sono davvero competenti e trasparenti”.

Eppure quei Paesi sono molto diversi, si va dall’autoritarismo della Cina di Xi Jinping alla democrazia liberale coreana.
“Il successo della loro risposta non ha a che fare con il tipo del regime, autoritario o democratico, bensì con la competenza, l’efficacia delle misure e la trasparenza. Anche la Cina, che non è trasparente verso il mondo esterno, è stata molto diretta e trasparente nel comunicare ai cittadini il senso delle misure adottate, che non a caso sono state rispettate da tutti”.

Un enorme contrasto con la confusione che regna a Occidente, negli Usa ma anche in Europa.
“Non generalizzerei parlando di Occidente, perché alcuni Paesi si sono comportati meglio di altri. Le democrazie populiste hanno gestito molto male l’epidemia, cosa che non mi stupisce, mentre le democrazie parlamentari con un welfare state solido e funzionari pubblici competenti se la sono cavata molto meglio”.

Ci sono aspetti di questo modello di convivenza con il virus che possono essere adottati ora dai Paesi occidentali, oppure sono legati a elementi culturali e politici peculiari del mondo asiatico?
“Tutti gli aspetti che ho menzionato possono essere importati dall’Occidente. L’unico elemento estraneo è l’autoritarismo, ma come ho detto non è quella la ragione del successo della Cina. Anzi, credo che fra qualche anno guardandoci indietro riconosceremo che i veri vincitori di questa pandemia sono le democrazie asiatiche, che hanno difeso i propri valori, mostrato competenza e solidarietà sociale, sconfiggendo il virus in maniera organica anziché con gli strumenti di un regime autoritario”.

Eppure la Cina ha azzerato il contagio e la sua economia si sta rialzando prima e con più decisione delle altre. Non è lei la grande vincitrice dalla pandemia?
“Non credo che i dati sulla crescita economica siano l’indicatore più importante, o almeno l’unico. Al contrario, dal punto di vista geopolitico la Cina è piuttosto il grande perdente dell’epidemia, in tutto il mondo la fiducia nei suoi confronti si è volatilizzata, e non tornerà più per molto tempo, direi almeno per una generazione”.

Il coronavirus segna la fine della globalizzazione così come la conoscevamo?
“L’epidemia stessa è un elemento della globalizzazione, che non è certo destinata a sparire, il punto è capire se e come ne muterà la direzione. Sotto alcuni aspetti la globalizzazione diventerà più regionale, per esempio la produzione industriale, la forza lavoro o l’energia, ma i flussi di capitali finanziari, così come quelli dei dati, resteranno globali”.

La tesi del suo ultimo libro è che questo secolo sarà asiatico. L’epidemia accelererà questa transizione globale di potenza?
“Non c’è dubbio. L’Asia in questo momento è l’unica parte del mondo che sta avendo una ripresa economica. La mia tesi è che in Asia non ci sia un vero e proprio ordine, una visione del mondo comune e delle chiare gerarchie, bensì un sistema di relazioni ad alta intensità, che sta diventando la parte più importante del sistema globale. Dopo l’epidemia, per il modo in cui la sta superando, l’Asia crescerà più in fretta del resto del mondo, si stabilizzerà più in fretta e aumenterà la sua integrazione”.

Da Robinson (la Repubblica) – 19 ottobre 2020 – intervista di Filippo Santelli

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La PA si autovaluta (Marco Ruffolo)

21 settembre 2020

Articolo di Marco Ruffolo pubblicato sull’inserto Affari e Finanza de la Repubblica del 14 settembre 2020.

Sapete come fa il ministero degli Esteri a verificare in che misura viene raggiunto l’obiettivo di “tutelare gli interessi nazionali nel bacino del Mediterraneo”? Lo fa misurando “il numero di incontri bilaterali con i Paesi di competenza”, nonché “il numero di comunicati congiunti concordati con i principali partner internazionali”. Pensate forse che il ministero della Giustizia, per misurare l’efficacia dei suoi corsi di formazione e aggiornamento, verifichi quanto effettivamente abbiano appreso i partecipanti al corso? Niente affatto: controlla semplicemente che “il loro grado di soddisfazione” arrivi al 90%. E il ministero della Salute? Pensate che tra i suoi obiettivi ci siano i tempi e la qualità delle prestazioni sanitarie erogate sul territorio nazionale? Nulla di tutto questo. L’obiettivo è un altro: riuscire ad aumentare “la percentuale di documenti a valenza esterna predisposti, rispetto a quelli da predisporre”.

Quando si parla non tanto di quello che lo Stato fa, ma di come valuta il comportamento dei propri uffici, si entra in un labirinto dove l’esigenza di dare servizi utili ai cittadini scompare, sostituita da una sola impellente preoccupazione: eseguire quante più procedure possibili, raggiungere un numero massimo di riunioni, comunicati, documenti. Insomma, non servizi reali ma obiettivi di carta. Poco importa se non serviranno a nulla o quasi.

 

È quanto emerge da uno studio dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani di Carlo Cottarelli, che ha provato a entrare in quel labirinto cartaceo, pomposamente battezzato “ciclo della performance”: centinaia di pagine che ogni amministrazione pubblica deve preparare tutti gli anni, prima scrivendo entro il 31 gennaio un Piano triennale, con tanto di obiettivi e di indicatori utili a verificarne il grado di realizzazione; poi redigendo entro il 30 giugno una Relazione, che dovrebbe valutare il raggiungimento o meno degli obiettivi. A scrivere questa Relazione sono gli Organismi indipendenti di valutazione (OIV). Li introdusse la riforma Brunetta nel 2009 con l’intenzione di dare le pagelle a chi ci amministra, ossia premi e penalità a seconda dei risultati raggiunti. Ce n’è uno in ciascuna amministrazione, e viene da essa stessa nominato. Insomma, un gioco che si ripete non di rado nel nostro Paese: i controllati che scelgono i propri controllori.

Ma a rendere ancora più assurdo il sistema, ci pensa la fervida immaginazione di chi è tenuto a indicare nero su bianco gli obiettivi da raggiungere. E’ proprio su questo aspetto che si sofferma lo studio dell’Osservatorio, il quale, dopo aver denunciato i ritardi con cui arrivano i documenti – solo il 69% delle amministrazioni ha presentato il Piano, e solo il 41% la Relazione – punta i fari su quattro ministeri: Giustizia, Salute, Interno e Affari Esteri. Tra i dieci obiettivi della Giustizia, uno solo riguarda in modo preciso la durata media dei processi civili. Il Piano 2020 prevede per il triennio un target medio uguale o inferiore a 376 giorni per i processi di primo grado. Ma ecco la sorpresa: nei due anni precedenti la durata media era stata, secondo il ministero, di 369 giorni nel 2018 e di 359 nel 2019. Insomma, ci troviamo di fronte a un obiettivo che invece di migliorare le cose, tende a peggiorarle. Un obiettivo che l’Osservatorio definisce con elegante eufemismo “poco ambizioso”.

Per il resto, i traguardi programmati dal Piano si limitano a riguardare il grado di utilizzo di procedure e strumenti, come ad esempio “la percentuale di uffici del Giudice di pace con servizi telematici attivi”. Nessuno però si preoccupa di andare a vedere a che cosa siano serviti quei servizi. La sanità: non uno dei dodici obiettivi del ministero della Salute si propone di ridurre i tempi e di alzare la qualità delle prestazioni erogate. Troviamo invece, tra gli altri target, il numero di “campagne promozionali su specifici rischi e malattie”, o la quantità di “pubblicazioni scientifiche in ambito medico”. Per promuovere gli interventi in materia di corretta alimentazione della popolazione, ci si preoccupa di andare a vedere – come si è già accennato all’inizio – la “percentuale di documenti a valenza esterna predisposti, rispetto a quelli da predisporre”. E il colmo è che per questo obiettivo il target di adempimento è inferiore al 100%: ossia – conclude l’Osservatorio – “si pianifica che non tutti i documenti da predisporre saranno predisposti!”.

Quando dalla salute passiamo alla sicurezza, il nostro viaggio tra le performance della Pa si fa ancora più complicato, perché il ministero dell’Interno ha pensato bene di affiancare a 21 obiettivi generali ben 137 obiettivi operativi intermedi. Una vera montagna di carta. In questo caso, anche l’Organismo indipendente di valutazione non risparmia critiche nella Relazione sulla performance. Critiche che però misteriosamente scompaiono nel documento finale di validazione. Quello che serve a distribuire i premi di risultato ai dirigenti. Alcuni target, poi, costituiscono dei veri e propri enigmi. Per esempio, per l’indicatore “numero di prodotti antincendio commercializzati controllati”, la soglia-obiettivo prevista è pari a 6: “numero che non si capisce bene a cosa si riferisca”, e con quale livello di partenza si confronti.

 

Il mistero non accenna a diradarsi quando passiamo ad esaminare le incongruenze che riguardano gli Esteri e la Cooperazione internazionale. Qui molti dei 24 obiettivi sono infatti espressi in termini assoluti e non, come ci si aspetterebbe, in percentuale. È il caso del “numero di uffici consolari dotati di strumentazione attiva per la captazione dei dati biometrici per il rilascio del passaporto”, o del “numero di domande di visto trattate dalla rete visti italiana nel triennio successivo”. Cifre che prese da sole non significano assolutamente nulla.

E si arriva infine al modo stravagante con cui gli Esteri valutano la “tutela degli interessi nazionali nel bacino del Mediterraneo”, misurata – come si diceva all’inizio – “dalla frequenza degli incontri bilaterali con i Paesi di competenza e dal numero di comunicati congiunti concordati con i principali partner internazionali”. Ossia, quel che importa è l’attività svolta, non i risultati raggiunti.

 

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Noi e il mondo “covidizzato” (da Claudio Velardi)

24 aprile 2020

Come una guerra o una rivoluzione, la pandemia mette in discussione i poteri costituiti: nelle istituzioni e nell’economia, nelle relazioni sociali, nel nostro io. Gli equilibri precedenti vengono azzerati, rimescolati, ripensati. Pensieri, pratiche e persone del prima appaiono all’improvviso inutili e inattuali, e finiscono in angoli dimenticati. Si salverà solo chi – di fronte ad un crisi, oltre che potente, esterna e ignota –  cambierà radicalmente il proprio sguardo sul mondo, mettendosi in discussione e guardandosi dentro. Il nostro spazio futuro non sarà deciso dai governi – come cercherò di dire con una certa brutalità – ma da ognuno di noi.

In un libro di qualche anno fa (“Scegli la tua vita”), Jacques Attali definì “rassegnati-reclamanti” coloro che “si rassegnano a non poter scegliere la propria vita, e che reclamano un risarcimento per la loro condizione di servitù”, contrapponendoli a quelli che “prendono in mano il loro destino, agiscono, si danno da fare, non credono all’irresistibile ascesa del Male”. Io credo che, quando usciremo di nuovo dalle nostre case, ci troveremo di fronte questa alternativa secca. Dovremo decidere se stare tra coloro che prendono in mano il loro destino – li chiamerò i ripartenti – oppure tra i rassegnati-reclamanti. E’ la sola opzione a disposizione, non ci sarà uno spazio di mezzo dove acquartierarsi. Per i primi ci sarà un duro lavoro da fare, ma darà dei frutti. Gli altri sono candidati ad ingrossare le fila di nuove, dolorose sacche di marginalità sociale e culturale. Nella sua essenza, il dopo Covid-19 è tutto qua.

  1. Il più immediato e drammatico scossone agli equilibri del passato è dato dall’impoverimento globale, che non è un’ipotesi, ma è già un fatto. E va affrontato subito dai singoli, prima che ci pensino gli Stati e indipendentemente da qualsivoglia recovery fund. I ripartenti ristruttureranno ora la loro vita, accettando di buon grado l’eliminazione delle ridondanze che prima dell’emergenza ci apparivano asset indispensabili, impiegando con raziocinio le minori risorse disponibili, molte o poche che siano. Così acquisteranno potere, perché saranno meno vincolati dalle pesanti congiunture che ci aspettano, più consapevoli e sobri nell’uso dei loro beni.  I rassegnati-reclamanti non cambieranno abitudini, comportamenti, stili di vita. Torneranno su progetti che (forse) prima avevano senso, oggi non più. Per andare in ufficio, rifaranno la stessa strada fermandosi allo stesso bar, nell’illusione che ogni procedura nota ripristini per incanto il vecchio mondo. Rivendicheranno insomma il diritto di vivere, nel mondo nuovo, come vivevano prima. E, nell’imbambolata attesa dell’eterno ritorno, perderanno potere, perché dipenderanno sempre più dall’annuncio di una legge, dalle iniezioni di denaro pubblico, dalle promesse politiche. Sfruttare con intelligenza l’emergenza per rivedere i fondamentali della propria vita materiale, significherà conquistare una fettina in più di potere. Procedere come prima vorrà dire cederne ulteriormente.
  1. Tenendoci chiusi nelle case a lavorare da remoto, la quarantena ha confinato i nostri spazi e ridisegnato il tempo. La sfida del dopo-Covid sarà riappropriarsi di (nuovi) spazi e governare il tempo. Sarà una battaglia cruenta, perché i detentori dei vecchi poteri cercheranno a tutti i costi di ripristinare lo status quo ante. Burocrati ministeriali, amministratori delegati, responsabili del personale e delle risorse umane, baroni universitari, caste e corporazioni di ogni natura vorranno riattivare un regime di reciproca sfiducia (io ti controllo, tu cerchi di sfuggirmi) tra Stato e cittadini, datori di lavoro e dipendenti, fatto di presidi burocratici, verifiche ossessive dei processi e inefficienze incrociate: uno scambio parassitario che in Italia ha generato depressione economica e stanchezza morale. Alla lunga, la restaurazione sarà destinata a fallire, perché in due mesi e mezzo abbiamo scoperto che si può lavorare e produrre in condizioni migliori, più semplici e vivibili (e meno costose!): è del tutto illusoria l’idea di tornare indietro. Ma i ripartenti dovranno armarsi di strategie adeguate, tenacia e di grande pazienza per vincere, e imporre un cambio strutturale delle relazioni lavorative e sociali, fondato su principi di responsabilità individuale, duttilità, coinvolgimento, delega.
  2. Nella sostanza, qualunque cambiamento dovrà partire da noi stessi. Non sarà semplice, perché siamo tutti conformati su determinate routine. La scansione sempre uguale a sé stessa delle nostre giornate è comoda, ci impigrisce e rinvia quegli sforzi a volte minimi che potrebbero variare abitudini e comportamenti, superando posture fisiche e mentali alienanti, e facendoci vivere meglio. Ma in questi mesi l’occasione per cambiare si è presentata. E forse – mettiamoci un pizzico di ottimismo –  anche il rassegnato-reclamante tipo avrà intravisto che le cose si possono fare in un altro modo. Nella solitudine asettica della quarantena, magari per un solo attimo, tutti ci siamo ritrovati a pensare che le catene mentali della nostra schiavitù ce le siamo in buona misura costruite da soli.

Cambiare il nostro rapporto con le risorse disponibili, con il lavoro, con noi stessi significa scardinare dalle fondamenta – almeno potenzialmente – l’assetto dei poteri costituiti.

Ma pensare di affidare il cambiamento ai governi o alla politica – dopo l’esperienza di libertà interiore, di rapporto più forte con noi stessi vissuto in questi mesi – è da sciocchi, non trovo altra espressione per dirlo. Certo, la politica – arte povera del tempo lineare che fu e che non tornerà – potrebbe evitare di lavorare con furbizia sui nostri difetti, sulle debolezze, i tic, i bias cognitivi che ci affliggono, sulle nostre piccole miserie umane. E potrebbe  aiutare concretamente la liberazione dei singoli, già solo circoscrivendo la sua sfera di azione. Invece temo che – prima di tutto per salvare sé stessa – finirà per dare una mano ai vecchi poteri, utilizzando senza criterio la droga dei soldi pubblici, sfruttando paure in maniera terroristica, cercando di mantenere i cittadini in uno stato perpetuo di libertà condizionata.

ripartenti, insomma, saranno abbastanza soli nella grande battaglia prossima ventura per la redistribuzione dei poteri. Ma il malefico Covid, senza volerlo, ha indicato una strada che sarà difficile cancellare.

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