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Il Presidente non è superficiale
16 Aprile 2012
Oggi il Presidente del Consiglio Monti ha detto che freno agli investimenti esteri in passato sono stati burocrazia e corruzione. Glielo ha detto l’emiro del Qatar in visita oggi a Roma. Meno male che è venuto l’emiro, che ha toccato i punti dolenti e sembra non abbia fatto cenno all’articolo 18.
Bene così. Solo non capisco perchè parlarne al passato, come se ormai i problemi burocrazia e corruzione fossero risolti. In questa uscita mediatica il Presidente mi ha ricordato il suo predecessore quando nel 2009 e 2010 tranquillizzava sul fatto che la crisi economica fosse ormai alle spalle.
Professore, lei è persona seria e rispettabile. Può fare molto, col suo governo, per indirizzare gli italiani ad un approccio più adulto e maturo con la politica e l’informazione. Non deroghi per favore. Anche questo è un servizio al Paese.
Presidente Monti, non sia superficiale
30 Marzo 2012
Sono quasi quarant’anni che bazzico multinazionali e a me l’idea che non investano in Italia a causa dell’art. 18 proprio non risulta, anche se lo sostengono i professori Monti e Fornero. Vediamo di ricapitolare un po’. L’Italia è nota per la diffusa presenza delle mafie, per le aree geografiche ed economiche che esse presidiano efficacemente in varie modalità. Si sa che in Italia una quota elevata, non si sa bene quanto, dell’economia è sommersa, illegale, mafiosa o no, e prospera alla faccia di una burocrazia ipertrofica, farraginosa e impicciona, che pretenderebbe di controllare tutto imponendo alle imprese adempimenti seccanti e onerosi, spesso riguardanti quisquilie. In compenso è stata introdotta una certa comprensiva elasticità per il falso in bilancio, che fa inorridire e preoccupare gli investitori onesti.
Il nostro è ritenuto un Paese ad alto tasso di corruzione. Lo dicono le graduatorie internazionali, per quanto scientificamente imperfette. Gli appalti della pubblica amministrazione non sempre sono giudicati trasparenti e la PA è un pessimo debitore. Paga a babbo morto. La giustizia civile è a sua volta nota per l’intollerabile lentezza. Far valere i propri diritti, anche per le imprese, richiede un tempo clamorosamente lungo e denaro in proporzione. Alta la corruzione, nel nostro amato Paese, e alto anche il tasso di evasione fiscale, un fattore che altera le regole di una corretta competizione. Elevate, numerose e piuttosto ingarbugliate sono pure le imposte che gravano sulle imprese e sul lavoro in genere.
Ove tutto ciò non bastasse a scoraggiare gli investitori va ricordato che il precedente governo italiano si è maldestramente ingerito in taluni affari proprio nel senso di ostacolare investimenti esteri, benché comunitari: vedi Edison, Alitalia, Parmalat, per esempio. E poco prima gli olandesi di ABN AMRO hanno trovato sulla loro strada niente meno che l’allora governatore della Banca d’Italia. Meno male che tanto alla Banca d’Italia quanto al Governo sono intervenuti cambiamenti che possono far considerare passati quei momentacci.
Purtroppo però dobbiamo guardarci anche dalle dicerie popolari: abbiamo ancora una certa fama di gabbatori di stranieri, di imbroglioncelli, perpetuata qua e la da alcuni taxisti, baristi, ristoratori, venditori di souvenir. Nonchè da qualche imprenditore dedito alla falsificazione e all’esportazione di patacche in vari campi.
Dulcis in fundo, qui non andiamo famosi per disporre di infrastrutture moderne ed efficienti e non risulta esistere una cosa che somigli ad una politica industriale. Gli incentivi vanno e vengono. Ultimamente soprattutto vanno. Non si capisce bene quali settori si vogliano sostenere e quali piani ci siano per farlo. Regna l’improvvisazione, un’altra caratteristica della quale gli italiani sono accreditati ma che è poco apprezzata dagli investitori.
In considerazione di tutti questi aspetti, professor Monti, ritiene di centrare il punto quando sostiene che gli investimenti stranieri in Italia non arrivano soprattutto a causa dell’art.18? Non dico che non sia necessario anche mettere mano alle norme che regolano il lavoro, ma che il punto sui termini della licenziabilità sia il problema chiave, quello che tutto il mondo si attende che venga rapidamente rimosso (lo ha detto lei ieri) mi sembra un’esagerazione. Non ritiene di esaminare la possibilità che invece sia solo uno degli aspetti, diciamo pure degli inconvenienti, che i potenziali investitori possono considerare? E non ritiene di dover dedicare urgente attenzione anche agli altri che sono qui elencati? Se passasse la riforma come desidera il suo Governo, forse non all’unanimità, quanti punti di PIL guadagneremmo? E quanti se emergesse anche solo il 20% dell’economia illegale?
Riforma (?) del lavoro
22 Marzo 2012
La ipotizzata riforma del lavoro, per come è stata illustrata a grandi linee, mi sembra terribilmente pasticciata, foriera di un aumento di lavoro solo per i tribunali. Forse occorreva ragionarci più a lungo tra pochi esperti veri, non ideologizzati, e non attorno a tavoli troppo affollati per consentire pacati e fruttuosi ragionamenti. Invece proprio le battaglie ideologiche sembrano aver ispirato talune decisioni e continuano anche in queste ore, nonostante non sia ancora disponibile un testo definitivo. Quando si saranno placati gli strilli e il parlamento si sarà espresso definitivamente vedremo cosa resterà sul terreno. Oltre a disoccupati.
Un manager maleducato
19 Marzo 2012
Se io fossi al posto di Marchionne probabilmente otterrei risultati anche peggiori dei suoi però, dovendo tra l’altro subire il confronto umiliante con competitor come Volkswagen, mi comporterei in modo molto ma molto meno arrogante. E andando a far visita al presidente del consiglio in una sede istituzionale non lo farei con indosso un maglione.
Ci vorrebbe più Italian style, mr. Marchionne, nelle auto e indosso.
Suppongo che se – e sottolineo se – Marchionne fosse stato assunto dall’Avvocato sarebbe stato indotto a comportarsi più urbanamente. Evidentemente allora anche in famiglia c’era più attenzione allo stile.
Forse questo governo è solo il Monti 1°
22 Febbraio 2012
Stiamo vivendo mesi speciali. Il governo Monti sta rimodellando non solo l’economia ma anche la politica italiana, pur magari non volendolo esplicitamente.
Prima ancora di poter seriamente giudicare l’esito del suo operato si può capire che questo governo segna la sconfitta, non si sa se definitiva, degli impreparati, degli improvvisati; recupera il valore della competenza. Ciò non significa ovviamente che in quanto competenti i ministri adotteranno solo comportamenti e decisioni non criticabili. Significa però che tutti i loro interlocutori saranno stimolati ad adeguarsi al nuovo livello. Penso a politici in genere, sindacalisti, giornalisti. Appare immediatamente clamorosa, infatti, la diversa statura professionale tra questi ministri, tutti, e molti dei loro predecessori.
Un altro aspetto che sta emergendo con nettezza è la divaricazione tra il nuovo governo e i partiti, tra la politica per il Paese e quella per il partito, quella fatta dentro i partiti e, purtroppo, anche al governo ma a beneficio dei partiti stessi. A forza di picchiare il tasto sul superamento delle ideologie abbiamo trasformato i partiti in comunanze di interessi invece che di idee, di principi. Ideologiche, se vogliamo. E le comunanze di interessi hanno portato alla politica e anche ai governi pre-Monti personaggi e comportamenti che non trovo esagerato definire spregevoli.
Il terzo elemento che sembra delinearsi è la convergenza al centro, che Monti rappresenta, della politica italiana. PDL, PD e, comprensibilmente, il cosiddetto terzo polo stanno infatti cominciando a ipotizzare forme di sostegno a Monti presidente del consiglio anche per le elezioni 2013, spingendo a bordo campo Lega, IdV e le mini-galassie dei raggruppamenti di sinistra e destra abbastanza o molto estreme. Questo potrebbe accadere anche senza ritorno al sistema elettorale proporzionale e ad un gruppo politico dominante come fu la DC. Potrebbero piuttosto formarsi due partiti prevalenti, come nelle maggiori democrazie, che convergono senza tentennamenti utilitaristici sulle regole del gioco e la cui alternanza al governo non modificherebbe gran che nè gli equilibri nè le strategie di medio termine. Non sarebbe poco, dopo un ventennio ormai di insulti, delegittimazioni, colpi bassi, che sono spesso andati a danno più del Paese che degli avversari politici.
Salvare l’euro affamando i greci
13 Febbraio 2012
Mi associo a chi giudica ingenerosa (eufemismo) la posizione UE nei confronti della popolazione greca. D’accordo, i loro governanti in passato hanno barato, truccato i conti. Hanno concesso alla popolazione molto più di quanto fosse possibile concedere. Ma adesso i governanti nuovi, che sono greci solo in apparenza, si stanno riprendendo tutto, più di quanto probabilmente è tollerabile. Così la gente soffre davvero e purtroppo sembra che il processo di impoverimento per riequilibrare i conti sia solo all’inizio. Sembra anche, peraltro, che questa cura da cavallo stia ammazzando la povera bestia, visto che più le si tagliano i viveri e più la si frusta meno la bestia si muove. In altre parole il PIL, la bestia, continua a deperire e l’incidenza dei debiti, di conseguenza, ad aumentare. Ma gli ideologi che dettano le regole non sembrano minimamente mettere in dubbio l’efficacia della cura. Dubbi non ne hanno. Se la realtà li smentisce sarà sbagliata la realtà, non la strategia.
Dopo i tagli (posti di lavoro, salari, pensioni) sono previste privatizzazioni, che in queste condizioni sono un modo per saccheggiare beni pubblici, cioè di tutti, per favorire, guarda un po’, investitori privati. E’ chiaro infatti che chi vende in condizioni di estremo bisogno molla sul prezzo. 50 miliardi di privatizzazioni, si stimano. In Euro. E se fossero dracme?
Le conseguenze economiche mi sembrano evidenti. Anzi, già viste. I ricchi arricchiscono con le speculazioni e mettendo al riparo all’estero i loro averi. I poveri impoveriscono. Ma si incazzano anche. In Grecia monta la rabbia contro l’Europa, la Germania, le banche, i partiti, i ricchi, anche se magari sono ricchi legittimamente, per loro merito e fatica. Fra poco ci saranno le elezioni ed è facile prevedere che avranno successo le tesi populiste, estremiste, non importa quanto truffaldine e irrealizzabili. Magari si andrà verso una semi-dittatura nazional-populista. Oppure, proprio nella culla della democrazia, tornerà in auge il comunismo.
Forse non c’è un giudice a Berlino (da Brecht, non da Merkel), ma nemmeno a Bruxelles.
Chiediamo scusa ai giovani
7 Febbraio 2012
E’ seccante sentire critiche anche canzonatorie rivolte ai giovani da gente della mia età, 10 anni più o meno. Come quelli che stanno ai governi. Quando i giovani con un titolo di studio eravamo noi il lavoro c’era. Di solito a tempo indeterminato. In posti come Milano, ma non solo, c’era l’imbarazzo della scelta. E la prospettiva era di migliorare col tempo sia la posizione che la retribuzione. Se decidevi di sposarti con due stipendi ce la si cavava bene, scappandoci anche qualche gratificazione extra routine. C’erano appartamenti a prezzi compatibili con i redditi e c’era di che accedere a finanziamenti, senza lo stress di poter perdere, col lavoro, anche la casa. Adesso lo stress c’è ma tutto il resto no, a cominciare dal lavoro correttamente ricompensato e dalla fiducia nel futuro. Direi dall’ottimismo, che è anche un’ottimo incentivo al rischio.
Vorrei perciò dire ai tardoni governativi e non che si permettono di ironizzare su quelle che considerano ingiustificate speranze dei giovani che se noi abbiamo ricevuto quella situazione e ai nostri figli lasciamo questa una colpa ci deve pur essere. E non può essere che nostra. Allora prima di parlare di bamboccioni, di mammoni, di pretenziosi ragazzi amanti del tran-tran e della monotonia, per favore, chiediamo loro scusa. Spieghiamo loro che adesso purtroppo la situazione è veramente grigia, non per colpa loro; che il posto fisso è davvero poco probabile; che nella vita dovranno cambiare spesso attività, anche non cambiando necessariamente il datore di lavoro. Che, se non sono pesantemente raccomandati e tutelati, devono accettare di mettersi in gioco quotidianamente (sacrosanto) e forse abituarsi a convivere con la precarietà. Ma non incolpiamoli! Scusiamoci piuttosto per averli messi in queste condizioni, molto peggiori di quelle che abbiamo avuto noi. Scusiamoci anche per non avere ancora provveduto nemmeno a quel minimo di servizi necessari ad assicurare l’aggiornamento permanente, necessario proprio perchè – come tutti pontificano – si dovrà cambiare spesso lavoro. E promettiamo loro che appena si saranno fatti un po le ossa cederemo le leve del comando, invece di restarci avvinti come se avessimo solo noi titoli, capacità e meriti per gestire il potere. Riconosciamo umilmente che la nostra gestione ha prodotto anche gravi danni.
Un governo per l’Europa
9 Gennaio 2012
E’ buffa la posizione di alcuni che criticano il governo Monti definendolo “il governo delle banche” o giudicandolo troppo di destra o troppo conservatore.
Rivediamo per un attimo il film: l’Italia è storicamente, politicamente, culturalmente un Paese significativo (e fondatore) dell’Unione Europea; la nostra moneta, da dieci anni, è l’euro. Per acquisire e mantenere queste due situazioni, che non dubito siano gradite alla maggioranza degli italiani, abbiamo dovuto cedere quote di sovranità all’Unione, in particolare sui temi economici. Era previsto.
L’Europa, piaccia o non piaccia, è largamente impostata sull’economia e questa lo è su criteri mercatistici. Il parlamento europeo, liberamente eletto da tutti noi, è favorevole a questa impostazione. Nel parlamento europeo la sinistra non è maggioranza e l’Europa è intrinsecamente conservatrice, se non altro per coerenza, essendo di fatto impegnata a ”conservare” quanto più possibile, su scala globale, i privilegi che ha saputo conquistare.
Quanto a noi italiani il governo Monti nasce perchè quello che lo ha preceduto si è dimostrato inadeguato a livello europeo, e l’Europa ha contribuito a farlo desistere. Ma quel governo era sostenuto da una maggioranza di destra, che c’è tuttora. Il governo Monti nasce cioè con la fiducia di un parlamento nel quale la destra è maggioranza, con l’obiettivo di tranquillizzare l’Europa, almeno quella dell’euro, il cui parlamento vede a sua volta una maggioranza di centro-destra. Diciamo conservatrice. Nasce per di più con l’obbligo, politico e morale, di soddisfare gli impegni presi con l’Europa dal governo precedente. A chi può mai venire in mente che in questo contesto il nuovo governo possa mettersi a sviluppare una politica di sinistra?
Mario Monti – che a me sembra perfetto per la situazione – può non piacere, come può non piacere la politica che il suo governo attua o prospetta, come può non piacere la politica UE (e personalmente su alcuni aspetti di questa sono critico anch’io). Ma in questo momento non credo che ci siano alternative. Deve essere chiaro a tutti che l’Italia non può andare per la sua strada, rispetto all’Europa.
E allora gli scontenti? Per ora si facciano una ragione, poi imparino a prendere più seriamente, perchè sono importanti, le elezioni europee. E’ con l’Europa che si giocherà il futuro. Invece noi provincialotti quelle elezioni le abbiamo finora considerate una specie di test per regolare i nostri fatti locali. A ciò indotti da una classe politica mediamente di basso profilo, come dimostrato anche da molti candidati, alcuni purtroppo eletti, ai seggi europei.
P.S. Questo sito è poco frequentato ma decoroso. Perciò, per decoro, ignoro le posizioni di chi giudica di sinistra il governo Monti e vede nella secessione dall’Italia e/o dall’Europa la soluzione di tutti i problemi.
Europa: competere, ma con le nostre regole
29 Dicembre 2011
Gli europei hanno saputo costruire, soprattutto nella parte occidentale, condizioni di vita mediamente molto migliori di quelle del resto del mondo. Mi riferisco in particolare agli aspetti qualitativi: diritti riconosciuti come universali, stato di diritto, welfare, democrazia, uguaglianza, solidarietà, eccetera.
Certo, senza la ricchezza materiale non saremmo allo stesso punto, ma non ci saremmo neppure se non avessimo condiviso i valori e la cultura che ci hanno fatto arrivare fin qua. Adesso però l’opulenza viene progressivamente ridimensionata. Il PIL dell’Europa sostanzialmente non cresce più. Abbiamo accumulato ricchezza ma stentiamo a produrne di nuova. Altre aree del mondo, per vari motivi tra i quali le loro risorse e capacità, ci stanno sopravanzando. Ultimo e recentissimo caso il Brasile, la cui economia complessiva supera quella britannica. I cittadini di questi Paesi ex emergenti, tuttavia, sono ben lontani dal raggiungimento della nostra qualità media di vita. Non che non ci siano i ricchissimi, anche da loro, ma non c’è dubbio che se si guarda alla massa le carenze – secondo i nostri standard – sono tuttora pesanti.
In questo contesto di non più crescita, o crescita asfittica, che dovrebbe fare l’Europa? Io dico difendere la qualità della vita raggiunta, lo stato sociale, la sicurezza. L’Europa invece sembra ossessionata dalla rincorsa alla crescita del PIL, comunque, anche a costo di ridimensionare alcune conquiste sociali. Le due cose, diciamo la quantitativa e la qualitativa, spesso vanno di pari passo ma a volte no. Non sempre la crescita del Pil corrisponde al miglioramento della qualità della vita. Il PIL non distingue fra consumi privati, o lusso privato, e spesa (non spreco, beninteso) pubblica: diritto allo studio, al lavoro e alla salute, tutela previdenziale, sicurezza. Ciò che si riferisce, per l’appunto, ai valori condivisi, tra i quali non rientra la ricchezza in se ma la libertà di cercarla e godersela.
I provvedimenti dei governi nazionali e della UE, in quest’ottica, potrebbero essere un po’ diversi da come sono o vengono prospettati. Prima di compromettere elementi qualitativi acquisiti e diffusi alla ricerca della crescita quantitativa dobbiamo pensarci bene. Forse dobbiamo difenderci in altro modo da quel tipo di competitività raggiunta da altri anche negando diritti e trattamenti decenti ai lavoratori e ai cittadini in genere. In altre parole: invece di comprimere le nostre conquiste sociali per inseguire i nuovi emergenti sul loro terreno (la ricerca del low cost come principale fattore competitivo) potremmo provare a costringere questi ultimi a inseguire noi sul nostro. Anche a costo di reintrodurre i dazi doganali nei confronti dei Paesi che non rispettano le regole minime vigenti in Europa, almeno in materia di lavoro.
Se i dazi doganali possono essere una parte della soluzione del problema io direi di riprenderli in considerazione. Non certo a protezione di inefficienze e monopoli ma come scudo verso quei competitori che sostanzialmente si macchiano, verso di noi, di concorrenza sleale. Lo sfruttamento del lavoro deve essere infatti considerato tale, come il mancato rispetto di brevetti, l’uso di componenti non a norma o l’evasione fiscale.
Politica come mediazione
1 Novembre 2011
Fra le tantissime stranezze italiane, tradizionali ma esplose per quantità e portata negli ultimi anni, stupisce questa: che abbiamo un ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, Maurizio Sacconi, che per qualche suo recondito motivo sembra in guerra con il sindacato, in particolare la CGIL. E che di smussare gli angoli sembra incaricarsi il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Non è una situazione strana?
Che bello quando a discutere erano la Confindustria e il sindacato e a mediare il Governo! Sembrava tutto più logico, più ordinato. Sarebbe opportuno invertire formalmente gli incarichi. Il problema è che la Marcegaglia al ministero potrebbe andarci (lo stesso capo del governo le aveva prospettato un ministero) mentre Sacconi in Confindustria penso che non lo vorrebbe nessuno. A parte sua moglie (Farmindustria).
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