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Al governo una combriccola di esibizionisti

28 dicembre 2020

“Credo che l’obbligatorietà del vaccino debba essere una pre-condizione per chi lavora nel pubblico” (Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute)

“Non sono favorevole ai vaccini obbligatori per i dipendenti pubblici” (Fabiana Dadone, ministra della PA).

No, questo non è un governo rispettabile; è una combriccola di vanitosi/e “per pratica e per natura inettissimi” all’impresa di governare (il virgolettato è di Machiavelli, riferito ai sicari inviati dai Pazzi ad uccidere i Medici).

Cito questa diatriba, in fondo minore rispetto ad altre, per affermare che non va bene un governo la cui massima espressione si ha in TV attraverso l’esibizione di qualche decina di cani sciolti favoriti dall’incapacità degli interlocutori di porre, oltre al microfono, anche domande minimamente sensate.

Eppure è il nostro governo, degli italiani. E pare difficile sostituirlo con uno migliore. Come disse Thomas Jefferson “Tremo per il mio Paese al pensiero che potremmo davvero ritrovarci un giorno i leader che meritiamo”.

Eccoci, noi ci siamo.

Post inserito in: secondo me

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Altro che smart working! (Alessandro Plateroti)

28 dicembre 2020

In Italia ci sono 60 milioni di abitanti, ma 80 milioni di telefoni smartphone e qualche milione di analogici: è il terzo paese per cellulari al mondo. Al contrario (e malgrado i prezzi medi delle due tecnologie non siano distanti), un terzo delle famiglie non ha in casa un personal computer: 22 milioni di italiani, pari al 33,8% (Istat), non possiedono un pc o un laptop in famiglia. Non solo. Per quelli che hanno un computer, l’alta velocità è solo quella dei treni per Milano: la connessione al web è tra le più lente del mondo. La velocità media in download in Italia è di 23,18 megabit/secondo, contro gli 81 Mbps dell’Europa occidentale: in Spagna sono 55,84 Mbps, in Francia 51, in Germania 42 e in UK addirittura 330Mbps.
Considerando il gran parlare su trasformazione digitale, smart working e didattica a distanza, questi numeri fanno una certa impressione. Con i tassi a zero, debito e spread non spaventano nessuno: ma dopo la pandemia, il vero rischio Italia sarà il divario tecnologico e infrastrutturale con il mondo occidentale. Nella manovra 2021, sono spuntati i telefonini di Stato in comodato d’uso per famiglie disagiate: in Italia ce n’è già uno e mezzo a testa, senza contare quelli “clandestini” che arrivano dall’Africa e dall’est.
Ma i personal computer per gli studenti disagiati no, quelli non sono previsti: basta un telefonino e assumere più docenti. La recovery dell’istruzione è a bassa velocità, oltre che a basso profilo: “Italian style”

Post inserito in: dicono

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50 anni di Regioni: un disastro (Sergio Rizzo)

21 dicembre 2020

Sprechi e privilegi per centinaia di milioni E un colpo di freno alla crescita dell’Italia, a causa della stratificazione di leggi e regolamenti che complicano la vita a cittadini e imprese.  Le Regioni hanno cinquant’anni, portati malissimo. Già previste nella Costituzione repubblicana del 1948, la svolta diabolica è stata nel 1970: quando con un ritardo di ben 22 anni quegli enti sono stati materialmente creati. E c’è anche una data precisa, che determinerà una situazione radicalmente diversa rispetto a quella pensata dai padri costituenti. È il 23 dicembre del 1970, antivigilia di Natale. Gli anni di piombo sono dietro l’angolo. Un anno prima, il 12 dicembre 1969, la bomba di piazza Fontana ha spezzato l’innocenza di un Paese uscito a pezzi dalla guerra ma che aveva saputo risollevarsi. La Dc è al potere dal 1948. Il terzo governo di Mariano Rumor è caduto mentre a Reggio Calabria scoppia la rivolta dei “Boia chi molla” scatenata dai neofascisti che si oppongono alla decisione di fare Catanzaro capoluogo di Regione. A Palazzo Chigi c’è da qualche mese uno spaesato Emilio Colombo quando la notte del 7 dicembre Junio Valerio Borghese e i suoi accoliti tentano un grottesco colpo di stato. E il 23 ecco la legge che crea le premesse per tutto quanto accadrà in seguito. Certificando la definitiva archiviazione del boom economico.

 

Sono quattro piccolissimi articoli, di cui il più importante per gli effetti che avrà è il numero 2. Dice che le disposizioni “di cui ai titoli III e IV della legge 10 febbraio 1953, numero 62” hanno solo “valore transitorio” fino all’entrata in vigore degli statuti regionali. Che ogni Regione può scrivere come gli pare, perché l’articolo 1 della medesima legge cancella tutti i paletti che il provvedimento del 1953 aveva piantato per la redazione di quegli statuti.

 

Ma che cosa diceva la legge del 1953 nella parte che verrà rimpiazzata dagli statuti regionali? Per esempio, che i futuri consiglieri regionali mai e poi mai avrebbero potuto avere le prerogative che spettano ai membri del Parlamento. E che al massimo avrebbero avuto diritto a un gettone di presenza. Mentre solo ai presidenti del Consiglio e della giunta sarebbe toccato uno stipendio: ma non superiore a quello di un funzionario dello Stato di terzo grado.

 

Spazzato via a Natale del 1970 tutto questo armamentario tanto morigerato, gli statuti hanno fatto il resto. Trasformando le Regioni in autentici staterelli che hanno replicato in tutto e per tutto le strutture centrali. Ecco allora indennità faraoniche, vitalizi ancora più generosi di quelli parlamentari, pensioni regalate con i contributi figurativi, stuoli di inutili dipendenti a tagliare il brodo nei Consigli regionali assunti spesso per raccomandazione, una assurda proliferazione di gruppi politici con contributi mostruosi pagati dalla collettività. Fino allo scandalo del 2012 del Batman di Anagni. Calcolammo allora che se i Consigli regionali fossero costati come i due più virtuosi, quelli dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, i cittadini avrebbero risparmiato circa 650 milioni di euro l’anno. Il tutto senza contare gli apparati governativi regionali, che replicano burocrazie statali, ministeri, enti pubblici. E poi fondazioni, consorzi, società su società.

 

Ma gli sprechi, per quanto odiosi, sono un aspetto marginale in confronto al micidiale colpo di freno alla crescita economica che il sistema delle Regioni ha prodotto fin dall’inizio. E ancor più dalla scellerata riforma del titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001. Basta guardare all’incredibile stratificazione di norme e regolamenti regionali che si sono sovrapposti in ogni campo a quelli nazionali. Alle oltre 200 mila leggi prodotte dall’unità d’Italia se ne devono aggiungere altre 50 mila prodotte dalle Regioni a partire dal 1970. In un perenne e crescente contrasto con lo Stato centrale. Lo dicono i numeri. Dal 1995 al 2000 il governo ha impugnato 46 leggi regionali, ossia in media poco più di 9 l’anno. Invece fra il 2001, l’anno della riforma del titolo V che ha allargato enormemente i poteri regionali, e il 2014, i conflitti fra stato centrale e Regioni hanno riguardato 871 leggi. Ben 62 l’anno. E il 3 ottobre 2019 il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia è sbottato: «Ogni anno vengono impugnate oltre 120 leggi regionali. Così non si può andare avanti». Eppure si va avanti esattamente così.

 

Facile immaginare che cosa può significare questo per le imprese. Come per i lavoratori e i cittadini. Molti ne hanno avuto dimostrazioni concrete durante la pandemia con la cassa integrazione in deroga. Che dovendo passare attraverso le Regioni ha subito rallentamenti paurosi e drammatici. Ma come stupirsi, se il Parlamento nel 2001 ha concesso alle Regioni potere addirittura su una materia come il lavoro?

 

Il sistema è sempre più intricato e complesso, con ogni Regione che si sente in diritto di sfidare lo Stato su ogni terreno, dietro l’appellativo tanto roboante quanto grottesco che i presidenti di Regione si sono attribuiti nel silenzio generale: quello di “governatori”. Sfide che spesso avvengono con la complicità dei partiti che fanno parte della stessa maggioranza. E senza che dal governo si levi la pur minima protesta.

 

In ogni settore è un autentico delirio. La sanità è divisa in 21, con i calabresi che hanno diritti tragicamente diversi rispetto ai lombardi, alla faccia dell’articolo 32 della Costituzione. Abbiamo regionalizzato perfino le strade statali, salvo poi scoprire che attraversando un confine regionale qualcuna era ridotta a una mulattiera. Per non parlare delle reti elettriche, e ora delle dighe, che grazie a una legge assurda voluta dalla Lega con l’assistenza grillina passeranno in proprietà alle Regioni. E qui bisogna davvero incrociare le dita.

 

Se in Italia le opere pubbliche vanno così a rilento la colpa è anche della confusione normativa, delle lungaggini burocratiche determinate dai conflitti di competenze locali, dalle sovrapposizioni di poteri. Le Regioni sfornano a ripetizione leggi nelle quali si nascondono spesso frutti avvelenati. Per fare qualche favore a una lobby o a un gruppo d’interesse. La sanatoria delle mansarde, o dei seminterrati. Oppure una graduatoria per le demolizioni degli abusi, con il risultato che a prenderla alla lettera non si abbatterebbe un bel niente, come voleva fare la Campania. La giunta dell’Emilia- Romagna ha approvato a novembre una proposta di legge per recepire il decreto-legge sulle semplificazioni che vorrebbe introdurre il silenzio- assenso di sei mesi per le vecchie domande pendenti di condono edilizio. E possiamo solo immaginare che cosa potrebbe provocare anche in tutte le altre Regioni la caduta di questa barriera.

 

Ci sarebbero tutti gli estremi per una precipitosa marcia indietro, che nessuno vuole fare. Nemmeno gli italiani, visto che quattro anni fa hanno bocciato una riforma costituzionale con la quale la retromarcia sia pur moderatamente era stata innestata. Più facile per i politici cavalcare gli egoismi locali che garantiscono consenso. Se poi tutto il Paese è bloccato, poco male. Tanto il conto lo pagheranno le generazioni future.

Sergio Rizzo – laRepubblica – 21 dicembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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L’Asia nel futuro (Federico Rampini)

4 dicembre 2020

Corea del Sud. Ieri quel Paese di 52 milioni di abitanti si è quasi fermato per otto ore, non per qualche emergenza sanitaria (il contagio è stato bloccato a livelli microscopici rispetto all’Occidente), ma per consentire a mezzo milione di studenti di affrontare nella massima concentrazione l’esame di ammissione all’università. Non in remoto, sia chiaro. Perfino i pochi casi di studenti positivi al coronavirus dovevano recarsi di persona nelle apposite aule allestite per l’esame; per loro erano previsti accorgimenti di massima sicurezza, dal distanziamento all’assistenza di personale medico.

La Corea del Sud, come il Giappone, Singapore, Taiwan e la stessa Cina comunista, eredita una cultura confuciana al cui centro c’è il valore dell’istruzione. Lo studio è sacro, i giovani vengono educati al rispetto degli insegnanti. Le famiglie sanno che una buona università frequentata con la massima applicazione dischiude le porte del mercato del lavoro. La meritocrazia è rigorosa. Ieri per consentire la puntualità assoluta all’inizio dell’esame, il silenzio e la concentrazione durante le otto ore di prove, ci sono aziende che hanno rinviato l’apertura onde evitare che coincidesse con il tragitto degli esaminandi; i mezzi pubblici andavano riservati con priorità agli studenti; la Borsa di Seul ha rinviato l’apertura delle contrattazioni.

Vale la pena anche ricordare che le più importanti multinazionali sudcoreane – da Samsung a Hyundai – devono competere sul mercato del lavoro con un altro datore di lavoro che può rubargli i giovani più qualificati: lo Stato. L’amministrazione pubblica sudcoreana è circondata di rispetto per la sua efficienza, ed è uno dei traguardi ambiti per i migliori neolaureati.

Federico Rampini – 4 dicembre 2020

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