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Cosa ci dicono 50.000 morti (di Corrado Augias)

24 novembre 2020

Dunque, abbiamo superato la soglia dei 50 mila morti da Covid, numero imponente, da grandi catastrofi, da battaglia ottocentesca, più del doppio di Austerlitz, un’immensa pianura disseminata di cadaveri. Come dobbiamo valutare questa cifra, a parte la doverosa umana pietà, che cosa dobbiamo farne, quale beneficio collettivo questi 50mila nostri compatrioti senza più occhi né voce possono ancora dare a noi sopravvissuti? Le possibili colpe del governo, degli amministratori locali, di noi tutti, delle nostre imprudenze, della voglia di comportarci come se la pestilenza non ci fosse, si schiantano contro questa cifra.

La sola vera colpa, la più grande, è non rendersi conto che il virus è tra noi in agguato e che pretendere la normalità in una situazione così anormale e malata, è imperdonabile. Non voglio nemmeno accennare ai negazionisti, quelli che parlano di ambulanze vuote a sirene spiegate per spaventare i poveri cristi – pura malvagia stupidità. Parlo di tutti noi tentati di dimenticare le circostanze nelle quali ci troviamo perché ledono le nostre consolidate abitudini, i piccoli o grandi agi che una civiltà come la nostra, tra innumerevoli mancanze, ha concesso ad un numero di persone di dimensioni mai raggiunte da nessuna cultura precedente. Siamo noi, spensierati sonnambuli, il miglior alleato della peste, quelli che si tolgono la mascherina perché dà fastidio, quelli che s’abbracciano perché gli abbracci fanno allegria. Quando il flagello è esploso, la scorsa primavera, ci siamo sgolati a ripetere perfino dai balconi due slogan. Il primo era “andrà tutto bene”. Una frase giusta da dire, il colpo era stato duro, bisognava farsi coraggio, avere fiducia perché coraggio e fiducia, potevano aiutare a trovare un’uscita – così è stato.

Insieme allo slogan del coraggio ce n’era un altro: “Usciremo cambiati dall’epidemia”. Sembrava d’improvviso che gli italiani si fossero trasformati in un popolo disciplinato dove ognuno (la maggioranza) si comportava come se fosse consapevole della propria responsabilità verso gli altri. Il primo slogan era giusto, il secondo invece era illusorio. Non era senso di responsabilità ma paura, infatti col primo sole d’estate e l’abbassamento della curva la paura è finita, le cene, le feste, le discoteche hanno ripreso il loro posto e anche i soldi che la socialità fa girare. Sono importanti i soldi, molto importanti, la vita però viene prima, i morti non spendono. In Svizzera ci si interroga sul da fare quando i ricoveri superassero le capacità di ricezione degli ospedali, scelte dure, da tempo di guerra; negli Stati Uniti il numero dei decessi impone le fosse comuni come nel Settecento, chi a Natale del 2019, giusto un anno fa, ci avesse detto che tempo pochi mesi ci saremmo trovati a fare queste scelte, sarebbe stato trattato da menagramo o da pazzo. Invece è così che vanno le cose, la vita di ognuno o quella di un popolo, possono cambiare d’improvviso presentando il conto di circostanze inaspettate. Porsi oggi la domanda se tra un mese potremo o no fare il cenone, se potremo soffiare dentro le trombette che fanno pe-pe è una questione penosa di fronte a 50 mila vittime e alle altre che potranno aggiungersi.

Ecco come possono aiutarci quei 50mila morti senza più occhi né voce: farci davvero capire che cosa sta succedendo, quale sia il posto di ognuno di noi.

Corrado Augias – laRepubblica – 24/11/2020



 

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