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Regoliamo il telelavoro, una modalità “normale” e sempre più diffusa

22 ottobre 2020

Sarebbe utile – anche per il post pandemia – un piano/sistema nazionale per lo smart working (diciamo lavoro da remoto) che tenga in considerazione diverse esigenze:

  • necessità di decongestionare le grandi città

 

  • opportunità di creare lavoro nei centri minori

 

  • sviluppo delle tecnologia di co-working e delle reti digitali

 

  • esigenze delle famiglie (organizzazione e risorse tecnologiche) e dei lavoratori

 

  • indicazione di come avvengono i rapporti online e di persona tra i lavoratori e i loro superiori (i lavoratori hanno l’esigenza e il diritto di un rapporto aperto, trasparente e bidirezionale con chi ha il dovere di indirizzarli, consigliarli e, infine, valutari). Nessun lavoratore dovrebbe lavorare avendo come riferimento un essere virtuale, sconosciuto. Un quasi robot che appare solo in video. Orrendo! La relazione umana va conservata, è fondamentale

 

  • inserimento delle regole in contratti di lavoro (pochi criteri nazionali fondamentali e molti legati alle contrattazioni aziendali) che definiscano anche motivi, modalità e frequenza di attività in presenza nonché, ove possibile, sistemi premianti anche consistenti per le prestazioni superiori alla media

 

  • programmi di formazione, tecnica e manageriale. Soprattutto manageriale, perché pochi manager sanno correttamente valutare le prestazioni non in presenza

 

Dai! Mettiamo in piedi una ennesima task force! (Ma va bene anche un comitato). Magari coordinato da qualcuno che sa di che parla. Perciò non un politico e non un sindacalista, direi. Io di nomi ne avrei tanti da proporre, tra manager che hanno già sperimentato il telelavoro nelle loro imprese e consulenti che si impegnano ad organizzarlo, sia in ambiente pubblico che privato, anche internazionale.
Su, pensiamo al futuro.

Post inserito in: secondo me

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Per battere il virus guardiamo l’Asia – intervista a Parag Khanna

21 ottobre 2020

NANCHINO – Velocità di risposta. Competenza e trasparenza delle decisioni. Fiducia dei cittadini in chi li governa. È questa secondo Parag Khanna, 43 anni, politologo americano di base a Singapore e autore di bestseller come Il secolo asiatico?, la ricetta con cui i paesi dell’Asia Orientale, dalla Corea del Sud alla Cina, sono riusciti a contenere meglio di tutti gli altri il coronavirus. Mentre Europa e Stati Uniti sono alle prese con nuove ondate epidemiche, in Estremo Oriente la situazione appare sotto controllo, una convivenza con il virus in cui la vita è tornata a scorrere quasi normale e i nuovi, piccoli focolai vengono isolati con rapidità. Un modello a cui secondo Khanna, anche i governi occidentali potrebbero e dovrebbero ispirarsi.

Cina, Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Giappone, Vietnam: statistiche alla mano sono questi i Paesi che hanno contenuto meglio il coronavirus. Come ci sono riusciti?
“Ci sono varie ragioni, che a mio avviso hanno tutte pari importanza. La prima è che questi Paesi 17 anni fa hanno avuto l’esperienza dell’epidemia di Sars, che ha avuto un profondo impatto sulle loro opinioni pubbliche e le loro economie. Da allora hanno imparato quanto sia importante avere sistemi sanitari solidi e rispondere con rapidità a questi focolai. Il loro livello di preparazione, sociale e politica, era più alto, lo testimonia il fatto che in Asia non si è mai dibattuto sull’utilità delle mascherine, tutti le portavano fin dall’inizio. L’altro fattore è la fiducia dei cittadini nei governi: credono nella loro competenza e nel fatto che vogliano proteggere la vita e il benessere delle persone, che non agiscano secondo logiche politiche ma comprendano il rischio. E ovviamente, ultimo aspetto, c’è il fatto che quei governi sono davvero competenti e trasparenti”.

Eppure quei Paesi sono molto diversi, si va dall’autoritarismo della Cina di Xi Jinping alla democrazia liberale coreana.
“Il successo della loro risposta non ha a che fare con il tipo del regime, autoritario o democratico, bensì con la competenza, l’efficacia delle misure e la trasparenza. Anche la Cina, che non è trasparente verso il mondo esterno, è stata molto diretta e trasparente nel comunicare ai cittadini il senso delle misure adottate, che non a caso sono state rispettate da tutti”.

Un enorme contrasto con la confusione che regna a Occidente, negli Usa ma anche in Europa.
“Non generalizzerei parlando di Occidente, perché alcuni Paesi si sono comportati meglio di altri. Le democrazie populiste hanno gestito molto male l’epidemia, cosa che non mi stupisce, mentre le democrazie parlamentari con un welfare state solido e funzionari pubblici competenti se la sono cavata molto meglio”.

Ci sono aspetti di questo modello di convivenza con il virus che possono essere adottati ora dai Paesi occidentali, oppure sono legati a elementi culturali e politici peculiari del mondo asiatico?
“Tutti gli aspetti che ho menzionato possono essere importati dall’Occidente. L’unico elemento estraneo è l’autoritarismo, ma come ho detto non è quella la ragione del successo della Cina. Anzi, credo che fra qualche anno guardandoci indietro riconosceremo che i veri vincitori di questa pandemia sono le democrazie asiatiche, che hanno difeso i propri valori, mostrato competenza e solidarietà sociale, sconfiggendo il virus in maniera organica anziché con gli strumenti di un regime autoritario”.

Eppure la Cina ha azzerato il contagio e la sua economia si sta rialzando prima e con più decisione delle altre. Non è lei la grande vincitrice dalla pandemia?
“Non credo che i dati sulla crescita economica siano l’indicatore più importante, o almeno l’unico. Al contrario, dal punto di vista geopolitico la Cina è piuttosto il grande perdente dell’epidemia, in tutto il mondo la fiducia nei suoi confronti si è volatilizzata, e non tornerà più per molto tempo, direi almeno per una generazione”.

Il coronavirus segna la fine della globalizzazione così come la conoscevamo?
“L’epidemia stessa è un elemento della globalizzazione, che non è certo destinata a sparire, il punto è capire se e come ne muterà la direzione. Sotto alcuni aspetti la globalizzazione diventerà più regionale, per esempio la produzione industriale, la forza lavoro o l’energia, ma i flussi di capitali finanziari, così come quelli dei dati, resteranno globali”.

La tesi del suo ultimo libro è che questo secolo sarà asiatico. L’epidemia accelererà questa transizione globale di potenza?
“Non c’è dubbio. L’Asia in questo momento è l’unica parte del mondo che sta avendo una ripresa economica. La mia tesi è che in Asia non ci sia un vero e proprio ordine, una visione del mondo comune e delle chiare gerarchie, bensì un sistema di relazioni ad alta intensità, che sta diventando la parte più importante del sistema globale. Dopo l’epidemia, per il modo in cui la sta superando, l’Asia crescerà più in fretta del resto del mondo, si stabilizzerà più in fretta e aumenterà la sua integrazione”.

Da Robinson (la Repubblica) – 19 ottobre 2020 – intervista di Filippo Santelli

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Telescuola: quando gli italiani erano in crescita

11 ottobre 2020

Le discussioni sulla didattica a distanza mi hanno fatto tornare in mente iniziative storiche della RAI. La famosa “Non è mai troppo tardi”, certo, ma pure Telescuola, fine anni 50. Ha consentito di completare l’istruzione obbligatoria (8 anni) ad alunni residenti in località prive di scuole secondarie.

Lezioni via tv e aule organizzate dove possibile, anche in locali messi a disposizione da privati, presidiate di solito da un singolo docente di supporto, non ancora chiamato tutor. Oltre 1600 aule, se non ricordo male.
Fu Telescuola, tra l’altro, l’avanguardia sperimentale della scuola media unificata, introdotta nel 1963.

Certo, non c’era Covid e perciò a distanza era il docente delle varie materie (anche educazione civica, artistica e musicale, tanto per dire di che si parla), non gli alunni, che anzi parevano ben contenti di ritrovarsi ogni giorno e studiare insieme.

La soluzione funzionò. Un docente sardo che aveva profonda conoscenza del tema in particolare per la sua regione, mi disse qualche tempo fa (circa cinquant’anni…) che tutto era ben organizzato ma che la vera benzina del successo fu soprattutto la gran voglia di imparare di quegli studenti, non tutti ragazzi.

Ecco. La spinta dal basso, l’impegno, la volontà. E lo Stato che si da da fare, viene incontro. Una società ancora povera ma armonica. E il servizio pubblico in una delle sue migliori espressioni.

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Telelavoro a Milano

3 ottobre 2020

Comune di Milano: il sindaco Sala impone un massimo di 6 giorni al mese in home working. Come se fosse un premio. Occorre “presidiare la scrivania” dice il sindaco in una visione che pare al massimo novecentesca.

Non ci siamo. Si tratta di una battaglia di retroguardia.
Il lavoro da remoto va valutato in funzione delle esigenze e delle opportunità organizzative, non a tempo. Che significa porre un limite temporale? Il limite semmai sta nella logistica domestica del lavoratore: spazi angusti e condivisi, bambini che pretendono attenzione, altri fattori di distrazione.

Certo, se abbiamo sempre a che fare con dirigenti che non sanno gestire e valutare il lavoro impiegatizio se non in base al tempo di presenza alla scrivania, invece che in base ai risultati, non c’è che il “controllo” visivo: sei presente, e ciò basta per ritenerti adempiente. Se invece fossero chiari gli obiettivi da conseguire sarebbe poco importante la presenza fisica, anche perché il lavoro impiegatizio oggi è largamente al computer, perciò si può perfettamente condividere e valutare nel suo andamento.

Se la tecnologia ci concede strumenti utili, se non altro, a decongestionare la città, a distribuire meglio nelle ore del giorno l’ utilizzo dei mezzi di trasporto e delle strade, a limitare l’inquinamento, un sindaco avrebbe il dovere di ragionarci su, specialmente se è a capo di un’organizzazione di quasi 15.000 dipendenti e governa una città particolarmente congestionata e inquinata ma al contempo dotata di infrastrutture telematiche di buon livello per quantità e qualità.

Male, ma non è una sorpresa, anche i sindacati che interpretano il telelavoro solo come un temporaneo rimedio utile a limitare la diffusione del virus. Invece il telelavoro necessariamente si estenderà, anche a virus sconfitto.

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