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Europa micragnosa (di Mattia Feltri)

3 aprile 2020

Se fossi un sovranista, la lettera agli italiani del presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, non mi avrebbe riavvicinato all’Europa di un solo millimetro. Le scuse per la sottovalutazione iniziale, per le campanilistiche titubanze, gli elogi alla nostra tempra, l’elenco di quanto s’è poi escogitato per rimediare, soldo su soldo, e su quanto si escogiterà, non avrebbero fatto vibrare una sola corda della mia anima. L’Europa sta intervenendo in aiuto degli italiani, ha scritto, ed eccolo il punto: l’Europa dovrebbe intervenire in aiuto dell’Europa, la politica in aiuto della politica, la democrazia in aiuto della democrazia. Essere micragnosi di spirito oggi è sacrilego quanto esultare alla satrapia di Orbán, ed equivale a lastricare la strada ai suoi numerosi emuli. Von der Leyen e ogni commissario europeo e ogni capo di Stato e di governo dell’Unione dovrebbero per esempio leggersi il discorso pronunciato da Churchill a Zurigo nel 1946, nel quale si esortava l’Europa – fonte della fede e dell’etica cristiana, culla delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, dei tempi antichi e moderni – a evolvere negli Stati Uniti d’Europa. Esortava i popoli europei a elevarsi alle vette dell’animo umano, a farsi spiritualmente magnifici, a edificare un luogo in cui il piccolo sarebbe stato alla pari del grande, a consegnare alla storia un senso più ampio di patriottismo e cittadinanza comune, nel quale infine le donne e gli uomini avrebbero preferito la morte alla tirannia.

Dov’è finito tutto questo? Oltre ai conti, ai fiscal compact, ai bond, alle concessioni sul debito – questioni fondamentali, per carità – che cosa ci tiene insieme? E’ sufficiente dire al sovranista che senza l’euro, in un mondo di giganti, saremmo al pane senza companatico? E’ sufficiente ripetere al sovranista, con spocchia, ogni santo giorno, quanto è beota lui e quelli che vota, e quanto sarebbe bella l’Europa se solo lo volessimo, e non lo vogliamo mai? Altrimenti – lo dico anche a me stesso – Salvini e Orbán e tutti gli altri diventano un alibi. Che poi è il gioco recente della democrazia: non votatemi perché sono migliore, ma perché gli altri sono peggiori. E così non si costruisce nulla, non si propone nulla, si resta acquattati dietro le torrette del decrepito fortilizio. L’avanzata dei sovranismi obbedisce invece alle regole della fisica, e segue la ritirata della democrazia liberale. Per di più in Italia rappresentata, per un ridicolo scherzo del destino, dai Cinque stelle (che della democrazia liberale non sanno niente, se non di volerla abbattere, prima o poi) e dal Pd (in buona parte manettaro e illiberale), tenuti assieme da un presidente del Consiglio prêt-à-porter, accompagnati da residuali partitini dediti con le migliori energie a sottrarsi il salvagente l’uno con l’altro, tutti assieme protagonisti di una appena appena decorosa gestione dell’emergenza, senza un’idea per il domani che non sia “noi non siamo Salvini”.

Il paradosso della democrazia liberale era stato prodigiosamente intuito da Tocqueville due secoli fa, cioè un sistema in cui si può desiderare tutto ma, se si desidera troppo, il meccanismo s’inceppa. I partiti italiani di destra e di sinistra sono stati, un po’ più, un po’ meno, tutti populisti, applicati al lì per lì, hanno accettato il moltiplicarsi delle richieste di diritti, poi di appetiti, poi di capricci, sono diventati dei Bernard Madoff del consenso, hanno accettato una folle gara al rilancio nel quale il mantenuto è inversamente proporzionale al promesso, alimentando la frustrazione da cui molti saranno spazzati via: l’appuntamento è alla prossima, devastante crisi economica. Noi, Ursula von der Leyen, la Germania, la Francia, siamo chiamati a un’ambizione più alta della sopravvivenza, a una visione più ampia dello sguardo, alla grandezza a cui di nuovo ci chiama la storia, se non vogliamo fare la fine della Società delle Nazioni, l’antenato delle Nazioni unite che, ci ricordava Churchill nel discorso di Zurigo, fallì non per i suoi princìpi ma perché gli Stati che la componevano se ne dimostrarono indegni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 



 

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