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Noi e il mondo “covidizzato” (da Claudio Velardi)

24 aprile 2020

Come una guerra o una rivoluzione, la pandemia mette in discussione i poteri costituiti: nelle istituzioni e nell’economia, nelle relazioni sociali, nel nostro io. Gli equilibri precedenti vengono azzerati, rimescolati, ripensati. Pensieri, pratiche e persone del prima appaiono all’improvviso inutili e inattuali, e finiscono in angoli dimenticati. Si salverà solo chi – di fronte ad un crisi, oltre che potente, esterna e ignota –  cambierà radicalmente il proprio sguardo sul mondo, mettendosi in discussione e guardandosi dentro. Il nostro spazio futuro non sarà deciso dai governi – come cercherò di dire con una certa brutalità – ma da ognuno di noi.

In un libro di qualche anno fa (“Scegli la tua vita”), Jacques Attali definì “rassegnati-reclamanti” coloro che “si rassegnano a non poter scegliere la propria vita, e che reclamano un risarcimento per la loro condizione di servitù”, contrapponendoli a quelli che “prendono in mano il loro destino, agiscono, si danno da fare, non credono all’irresistibile ascesa del Male”. Io credo che, quando usciremo di nuovo dalle nostre case, ci troveremo di fronte questa alternativa secca. Dovremo decidere se stare tra coloro che prendono in mano il loro destino – li chiamerò i ripartenti – oppure tra i rassegnati-reclamanti. E’ la sola opzione a disposizione, non ci sarà uno spazio di mezzo dove acquartierarsi. Per i primi ci sarà un duro lavoro da fare, ma darà dei frutti. Gli altri sono candidati ad ingrossare le fila di nuove, dolorose sacche di marginalità sociale e culturale. Nella sua essenza, il dopo Covid-19 è tutto qua.

  1. Il più immediato e drammatico scossone agli equilibri del passato è dato dall’impoverimento globale, che non è un’ipotesi, ma è già un fatto. E va affrontato subito dai singoli, prima che ci pensino gli Stati e indipendentemente da qualsivoglia recovery fund. I ripartenti ristruttureranno ora la loro vita, accettando di buon grado l’eliminazione delle ridondanze che prima dell’emergenza ci apparivano asset indispensabili, impiegando con raziocinio le minori risorse disponibili, molte o poche che siano. Così acquisteranno potere, perché saranno meno vincolati dalle pesanti congiunture che ci aspettano, più consapevoli e sobri nell’uso dei loro beni.  I rassegnati-reclamanti non cambieranno abitudini, comportamenti, stili di vita. Torneranno su progetti che (forse) prima avevano senso, oggi non più. Per andare in ufficio, rifaranno la stessa strada fermandosi allo stesso bar, nell’illusione che ogni procedura nota ripristini per incanto il vecchio mondo. Rivendicheranno insomma il diritto di vivere, nel mondo nuovo, come vivevano prima. E, nell’imbambolata attesa dell’eterno ritorno, perderanno potere, perché dipenderanno sempre più dall’annuncio di una legge, dalle iniezioni di denaro pubblico, dalle promesse politiche. Sfruttare con intelligenza l’emergenza per rivedere i fondamentali della propria vita materiale, significherà conquistare una fettina in più di potere. Procedere come prima vorrà dire cederne ulteriormente.
  1. Tenendoci chiusi nelle case a lavorare da remoto, la quarantena ha confinato i nostri spazi e ridisegnato il tempo. La sfida del dopo-Covid sarà riappropriarsi di (nuovi) spazi e governare il tempo. Sarà una battaglia cruenta, perché i detentori dei vecchi poteri cercheranno a tutti i costi di ripristinare lo status quo ante. Burocrati ministeriali, amministratori delegati, responsabili del personale e delle risorse umane, baroni universitari, caste e corporazioni di ogni natura vorranno riattivare un regime di reciproca sfiducia (io ti controllo, tu cerchi di sfuggirmi) tra Stato e cittadini, datori di lavoro e dipendenti, fatto di presidi burocratici, verifiche ossessive dei processi e inefficienze incrociate: uno scambio parassitario che in Italia ha generato depressione economica e stanchezza morale. Alla lunga, la restaurazione sarà destinata a fallire, perché in due mesi e mezzo abbiamo scoperto che si può lavorare e produrre in condizioni migliori, più semplici e vivibili (e meno costose!): è del tutto illusoria l’idea di tornare indietro. Ma i ripartenti dovranno armarsi di strategie adeguate, tenacia e di grande pazienza per vincere, e imporre un cambio strutturale delle relazioni lavorative e sociali, fondato su principi di responsabilità individuale, duttilità, coinvolgimento, delega.
  2. Nella sostanza, qualunque cambiamento dovrà partire da noi stessi. Non sarà semplice, perché siamo tutti conformati su determinate routine. La scansione sempre uguale a sé stessa delle nostre giornate è comoda, ci impigrisce e rinvia quegli sforzi a volte minimi che potrebbero variare abitudini e comportamenti, superando posture fisiche e mentali alienanti, e facendoci vivere meglio. Ma in questi mesi l’occasione per cambiare si è presentata. E forse – mettiamoci un pizzico di ottimismo –  anche il rassegnato-reclamante tipo avrà intravisto che le cose si possono fare in un altro modo. Nella solitudine asettica della quarantena, magari per un solo attimo, tutti ci siamo ritrovati a pensare che le catene mentali della nostra schiavitù ce le siamo in buona misura costruite da soli.

Cambiare il nostro rapporto con le risorse disponibili, con il lavoro, con noi stessi significa scardinare dalle fondamenta – almeno potenzialmente – l’assetto dei poteri costituiti.

Ma pensare di affidare il cambiamento ai governi o alla politica – dopo l’esperienza di libertà interiore, di rapporto più forte con noi stessi vissuto in questi mesi – è da sciocchi, non trovo altra espressione per dirlo. Certo, la politica – arte povera del tempo lineare che fu e che non tornerà – potrebbe evitare di lavorare con furbizia sui nostri difetti, sulle debolezze, i tic, i bias cognitivi che ci affliggono, sulle nostre piccole miserie umane. E potrebbe  aiutare concretamente la liberazione dei singoli, già solo circoscrivendo la sua sfera di azione. Invece temo che – prima di tutto per salvare sé stessa – finirà per dare una mano ai vecchi poteri, utilizzando senza criterio la droga dei soldi pubblici, sfruttando paure in maniera terroristica, cercando di mantenere i cittadini in uno stato perpetuo di libertà condizionata.

ripartenti, insomma, saranno abbastanza soli nella grande battaglia prossima ventura per la redistribuzione dei poteri. Ma il malefico Covid, senza volerlo, ha indicato una strada che sarà difficile cancellare.

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Europa micragnosa (di Mattia Feltri)

3 aprile 2020

Se fossi un sovranista, la lettera agli italiani del presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, non mi avrebbe riavvicinato all’Europa di un solo millimetro. Le scuse per la sottovalutazione iniziale, per le campanilistiche titubanze, gli elogi alla nostra tempra, l’elenco di quanto s’è poi escogitato per rimediare, soldo su soldo, e su quanto si escogiterà, non avrebbero fatto vibrare una sola corda della mia anima. L’Europa sta intervenendo in aiuto degli italiani, ha scritto, ed eccolo il punto: l’Europa dovrebbe intervenire in aiuto dell’Europa, la politica in aiuto della politica, la democrazia in aiuto della democrazia. Essere micragnosi di spirito oggi è sacrilego quanto esultare alla satrapia di Orbán, ed equivale a lastricare la strada ai suoi numerosi emuli. Von der Leyen e ogni commissario europeo e ogni capo di Stato e di governo dell’Unione dovrebbero per esempio leggersi il discorso pronunciato da Churchill a Zurigo nel 1946, nel quale si esortava l’Europa – fonte della fede e dell’etica cristiana, culla delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, dei tempi antichi e moderni – a evolvere negli Stati Uniti d’Europa. Esortava i popoli europei a elevarsi alle vette dell’animo umano, a farsi spiritualmente magnifici, a edificare un luogo in cui il piccolo sarebbe stato alla pari del grande, a consegnare alla storia un senso più ampio di patriottismo e cittadinanza comune, nel quale infine le donne e gli uomini avrebbero preferito la morte alla tirannia.

Dov’è finito tutto questo? Oltre ai conti, ai fiscal compact, ai bond, alle concessioni sul debito – questioni fondamentali, per carità – che cosa ci tiene insieme? E’ sufficiente dire al sovranista che senza l’euro, in un mondo di giganti, saremmo al pane senza companatico? E’ sufficiente ripetere al sovranista, con spocchia, ogni santo giorno, quanto è beota lui e quelli che vota, e quanto sarebbe bella l’Europa se solo lo volessimo, e non lo vogliamo mai? Altrimenti – lo dico anche a me stesso – Salvini e Orbán e tutti gli altri diventano un alibi. Che poi è il gioco recente della democrazia: non votatemi perché sono migliore, ma perché gli altri sono peggiori. E così non si costruisce nulla, non si propone nulla, si resta acquattati dietro le torrette del decrepito fortilizio. L’avanzata dei sovranismi obbedisce invece alle regole della fisica, e segue la ritirata della democrazia liberale. Per di più in Italia rappresentata, per un ridicolo scherzo del destino, dai Cinque stelle (che della democrazia liberale non sanno niente, se non di volerla abbattere, prima o poi) e dal Pd (in buona parte manettaro e illiberale), tenuti assieme da un presidente del Consiglio prêt-à-porter, accompagnati da residuali partitini dediti con le migliori energie a sottrarsi il salvagente l’uno con l’altro, tutti assieme protagonisti di una appena appena decorosa gestione dell’emergenza, senza un’idea per il domani che non sia “noi non siamo Salvini”.

Il paradosso della democrazia liberale era stato prodigiosamente intuito da Tocqueville due secoli fa, cioè un sistema in cui si può desiderare tutto ma, se si desidera troppo, il meccanismo s’inceppa. I partiti italiani di destra e di sinistra sono stati, un po’ più, un po’ meno, tutti populisti, applicati al lì per lì, hanno accettato il moltiplicarsi delle richieste di diritti, poi di appetiti, poi di capricci, sono diventati dei Bernard Madoff del consenso, hanno accettato una folle gara al rilancio nel quale il mantenuto è inversamente proporzionale al promesso, alimentando la frustrazione da cui molti saranno spazzati via: l’appuntamento è alla prossima, devastante crisi economica. Noi, Ursula von der Leyen, la Germania, la Francia, siamo chiamati a un’ambizione più alta della sopravvivenza, a una visione più ampia dello sguardo, alla grandezza a cui di nuovo ci chiama la storia, se non vogliamo fare la fine della Società delle Nazioni, l’antenato delle Nazioni unite che, ci ricordava Churchill nel discorso di Zurigo, fallì non per i suoi princìpi ma perché gli Stati che la componevano se ne dimostrarono indegni.

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