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Non è andato tutto bene (di Domenico Quirico)

21 marzo 2020

Vedo appesi a balconi e finestre cartelli con la scritta perentoria «tutto andrà bene», addobbata spesso di soli sfavillanti e fiori variopinti; disegnati, mi sembra, dalla mano di bambini, un espediente per interrompere la noia delle giornate chiusi in casa.

All’ora fissata scattano in città e paesi le note di canzoni, inni, bric a brac musicali in cui ognuno cerca di far rumore: come nei riti primitivi, per spaventare gli spiriti maligni della malattia e della morte. E nelle immagini televisive perfino anziani si affacciano alle finestre e mimano, penosamente, il rito; e penso ai giorni, neanche troppo lontani, in cui si rassicurava, con scientifico cinismo, ripetendo che, per uccidere, questo virus anagraficamente giudizioso sceglieva soltanto i vegliardi.

Provo fastidio, sì, il fastidio che nasce da ciò che è inopportuno, da un annaspare impudico. E so di non essere il solo. Questi riti di riscossa collettiva che la tragedia ha innescato erano, forse, accettabili nei primi giorni, quando ci sfuggivano i contorni numerici del disastro, intendo non economico ma umano. Ebbene: lo ripeto, sommessamente, e credo non essere il solo. Quando vedo e ascolto tutto questo il dolore come un cane feroce salta fuori dal buio e mi azzanna. Adesso ci sono i morti, migliaia di morti, è terribile.

No. Non è andato tutto bene. La malattia non è una galleria da attraversare in fretta, è una scienza difficile. È il cammino più diretto, più duro. Di per sé non rende certo migliori.

Prima di uscir sul balcone a cantare «azzurro» o «volare» bisognerebbe pensare a luoghi come Bergamo. Lo fareste, lì? Avreste il coraggio di farlo, lì? Bisognerebbe pensare un attimo al volto dei morti. Dove viene cancellato via tutto, sorrisi tristezza malizia afflizione. Tutto è spazzato via. Voi state cantando e intanto altri cadaveri vengono portati via dagli ospedali che scoppiano, avviati verso cimiteri trasformati non più in luoghi di lutto ma in camere di distruzione. I morti ce li portiamo in noi. Basta chiudere gli occhi per sentirne il respiro sul collo.

Una situazione che richiede coraggio determinazione volontà per spartire un destino impone di spartire soprattutto la semplicità di un esistere che ci leviga come un ciottolo di fiume. Cantare e fare disegnini non è un pensiero raccapricciante? Mi interrompo. E domando: la realtà della morte, individuale e collettiva, non impone il dovere della riflessione muta, la immensa difficile dignità del silenzio? È quella che incontri in tanti luoghi del mondo dove la tragedia non è eccezione ma quotidianità, quel tanto di indomito che entra nel sangue delle popolazioni abituate a strappare la vita dalle pietraie. Silenzio che è dignità, energia non fatalismo o rassegnazione.

Già sento l’accusa. Ecco qua! Il Savonarola che predica la lugubre mestizia, il narcisismo paralizzante dello stracciarsi le vesti, il viaggiare lo scoramento. Niente affatto. Credo sia proprio il contrario. La pandemia è una minaccia da cui dobbiamo difenderci con tutte le forze perché la possibilità di uscirne deriva, anche, dal fortissimo impegno morale con cui la affrontiamo. Ma interrogarsi sulla morte, con dignità, in silenzio, non è un dovere culturale che questa vicenda ci impone?

 

DOMENICO QUIRICO

La Stampa – 21 Marzo 2020



 

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