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Come si alimentano gli opposti estremismi (Maurizio Molinari)

26 agosto 2019

Ad oltre tre anni dal referendum su Brexit che ha inaugurato la stagione del populismo in Occidente è possibile affermare che nelle democrazie parlamentari lo Stato di Diritto è sotto attacco. Per Stato di Diritto si intendono le regole fondamentali che hanno distinto le democrazie dalle dittature durante le due grandi sfide del Novecento – contro il nazifascismo ed il comunismo sovietico – ovvero la divisione fra i poteri, il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini, le garanzie del welfare per i più deboli.

Ad attaccare lo Stato di Diritto sono gli opposti estremismi che nascono da ciò che resta delle severe sconfitte subite dalle ideologie di destra e sinistra nel secolo scorso. L’estremismo di destra si nutre di una riscoperta delle radici etnico-nazionali che fa leva sull’identità tribale di singole comunità per indicare come nemici gli estranei: i migranti, i Rom e più in generale gli stranieri.

È un’area ideologica assai vasta che va dai gruppi neonazisti tedeschi e slovacchi ai suprematisti bianchi anglosassoni fino agli ultranazionalisti fiamminghi, ai lepenisti francesi ed ai sovranisti polacchi, italiani, austriaci e ungheresi. È una galassia di estremismo assai eterogeneo nel cui seno si annidano anche gruppi che promuovono l’odio contro gli ebrei, i musulmani, i gay, le donne, i disabili e chiunque sia un “diverso”. Al momento partiti e movimenti di estrema destra godono di un consenso in crescita in più Paesi – dalla Francia all’Italia, dalla Polonia all’Ungheria – e producono un effetto uguale e contrario ovvero un estremismo di sinistra altrettanto pericoloso.

In Gran Bretagna trova ospitalità nel Labour Party di Jeremy Corbin, incarnando la simbiosi fra antisionismo ed antisemitismo, mentre negli Stati Uniti trova espressione in candidati democratici alla presidenza come la californiana Kamala Harris che non esita a giocare in tv la carta della propria identità afroamericana per accusare Joe Biden – per otto anni vicepresidente di Barack Obama – di aver tollerato in passato esponenti segregazionisti. Sul continente europeo tale estremismo di sinistra ha più volti: dai silenzi svedesi sulle violenze commesse dagli estremisti islamici a Malmoe al sostegno aprioristico, dalla Germania all’Italia, per quelle ong che fiancheggiano di fatto i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. Per non parlare del fanatismo del “politically correct”: bagni per bambini “transgender” nelle scuole pubbliche hanno spinto un numero significativo di americani a votare per Trump nel 2016 e di brasiliani a scegliere Bolsonaro nel 2018.

È tale contrapposizione crescente fra estremismo di destra e di sinistra a contenere la minaccia più seria per lo Stato di Diritto. Per quattro motivi.

Primo: in comune hanno il disprezzo per l’avversario che puntano a delegittimare in ogni modo – a cominciare dall’uso del social network – generando narrative basate sul conflitto anziché sulle proposte.

Secondo: si tratta di forme di intolleranza verso il prossimo che si alimentano l’un l’altra, spingendo un crescente numero di elettori moderati a schierarsi su uno dei due fronti.

Terzo: pongono le basi per una sfida frontale fra estrema destra anti-migranti e estrema sinistra sostenuta da gruppi islamici che può generare il più pericoloso dei conflitti.

Quarto: distraggono risorse, umane ed economiche, dalle sfide strategiche che incombono sugli Stati nazionali – dalla lotta alle diseguaglianze allo sviluppo delle nuove tecnologie – ponendo le basi per un impoverimento collettivo destinato a generare niente altro che ulteriore intolleranza.

Da qui l’interrogativo su come le democrazie possano riuscire a liberarsi dalla trappola degli opposti estremismi. La risposta non può che partire dalla responsabilità dei cittadini: la risorsa più importante di una democrazia sono i valori dei propri abitanti. Voltare la testa dall’altra parte quando un leader politico – di qualsiasi grado e colore – insulta un qualsiasi individuo per la sua diversità – di fede, pensiero, origine o genere – significa diventare ingranaggio della macchina dell’intolleranza che costituisce la più grave minaccia alla libertà personale. E poi ci sono le responsabilità di Stati, governi e partiti: in Europa come in Nordamerica sono chiamati a dare risposte urgenti ed efficaci su diseguaglianze economiche e integrazione dei migranti. Più tarderanno, più la protesta del ceto medio continuerà ad espandersi alimentando il vortice degli estremisti.

Maurizio Molinari – La Stampa

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Quota 100 e riforma burocrazia (Alberto Mingardi)

26 agosto 2019

Sono già 50mila gli impiegati pubblici che hanno fatto domanda per “quota 100” e si stima possano essere 100 mila entro la fine dell’anno. Gli enti locali temono contraccolpi. A Torino gli uffici decentrati dell’anagrafe verranno chiusi, per mancanza di addetti. Di per sé la cosa non è sorprendente. La pubblica amministrazione italiana ha un’età media molto elevata: è anziana, non solo perché assomiglia al Paese ma anche perché, nel corso degli anni, il blocco del turn over è stata una delle poche misure davvero efficaci di controllo della spesa. Per questa ragione, una misura come quota 100 è risultata “naturalmente” gradita agli impiegati dello Stato. Che cosa possiamo attenderci?

Sfoltire la burocrazia per l’Italia è una sfida non da oggi. Negli ultimi vent’anni, tutti i governi hanno annunciato battaglia, e tutti hanno presto deposto le armi. Va allora salutata con favore questa riduzione “spontanea” e inattesa degli organici? Oppure c’è da preoccuparsi, per la fornitura di servizi essenziali?

È il caso di non dimenticare che il governo gialloverde ha annunciato mezzo milione di nuove assunzioni nella PA. Immaginiamo siano, alla prova dei fatti, un po’ di meno: si tratterà comunque di uno sforzo importante. Non è chiaro, a oggi, se e quanto il reddito di cittadinanza renda meno attraente la prospettiva di un impiego pubblico, soprattutto al Sud. Il problema vero, però, al di là dell’offerta di lavoro è la domanda.

L’impressione è che l’intenzione del governo sia quella di riempire, una dopo l’altra, le caselle rimaste vuote. Anziché fare investimenti sui processi, si punta sostanzialmente sulla continuità delle funzioni oggi esistenti. La logica politica è cristallina: investire sui processi, per esempio sulla digitalizzazione, da una parte è costoso, dall’altra richiede azioni di coordinamento e razionalizzazioni. Al contrario, spendere per garantire un lavoro ad alcune persone verosimilmente significa guadagnarne la gratitudine elettorale, perlomeno al prossimo giro. Soprattutto in tempi di populismo, la politica promette, promette, promette. Ma a un certo punto qualche cosa, anche di diverso da ciò che aveva annunciato in campagna elettorale, deve mantenere.

Non serve essere un “liberista selvaggio” per capire che quello che lo Stato faceva vent’anni fa non è necessariamente quello che lo Stato dovrebbe fare oggi. Anche immaginando che il perimetro pubblico non arretri di un centimetro, le stesse funzioni possono essere svolte in modo radicalmente diverso.

Se chiedete a un imprenditore privato, che seguita a realizzare e vendere lo stesso prodotto che realizzava e vendeva alla fine del secolo scorso, come sono cambiati in quattro lustri le sue fabbriche e i suoi uffici avrete risposte sorprendenti. Qualcosa di simile dovrebbe avvenire pure all’interno della macchina dello Stato. Per non essere ingenerosi, va detto che esistono enti e amministrazioni che sperimentano e ottengono risultati: ma fare crescere di scala certi esperimenti, indipendentemente dal successo che hanno raggiunto, è difficile. Procedure farraginose, e soprattutto la paura di pagare pegno alle elezioni, hanno frenato i ministri più volenterosi.

Il risultato però è che senza un progetto anche gli effetti di quota 100 diventano una sorpresa difficile da gestire. E paradossalmente possono trasformarsi in un argomento per chiedere un aumento della spesa, allo scopo di fronteggiare le emergenze. Che è poi il modo in cui, da sempre, lo Stato amplia il raggio delle sue attività. Lasciandoci in eredità debiti e inefficienze.

Alberto Mingardi – La Stampa

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