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ESTREMA SINTESI DI UN DECLINO (rozza e semplicistica)

19 novembre 2018

Lo storico Emilio Gentile valuta che all’inizio del novecento l’Europa controllasse circa l’84% del globo, attraverso la colonizzazione militare, politica, economica, culturale. L’Europa accumulava ricchezze, con l’innovazione ma anche con la forza a danno delle popolazioni dominate.

Poi gli europei si combatterono nella feroce prima guerra mondiale, che sta all’origine anche delle dittature novecentesche e della seconda, dalla quale uscirono tutti stremati: fine del primato europeo. Non le dittature in quanto tali ma le guerre hanno indirizzato l’Europa sulla china discendente.

L’Europa che viviamo oggi nasce da lì, economicamente e culturalmente ma anche politicamente, sulla spinta del desiderio di pace che si manifesta nella NATO, nella C.E.C.A. (carbone e acciaio sono basilari per la guerra, meglio controllarli) e nel trattato di Roma, 1957, che da il via al processo di integrazione europea.

Nel dopoguerra le popolazioni colonizzate si sono rese progressivamente indipendenti, acquisendo tra l’altro il diritto di negoziare i prezzi delle materie prime, ma le nazioni europee si sono rimesse in piedi grazie agli aiuti USA, nuova potenza dominante. Aiuti assai copiosi soprattutto per due motivi: 1. allontanare il rischio che gli europei impoveriti si lasciassero attrarre dall’utopia collettivistica messa in pratica nella vicina Unione Sovietica, potente nemico ideologico e militare degli USA, e 2. consentire all’Europa di crescere rapidamente come mercato di sbocco della produzione americana, che la guerra “in trasferta” e l’innovazione organizzativa e tecnologica avevano enormemente incrementato.

Con la ricostruzione gli europei avranno sempre più “cose” (i prodotti, americani e locali) e sempre più tutele (welfare). Vivranno anni sereni, il che consentirà alle democrazie di svilupparsi e consolidarsi affermandosi a livello popolare come il sistema politico migliore, con opposizioni numericamente modeste indipendentemente dal fatto che assumessero orientamenti di stampo più liberale o più socialdemocratico.

Purtroppo quelle economie, e di conseguenza quelle società, erano largamente basate sul presupposto della crescita, che per ovvi motivi è più rapida quando si esce dalla devastazione di una guerra di quanto possa essere dopo decenni placidi, in pace. E che per sua natura non può evitare alti e bassi.

Alla svolta del secolo la crescita si è fatta meno imperiosa, e il miglioramento delle condizioni di vita meno costante e scontato. Non che non ci sia più: c’è sempre, però in altre aree del mondo. In Europa si va più lentamente, nel complesso: meno lavoro, meno o nessuna crescita salariale, qualche limatura del welfare, scarsa fiducia nel futuro. E, di conseguenza, scarsa fiducia nelle élite e nei sistemi economici e politici che ci hanno portato fin qui. Un qui buono, va detto. Ottimo, visto in chiave storica, una situazione mai migliore nella storia delle popolazioni europee.

Nel momento non felice però si dimenticano facilmente, o non si conoscono, il punto di partenza e il cammino percorso. Si diradano i sogni, nelle popolazioni tramontano speranze e crescono risentimenti e timori. In chiave elettorale, perciò pur sempre democratica, i rancori diventano la leva per la conquista del potere da parte di forze che non accettano l’ipotesi A (siamo andati bene finora, vediamo che si deve fare per non fermarci, per ripartire) ma propongono la B: le élite ci hanno derubato, eliminiamole (come tali); questi sistemi non funzionano, vanno abbattuti non corretti; la classe dirigente deve essere completamente rimpiazzata. Rifare tutto, salvo non essere in grado di disegnare un credibile modello alternativo in un mondo nel quale tanti concorrenti, soprattutto dall’Asia, ci battono in competenza, innovazione, efficienza. E non c’è più nemmeno da guardare a est, perché il comunismo sovietico non ha funzionato.

In Italia poi, dove anche nei tempi floridi prosperava elettoralmente il mondo magico e immaginario narrato dal PCI, soffriamo più di altri perché abbiamo uno Stato costoso; leggi e amministrazioni antiquate; la più diffusa criminalità organizzata del mondo; una scarsa propensione anche ideologica per la scienza e la modernità, che sono strettamente collegate. E abbiamo pure “un debito della madonna”, direbbe Renato Pozzetto.

Non vedendo le cose sul piano storico ma solo i fenomeni del presente siamo perciò disposti a quasi tutto, anche ad affidarci a chi promette una sorta di de-globalizzazione, il ritorno al passato, agli Stati sovrani (no Europa), al paese di Bengodi, più soldi più tutele e meno negri. E tante vendette: contro i ricchi, contro le élite, contro chi c’era prima, contro chi ha studiato, contro chi non esulta per il nuovo che avanza. Confuso.



 

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