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ottobre 2009

La ferita dell’ILVA (Istituto Bruno Leoni)

31 luglio 2018

Ieri, il Ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha chiuso la riunione sul destino dell’Ilva – a cui, oltre al compratore designato, ArcelorMittal, hanno partecipato una sessantina di associazioni e sindacati del territorio – proclamando che il Governo “non ha fretta di assegnare l’Ilva al primo compratore che passa”. Invece, dovrebbe avere proprio fretta.

L’intera vicenda dell’acciaieria che fu della famiglia Riva rappresenta un esempio paradigmatico di tutto quello che in Italia non va. Il gruppo, in utile fino al sequestro di alcune parti dello stabilimento tarantino disposto dalla magistratura nel 2012, oggi perde circa 30 milioni di euro al mese. L’incredibile rimpallo di responsabilità tra attori locali e nazionali, la lunga gestione commissariale e i continui interventi normativi hanno messo l’azienda in ginocchio, limitandone le capacità finanziarie e ritardando anche quegli investimenti ambientali che tutti a parole dicono di volere. Dal punto di vista di qualunque investitore estero, l’affare Ilva rappresenta il più persuasivo caso studio contro il nostro paese.

A valle di tutto questo, il Governo precedente ha organizzato una gara per l’acquisto di Ilva che si è conclusa, con procedure lunghissime, con l’aggiudicazione ad ArcelorMittal. L’offerta presentata dall’acciaiere indiano è parsa la più conveniente tenuto conto non solo dei diversi parametri di prezzo e occupazionali, ma anche del progetto di ambientalizzazione. Proprio per questo, Di Maio adesso dovrebbe compiere un gesto di serietà: concludere la vendita alla società che ha vinto la gara, e dare seguito al piano industriale che è stato concordato e autorizzato a livello locale, nazionale ed europeo. Portare avanti la sceneggiata di ricominciare a sentire tutti e studiare tutto, senza peraltro che sia chiaro se si tratti di mera tattica negoziale, se il Ministro abbia un’agenda inconfessabile o se realmente egli voglia assumersi l’onere di far chiudere il maggiore polo industriale del Mezzogiorno, rappresenta un danno alla reputazione del paese e alle sue istituzioni, oltre che ai contribuenti e alle persone che lavorano nell’azienda. A maggior ragione appare incomprensibile la decisione di riaprire le danze al cospetto di una molteplicità di realtà associative prive di qualunque rappresentanza (tra le quali però non sono state coinvolte né la locale Confindustria né Federacciai, l’associazione di categoria). L’impressione è che si voglia soltanto dare spazio a una processione di questuanti, ciascuno dei quali latore del suo più o meno legittimo interesse, in modo da consentire al Governo di distribuire favori o ramanzine, con la benedizione della parte più populista del sindacato. Non se lo merita l’Italia, non se lo merita la Puglia e soprattutto non se lo meritano i lavoratori dell’Ilva e delle aziende dell’indotto.

Ilva rappresenta una profonda ferita nella storia industriale italiana, nella tutela dei diritti di proprietà e nella certezza del diritto. Questa ferita va sanata, non riaperta.

 

IBL – Istituto Bruno Leoni

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Se questa è la sinistra

29 luglio 2018

Accordo sindacati-AMA: premi per chi fa poche assenze, cioè sotto il 20% all’anno. Ventipercento!!!

AMA è la ex municipalizzata (oggi dicesi public utility) al 100% del Comune di Roma  incaricata della raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, della gestione dei servizi cimiteriali e più in generale del mantenimento del decoro urbano.

Ad oggi l’assenteismo è del 15%.

La CGIL ha festeggiato il nuovo accordo: “un altro passo avanti, che getta le basi per il futuro”. Quale futuro immagina la CGIL?

Se “la sinistra” approva questi accordi e giudica “di sinistra” il M5S che li sponsorizza spero che nessuno mi venga più a spiegare quanto è bella, quanto è giusta, quanto è brava la sinistra. Io sono per chi lavora correttamente a fronte di una retribuzione corretta. Se questo non è di sinistra non lo sono nemmeno io.

C’è poca pulizia (morale) in questo accordo. E c’è poca pulizia per le strade di Roma. Roma non va famosa di questi tempi per il “decoro urbano” C’è una logica nelle cose.

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L’illusione del sovranismo (Beniamino Piccone)

28 luglio 2018

L’illusione del sovranismo: chiedere maggiori poteri per compiere disastri

  scritto da  il 28 Luglio 2018

Quando l’allora ministro del Tesoro Guido Carli guidò le negoziazioni nel 1991 che portarono alla firma del Trattato di Maastricht nel febbraio 1992, la sua linea politica guida era creare le condizioni per la costituzione di un “vincolo esterno”, di regole che bloccassero la vertiginosa crescita della spesa corrente italiana con annesso, di conseguenza, una salita esponenziale del rapporto debito/Pil. Al fine di consentire all’Italia di far parte del primo gruppo di Paesi aderenti alla moneta unica, Carli si inventò la clausola del Trattato che prevedeva la “tendenza” a convergere per i Paesi che avessero avuto un rapporto debito/Pil (come noi) superiore al 60%.

Naturalmente, da buoni marinai, noi italiani non abbiamo provveduto a convergere, ma a divergere. Per cui il debito dal 1992 è salito ancora e oggi nel 2018 il rapporto ha superato il 131%.

L’Europa è brutta e cattiva, non ci fa fare quello che vorremmo, così si sente dire soprattutto a Roma. Il colmo dei colmi, visto che il sindaco di Roma e la sua squadra non stanno dimostrando di usare bene i poteri a loro concessi.

Su alcune questioni globali, come l’immigrazione, sono proprio le entità sovranazionali che possono accordarsi e gestirle. Le singole nazioni, come abbiamo visto noi italiani lasciati soli a soccorrere i barconi nel Mediterraneo, non possono certo farcela da soli.

Ma sui temi relativi alla competitività di un Paese, sono i singoli Stati a disegnare le regole e il contesto favorevole all’impresa. È proprio su questi fattori che i governi italiani degli ultimi 20 anni hanno tradito i cittadini. La giustizia lentissima, la burocrazia asfissiante, l’esazione delle imposte complicatissima, il mancato enforcement del rispetto delle regole, il corporativismo, la scuola che discrimina e penalizza (con una formazione scarsa) gli allievi nel sud Italia e nelle periferie. Cosa c’entrano queste questioni con la sovranità? Siamo noi che dobbiamo metterci mano. Sta in noi!, soleva dire Donato Menichella, il governatore Bankitalia del miracolo economico.

Facciamo un esempio per farci capire.

La municipalizzata del Comune di Roma – Ama – , che si occupa della raccolta rifiuti, ha di recente firmato un contratto con i sindacati dei lavoratori, prevedendo un premio di risultato per chi non si assenta dal lavoro. In teoria, lo stipendio remunera per lavorare. Non dovrebbe esserci bisogno di un premio aggiuntivo.

Il premio consiste in 260 euro lordi l’anno per i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze. Tra il 4,7% e il 9% di assenze un bel premio di 180 euro lordi. Anche con assenze sotto il 20% (non ci si può credere, ma è così) è previsto un premio (80 euro l’anno). Siccome il tasso di assenteismo è nell’intorno del 15%, con questa politica si istituzionalizza l’assenza cronica e la si premia. Se le assenze fossero fisiologiche, si sarebbe firmato un tale contratto capestro? La Cgil Roma e Lazio ha festeggiato questo accordo parlando di “un altro passo avanti, che getta le basi per il futuro”. Il futuro nero dei contribuenti italiani, che dovranno versare vagonate di denaro nel bilancio dell’Ama, che chiude da tempo immemorabile tutti i bilanci in perdita.

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Se le élite non sono in grado di garantire prosperità e benessere, difendendo i cittadini dalla globalizzazione, i movimenti populisti rivendicano maggiori poteri, che sono stati dati all’Unione Europea. Ma la questione cruciale, suggerita da Stefano Feltri in Populismo sovrano (Einaudi, 2018), è quale uso fare di questa sovranità che viene reclamata indietro. Il sovranismo serve per firmare tali porcherie?

Per chiudere, visto che i sovranisti chiedono che la Banca centrale europea possa avere maggiori poteri (un dual mandate sul modello della Federal Reserve), e che basti stampare moneta per risolvere tutti i nostri problemi, vale la pena citare la testimonianza di Guido Carli, raccontata in Cinquant’anni di vita italiana (con Paolo Peluffo, Laterza, 1993): “Eravamo tornati nella notte da Maastricht. Ricordo il freddo secco, pungente. Per la mattina dopo – era l’11 dicembre 1991 – avevo convocato un gruppo di cronisti al Ministero del Tesoro. Preparai il testo del Trattato, da portare e commentare. Poi, all’ultimo momento cambiai idea. E presi dalla biblioteca una vecchia copia del Faust di Goethe, parte seconda, sulla quale avevo studiato nel 1936 all’Università di Monaco di Baviera. Portai quel libretto ingiallito nel mio incontro con i giornalisti, destando un’increspatura di stupore”.

“Entrai nella sala della Maggioranza… posi sul tavolo rotondo il testo del Faust, e spiegai il valore simbolico di quel gesto. Nella seconda parte del Faust, Mefistofele consiglia all’Imperatore di finanziare le proprie guerre contro l’Antimperatore stampando banconote senza preoccuparsi della loro quantità. La Corte è in preda all’euforia per l’invenzione della banconota e per la possibilità di moltiplicare magicamente il potere d’acquisto, con il solo atto della firma dell’Imperatore… Il denaro risveglia la città imperiale ‘già quasi muffita e mezza morta’ come il soffio rivitalizzante del favonio. Il popolo è felice. Consuma. La crescita dell’economia riparte. Il Medioevo finisce. È il Rinascimento. L’Imperatore è stordito dalle meraviglie che gli vengono prospettate. Obietta: ma che cosa garantirà il valore di quelle banconote? Faust replica: se mancherà l’oro e l’argento con i quali riscattare i biglietti al portatore, basterà garantirli con il sottosuolo ricco di miniere, di tesori, di gemme. E Mefistofele commenta: ‘Se manca moneta, basta scavare un po’…’”.

“Quella sussurrata da Mefistofele è la tentazione che tutti i Principi, tutti i potenti della storia hanno avuto: finanziare le proprie guerre, i propri fasti, stampando moneta senza preoccuparsi di garantirne il valore, la stabilità. Finanziandoli con l’inflazione. Il Trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania, che proibisce al Principe, vale a dire al governo, di stampare moneta a proprio piacimento. Costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici”.

“Mostrai il libricino e dissi: ‘Questo volume venne stampato per le scuole tedesche negli anni Trenta, e in esse diffuso e commentato. Questo vi testimonia quanto sia radicata nell’animo dei tedeschi l’ostilità per l’inflazione, dopo Weimar. Questo pilastro si estende oggi anche all’Europa’”.

Viva l’Unione Europea, viva il vincolo esterno, viva la Francia, che ha vinto il mondiale grazie a una squadra multietnica, con Mbappé, Pogba, Matuidi, Umtiti, Kanté, dimostrando che l’apertura e l’accoglienza sono principi vincenti. Chi si chiude in se stesso, chi invoca il nazionalismo, il sovranismo, è destinato alla sconfitta.

Twitter @beniapiccone

IlSole24Ore 28 luglio 2018

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