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L’agonia del PD il futuro e Macron

16 maggio 2018

E’ inutile insistere. Il PD è pieno di nostalgici, di sorpassati. Nel partito, in particolare nella componente non renziana, la cultura è rimasta quella novecentesca: destra-sinistra; operaio-padrone; ricco-povero; comunismo-capitalismo. Gli elettori che non ne sono influenzati è difficile che riconoscano nel PD il “loro” partito. Più facile che preferiscano altre offerte, tipo Lega e 5S, salvo coloro che hanno apprezzato la buona qualità media del personale governativo espresso da PD negli ultimi anni. Una valutazione che però fanno in pochi, il che contribuisce a spiegare perché chi governa perde, come in Italia succede dal 1994 in poi.

Come per quello dei cattolici, anche il voto dei “ceti popolari”, citati da quasi tutti come il serbatoio elettorale da recuperare a sinistra, da anni si sparpaglia qua le là, giustamente. Ci sono “popolari” che non hanno lavoro e quelli iper-garantiti a vita dal datore di lavoro pubblico e dall’articolo 18; ci sono gli operai che da trent’anni lavorano nella stessa piccola azienda a stretto contatto con l’imprenditore – col quale condividono il successo e ottimi rapporti umani e professionali – e i ragazzi che consegnano le pizze senza neppure sapere per conto di chi; ci sono i giovani che non credono nella politica e nel futuro e quelli che di politica si interessano ma ripongono le loro speranze nella destra (il fascismo – del quale peraltro molti sedicenti neo fascisti non sanno nulla – assunse burocrati a tutto spiano e protesse i ceti medi), nella sinistra sindacal-socialista e nel populismo/qualunquismo del reddito di cittadinanza e del cacciamo gli stranieri che ci rubano il lavoro.  Poi ci sono quelli che non votano perché “tanto sono tutti uguali”.

La coesione dei serbatoi elettorali non esiste più da tempo. E perciò finché nel PD si punta al recupero dell’elettorato che fu il partito continuerà ad asciugarsi fino all’estinzione o quasi. A livelli da LeU, diciamo.

Il novecento è finito, in tutti i sensi. Si deve pensare avanti e lungo, a un modello di società da raggiungere a partire dalla situazione attuale, rappresentata dai dati di fatto ma anche dalla percezione degli elettori. Si deve pensare a Europa ed euro; globalizzazione; tecnologia imperante, in grado di modificare repentinamente l’economia e la società; scomparsa del lavoro garantito a vita; necessità dell’istruzione/formazione permanente; maggiore labilità della famiglia e dei legami sociali; urgenza di sviluppare strategie fondate sulla flessibilità; eccetera. E’ necessario pensare all’Italia e parallelamente all’Europa che vorremmo e che verranno, non all’elettorato che fu.

Macron è questo. Ha le sue difficoltà, come tutti coloro che governano (non gestiscono, governano), ma non può non averne. Chi anticipa i tempi trova sempre opposizione, anche violenta. I leader indicano la strada, trascinano, non blandiscono l’elettorato. Perché i leader, se sono tali, “vedono” il futuro un po’ prima che arrivi, molto prima della massa e la indirizzano, compatibilmente con le risorse disponibili e i vincoli presenti. Da noi, per esempio, il debito; la bassa scolarità e le scarse opportunità per chi raggiunge livelli di formazione elevati; le poche imprese davvero “global”; la non applicazione della meritocrazia (concetto che dovrebbe essere caro alla sinistra); la disparità culturale prima ancora che economica tra Nord e Sud; la malavita in grado di dominare aree geografiche e mercati; la burocrazia opprimente; la giustizia lenta; eccetera. Roba impegnativa.

Ripensando al PD di questi giorni perciò mi domando: che c’entrano gli autocandidati alla segreteria Martina e Zingaretti con i leader?



 

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