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In nascita del governo populista

21 maggio 2018

Credo che chi non inneggia al governo Lega-M5S abbia almeno due colpe (non quella di avere sottovalutato il rischio, che è da addossare totalmente alla politica):

  1. avere sostanzialmente assecondato l’antipolitica, sempre presente nella società per sua natura ma esplosa anche a livello mediatico con mani pulite. L’antipolitica, intesa in modo più o meno accentuato anche come anti-potere tout-court, è stata cavalcata da Berlusconi prima che da Grillo (e da Guglielmo Giannini prima di tutti e due). Il sentimento antipolitico generalizzato ha però impedito nei più analisi e valutazioni minimamente approfondite. E abbiamo assistito, come danno collaterale, alla politica che senza eccezioni si conformava all’opinione pubblica (in quanto elettorato) anziché indirizzarla verso comportamenti virtuosi per il Paese, come sarebbe suo compito.
  2. avere tollerato che il marketing populista diffondesse l’idea che i governi precedenti hanno soltanto fatto il male dell’Italia (“ridotta in questo stato”). Quale stato? Mica così male, in fondo. Con tanti problemi, certamente, molto enfatizzati, ma la cultura riformista i problemi li affronta man mano che si presentano, con le risorse e le capacità delle quali dispone. Ribaltare tutto come proclamano necessario i populisti, secondo la visione riformista è sbagliato. Ma poiché una certa dose di populismo c’è dovunque direi che questi movimenti potrebbero meglio essere definiti come massimalisti (rivoluzionari mi sembra troppo).

Pare che la storia politica si trovi ad una ennesima svolta: le differenze tra destra e sinistra sono evidentemente sfumate, anche perché le posizioni, lontane nel novecento, si sono fortemente avvicinate dopo la fine della guerra fredda. Ora quelle che erano la destra e la sinistra moderate hanno sostanzialmente una visione comune, che potremmo definire più o meno prudentemente riformista. Una visione politica che si contrappone a quella dei movimenti e raggruppamenti che chiamiamo anti-sistema o populisti, due cose diverse ma sempre coincidenti almeno nella comunicazione politica di quei gruppi.

Così stando le cose l’interpretazione dei fatti e delle tendenze politiche attuali non dovrebbe avvalersi ancora del filtro destra/sinistra ma di quello riformismo/massimalismo. Una classificazione che ha radici nel socialismo ma che oggi vive indipendentemente.

In una visione di questo tipo risultano più evidenti le vicinanze degli elettorati di partiti giunti ad una svolta come Forza Italia e PD. In modo non dissimile da come si sono trovati vicini, spinti dalla prospettiva della presa del potere, elettorati apparentemente distanti – anche geograficamente – come quelli di Lega e 5S.

Se gli avvicinamenti degli elettorati influenzeranno anche gli apparati – sistemando i problemi compresi tra i seggiolini e le poltrone –  potremmo vedersi fronteggiare in futuro idee e formazioni riformiste contro quelle massimaliste, in un bipolarismo contemporaneo che potrebbe caratterizzare quasi tutte le democrazie.

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L’agonia del PD il futuro e Macron

16 maggio 2018

E’ inutile insistere. Il PD è pieno di nostalgici, di sorpassati. Nel partito, in particolare nella componente non renziana, la cultura è rimasta quella novecentesca: destra-sinistra; operaio-padrone; ricco-povero; comunismo-capitalismo. Gli elettori che non ne sono influenzati è difficile che riconoscano nel PD il “loro” partito. Più facile che preferiscano altre offerte, tipo Lega e 5S, salvo coloro che hanno apprezzato la buona qualità media del personale governativo espresso da PD negli ultimi anni. Una valutazione che però fanno in pochi, il che contribuisce a spiegare perché chi governa perde, come in Italia succede dal 1994 in poi.

Come per quello dei cattolici, anche il voto dei “ceti popolari”, citati da quasi tutti come il serbatoio elettorale da recuperare a sinistra, da anni si sparpaglia qua le là, giustamente. Ci sono “popolari” che non hanno lavoro e quelli iper-garantiti a vita dal datore di lavoro pubblico e dall’articolo 18; ci sono gli operai che da trent’anni lavorano nella stessa piccola azienda a stretto contatto con l’imprenditore – col quale condividono il successo e ottimi rapporti umani e professionali – e i ragazzi che consegnano le pizze senza neppure sapere per conto di chi; ci sono i giovani che non credono nella politica e nel futuro e quelli che di politica si interessano ma ripongono le loro speranze nella destra (il fascismo – del quale peraltro molti sedicenti neo fascisti non sanno nulla – assunse burocrati a tutto spiano e protesse i ceti medi), nella sinistra sindacal-socialista e nel populismo/qualunquismo del reddito di cittadinanza e del cacciamo gli stranieri che ci rubano il lavoro.  Poi ci sono quelli che non votano perché “tanto sono tutti uguali”.

La coesione dei serbatoi elettorali non esiste più da tempo. E perciò finché nel PD si punta al recupero dell’elettorato che fu il partito continuerà ad asciugarsi fino all’estinzione o quasi. A livelli da LeU, diciamo.

Il novecento è finito, in tutti i sensi. Si deve pensare avanti e lungo, a un modello di società da raggiungere a partire dalla situazione attuale, rappresentata dai dati di fatto ma anche dalla percezione degli elettori. Si deve pensare a Europa ed euro; globalizzazione; tecnologia imperante, in grado di modificare repentinamente l’economia e la società; scomparsa del lavoro garantito a vita; necessità dell’istruzione/formazione permanente; maggiore labilità della famiglia e dei legami sociali; urgenza di sviluppare strategie fondate sulla flessibilità; eccetera. E’ necessario pensare all’Italia e parallelamente all’Europa che vorremmo e che verranno, non all’elettorato che fu.

Macron è questo. Ha le sue difficoltà, come tutti coloro che governano (non gestiscono, governano), ma non può non averne. Chi anticipa i tempi trova sempre opposizione, anche violenta. I leader indicano la strada, trascinano, non blandiscono l’elettorato. Perché i leader, se sono tali, “vedono” il futuro un po’ prima che arrivi, molto prima della massa e la indirizzano, compatibilmente con le risorse disponibili e i vincoli presenti. Da noi, per esempio, il debito; la bassa scolarità e le scarse opportunità per chi raggiunge livelli di formazione elevati; le poche imprese davvero “global”; la non applicazione della meritocrazia (concetto che dovrebbe essere caro alla sinistra); la disparità culturale prima ancora che economica tra Nord e Sud; la malavita in grado di dominare aree geografiche e mercati; la burocrazia opprimente; la giustizia lenta; eccetera. Roba impegnativa.

Ripensando al PD di questi giorni perciò mi domando: che c’entrano gli autocandidati alla segreteria Martina e Zingaretti con i leader?

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