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Il PD e la democrazia non decidente

8 marzo 2018

PD in subbuglio. Ufficialmente per il cattivo risultato elettorale, nel profondo perché una componente non piccola ha recuperato la speranza di liberarsi di Renzi, possibilmente per sempre.

Nessuno valuta la sconfitta partendo da più lontano, domandandosi per esempio com’è che nessun partito di area socialdemocratica sta andando bene in Europa. I meno peggio strappano a loro volta il 20% e la prossima volta non andrà meglio, se quei partiti non saranno in grado di ripensarsi. Gli elettori evidentemente non accreditano più la socialdemocrazia della capacità di tirarli fuori dai guai, veri o “percepiti”, come si dice. Ma in Italia il problema non è analizzare e aggiornare la strategia: è eliminare Renzi.  Senza domandarsi se un altro segretario, e chi, avrebbe fatto meglio.

E’ ovvio che nel risultato Renzi ci ha messo del suo. Il Matteo Renzi che ha avuto successo era il rottamatore, riformista e determinato (arrogante) che ha conquistato Firenze poi il partito (che gli era ostile già come candidato sindaco) poi il governo poi il 40 e passa percento alle Europee 2014. Quello era il Renzi pronto ad inimicarsi sindacati, magistratura, burocrazia, insegnanti e altre congreghe con rilevanti poteri di veto. Poteri forti non per ricchezza (la finanza c’entra poco) ma diffusamente presenti nell’elettorato e molto solidi, praticamente pietrificati.

Il Renzi che ha condotto la campagna elettorale 2018 non era più quello. La scoppola del referendum 2016 gli ha probabilmente suggerito un diverso approccio, più sfumato. Ha accantonato le sue R (rinnovamento, rottamazione e riforme) e puntato su altro. Ha eccessivamente enfatizzato i risultati del suo governo, irritando la parte di popolazione che ritiene di non averne tratto benefici diretti né in chiave economica né per quanto riguarda il tema cavalcato dai concorrenti dell’immigrazione.

Purtroppo ha inseguito anche qualche forma di populismo, quasi una sorta di salvinismo moderato, che credo non gli sia costata molti elettori ma neppure gliene abbia portati.

Ok, Renzi ha sbagliato. Annuncia doverosamente le dimissioni ma con effetto dopo la formazione di un governo senza PD, il che con il Parlamento 2018 potrebbe non accadere tanto presto. Gli antirenziani invece lo vorrebbero fuori subito, anche a calci.

Si discute (eufemismo) ma il punto fondamentale è che non di normali critiche si tratta: toni e contenuti rivelano acredine, livore, furore. Tutto sopra le righe, dentro il partito e nei dintorni.

Il problema è lui, Renzi, personalmente. Ed è lui perché è l’alieno, quello che ha rotto la quiete della “concertazione”, lungamente praticata tecnica politico/gestionale che ha lo scopo di non urtare la suscettibilità e non ledere gli interessi di nessuno. Risultato spesso raggiunto non facendo assolutamente nulla più dell’apertura dei famigerati tavoli e di qualche comunicato stampa. Senza quello scocciatore invadente di Renzi la vita nel partito sarebbe proseguita tranquilla come prima: non facciamoci del male né tra politici, anche formalmente avversi, né con sindacati, cooperative, aziende pubbliche, burocrazia, enti locali eccetera. La democrazia conciliante non decidente.

Renzi ha fatto irruzione nella capanna. Ha denunciato le manfrine dei tenutari, forzato l’abbandono di alcuni ex mammasantissima, spalancato le finestre e instaurato un diverso sistema di governance (non più caminetti) facendosi aiutare da pochi collaboratori fidati, nei limiti delle loro possibilità (non in tutti vastissime). Così si è fatto tanti nemici ma ha anche conquistato un suo pubblico. L’impressione, derivante anche dalle primarie 2017, è che la maggioranza dei 6 milioni di voti dati al PD siano proprio per il PD di Renzi. Lui ha molti aficionados personali, alcuni decisamente fanatici. Nulla di strano parlando di un leader, purché metta in conto che la gente ama costruirsi miti ma anche abbatterli.

Il futuro del PD perciò potrebbe essere ancora con leadership renziana, o di cultura e approccio renziani. Magari dopo l’ulteriore scissione di quanti sono desiderosi di mantenere il seggio soccorrendo i vincitori delle elezioni. Sarebbe una semplificazione. Meglio ripartire da un partito pulito e coeso che dallo scarabocchio indecifrabile che è oggi.

Ripartire da Renzi?

Non è indispensabile, ma può essere conveniente. Primo perché essendo intelligente è probabile che sappia imparare dagli errori, per esempio che può tornargli utile agire da primus inter pares con personaggi del calibro di Calenda e Padoan, praticando più di quanto fatto in passato gli esercizi dell’ascolto e della delega; secondo perché molti voti come detto sono più suoi che di una generica e ormai indefinita idea socialdemocratica o, meno ancora, post qualcosa; terzo perché lo sviluppo di un partito affidabile, saldamente europeista, riformista, liberaldemocratico potrebbe raccogliere anche le simpatie di elettori che oggi si disperdono in piccoli partiti centristi o si astengono o si trovano a disagio in un centrodestra salvinizzato e deberlusconizzato, per legittima stanchezza del fondatore.

D’altra parte se la società è sempre più incattivita, come si vede da tempo, la destra va salvinizzandosi e il M5S pesca nel serbatoio sociale che fu del PCI, è utile che tra i due poli ne emerga uno con le caratteristiche di cui sopra, possibilmente in grado di affermare e diffondere una precisa posizione culturale, sobria e non estremistica.

Ciò, ovviamente, partendo dall’opposizione, che nelle fasi di ricostruzione è la collocazione più favorevole.

 

Pubblicato su Uomini & Business – 7 marzo 2018



 

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