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Un uomo di successo

25 marzo 2018

Matteo Renzi ha 43 anni e per la prima volta entra in Parlamento: senatore.

Non male, ma è forse l’unico al quale non si fanno i complimenti per l’elezione. Anzi, per lui la cosa viene presentata come un ridimensionamento. Ne deduco che in fondo la gente sa o intuisce, pure chi lo disistima, che il politico, e anche la persona, valgono molto, molto più di un seggio.

A parte la considerazione che come rivincita o vendetta (traspaiono, in questi giorni) il seggio senatoriale, oltre tutto conquistato all’uninominale, non è il peggio che possa capitare, i detrattori dovrebbero almeno prendere atto che il senatore Renzi è uno che alla sua giovane età si è già costruito un curriculum politico da fare invidia a chiunque, non solo in Italia: presidente della provincia di Firenze a 29 anni, sindaco di Firenze a 34, segretario del partito e presidente del Consiglio dei Ministri a 39. Raccomandato? Macché. Anche i reggitori del suo partito gli erano ostili. Chiunque, non cieco, dovrebbe trarre la conclusione che costui tutto può essere fuorché un idiota, politicamente parlando. Il neo senatore vanta inoltre apprezzamenti e relazioni a livello internazionale che certo non guastano e pochi possono vantare.

Si può perciò affermare già oggi, marzo 2018, che anche se d’ora in poi non facesse altro che dedicarsi alla sua famiglia Matteo Renzi deve essere considerato uomo di successo.

Certo, si può divergere dalle sue idee politiche e si può trovare antipatica la persona: a chi ha successo capita spesso. Però non si può non riconoscergli la passione, l’impegno, il coraggio di rischiare. Ha vinto e ha perso, come tutti quelli che fanno qualcosa cercando di mettere a frutto le proprie risorse. Raggiunta la presidenza del Consiglio avrebbe potuto barcamenarsi, come i suoi predecessori; godersi la poltrona, i privilegi, i salamelecchi dei cortigiani: non lo ha fatto. E gliene siamo grati.

Noi apprezziamo Renzi. Lo abbiamo anche criticato, come si usa con gli amici e con le persone che si stimano, ed è forse per questa nostra libertà di pensiero e di giudizio che presso gli antirenziani pregiudiziali ci sembra di cogliere invidia meschinità e frustrazione, non di rado sostenute dalla malinconia di chi nella vita si accoda, si impegna ad aggirare gli ostacoli, a sfuggire gli esami e tutto ciò che comporta una misurazione di se stessi. Evitare ogni azzardo, anche piccolo, per evitare ogni possibile sconfitta, potendosi così gratificare nel vedere quelle altrui. Patendo qualche avvilimento invece per gli altrui successi e ignorando che chi rischia, poco o tanto, sa di poter perdere ma si eleva comunque oltre la mediocrità, che rimane addosso ai perdenti per rinuncia.

Personalmente non ho più abbastanza tempo per aspettare il giudizio della storia su Renzi, come è successo per Craxi, anche perché quella di Renzi è in corso e credo che continuerà a lungo. Però ho il tempo e l’interesse umano per osservare con fastidio e un poco anche di disprezzo coloro, nella politica, nei media e nella società, che traggono soddisfazione dalla sua sconfitta. Una soddisfazione tipica dei mediocri.

Le pregiudiziali antirenziane vanno secondo me cercate più nelle debolezze umane che dentro la politica, perché le critiche politiche circostanziate sarebbero stimolanti e civilmente discutibili. Con i pregiudizi invece nulla da fare. E’ più facile spezzare l’atomo che un pregiudizio, disse Einstein.

Forse la molla è il piacere di denigrare i grandi per sentirsi meno piccoli.

Post inserito in: secondo me

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Il PD e la democrazia non decidente

8 marzo 2018

PD in subbuglio. Ufficialmente per il cattivo risultato elettorale, nel profondo perché una componente non piccola ha recuperato la speranza di liberarsi di Renzi, possibilmente per sempre.

Nessuno valuta la sconfitta partendo da più lontano, domandandosi per esempio com’è che nessun partito di area socialdemocratica sta andando bene in Europa. I meno peggio strappano a loro volta il 20% e la prossima volta non andrà meglio, se quei partiti non saranno in grado di ripensarsi. Gli elettori evidentemente non accreditano più la socialdemocrazia della capacità di tirarli fuori dai guai, veri o “percepiti”, come si dice. Ma in Italia il problema non è analizzare e aggiornare la strategia: è eliminare Renzi.  Senza domandarsi se un altro segretario, e chi, avrebbe fatto meglio.

E’ ovvio che nel risultato Renzi ci ha messo del suo. Il Matteo Renzi che ha avuto successo era il rottamatore, riformista e determinato (arrogante) che ha conquistato Firenze poi il partito (che gli era ostile già come candidato sindaco) poi il governo poi il 40 e passa percento alle Europee 2014. Quello era il Renzi pronto ad inimicarsi sindacati, magistratura, burocrazia, insegnanti e altre congreghe con rilevanti poteri di veto. Poteri forti non per ricchezza (la finanza c’entra poco) ma diffusamente presenti nell’elettorato e molto solidi, praticamente pietrificati.

Il Renzi che ha condotto la campagna elettorale 2018 non era più quello. La scoppola del referendum 2016 gli ha probabilmente suggerito un diverso approccio, più sfumato. Ha accantonato le sue R (rinnovamento, rottamazione e riforme) e puntato su altro. Ha eccessivamente enfatizzato i risultati del suo governo, irritando la parte di popolazione che ritiene di non averne tratto benefici diretti né in chiave economica né per quanto riguarda il tema cavalcato dai concorrenti dell’immigrazione.

Purtroppo ha inseguito anche qualche forma di populismo, quasi una sorta di salvinismo moderato, che credo non gli sia costata molti elettori ma neppure gliene abbia portati.

Ok, Renzi ha sbagliato. Annuncia doverosamente le dimissioni ma con effetto dopo la formazione di un governo senza PD, il che con il Parlamento 2018 potrebbe non accadere tanto presto. Gli antirenziani invece lo vorrebbero fuori subito, anche a calci.

Si discute (eufemismo) ma il punto fondamentale è che non di normali critiche si tratta: toni e contenuti rivelano acredine, livore, furore. Tutto sopra le righe, dentro il partito e nei dintorni.

Il problema è lui, Renzi, personalmente. Ed è lui perché è l’alieno, quello che ha rotto la quiete della “concertazione”, lungamente praticata tecnica politico/gestionale che ha lo scopo di non urtare la suscettibilità e non ledere gli interessi di nessuno. Risultato spesso raggiunto non facendo assolutamente nulla più dell’apertura dei famigerati tavoli e di qualche comunicato stampa. Senza quello scocciatore invadente di Renzi la vita nel partito sarebbe proseguita tranquilla come prima: non facciamoci del male né tra politici, anche formalmente avversi, né con sindacati, cooperative, aziende pubbliche, burocrazia, enti locali eccetera. La democrazia conciliante non decidente.

Renzi ha fatto irruzione nella capanna. Ha denunciato le manfrine dei tenutari, forzato l’abbandono di alcuni ex mammasantissima, spalancato le finestre e instaurato un diverso sistema di governance (non più caminetti) facendosi aiutare da pochi collaboratori fidati, nei limiti delle loro possibilità (non in tutti vastissime). Così si è fatto tanti nemici ma ha anche conquistato un suo pubblico. L’impressione, derivante anche dalle primarie 2017, è che la maggioranza dei 6 milioni di voti dati al PD siano proprio per il PD di Renzi. Lui ha molti aficionados personali, alcuni decisamente fanatici. Nulla di strano parlando di un leader, purché metta in conto che la gente ama costruirsi miti ma anche abbatterli.

Il futuro del PD perciò potrebbe essere ancora con leadership renziana, o di cultura e approccio renziani. Magari dopo l’ulteriore scissione di quanti sono desiderosi di mantenere il seggio soccorrendo i vincitori delle elezioni. Sarebbe una semplificazione. Meglio ripartire da un partito pulito e coeso che dallo scarabocchio indecifrabile che è oggi.

Ripartire da Renzi?

Non è indispensabile, ma può essere conveniente. Primo perché essendo intelligente è probabile che sappia imparare dagli errori, per esempio che può tornargli utile agire da primus inter pares con personaggi del calibro di Calenda e Padoan, praticando più di quanto fatto in passato gli esercizi dell’ascolto e della delega; secondo perché molti voti come detto sono più suoi che di una generica e ormai indefinita idea socialdemocratica o, meno ancora, post qualcosa; terzo perché lo sviluppo di un partito affidabile, saldamente europeista, riformista, liberaldemocratico potrebbe raccogliere anche le simpatie di elettori che oggi si disperdono in piccoli partiti centristi o si astengono o si trovano a disagio in un centrodestra salvinizzato e deberlusconizzato, per legittima stanchezza del fondatore.

D’altra parte se la società è sempre più incattivita, come si vede da tempo, la destra va salvinizzandosi e il M5S pesca nel serbatoio sociale che fu del PCI, è utile che tra i due poli ne emerga uno con le caratteristiche di cui sopra, possibilmente in grado di affermare e diffondere una precisa posizione culturale, sobria e non estremistica.

Ciò, ovviamente, partendo dall’opposizione, che nelle fasi di ricostruzione è la collocazione più favorevole.

 

Pubblicato su Uomini & Business – 7 marzo 2018

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