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Deja vu: i girotondi della sinistra (un libro di Francesco Cundari)

19 febbraio 2018

Il nuovo libro di Francesco Cundari, “Deja vu” (Il Saggiatore), dove si raccontano venticinque anni dell’interminabile guerra della sinistra italiana, le sue innumerevoli contraddizioni, i suoi mutevoli personaggi, e si chiarisce che questa storia non ha né inizio né fine: non conosce alcuno sviluppo, alcuna evoluzione, alcun cambiamento. E’ un magma. O, se preferite, un girotondo.

 

Quella che segue è la presentazione di Andrea Fioravanti per Linkiesta, 19 febbaio 2018.

E’ il capro espiatorio della sinistra italiana. Gli hanno attribuito la caduta del governo Prodi nel ‘98 e la scissione del Partito Democratico. I maligni dicono che abbia fatto campagna per il “No” nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 perché Matteo Renzi non l’ha nominato ministro degli Esteri. E che abbia creato Liberi e uguali perché il segretario del PD non avrebbe mai assicurato né a lui, né ai suoi, un posto sicuro in lista. Massimo D’Alema è considerato da molti opinionisti il principale responsabile del male che affligge da sempre la sinistra italiana: la divisione. E forse hanno ragione. Almeno questa è l’impressione dopo aver letto “Deja vu” (Il Saggiatore) uscito il 15 febbraio, che ripercorre i 25 anni di guerra interna della sinistra italiana tra congiure di palazzo, scissioni e unioni alla ricerca di una «nuova forza progressista capace di riconnettere la sinistra con il suo popolo».

“Deja vù”, non è un semplice racconto; piuttosto la spiegazione di un meccanismo. Quello che porta ciclicamente una classe di intellettuali e dirigenti a creare «se non un partito, una corrente, un movimento o almeno un appello per rinnovare radicalmente la sinistra per farla finita, va da sé, con le divisioni». Dalla «sinistra sommersa» evocata dal filosofo militante Paolo Flores d’Arcais al teatro Capranica di Roma nel 1990, ai girotondi in piazza del regista Nanni Moretti del 2002, fino al convegno del teatro Brancaccio di pochi mesi fa, organizzato dal critico d’arte Tommaso Montanari. Non solo società civile; c’è anche la storia di politici, delle loro correnti o movimenti o partiti, nati per raccogliere e delimitare il campo di chi è con o contro il leader di turno. Liberi e uguali vi ricorda qualcosa? Un già visto politico che rischia di ripetersi dopo il 4 marzo. Non c’è un’evoluzione, ma un istinto masochista alla Tafazzi, il personaggio creato da Aldo, Giovanni e Giacomo che con una clava si dava mazzate lì dove fa più male. Questa «ricreazione» vivente è descritta con precisione e in qualche passaggio ironia dall’autore Francesco Cundari. Il direttore di “Left Wing”, ha diretto per un breve periodo anche Red tv, la rete satellitare vicino al PD e a Massimo D’Alema, nata nel 2008 e chiusa per mancanza di fondi nel 2010.

Il libro non è una serie di aneddoti o un dietro le quinte alla House of Cards; è un «tentativo di storia istantanea» che ripercorre la storia travagliata della sinistra citando i discorsi letti nelle riunioni di partito e gli articoli di giornale, senza paura di essere superato dalla cronaca, perché i fatti sono destinati a ripetersi. Cundari riprende gli articoli della stampa e le dichiarazioni dei protagonisti. Lo fa alcune volte in modo asettico, altre con ironia. Basta mettere vicino le parole dei protagonisti per creare quell’effetto di straniamento, di già visto. Sta poi al lettore malizioso trarre le sue conclusioni. Per fortuna il libro non parte dalla scissione di Livorno del 1921, quando da una costola del partito socialista nacque quello comunista guidato da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Né si sofferma sulle decine di scissioni e sigle della prima repubblica vista dalla sinistra del Parlamento: Psi, Psdi, Psiup, Psu. In quel caso sarebbe servita un’enciclopedia. In 124 pagine, Cundari si concentra solo sugli ultimi 25 anni della sinistra italiana e su una classe dirigente che ha puntato a conservarsi. Sempre.

Le parole d’ordine di questo «complicato controverso, contraddittorio processo che sui giornali si usa chiamare ora riunificazione della sinistra ora ricomposizione del centrosinistra, ora più solennemente rinascita, ricostruzione, rifondazione» della sinistra sono le stesse«Per un nuovo partito della sinistra» o «un appello al popolo, un’alleanza fra cittadini, contro i partiti, alla ricerca dei delusi che non si riconoscono nell’attuale classe dirigente». Sapreste dire chi l’ha detto e quando? Anche i protagonisti sono sempre quelli: Romano Prodi, Walter Veltroni e come abbiamo detto all’inizio Massimo D’Alema. «Il supercattivo di tutti i racconti e di tutte le leggende di cui è intessuta la storia del centrosinistra»Secondo Karl Marx la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. E anche qui tutti i fatti raccontati si ripetono allo stesso modo più di una volta. Cambiano solo i ruoli.

Chi prima difende l’unità del partito o della coalizione e ha un atteggiamento riformista, qualche volta sprezzante nei confronti della minoranza più dura e pura, a sua volta diventa il portavoce dell’ala più conservatrice e restia al cambiamento quando al potere ci sono gli altri. Tutto sempre in nome di un popolo e dei valori della sinistra da preservare. Così D’Alema diventa prima il leader accentratore e riformista che vuole la Bicamerale con Berlusconi e un mercato del lavoro più mobile e flessibile all’insegna della “Terza Via” di Blair e Clinton, a cui si contrappone l’ortodosso segretario della Cgil Sergio Cofferati. Poi il leader maximo si trasforma in leader dei comitati del No, simbolo del vero popolo della sinistra, quello dei volontari della festa dell’Unità e dei gazebo che si contrappone alla dittatura del PD renziano e che fa campagna per votare “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Chi prima strappa, poi ricuce e poi ristrappa a seconda di chi tiene il bandolo della matassa«Una battaglia lunga 20 anni che a ogni tornata elettorale riprenderà più furiosa di prima, tra sostenitori del primato della politica (e dei professionisti della politica) e fautori del primato della società civile (e degli intellettuali, e dei professori, e dei movimenti che di volta in volta l’incarneranno). Tra partito e coalizione, comitati e apparati, sezioni e gazebo». Tutto inizia, si fa per dire, dal seminario nel castello di Gargonza del ‘97, quando l’allora segretario del Pds (Partito democratico della sinistra) D’Alema dichiarò già finita l’esperienza dell’Ulivo, ovvero il tentativo di unificare sotto un’unica bandiera i vari partiti di sinistra, dai comunisti ai cattolici. Un’esperienza politica nata da meno di 24 mesi e che solo un anno prima aveva portato per la prima volta “i comunisti” al governo guidato da Romano Prodi.

Da quella dichiarazione sorprendente e tranchant fatta in un castello in provincia di Arezzo nel lontano 1997, davanti a dirigenti e teorici di quella grande coalizione «ebbe inizio quell’infinita, spietata, sanguinosa serie di battaglie campali e congiure di palazzo, insincere riconciliazioni e reciproci tradimenti, che l’inesauribile ironia della storia ha consegnato alle cronache con il nome di “unità del centrosinistra”». E così si arriva alla caduta del governo Prodi ‘98, un “complotto” che «sta alla storia del centrosinistra come il rapimento di Elena sta alla guerra di Troia: è l’affronto capace di generare una guerra lunga vent’anni, che porterà principi ed eserciti di paesi lontani a combattersi ferocemente per ragioni a loro stessi, il più delle volte, tutt’altro che chiare». Ognuno ha la sua versione, spesso contraddittoria che cambia a seconda del momento e dell’opportunità politica.

Dopo i girotondi, le scissioni e la creazione di un unico grande partito – il PD – la storia si ripete con la caduta del governo Prodi 2008 che ha le dinamiche del 1998 ma ruoli invertiti. Ancora un deja vù: «Allora, come vice di Prodi, c’era Veltroni, naturalmente schierato a difesa di Palazzo Chigi, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’era D’Alema, a difendere il primato dei partiti sulla stessa coalizione di governo Questa volta, invece, al governo con Prodi, come vicepremier, c’è D’Alema, a difendere il ruolo e l’importanza della coalizione, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’è Veltroni. E dunque questa volta è lui a rivendicare il primato del partito».

1998, 2008, 2018. La storia va avanti, ma si ripete. I leader alla guida del centrosinistra cambiano ma la telenovela rimane la stessa: «ricostruire il centrosinistra». Renzi guida la coalizione e invita a non votare Liberi e uguali per non regalare voti a Salvini. Punta tutte le fiches su un PD libero dai postcomunisti per tornare al governo e vendicarsi come il Conte di Montecristo. D’Alema e Bersani invece, secondo alcuni retroscena degli ultimi giorni, sarebbero pronti a riprendersi “la ditta” in caso Renzi perdesse sonoramente le elezioni e decidesse di fondare un nuovo movimento simile a EnMarche! di Macron con i fedelissimi eletti in Parlamento. «E così, tra un processo di riunificazione e l’altro, ancora una volta, la sinistra italiana s’incammina baldanzosamente verso le elezioni, più unitaria e più divisa che mai».



 

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