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Venticinque anni fa finiva la prima Repubblica (Piero Sansonetti)

24 febbraio 2018

Venticinque anni fa i Pm demolirono la prima Repubblica

“Mani pulite” fu una grandiosa operazione politica, l’obiettivo era “purificare”: 25mila indagati, 4mila arresti, meno di 2mila condanne e il sistema dei partiti venne raso al suolo. Vinse l’alleanza tra magistratura e media

L’operazione “mani pulite” iniziò esattamente 25 anni fa, il 17 febbraio del 1992, con l’arresto di Mario Chiesa, funzionario socialista milanese piuttosto ignoto, beccato con sette milioni di tangente in tasca. Anche se dall’arresto di Chiesa all’esplodere dello scandalo politico che travolse la prima repubblica passarono poi diversi mesi. In mezzo ci fu una campagna elettorale, la vittoria della Lega Nord, l’uccisione del big democristiano (andreottiano) siciliano Salvo Lima, il terrificante attentato mortale a Giovanni Falcone, e infine l’elezione del nuovo presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Poi arrivò l’estate e in una caldissima giornata di fine giugno ci si preparava a dare notizia della nomina di Bettino Craxi a presidente del consiglio incaricato, e invece successe il finimondo. Nelle redazioni dei giornali arrivarono delle carte nelle quali si parlava del coinvolgimento diretto di Bettino Craxi in una storia di tangenti milanesi. Le carte – presumibilmente: molto presumibilmente – erano state inviate dalla stessa procura di Milano, dove – agli ordini del Procuratore Saverio Borrelli – si era costituito un pool di magistrati, incaricato esplicitamente di muovere l’assalto al quartier generale della politica, e in particolare all’asse Dc-Psi, e ancor più in particolare alla persona di Bettino Craxi. I nomi dei magistrati del pool sono i nomi più noti tra tutti i nomi dei magistrati del mondo: Di Pietro, D’Ambrosio, Colombo, Davigo.

La prima mossa fu quel dossier fatto giungere anonimamente alle redazioni. La notizia rimbalzò a Montecitorio e al Quirinale, e Scalfaro da un mese presidente della repubblica, decise di soprassedere alla nomina di Craxi. Fece qualcosa di più: avvertì Craxi che il suo nome era fuorigioco e che toccava a lui scegliere tra i suoi due delfini: Claudio Martelli o Giuliano Amato. Craxi scelse Amato, facendo infuriare Martelli (che mai gliela perdonò) e il 28 giugno Amato fu incaricato.

È da quel momento che “mani pulite”, eliminato il nemico numero 1, inizia in grande stile. Il Psi viene travolto in pochi mesi. La destra Dc altrettanto. La sinistra Dc e il Pci vengono colpiti di striscio, ma escono quasi incolumi dal bombardamento.

I numeri dell’inchiesta “mani pulite” sono incerti. Ieri Repubblica parlava di 4520 indagati e di 661 tra condannati e persone che accettarono di patteggiare (i condannati veri e propri furono 316, cioè circa il 7 per cento degli indagati). In realtà questi numeri si riferiscono solo alla Procura di Milano, che fu il motore di “mani pulite”, ma le inchieste, e gli avvisi di garanzia, e gli arresti, si estesero a tutt’Italia. I numeri finali sono incerti: più o meno gli indagati furono 25 mila, gli arrestati circa 4000, il numero delle condanne non si conosce ma comunque la media nazionale è simile a quella milanese: circa il 7 per cento.

Capite bene che 25 mila indagati è un numero enorme. Un pezzo gigantesco del ceto politico fu messo alla sbarra. E nel clima che si era creato, soprattutto per la partecipazione attiva della stampa e della televisione alle indagini, si era realizzata una situazione nella quale chiunque ricevesse un avviso di garanzia era costretto a dimettersi e a lasciare la politica. Di quelle circa 20 mila persone che furono costrette a lasciare la politica e poi risultarono innocenti (o comunque non furono condannate) si e no una decina riuscì a rientrare nel giro. Gli altri furono messi fuori dal campo e basta.

Gli avvisi di garanzia arrivavano quasi sempre al momento giusto. A Craxi arrivò l’avviso nel dicembre del ‘92, dieci giorni prima di Natale, e fu un siluro che lo costrinse a lasciare la segretaria del partito. Claudio Martelli si mise in corsa per prendere il posto di Craxi, disse che voleva “salvare l’onore politico del Psi”, ma il 19 febbraio del 1993, mentre era in corso una riunione dell’assemblea nazionale del Psi all’hotel Ergife di Roma, e mentre Martelli si stava per candidare alla segretaria, arrivò l’avviso anche a lui. Lui era il ministro della Giustizia, era il leader politico che aveva promosso e protetto Falcone: non piaceva alla Procura di Milano, che se ne disfò in quattro e quattr’otto. Martelli, che era uno dei dieci uomini più potenti d’Italia, scomparve dalla scena in quell’esatto momento.

Naturalmente questo meccanismo da Santa Inquisizione non poteva funzionare se la magistratura fosse stata sola a guidare l’operazione. Ma la magistratura non era sola: con lei si era schierata praticamente tutta la stampa italiana. Quella di destra, quella di sinistra, quella di centro, quella politica e quella scandalistica. Guidata dai giornali della Fiat, dal Corriere della Sera, ma anche dai giornali più vicini al Pci come la Repubblica e naturalmente anche l’Unità. La magistratura in un primo tempo aveva spaventato anche gli editori dei giornali, perché aveva colpito duro i vertici della Fiat e aveva persino, per qualche ora, messo in arresto De Benedetti. Ma l’imprenditoria si arrese quasi subito e accettò di collaborare con la magistratura e di mettere a disposizione i propri giornali, in cambio dell’impunità. Così fu. E’ ancora così.

Dicevamo dei 25.000 procedimenti avviati e conclusi con un po’ più di mille condanne. Possiamo dire che dal punto di vista giudiziario “mani pulite” fu un fallimento. Fu però un successo senza precedenti dal punto di vista politico. Il pool di Milano riuscì a portare a termine la più clamorosa riforma istituzionale mai realizzata nell’Italia repubblicana. Il sistema democratico fondato sui partiti – sulle loro strutture, sulle loro idee, sui loro meccanismi popolari – fu raso al suolo in poco più di un anno. I leader di quel sistema politico scacciati e messi in fuga o alla berlina. I rapporti tra politica e magistratura rovesciati. Diciamo che la prima repubblica fu cancellata.

Quando si dice prima repubblica spesso si intende un sistema politico partitocratico e corrotto, che stava rovinando il paese. Non è esatto. La prima repubblica era quella costruita sui valori della lotta partigiana e sulle idee di grandi tradizioni politiche come quelle del cristianesimo sociale, del comunismo, del socialismo e del liberalismo. Immaginata e costruita da personaggi come De Gasperi, Einaudi, Croce, Togliatti, Nenni, Calamandrei, La Malfa. Sarebbe quella compagine che ricostruì l’Italia distrutta dal fascismo, la portò pienamente dentro un regime democratico, ne promosse lo sviluppo economico e sociale, la modernizzò attraverso grandiose riforme di tipo socialista o di tipo liberale. Non proprio una schifezza.

Se uno prova a fare un bilancio storico politico e sociale della prima repubblica e lo mette a confronto con un bilancio della seconda repubblica (quella nata sulla spinta dell’inchiesta “mani pulite”) si mette a ridere.

La fine della prima repubblica pone fine al primato della politica. E dunque ridimensiona fortemente la portata della democrazia. Il potere si trasferisce. In particolare nelle mani dei potentati economici, che dettano le scelte di fondo. In parte nelle mani della magistratura, che da quel momento diventa largamente in grado di controllare il ceto politico e di determinarne la selezione e anche le scelte.

“Mani pulite fu un complotto”? No, io non lo credo. Però “mani pulite” riuscì perché perseguì un disegno politico. Che era duplice: “purificare” la società italiana e abolire i partiti. Il pool di Milano credeva sinceramente e con passione che le due cose coincidessero. La seconda parte di questo disegno è perfettamente riuscita. La prima no. E da quel momento la magistratura si convinse che il proprio compito non fosse quello di giudicare i colpevoli e gli innocenti, come dice la Costituzione, ma quello di assumere un ruolo di Guida Etica della società e dello Stato. E di garante della moralità.

Piero Sansonetti – Il Dubbio – 17 febbraio 2018

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Altri tempi, altro popolo (Lino Ricchiuti)

23 febbraio 2018

Era il 13 giugno 1984 quando il Segretario del MSI Giorgio Almirante andò a rendere omaggio a Enrico Berlinguer, scomparso a Padova l’11 giugno.

In quella calda giornata Almirante si incamminò spedito verso la vicina sede nazionale del Partito comunista italiano. Davanti al palazzone di via Botteghe Oscure una folla commossa, crescente, si accalcava in silenzio. Attendeva paziente di poter rendere l’ultimo saluto al segretario del partito.

Per questo, probabilmente, pochi fecero caso a quello smilzo signore coi baffetti. Nessuno deve averlo riconosciuto subito.

Anche perché nessuno avrebbe potuto immaginare quel che stava accadendo. Che cioè il nemico, il più distante e forse il più odiato avversario politico della sinistra comunista potesse trovarsi lì da solo. Almirante riuscì a mettersi in fila. Posizionandosi in una delle code formate da tutti quei militanti che aspettavano mesti di varcare l’enorme portone del Bottegone. Certo è che, improvvisamente, un brusio cominciò a levarsi. E che quegli uomini e quelle donne in attesa volsero lo sguardo verso lui, verso quell’uomo distinto e impassibile. Increduli molti. Stupiti.

L’efficiente servizio d’ordine del Partito di allora, individuato l’ospite inatteso ne diede subito notizia ai dirigenti del partito che stazionavano all’interno.

Qualche minuto e Giancarlo Pajetta fendendo la folla raggiunse Almirante e lo invitò a seguirlo. Quel giorno, quel 13 giugno del 1984, il Segretario del Movimento Sociale Italiano entrò per la prima ed unica volta nel palazzo della direzione del PCI e chinò la testa dinnanzi al feretro del Segretario comunista morto a Padova.

Quattro anni dopo, proprio Pajetta guidò la delegazione del PCI che rese omaggio a Giorgio Almirante e Pino Romualdi, scomparsi il 22 maggio 1988: la signora Nilde Iotti, comunista, Presidente della Camera, abbraccia Donna Assunta Almirante: “Sarebbe strano se stamani non fossi qui a rendere omaggio a suo marito. E’ stato un uomo politico impegnato in Parlamento, dove ha sempre tenuto un atteggiamento di grande correttezza.”

Dice Giancarlo Pajetta: “era venuto a trovarci quando Berlinguer era come lui è oggi. L’ abbiamo ricevuto come qualcuno che capisce che oltre il rogo non c’è ira. Siamo stati avversari, ma non nemici: avremmo potuto esserlo, ma le circostanze lo hanno evitato”. Pajetta parla a lungo anche con la figlia di Romualdi: “Suo padre solo qualche mese fa mi aveva detto di riguardarmi, di non stancarmi….”

Gesti forti, di stima, rispetto, civiltà, verso avversari irriducibili ma leali. Perché leali, seppur su opposte barricate, lo erano stati tutti.

Lino Ricchiuti (pubblicato in Facebook)

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La faccia cattiva della brutta Italia (Giuseppe Turani)

23 febbraio 2018

Ormai mancano meno di due settimane al voto e possiamo tranquillamente dire che mai si è vista una campagna elettorale così inutile. Forse non è nemmeno una campagna elettorale. E’ una specie di liquidazione di fine stagione: tutti offrono qualcosa, paghi due compri tre o anche dieci Tutti sanno che ciò che offrono non potrà mai essere dato veramente, ma non importa.

Sembra che il totale di queste cose offerte (meno tasse, bonus vari, sconti , ecc.) ammonti a qualcosa come mille miliardi di euro, una follia. Quasi metà del debito pubblico che abbiamo già. Gli elettori visti come bambini di sei anni a cui si offrono caramelle.

E mentre questa specie di colossale svendita va avanti, sta emergendo un altro dato (reale questa volta): la violenza. E si tratta di una violenza di due tipi. Intanto c’è quella politica, un fenomeno che non si vedeva da anni e anni. Ma si respira un clima avvelenato. E allora c’è chi prende un coltello e attacca l’avversario o chi prende addirittura una pistola e spara a caso.

Per ora si tratta di casi isolati e sarebbe sbagliato farne una questione più grossa di quella che è. Però il clima continua a essere avvelenato, girano parole troppo grosse, si montano finti casi giudiziari, si usano provocatori di professione, si spia per giorni la moglie di Renzi per coglierla sul fatto mentre compie un’infrazione stradale (cosa non vera, fra l’altro). Si minacciano, a vuoto, licenziamenti, espulsioni di massa, rese dei conti epocali.

Più di metà di questo clima un po’ da paese centro-africano va messo sul conto del comico Grillo, che ha fatto la fortuna dei 5 stelle diffondendo questo linguaggio minaccioso nei confronti degli avversari e che ha usato come pratica la delegittimazione dei singoli uomini politici.

A lui poi si sono aggiunti Salvini e altri, desiderosi di imitarne il successo mostrandosi tipi tosti e ben determinati a spazzare via i nemici.

L’insieme di tutto ciò ha diffuso nel paese l’idea che in una certa misura ci si può fare giustizia da soli, E ecco allora i genitori che vanno a picchiare i professori un po’ severi. A volte provvedono addirittura gli stessi alunni a menare le mani contro gli insegnanti. Infine, si ammazzano fidanzate, ex mogli, conviventi.

Tutto ciò, è ovvio, non va bene. Non siamo mai stati un paese di questo genere.

Quando c’è stata la drammatica stagione delle BR, c’era anche però la condanna quasi unanime di quelle pratiche. E alla fine si è vinto.

Oggi, invece, sembra quasi normale che si tiri una coltellata a un avversario politico o che si pedini sua moglie per giorni (hai visto mai che combina chissà che?).

Purtroppo, non c’è modo di uscire da questo clima putrido. Polizia e magistratura fanno il loro lavoro (quando non partecipano alla rissa nazionale, vedi inchiesta Consip). Ma non basta.

Quello che manca, e in altre stagioni ci fu, è la condanna collettiva, di questi atteggiamenti. Invece, per ragioni politiche, c’è sempre qualcuno che si sfila. Se io, per divertirmi un po’, chiamo “talebane” le più tenaci ammiratrici di Renzi, giustamente loro mi promettono ombrellate in testa. Ma se si scopre che dei mascalzoni pedinano per due giorni Agnese Renzi, come se fosse una spacciatrice e non una maestra, l’intero universo femminista tace: in fondo è una nemica. Come tace quando vede una francescana dei 5 stelle che gira con una borsetta da 8 mila euro (quattro stipendi di un metalmeccanico). O un’altra che sbaglia a fare i bonifici e si tiene i soldi che aveva promesso di donare e di cui si è vantata anche in televisione.

Sarebbe facile, a questo punto, concludere che è ora di tornare a indignarsi un po’. Ma so che è inutile: ormai siamo come in guerra (politica), e non si va tanto per il sottile.

Dopo il 5 marzo, tornare a essere un paese normale, come eravamo, non sarà facile e ci vorrà molto tempo.

Per portarsi avanti con il lavoro, sarebbe utile mettere in galera subito un po’ di mascalzoni, cominciando magari con quelli di Forza Nuova.

 

Da Uomini & Business – 21 febbraio 2918

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Deja vu: i girotondi della sinistra (un libro di Francesco Cundari)

19 febbraio 2018

Il nuovo libro di Francesco Cundari, “Deja vu” (Il Saggiatore), dove si raccontano venticinque anni dell’interminabile guerra della sinistra italiana, le sue innumerevoli contraddizioni, i suoi mutevoli personaggi, e si chiarisce che questa storia non ha né inizio né fine: non conosce alcuno sviluppo, alcuna evoluzione, alcun cambiamento. E’ un magma. O, se preferite, un girotondo.

 

Quella che segue è la presentazione di Andrea Fioravanti per Linkiesta, 19 febbaio 2018.

E’ il capro espiatorio della sinistra italiana. Gli hanno attribuito la caduta del governo Prodi nel ‘98 e la scissione del Partito Democratico. I maligni dicono che abbia fatto campagna per il “No” nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 perché Matteo Renzi non l’ha nominato ministro degli Esteri. E che abbia creato Liberi e uguali perché il segretario del PD non avrebbe mai assicurato né a lui, né ai suoi, un posto sicuro in lista. Massimo D’Alema è considerato da molti opinionisti il principale responsabile del male che affligge da sempre la sinistra italiana: la divisione. E forse hanno ragione. Almeno questa è l’impressione dopo aver letto “Deja vu” (Il Saggiatore) uscito il 15 febbraio, che ripercorre i 25 anni di guerra interna della sinistra italiana tra congiure di palazzo, scissioni e unioni alla ricerca di una «nuova forza progressista capace di riconnettere la sinistra con il suo popolo».

“Deja vù”, non è un semplice racconto; piuttosto la spiegazione di un meccanismo. Quello che porta ciclicamente una classe di intellettuali e dirigenti a creare «se non un partito, una corrente, un movimento o almeno un appello per rinnovare radicalmente la sinistra per farla finita, va da sé, con le divisioni». Dalla «sinistra sommersa» evocata dal filosofo militante Paolo Flores d’Arcais al teatro Capranica di Roma nel 1990, ai girotondi in piazza del regista Nanni Moretti del 2002, fino al convegno del teatro Brancaccio di pochi mesi fa, organizzato dal critico d’arte Tommaso Montanari. Non solo società civile; c’è anche la storia di politici, delle loro correnti o movimenti o partiti, nati per raccogliere e delimitare il campo di chi è con o contro il leader di turno. Liberi e uguali vi ricorda qualcosa? Un già visto politico che rischia di ripetersi dopo il 4 marzo. Non c’è un’evoluzione, ma un istinto masochista alla Tafazzi, il personaggio creato da Aldo, Giovanni e Giacomo che con una clava si dava mazzate lì dove fa più male. Questa «ricreazione» vivente è descritta con precisione e in qualche passaggio ironia dall’autore Francesco Cundari. Il direttore di “Left Wing”, ha diretto per un breve periodo anche Red tv, la rete satellitare vicino al PD e a Massimo D’Alema, nata nel 2008 e chiusa per mancanza di fondi nel 2010.

Il libro non è una serie di aneddoti o un dietro le quinte alla House of Cards; è un «tentativo di storia istantanea» che ripercorre la storia travagliata della sinistra citando i discorsi letti nelle riunioni di partito e gli articoli di giornale, senza paura di essere superato dalla cronaca, perché i fatti sono destinati a ripetersi. Cundari riprende gli articoli della stampa e le dichiarazioni dei protagonisti. Lo fa alcune volte in modo asettico, altre con ironia. Basta mettere vicino le parole dei protagonisti per creare quell’effetto di straniamento, di già visto. Sta poi al lettore malizioso trarre le sue conclusioni. Per fortuna il libro non parte dalla scissione di Livorno del 1921, quando da una costola del partito socialista nacque quello comunista guidato da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Né si sofferma sulle decine di scissioni e sigle della prima repubblica vista dalla sinistra del Parlamento: Psi, Psdi, Psiup, Psu. In quel caso sarebbe servita un’enciclopedia. In 124 pagine, Cundari si concentra solo sugli ultimi 25 anni della sinistra italiana e su una classe dirigente che ha puntato a conservarsi. Sempre.

Le parole d’ordine di questo «complicato controverso, contraddittorio processo che sui giornali si usa chiamare ora riunificazione della sinistra ora ricomposizione del centrosinistra, ora più solennemente rinascita, ricostruzione, rifondazione» della sinistra sono le stesse«Per un nuovo partito della sinistra» o «un appello al popolo, un’alleanza fra cittadini, contro i partiti, alla ricerca dei delusi che non si riconoscono nell’attuale classe dirigente». Sapreste dire chi l’ha detto e quando? Anche i protagonisti sono sempre quelli: Romano Prodi, Walter Veltroni e come abbiamo detto all’inizio Massimo D’Alema. «Il supercattivo di tutti i racconti e di tutte le leggende di cui è intessuta la storia del centrosinistra»Secondo Karl Marx la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. E anche qui tutti i fatti raccontati si ripetono allo stesso modo più di una volta. Cambiano solo i ruoli.

Chi prima difende l’unità del partito o della coalizione e ha un atteggiamento riformista, qualche volta sprezzante nei confronti della minoranza più dura e pura, a sua volta diventa il portavoce dell’ala più conservatrice e restia al cambiamento quando al potere ci sono gli altri. Tutto sempre in nome di un popolo e dei valori della sinistra da preservare. Così D’Alema diventa prima il leader accentratore e riformista che vuole la Bicamerale con Berlusconi e un mercato del lavoro più mobile e flessibile all’insegna della “Terza Via” di Blair e Clinton, a cui si contrappone l’ortodosso segretario della Cgil Sergio Cofferati. Poi il leader maximo si trasforma in leader dei comitati del No, simbolo del vero popolo della sinistra, quello dei volontari della festa dell’Unità e dei gazebo che si contrappone alla dittatura del PD renziano e che fa campagna per votare “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Chi prima strappa, poi ricuce e poi ristrappa a seconda di chi tiene il bandolo della matassa«Una battaglia lunga 20 anni che a ogni tornata elettorale riprenderà più furiosa di prima, tra sostenitori del primato della politica (e dei professionisti della politica) e fautori del primato della società civile (e degli intellettuali, e dei professori, e dei movimenti che di volta in volta l’incarneranno). Tra partito e coalizione, comitati e apparati, sezioni e gazebo». Tutto inizia, si fa per dire, dal seminario nel castello di Gargonza del ‘97, quando l’allora segretario del Pds (Partito democratico della sinistra) D’Alema dichiarò già finita l’esperienza dell’Ulivo, ovvero il tentativo di unificare sotto un’unica bandiera i vari partiti di sinistra, dai comunisti ai cattolici. Un’esperienza politica nata da meno di 24 mesi e che solo un anno prima aveva portato per la prima volta “i comunisti” al governo guidato da Romano Prodi.

Da quella dichiarazione sorprendente e tranchant fatta in un castello in provincia di Arezzo nel lontano 1997, davanti a dirigenti e teorici di quella grande coalizione «ebbe inizio quell’infinita, spietata, sanguinosa serie di battaglie campali e congiure di palazzo, insincere riconciliazioni e reciproci tradimenti, che l’inesauribile ironia della storia ha consegnato alle cronache con il nome di “unità del centrosinistra”». E così si arriva alla caduta del governo Prodi ‘98, un “complotto” che «sta alla storia del centrosinistra come il rapimento di Elena sta alla guerra di Troia: è l’affronto capace di generare una guerra lunga vent’anni, che porterà principi ed eserciti di paesi lontani a combattersi ferocemente per ragioni a loro stessi, il più delle volte, tutt’altro che chiare». Ognuno ha la sua versione, spesso contraddittoria che cambia a seconda del momento e dell’opportunità politica.

Dopo i girotondi, le scissioni e la creazione di un unico grande partito – il PD – la storia si ripete con la caduta del governo Prodi 2008 che ha le dinamiche del 1998 ma ruoli invertiti. Ancora un deja vù: «Allora, come vice di Prodi, c’era Veltroni, naturalmente schierato a difesa di Palazzo Chigi, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’era D’Alema, a difendere il primato dei partiti sulla stessa coalizione di governo Questa volta, invece, al governo con Prodi, come vicepremier, c’è D’Alema, a difendere il ruolo e l’importanza della coalizione, mentre alla guida del partito, fuori dall’esecutivo, c’è Veltroni. E dunque questa volta è lui a rivendicare il primato del partito».

1998, 2008, 2018. La storia va avanti, ma si ripete. I leader alla guida del centrosinistra cambiano ma la telenovela rimane la stessa: «ricostruire il centrosinistra». Renzi guida la coalizione e invita a non votare Liberi e uguali per non regalare voti a Salvini. Punta tutte le fiches su un PD libero dai postcomunisti per tornare al governo e vendicarsi come il Conte di Montecristo. D’Alema e Bersani invece, secondo alcuni retroscena degli ultimi giorni, sarebbero pronti a riprendersi “la ditta” in caso Renzi perdesse sonoramente le elezioni e decidesse di fondare un nuovo movimento simile a EnMarche! di Macron con i fedelissimi eletti in Parlamento. «E così, tra un processo di riunificazione e l’altro, ancora una volta, la sinistra italiana s’incammina baldanzosamente verso le elezioni, più unitaria e più divisa che mai».

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L’ideologia del galleggiare (Angelo Panebianco)

16 febbraio 2018

L’ideologia del galleggiare

di Angelo Panebianco – Corriere della Sera – 16 febbraio 2018 –

Immaginate di assistere a una campagna elettorale che si svolga in una «democrazia governante». In un siffatto contesto ci si aspetta che i vincitori siano in grado di dare vita a un governo sorretto da una maggioranza coesa, entrambi (governo e maggioranza) dominati da un forte capo politico. Nel Parlamento uscito dalle elezioni l’opposizione avrebbe la facoltà di denunciare pubblicamente le eventuali malefatte del governo ma non di condizionare le sue scelte. La pubblica amministrazione sarebbe un docile strumento al servizio dell’esecutivo. Inoltre, primato e autonomia della politica rappresentativa verrebbero rispettati dalle magistrature (di ogni tipo). Queste ultime sarebbero solo i (silenziosi e discreti) «cani da guardia» messi lì per impedire al governo di compiere atti incostituzionali e, in particolare, di minacciare le fondamentali libertà dei cittadini.

Si tratterebbe di una democrazia governante perché il vincitore delle elezioni non solo potrebbe prendere decisioni riguardanti i principali nodi della convivenza civile ma (addirittura, niente meno) avrebbe anche la capacità di dare attuazione a quelle decisioni. Senza dover subire i veti, più o meno potenti e più o meno insuperabili, di chiunque. In una tale democrazia la campagna elettorale sarebbe improntata a una certa cautela. E anche a una certa sobrietà.

In quel mondo, infatti, ci si aspetta di essere creduti dagli elettori (ma anche dai governi stranieri, dagli investitori internazionali, eccetera) quando si promette questo o quello. Ci si aspetta di essere creduti, ad esempio, se si promette di tagliare la spesa pubblica e le tasse, di modificare le modalità di allocazione delle risorse pubbliche in certe parti del Paese, di rendere più efficiente la pubblica amministrazione o di restituire la scuola pubblica (se mai se ne fosse allontanata) alla sua ragione sociale, quella di trasmettere, con efficacia, conoscenze. Poiché in tale mondo gli elettori si aspettano che le promesse fatte vengano mantenute, almeno in gran parte, nessuno si azzarderebbe a spararle troppo grosse.

In una Repubblica fondata sull’immobilismo quale è la nostra, invece, le cose vanno diversamente. Tutti sanno che, nella migliore delle ipotesi, nel più roseo degli scenari, dopo le elezioni si formerà (se si formerà) un governo che sarà comunque debolissimo, precariamente sorretto da una maggioranza scollata e divisa, assediato da poteri di veto di ogni tipo. Altro che democrazia governante. Nessuno qui si aspetta davvero che le tante promesse vengano mantenute. Qui le parole in libertà e le promesse da marinaio non costano niente.

Sfortunatamente, una Repubblica fondata sull’immobilismo, sulla non-decisione, produce, alla lunga, miscele elettorali pericolose. Sulla scena pubblica si aggirano tre personaggi.

Il primo, che ha meno seguito di tutti, è quello specializzato in «prediche inutili», quello che chiede di introdurre un po’ di razionalità nella campagna elettorale. Si distingue – come una mosca nera su un lenzuolo bianco – perché dice cose ragionevoli e condivisibili dalle persone di buon senso. Cose del tipo: «non bisogna interrompere il cammino delle riforme» oppure «bisogna porre rimedio» a questa o a quella manchevolezza della nostra politica pubblica in questo o quel settore. Chi scrive, essendo un socio dello stesso club, ha molta simpatia per gli specializzati in prediche inutili.

Il seguito maggiore però spetta agli altri due personaggi: il demagogo vero e quello finto. Il demagogo vero è colui che sfrutta la rabbia e la frustrazione che una Repubblica fondata sull’immobilismo produce a getto continuo. Poiché parla alla pancia e non al cervello degli arrabbiati, egli non ha alcun bisogno di rendere verosimili le sue promesse, può garantire palingenesi, rigenerazioni totali. Peraltro, benché egli si rivolga alla loro pancia, forse neppure gli arrabbiati, in cuor loro, gli credono davvero. Però lo riconoscono come un veicolo per sfogare la rabbia, per prendere a calci non solo i vituperati politici ma anche, più in generale, ogni autorità (per esempio, quella che discende dalla competenza) e il principio stesso di autorità. Per giunta, quanto più il demagogo affina le sue capacità, tanto più riesce a combinare sapientemente appelli alla rabbia, invocazione della palingenesi e allettanti promesse di ridistribuzione di risorse (ad esempio, il reddito di cittadinanza).

Ma non c’è soltanto il demagogo vero. Contro di lui si ergono anche diversi demagoghi finti. Sarebbero (e sono per lo più) politici sufficientemente esperti e competenti, persone che conoscono le durezze e le difficoltà del governare in una «democrazia difficile» come la nostra. Solo che non possono dire la verità. La presenza dei demagoghi veri li obbliga a travestirsi, a mettersi nasi e barbe finte, a impegnarsi in gare di demagogia.

Molti pensano (e qualcuno dice): non c’è da preoccuparsi troppo. In una democrazia non decidente, in una Repubblica fondata sull’immobilismo, condizionata dai poteri di veto, le promesse elettorali contano ben poco. I governi poi dovranno arrabattarsi, subendo i soliti condizionamenti, interni e internazionali, come hanno sempre fatto. Il ragionamento è giusto ma solo fino a un certo punto. In primo luogo perché ci sono ambiti in cui l’immobilismo non paga più, ambiti in cui veti incrociati e poteri di veto provocano solo danni. Frenano, soprattutto, lo sviluppo economico. In secondo luogo perché l’immobilismo, alla lunga, logora la democrazia, riduce pericolosamente le sue riserve di consenso.

«Sopravvivere senza governare» era il titolo di un bel libro (l’autore è il politologo Giuseppe Di Palma) di molti anni fa dedicato all’Italia. È stata questa la specialità italiana. Apprezzata, in realtà, dalla maggior parte dei nostri connazionali, che hanno mostrato, in varie occasioni, di essere indisponibili a vivere in una autentica democrazia governante. Tuttavia, navighiamo oggi in acque internazionali assai più turbolente di quelle di un tempo. Non è scontato che si possa ancora galleggiare a lungo usando i vecchi metodi.

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Burocrazie più forti della politica (Angelo Panebianco)

8 febbraio 2018

BUROCRAZIE PIÙ FORTI

La politica senza potere

Sono falliti tutti i tentativi avviati per riformare l’amministrazione o le magistrature, che sono state in grado di mobilitare l’opinione pubblica disinformata

di Angelo Panebianco

 

Perché nessuno fra gli impegnati nella campagna elettorale parla del fatto che la politica rappresentativa pesa oggi molto meno, esercita molto meno potere, delle burocrazie amministrative e giudiziarie? Perché non si dice che la politica rappresentativa è costretta, quasi sempre, a subire i diktat di quelle burocrazie? Non lo si dice per due ragioni. La prima è che non puoi chiedere il voto dell’elettore dopo avergli detto che conti poco. Devi invece convincerlo che, se verrai eletto, sarai potente e in grado di fare tutte le cose che hai promesso. La seconda ragione è che se i politici dicessero la verità, ossia che amministrativi e magistrati (di ogni tipo) hanno più potere di loro, non verrebbero creduti dai più. Direbbero gli elettori: non siete voi politici quelli sempre in vetrina e che chiedono il voto? Coloro di cui parlate non hanno volto (con l’eccezione di alcuni attivissimi magistrati portati per le relazioni pubbliche), di loro conosciamo solo le inchieste e le sentenze (se sono magistrati di qualunque ramo) oppure gli effetti — in genere oscillanti, per noi cittadini, fra il fastidioso e l’intollerabile — del quotidiano procedere della macchina amministrativa. È solo vostra — pensano molti elettori — la responsabilità di ciò che non va. Se non che, i politici si dividono in due categorie: ci sono, da un lato,i complici, al servizio di quelle burocrazie, e, dall’altro, quelli troppo deboli per poter imporre cambiamenti.

Questa storia comincia sul finire della Prima Repubblica quando il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. In seguito, arriva Mani Pulite ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che chi scrive considera la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo o giù di lì. Per responsabilità dei politici, ovviamente. Un’idea che nessuno ha più tolto dalla testa di gran parte degli italiani. Si capisce perché. Alle suddette burocrazie fa comodo che i nostri concittadini lo pensino per tenere sulla graticola la politica rappresentativa, per mantenere deboli, ricattabili e al guinzaglio i politici.

La politica — siamo nei primi anni novanta — reagisce al crollo del vecchiosistema dando il via alla stagione maggioritaria (un modo per rafforzare il governo e contrastare così il vuoto di potere lasciato dai partiti). Si apre allora un lungo duello fra una politica che cerca di riconquistare il primato perduto e le burocrazie amministrative e giudiziarie che, grazie alla crisi dei partiti, hanno visto crescere i propri poteri e non intendono mollare l’osso. Credo che l’esito del referendum costituzionale dello scorso anno — con cui la stagione maggioritaria si è definitivamente chiusa — abbia sancito la vittoria di quelle burocrazie. Non è vero che la politica rappresentativa abbia la stessa forza in ogni circostanza. L’Italia è un esempio dell’oscillazione fra l’onnipotenza (Prima Repubblica) e una debolezza che, in certi ambiti, diventa impotenza.

Per un verso, la politica, come è provato dai tentativi falliti, non ha la coesione e la forza per riformare l’amministrazione o le magistrature. Basta che qualcuno ci provi e gli interessi minacciati sono in grado di mobilitargli contro un’opinione pubblica disinformata e pregiudizialmente ostile alla politica. Inoltre, quegli interessi dispongono (tra Corte costituzionale e tribunali amministrativi) di mezzi di difesa potenti. Non c’è possibile riforma del settore della quale non si possa dire che lederebbe qualche «diritto acquisito». E ciò permette di bloccarla. Per un altro verso, anche quando non osa toccare l’organizzazione amministrativa e giudiziaria, la politica ha comunque margini di manovra ristretti. È persino in discussione la liceità di quella «rappresentanza territoriale degli interessi» che, al netto di ogni retorica, è parte centrale della rappresentanza in tutte, nessuna esclusa, le democrazie. C’è in qualunque momento il rischio che venga catalogata — anche quando non lo è affatto — come illegale (voto di scambio, traffico delle influenze e quant’altro).

Il problema è che quando la politica cede il bastone del comando alle burocrazie amministrative e giudiziarie, un Paese rischia grosso perché esse sanno autotutelarsi ma non sanno governarlo. Lo provano i colpi di maglio giudiziari contro insediamenti industriali o contro l’export (affari di miliardi in fumo per procedimenti giudiziari su presunte tangenti finiti con assoluzioni) o contro lo sfruttamento del patrimonio energetico, che hanno vanificato tante occasioni di sviluppo. Per non parlare della capacità che ha l’amministrazione di rendere difficilissima la vita delle aziende. Si veda, ancora, cosa riescono a combinare le suddette burocrazie quando mettono le mani sul sistema educativo. Maurizio Ferrera ha raccontato (Corriere, 3 febbraio) della sentenza con cui il Consiglio di Stato (facendosi forte di una decisione della Corte costituzionale) ha proibito i corsi di laurea in lingua inglese del Politecnico di Milano. Per lesa maestà nei confronti della lingua italiana e perché vengono discriminati gli studenti che non conoscono l’inglese. Quei corsi di laurea sono una buona piattaforma per dare a ragazzi dotati qualche chance in più di trovare un lavoro post-laurea, ma perché mai ciò dovrebbe interessare ai «guardiani delle leggi»? Si noti che il no ai corsi in inglese fa il paio con il «non passi lo straniero» pronunciato contro i direttori non italiani dei musei. Urge, a quanto pare, la rivalutazione di Benito Mussolini: fu lui ad inventare l’autarchia.

Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale. Chi fosse interessato a far restare il Paese nel mondo moderno dovrebbe porsi il problema di come tagliare loro le unghie.

6 febbraio 2018 – Corriere della Sera

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A proposito della società “civile”

4 febbraio 2018

Quando la “società civile” da la nausea (Gian Antonio Stella)

di Gian Antonio Stella

Ci sono pezzi di «società civile» che danno francamente la nausea. Come la signora che usava il contrassegno disabili della zia morta da nove anni e s’è fatta scoprire perché, ingorda, voleva agganciarla all’auto nuova. O la miriade di automobilisti denunciati perché truccavano la targa col nastro adesivo nero così da entrare nelle Ztl romane. O i duemila falsi poveri beccati dalla sola Asl di Livorno (figuratevi il resto d’Italia) che non avevano diritto all’esenzione del ticket. O la professoressa che figurava assente con la «legge 104» per accudire la madre disabile ma era in Olanda a una gara di tango. Migliaia e migliaia di casi.

Per carità, non sono rapinatori, non stuprano bambine, non spacciano droga. Potete scommettere anzi che in larga parte si considerano persone «perbene». Trovano però in qualche modo «normale» imbrogliare lo Stato, l’Inps, i Comuni… Rubare soldi pubblici. Violare le norme che impongono sacrifici o semplici fastidi. E una volta scovati fanno spallucce: «Cosa sarà mai!». Le cronache degli ultimi mesi traboccano di storie di illegalità diffusa. Come la denuncia, da parte della Guardia di finanza, di «456 fittizi eredi o delegati alla riscossione, di persone decedute, alle quali, ante mortem, era stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento» nella sola area di Castrovillari.

O l’inchiesta su cinque dipendenti del Fatebenefratelli di Milano accusati d’«essersi appropriati dei soldi delle prestazioni sanitarie dei cittadini» allo sportello. O i controlli sulle dichiarazioni degli universitari capitolini arrivati ad accertare a fine 2013 addirittura il 62% di falsi, incluso quello di una ragazza esentata dal ticket in mensa nonostante il papà avesse la Ferrari. Non si tratta di quisquilie e pinzillacchere, per dirla con Totò. Lo scriveva Fiorenza Sarzanini partendo da un dossier della Finanza: «Ormai si sfiorano i quattro miliardi di euro, cifra record di buco nei conti dello Stato. È la voragine creata dall’attività illecita di circa 7.000 dipendenti pubblici infedeli». Molti convinti che in fondo «così fan tutti».

Ma può uno Stato sopravvivere a una «società civile» infettata da tanta illegalità diffusa e, peggio ancora, in qualche modo accettata con un sospiro se non con un sorrisetto bonario? Uno Stato dove un processo appena chiuso condanna per assenteismo 78 su 96 dipendenti dello Iacp di Messina senza che uno solo sia licenziato? Dove hanno usato la legge 104 il 63% degli insegnanti trasferiti a Catania e il 56% di quelli a Palermo e tutti (tutti!) i maestri e i bidelli spostati negli ultimi sette anni in provincia di Agrigento nonostante la Procura abbia accertato che una dichiarazione su quattro è falsa? Dove uno dei pochi licenziati per aver fatto il furbo con «415 giornate di congedo straordinario», in provincia di Pordenone, è in causa e vuole tutti gli arretrati? Dove decine di piloti in cassa integrazione con assegni spesso deluxe lavoravano in realtà all’estero?

Lasciamo pure da parte, oggi, il tema dell’abusivismo e dell’evasione fiscale che come ha ricordato Sergio Mattarella, sottrae agli italiani onesti 122 miliardi di euro e cioè 7 punti e mezzo di Pil. La prima delle violazioni collettive di ogni regola di convivenza. Sapete quante volte l’Ansa ha dato notizia di truffe sui falsi braccianti agricoli dal 2010 a oggi? Centotto. False circa 700 aziende, falsi trentamila braccianti, falsi i terreni su cui «lavoravano». Un esempio, l’inchiesta su 829 persone denunciate a luglio nel cosentino: «Oltre il 90% delle giornate dichiarate erano fasulle». Embè? Tanto paga l’Inps…

Spiega un dossier Ania che la norma che nel 2012 introdusse l’obbligo d’una radiografia per il risarcimento danni da colpi di frusta ha causato «una diminuzione delle denunce per danni fisici lievi (da 1 a 9 punti di invalidità) da 580mila nel 2011 a 370mila nel 2014: 210mila feriti in meno». O 210mila furbetti stoppati. Per non dire dell’inchiesta, a Napoli, sugli incidenti stradali «fantasma»: 62 medici, 12 avvocati, 300 indagati a vario titolo. Come non fosse cambiato nulla, nel gennaio 2016, da quando un giudice vent’anni fa capì che Gerardo «Tapparella» Oliva, di professione testimone non poteva proprio aver assistito (un frontale qua, un tamponamento là…) a 650 incidenti.

Che una pretesa superiorità morale della «società civile» non avesse senso, sia chiaro, si sapeva da un pezzo. E nulla è fastidioso quanto ascoltare gli strilli di chi è idrofobo con «chi comanda» e il «governo ladro», sia esso di destra o di sinistra, e insieme indulgente verso se stesso, i propri furti, le proprie furbizie. (Gian Antonio Stella)

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