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La flat tax non è quel che si dice

16 gennaio 2018

Nella campagna elettorale in corso l’ignoranza dilaga eppure quella che circonda la flat tax, al netto della malafede, raggiunge vertici inaspettati. La si rende allegramente sinonimo di aliquota IRPEF, invece è un sistema fiscale.

Secondo il progetto dell’Istituto Bruno Leoni, che sembra argomentato abbastanza per ragionarci sopra, la flat tax verrebbe applicata per l’IRPEF ma anche per IVA, IRES, redditi di attività finanziarie, redditi da locazione di immobili (cedolare secca), eccetera. L’aliquota cioè, qualunque essa sia (quelle ipotizzate sembrano sparate assolutamente a cavolo), sarebbe unica per tutte le imposte. IRAP, imposta locale, e IMU, imposta sul patrimonio immobiliare, secondo IBL verrebbero abolite.

Il progetto dell’Istituto ipotizza il 25%, ma potrebbe benissimo essere più o meno, così come potrebbe essere più elevata all’inizio e calare nel tempo. In fondo si tratta di uno schema, non di un progetto di legge.

L’applicazione di questo schema comporterebbe l’eliminazione integrale della foresta di deduzioni, detrazioni e agevolazioni, retaggio di interventi ad hoc negli anni passati e ora tanto complicata da richiedere l’intervento di specialisti, oltre che molto spesso materia di contenzioso.

Quanto alla presunta incostituzionalità, reclamata a causa dell’altrettanto presunta mancanza di progressività, va detto che la Costituzione fa riferimento a “criteri” di progressività, non “aliquote”. I criteri di progressività si potrebbero garantire, per esempio, tramite la fissazione di quote esenti e rimodulando fino ad annullarli alcuni benefici del welfare per i redditi più alti. Questi sconterebbero si un’aliquota uguale a quella dei redditi inferiori, ma oltre all’effetto delle minori detrazioni e della riduzione o mancanza di quota esente, potrebbero essere chiamati a contribuire alle prestazioni ricevute, per esempio rette scolastiche o servizio sanitario pubblico.

Si tratta come si capisce di un’ipotesi organica per la semplificazione e la ristrutturazione del fisco, e tutti sappiamo quanto l’ingarbugliatissimo fisco italiano ne avrebbe bisogno. Ridurre il tutto all’aliquota IRPEF come fanno quasi tutti i commentatori, se non è un volgare trucco dialettico, è una manifestazione di ignoranza. Non sanno di che parlano, o fanno finta di non saperlo.

Ciò detto non intendo sostenere che la flat tax sia da adottare senz’altro. Potrebbe non funzionare. Forse non è applicabile. Però apprezzerei una discussione nel merito. Domande in proposito non mancherebbero: in quanti anni potrebbe andare a regime? Quali varianze transitorie si devono attuare nel frattempo? E’ proprio necessario che l’aliquota sia una sola o potrebbero essere due? Sarebbe compatibile l’introduzione di un quoziente familiare? E altre, naturalmente.

Basterebbe un minimo di impegno e onestà intellettuale. Troppo?



 

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2 commenti a “La flat tax non è quel che si dice”

  1. Ponte Beppino dice:

    Una manna, ma i commercialisti non saranno d’accordo ..

  2. massimo biondi dice:

    Caro Beppino, il mio amico Gianni, commercialista, dice che per loro cambierebbe relativamente poco. O per lui, almeno. Dice che la complessità (circa 200 norme e codicilli) porta pubblico soprattutto ai CAF.
    Ti ringrazio di avere commentato qui. Non lo fa quasi nessuno…. Ora vorrei vedere se riesco a rilanciare in qualche modo il sito/blog, che quando mi ci dedicavo, prima di usare FB, era più frequentato. Vorrei per esempio iniziare un servizio email, cioè inviare ai sottoscrittori tempestivamente quello che pubblico, mio e soprattutto non mio. Posso metterti tra le cavie e registrare la tua email? La mia è mail@massimobiondi.it
    Grazie ancora. A presto

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