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Il degrado della società italiana (Ernesto Galli della Loggia)

31 gennaio 2018

La politica e le colpe di un Paese

C’è da chiedersi perché mai dovremmo avere una classe politica diversa da quella che abbiamo. Sono pochi gli italiani che veramente vogliono un Paese differente

 di Ernesto Galli della Loggia

 

Che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Sarà pure formulata in modo ingenuo, ma alla fine è questa la domanda spontanea che uno si fa leggendo le cronache del modo in cui sono state decise le candidature per le prossime elezioni politiche. Da parte di tutti i capipartito la sola preoccupazione è stata quella di mettersi al riparo da brutte sorprese reclutando – fatto salvo un pugno di maggiorenti – solo parlamentari–camerieri, perlopiù sconosciuti e insignificanti, comunque tutti infallibilmente destinati, se mai saranno eletti, a contare meno di niente. Candidature in perfetta sintonia, del resto, con i programmi utopico-demenziali nei quali è stato offerto di tutto a tutti: sconti fiscali, bonus, pensioni, sussidi (è mancato solo un chilo pasta gratis a testa) e ogni cosa naturalmente a costo zero. E sempre con il contorno di un mare di formule risapute, di slogan stantii, di bugie e di blandizie agli elettori.

È facile rivolgere a chi fa questo quadro l’accusa di neoqualunquismo gratuito, aggravato da un velenoso spirito anticasta per partito preso. Ma dietro ai candidati nominati e paracadutati non c’è forse un disprezzo di tipo realmente castale per gli elettori? Non c’è forse implicito il ragionamento «noi abbiamo il diritto di farlo e lo facciamo, tanto alla fine voialtri poveri cittadini elettori dovete per forza votarci, e non potete fare altro!»?

E allora perché mai non si dovrebbe essere contro «la casta» di fronte a una casta? Perché non si dovrebbe denunciare lo sfascio e dunque meritarsi l’etichetta di «sfascista» se la politica offre il quadro di disintegrazione che offre? In verità un motivo ci sarebbe, ed è anche un motivo di peso; che può riassumersi appunto nella mia domanda iniziale, che dunque non è per nulla retorica: non abbiano forse anche noi fatto qualcosa per meritarci tutto questo? Dello spettacolo a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha forse qualche colpa anche il Paese che siamo?

Ebbene, credo di sì. Negli ultimi due decenni la società italiana, infatti, è andata incontro a un declino che non è stato (ma davvero è stato, e ora non lo è più?) solo economico. In realtà al declino si è accompagnato anche qualcosa che è difficile non definire un degrado complessivo. Cioè qualcosa che va oltre il Pil e gli investimenti, ma vuol dire deterioramento del tessuto civile del Paese, l’abbassarsi del livello della sua cultura e dei suoi costumi, una crescente sregolatezza dei comportamenti diffusi al limite dell’illegalità.

È lungo l’elenco delle nostre colpe sulle quali preferiamo sorvolare. Giusto per dare un’idea e senza nessun ordine: siamo una società che non va abbastanza a scuola perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico, e che a scuola consegue in genere pessimi risultati; che ha pochi studenti universitari; che non ha dimestichezza con le biblioteche, con i concerti, con le sale cinematografiche; che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la tv, stiamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di facebook e chattiamo freneticamente, immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa. Non meraviglia che nel campo tecnico-scientifico, pur vantando alcune eccellenze, però non riusciamo più a produrre idee come un tempo se è vero che il numero delle domande di brevetti è in Italia la metà della media europea. La nostra vita pubblico-amministrativa è poi segnata da una corruzione vastissima e capillare. Ogni opera pubblica in Italia costa molto più che altrove, un appalto su tre è truccato, le pensioni d’invalidità false non si contano. Egualmente generale e incontenibile è il disprezzo per la legalità fiscale e per ogni altra forma di legalità: appena l’1 per cento dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100 mila euro; quasi il 30 per cento di tutta l’Iva evasa in Europa è evasa in Italia; per certi tipi di merci e servizi i pagamenti in nero, senza ricevuta fiscale e in denaro contante per non lasciare traccia sono la regola; in buona parte dell’Italia meridionale le polizze automobilistiche arrivano ad avere un costo più alto fino al doppio rispetto alle regioni del centro-nord in ragione delle truffe di massa organizzate contro le società d’assicurazione.

Ma perché mai un Paese così – e le cose stanno proprio così o forse anche peggio, visto che l’elenco di cui sopra è certamente parziale – perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha, dei candidati al Parlamento diversi da quelli che gli sono stati appena somministrati dai partiti? Non è assurdo pretendere di avere governanti di un livello «normale», cioè più o meno analogo a quello di altre realtà con cui ci piace confrontarci, mentre noi, mentre il Paese, è viceversa così visibilmente «anomalo» rispetto alle suddette realtà? Rassegniamoci alla verità: sono una sparuta minoranza (e i politici lo sanno!) gli italiani che vogliono veramenteun Paese diverso: dove veramente significa essendo disposti a pagare il prezzo necessario ad averlo. A tutti gli altri, invece, va più o meno bene il Paese che c’è: naturalmente riservandosi il diritto di imprecare ad ogni momento che «in Italia è tutto uno schifo».

Da il Corriere della Sera

30 gennaio 2018 (modifica il 30 gennaio 2018 | 20:27)

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Incombe il giustizialismo. Montanelli 1981

19 gennaio 2018

Di tutti gli scandali che affliggono questo nostro povero Paese il più grosso è quello di una giustizia dagli interventi imprevedibili e dalle procedure ambigue, che sembrano escogitate non per isolare il pus ma per diffonderlo…..

…..In Italia c’è un terrorismo giudiziario che non riesce quasi mai ad appurare le colpe ma riesce quasi sempre ad additare al linciaggio dei colpevoli, che anche quando poi risultano innocenti restano marchiati a vita o, spesso, moralmente distrutti.

E’ questa impossibilità di distinguere che crea nell’opinione pubblica una divisione catastrofica. Alcuni si convincono sempre più che tutto è marcio, e quindi non vale la pena di difenderlo. Altri si persuadono che, se non tutti, questi scandali sono soltanto il riflesso di lotte di palazzo, di cui una certa magistratura si fa complice.

E così cresce la sfiducia in tutti. E così il sistema si sgretola e va in pezzi.

Indro Montanelli – Il Giornale, 21 maggio 1981 (“Cosa loro”)

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ANAS integrata in FS

19 gennaio 2018

Perfezionata l’operazione di assorbimento di Anas nel Gruppo Fs. Nasce un gruppo che nel 2018 prevede 11,2 miliardi di euro di fatturato e 8 miliardi di euro di investimento (108 miliardi di investimento in dieci anni nelle previsioni del Piano industriale 2017-2026).

Sono cinque, in sintesi, gli obiettivi strategici dell’integrazione Anas-Fs, cinque aree nelle quali Anas lavorerà in stretta integrazione con le altre società del gruppo Fs (soprattutto RFI, gestione e sviluppo della rete ferroviaria, e Italferr, progettazione):

1) pianificazione integrata delle infrastrutture, per evitare sovrapposizioni o altre assurdità come la stazione AV di Afragola che non ha la bretella stradale di collegamento alla superstrada;

2) progettazione e realizzazione coordinata di strade e ferrovie;

3) integrazioni operative nella gestione e manutenzione, con efficienze nei costi stimate in 40 milioni di minore spesa all’anno;

4) innovazione tecnologica (smart roads, strade elettrificate e veicoli senza conducente);

5) progetti infrastrutturali all’estero

L’AD di FS Renato Mazzoncini ha spiegato che l’integrazione comporterà in dieci anni risparmi di costi per 800 milioni di euro.

Da Il Sole 24 Ore del 18 gennaio 2018

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La flat tax non è quel che si dice

16 gennaio 2018

Nella campagna elettorale in corso l’ignoranza dilaga eppure quella che circonda la flat tax, al netto della malafede, raggiunge vertici inaspettati. La si rende allegramente sinonimo di aliquota IRPEF, invece è un sistema fiscale.

Secondo il progetto dell’Istituto Bruno Leoni, che sembra argomentato abbastanza per ragionarci sopra, la flat tax verrebbe applicata per l’IRPEF ma anche per IVA, IRES, redditi di attività finanziarie, redditi da locazione di immobili (cedolare secca), eccetera. L’aliquota cioè, qualunque essa sia (quelle ipotizzate sembrano sparate assolutamente a cavolo), sarebbe unica per tutte le imposte. IRAP, imposta locale, e IMU, imposta sul patrimonio immobiliare, secondo IBL verrebbero abolite.

Il progetto dell’Istituto ipotizza il 25%, ma potrebbe benissimo essere più o meno, così come potrebbe essere più elevata all’inizio e calare nel tempo. In fondo si tratta di uno schema, non di un progetto di legge.

L’applicazione di questo schema comporterebbe l’eliminazione integrale della foresta di deduzioni, detrazioni e agevolazioni, retaggio di interventi ad hoc negli anni passati e ora tanto complicata da richiedere l’intervento di specialisti, oltre che molto spesso materia di contenzioso.

Quanto alla presunta incostituzionalità, reclamata a causa dell’altrettanto presunta mancanza di progressività, va detto che la Costituzione fa riferimento a “criteri” di progressività, non “aliquote”. I criteri di progressività si potrebbero garantire, per esempio, tramite la fissazione di quote esenti e rimodulando fino ad annullarli alcuni benefici del welfare per i redditi più alti. Questi sconterebbero si un’aliquota uguale a quella dei redditi inferiori, ma oltre all’effetto delle minori detrazioni e della riduzione o mancanza di quota esente, potrebbero essere chiamati a contribuire alle prestazioni ricevute, per esempio rette scolastiche o servizio sanitario pubblico.

Si tratta come si capisce di un’ipotesi organica per la semplificazione e la ristrutturazione del fisco, e tutti sappiamo quanto l’ingarbugliatissimo fisco italiano ne avrebbe bisogno. Ridurre il tutto all’aliquota IRPEF come fanno quasi tutti i commentatori, se non è un volgare trucco dialettico, è una manifestazione di ignoranza. Non sanno di che parlano, o fanno finta di non saperlo.

Ciò detto non intendo sostenere che la flat tax sia da adottare senz’altro. Potrebbe non funzionare. Forse non è applicabile. Però apprezzerei una discussione nel merito. Domande in proposito non mancherebbero: in quanti anni potrebbe andare a regime? Quali varianze transitorie si devono attuare nel frattempo? E’ proprio necessario che l’aliquota sia una sola o potrebbero essere due? Sarebbe compatibile l’introduzione di un quoziente familiare? E altre, naturalmente.

Basterebbe un minimo di impegno e onestà intellettuale. Troppo?

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Un piano industriale per l’Italia (Calenda e Bentivogli)

14 gennaio 2018

Un Piano industriale per l’Italia delle competenze

di Carlo Calenda e Marco Bentivogli

 

12 gennaio 2018 – Il Sole 24 Ore

 

La fine degli stimoli della Bce, l’evoluzione, certo non orientata a maggior flessibilità, dell’Eurozona e la restrizione dei parametri di valutazione sugli Npl, renderanno il 2018 un anno potenzialmente critico per la tenuta finanziaria del Paese. L’unica strada percorribile è quella di continuare a muoversi lungo il “sentiero stretto” percorso in questa legislatura ovvero riduzione del deficit, aumento di Pil e inflazione. Per il 2019 il Documento di economia e finanza prevede un rapporto deficit/Pil allo 0,9%.

Eventuali margini di flessibilità si potranno negoziare solo a fronte di un convincente “Piano industriale per il Paese” focalizzato su crescita e investimenti. A tutto ciò si aggiunge la sfida di una rapidissima innovazione tecnologica che mette in discussione modelli produttivi e organizzazione del lavoro. Se l’Italia non saprà essere all’altezza andremo incontro a un secondo shock sistemico come quello vissuto nella prima fase della globalizzazione. Riteniamo che l’avvio della campagna elettorale mostri una diffusa mancanza di consapevolezza rispetto a questa situazione. La parola d’ordine sembra essere “abolire”, scaricando i costi sulla “fiscalità generale” e alimentando l’equivoco che essa sia altro rispetto ai soldi dei cittadini. Questo equivoco è alla base di decenni di irresponsabilità finanziaria che hanno portato l’Italia vicino al default nel 2011. Noi pensiamo invece che la parola d’ordine debba essere “costruire” un futuro fondato su tre pilastri: Competenze, Impresa, Lavoro.

1 | Competenze e Impresa: la situazione del Paese

1A – Competenze

La rivoluzione digitale crea e distrugge occupazione e non è possibile prevedere con certezza quale sarà il saldo netto. Le dieci professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a 10 anni fa e il 65% dei bambini che ha iniziato le scuole elementari nel 2016 affronterà un lavoro di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Nella grande riallocazione internazionale del lavoro, l’occupazione crescerà nei Paesi che hanno investito sulle competenze digitali e si ridurrà in quelli che non le hanno acquisite in maniera adeguata ad affrontare la trasformazione del tessuto produttivo. In Italia ci sono profondi gap da colmare: solo il 29% della forza lavoro possiede elevate competenze digitali, contro una media Ue del 37%. Un divario che rischia di aumentare ulteriormente considerando la bassa partecipazione di lavoratori a corsi di formazione (8,3%) rispetto alla media Ue di 10,8% e a benchmark quali Francia 18,8% e Svezia 29,6%.

Il lavoro nell’impresa 4.0 dovrà superare il paradosso italiano per cui i giovani finiscono troppo presto di studiare, iniziano troppo tardi a lavorare e quando trovano un lavoro, interrompono completamente i loro rapporti con la formazione. A questo fine, proponiamo il riconoscimento del diritto soggettivo del lavoratore alla formazione in tutti i rapporti di lavoro e la sua definizione come specifico contenuto contrattuale.

1B) Impresa

Dopo gli anni della grande crisi 2007-2014, gli investimenti industriali e l’export sono finalmente ripartiti. Nel 2017 la crescita dell’export si è attestata intorno al 7%, quella degli investimenti industriali, incentivati dal Piano Impresa 4.0, intorno all’11%. Una dinamica migliore di quanto registrato in Germania rispetto alla quale, però, i nostri investimenti industriali sono circa la metà in termini assoluti e il rapporto tra esportazioni e Pil resta inferiore di circa 20 punti. Un divario che dipende da alcune fragilità peculiari del nostro tessuto produttivo: 1) il numero limitato delle imprese pienamente integrate nelle catene globali del valore (20% circa del totale); 2) le differenze di performance territoriali e tra classi d’impresa; 3) condizioni di contesto – costo dell’energia, concorrenza, connettività – ancora spesso meno favorevoli rispetto ai competitor internazionali; 4) un mercato del lavoro ancora troppo centralizzato con modalità di determinazione delle condizioni salariali lontane dal contesto competitivo delle singole imprese.

Quello che proponiamo è una politica industriale e del lavoro non retorica, fortemente focalizzata su queste fragilità e in grado di produrre avanzamenti misurabili su ciascuno di questi temi. La base di partenza non può che essere quella delle politiche realizzate dagli ultimi due governi che hanno contribuito a determinare una dinamica positiva di occupazione, reddito, esportazioni e di saldi di finanza pubblica. Oggi, al termine della legislatura, questi risultati non appartengono più a questo o a quel governo, ma sono piuttosto un patrimonio comune di regole, leggi, provvedimenti che delineano un sentiero virtuoso di crescita e di nuove opportunità per gli investimenti.

 

2 | Priorità e azioni

2A) Impresa 4.0

Il Piano nazionale Impresa 4.0 ha riportato la politica industriale al centro dell’agenda del Paese dopo vent’anni con una dotazione di risorse adeguate: circa 20 miliardi di euro nella legge di bilancio 2017 cui si aggiungono 10 miliardi di euro dell’ultima legge di bilancio. L’efficacia del piano è testimoniata dalla ripresa degli investimenti delle imprese – che durante gli anni della crisi hanno subito una riduzione di circa il 25% – e dalla crescita degli ordinativi interni nel corso del 2017.

Pur confermando l’impostazione generale del Piano, per gli anni a venire occorrerà procedere lungo due direzioni. Da un lato occorrerà rifinanziare per il 2019 il Fondo Centrale di Garanzia per 2 miliardi di euro, in modo da garantire circa 50 miliardi di crediti finalizzati agli investimenti delle Pmi. Dall’altro occorrerà sostenere l’investimento privato per l’acquisizione e lo sviluppo di competenze 4.0. In concreto: dovranno essere stanziati 400 milioni di euro aggiuntivi all’anno da destinare agli Istituti Tecnici Superiori con l’obiettivo di raggiungere almeno 100mila studenti iscritti entro il 2020 (in Italia attualmente gli studenti degli Its sono circa 9000 contro i quasi 800mila della Germania); i Competence Center dovranno essere rafforzati al fine di costruire una vera rete nazionale, per lo sviluppo e il trasferimento di competenze digitali e ad alta specializzazione (sul modello del tedesco Fraunhofer e dell’inglese Catapult); dovrà essere reso strutturale lo strumento del credito di imposta alla formazione 4.0, previsto attualmente in forma sperimentale.

2B) Lavoro 4.0

L’impresa 4.0 ha bisogno, oltre alle tecnologie e alle competenze, di nuovi modelli di organizzazione del lavoro, che vanno quindi incentivati come ulteriore tassello del Piano.

Dal punto di vista contrattuale occorre rispondere ad una produzione che sarà sempre più “sartoriale” e quindi il Contratto nazionale ha senso non solo se ne riduce drasticamente il numero delle tipologie – che negli ultimi anni è esploso – ma anche e soprattutto se il suo ruolo resta quello di “cornice di garanzia” finalizzata ad assicurare il più possibile una dimensione di prossimità all’impresa. Va incoraggiato un vero decentramento contrattuale, utile anche ai programmi condivisi di miglioramento della produttività, a livello territoriale, di sito e di rete. Questo processo, unitamente ai nuovi contenuti della contrattazione (welfare, formazione, orari, flessibilità attive) possono rappresentare il nuovo “patto per la fabbrica” in grado di centrare la sfida della produttività e dell’innovazione a partire dalle Pmi per le quali la contrattazione territoriale può diventare una risorsa fondamentale. Permane in alcuni settori il rischio che i nuovi modelli organizzativi comportino una riduzione del valore del lavoro che va contrastato con la capacità di costruire nuove tutele e diritti sociali ma, soprattutto, con un salario minimo legale, per i settori non coperti da contrattazione collettiva.

2C) Energia

La Strategia Energetica Nazionale definisce la strada per affrontare le grandi questioni della riduzione del gap di prezzo e di costo dell’energia; della sostenibilità degli obiettivi ambientali; della sicurezza di approvvigionamento e della flessibilità delle infrastrutture energetiche, rafforzando l’indipendenza energetica dell’Italia.

Al 2030, la Sen prevede azioni per 175 miliardi di investimenti, di cui oltre l’80% in energie rinnovabili ed efficienza, che devono dar vita a una nuova specializzazione industriale dell’Italia. Sul versante della competitività, il varo della normativa sulle imprese energivore a partire dal 1° gennaio di quest’anno ha risolto il problema dello svantaggio sul prezzo dell’energia elettrica per circa 3mila aziende. Analoga norma andrà adesso rapidamente attuata per le aziende gasivore, insieme al corridoio di liquidità per allineare il costo del gas a quello del Nord Europa.

L’abbandono del carbone nel 2025 nella produzione elettrica necessita, oltre che degli investimenti in reti e rinnovabili, anche di un deciso coordinamento operativo e di un focus forte sul rafforzamento e sulla diversificazione delle aree di approvvigionamento del gas.

2D) Concorrenza

Negli ultimi anni l’Italia ha fatto passi avanti, ma molto ancora resta da fare. La faticosa esperienza della prima legge “annuale” per la concorrenza il cui iter parlamentare è durato quasi tre anni mostra chiaramente quanto la concorrenza sia ancora guardata con sospetto.

Occorre, da un lato fare della manutenzione pro-concorrenziale dell’ordinamento un’operazione sistematica e veramente annuale, dall’altro, focalizzare meglio gli interventi con iniziative “settoriali”. Nella prossima legislatura sono almeno due i capitoli su cui è necessario concentrarsi. Il primo è quello dei servizi pubblici locali ancora spesso poco efficienti mentre il secondo è quello delle concessioni: da quelle balneari alle autostrade. Anche qui è necessario disciplinare le modalità di affidamento competitivo evitando ulteriori proroghe e le caratteristiche della concessione (modalità di determinazione dei ricavi e durata) oltre ad assoggettarne i contenuti alla massima trasparenza, pur riconoscendo la possibilità di introdurre correttivi sociali e cautele a difesa dell’occupazione e degli operatori più piccoli.

2E) Banda Larga

Come per le reti di trasporto di persone e merci e le reti energetiche e idriche, una rete di telecomunicazioni moderna ed efficiente rappresenta un fattore chiave di competitività per il sistema Paese ma anche un servizio essenziale.

Su questo fronte la situazione italiana attuale presenta un preoccupante ritardo rispetto alle economie con le quali ci confrontiamo. Un ritardo che abbiamo iniziato a colmare con il Piano Banda Ultra Larga del Governo, che prevede la copertura dell’85% della popolazione al 2020 con 100 Mbps. I dati dell’ultima consultazione pubblica del 2017 ci dicono che solo il 2% dei numeri civici nazionali è raggiunto da una connessione superiore a 100 Mbps, il 30% dispone di connettività oltre 30 Mbps, mentre quasi il 70% dei civici non è coperto dalla banda ultra larga.

Il carattere sistemico dell’infrastruttura Tlc, che ha bisogno di grandi investimenti di sviluppo e ammodernamento suggerisce di verificare la possibilità di concentrare lo sviluppo della rete in un unico operatore, valutando con tutte le cautele del caso un’eventuale remunerazione con tariffe regolamentate. In tal modo sarebbe possibile utilizzare al meglio le risorse disponibili pubbliche e private, evitando duplicazioni infrastrutturali e garantendo la massima concorrenza e neutralità nell’offerta di servizi retail.

2F) Politica commerciale e internazionalizzazione

Occorre giocare la partita dell’internazionalizzazione contemporaneamente in attacco e in difesa. In attacco, gli accordi di libero scambio sono lo strumento principale attraverso il quale favorire l’accesso delle Pmi ai mercati esteri e vanno sostenuti a partire dalla ratifica dell’accordo con il Canada. Contemporaneamente, in difesa, dobbiamo perseguire l’obiettivo di creare un contesto di regole condivise necessarie a garantire la natura equa del commercio internazionale e a mitigare gli effetti di una globalizzazione squilibrata come abbiamo fatto, assumendo un ruolo guida in Europa, nel caso del mancato riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato. La prossima battaglia che dobbiamo portare avanti è quella per l’inclusione dei principi di sostenibilità ambientale e sociale negli accordi di libero scambio. La stessa strategia duale dovrà continuare ad applicarsi per l’attrazione degli investimenti diretti esteri. Da un lato, razionalizzazione e semplificazione della governance delle politiche di attrazione e definizione di nuovi strumenti nella convinzione che l’Italia ha bisogno di capitale di crescita. Dall’altro lato, tutela dell’interesse nazionale contro operazioni predatorie verso imprese ad alto contenuto tecnologico anche usando la nuova golden power varata dal Governo a questo scopo. Infine il Piano straordinario per il Made in Italy, che ha coinvolto oltre 17mila imprese, deve essere prolungato e potenziato in particolare nelle direttrici dell’e-commerce e dell’aumento delle imprese esportatrici.

 

3 |Gestire le trasformazioni

I processi di trasformazione dell’economia si sono fatti sempre più rapidi con l’accorciarsi dei cicli di sviluppo tecnologico che ha reso sempre più frequente l’emergere di tecnologie disruptive. La nuova condizione di normalità è dunque quella in cui segmenti o interi settori industriali sono costantemente spiazzati. Occorre attrezzare il Paese a prendersi cura degli “sconfitti”; di quei lavoratori e di quelle imprese che nel breve periodo sono vittime del cambiamento. Alcune iniziative sembrano aver dato risultati. È il caso della strategia di recovery settoriale attuata per i call center con salvaguardia salariale e il ritorno degli investimenti nei settori dell’alluminio e dell’acciaio.

Occorre però sistematizzare queste modalità di azione, ingegnerizzando per così dire il modello e massimizzando la velocità di intervento. Funzionale allo scopo sarebbe la possibilità di potenziare nelle aree di crisi complessa soluzioni eccezionali: strumentazioni dedicate per le imprese beneficiarie di agevolazioni (deroghe alle regole del mercato del lavoro e ammortizzatori sociali, semplificazioni e accelerazioni burocratiche/autorizzative, supporto prioritario del Fondo di Garanzia, defiscalizzazioni) e iter accelerati per bonifiche e interventi infrastrutturali per poter rapidamente rilanciare l’attività d’impresa. Altro strumento fondamentale per ricostituire base manifatturiera sono i Nuovi Contratti di Sviluppo destinati per l’80% al Mezzogiorno che spesso vedono protagonisti grandi aziende multinazionali. Il rifinanziamento dei Contratti di Sviluppo costituisce una priorità per gli anni a venire. Occorre infine varare un fondo equivalente al “Globalization Adjustment Fund” dedicato alla riconversione di lavoratori e aziende spiazzati da innovazione tecnologica e globalizzazione.

Non esiste sviluppo, reddito e benessere senza investimenti, imprese e lavoro. Le scorciatoie conducono a vicoli ciechi e non di rado a veri e propri burroni. L’Italia è ancora fragile e le ferite della crisi ancora aperte. È fondamentale che chiunque governerà il Paese riparta da questa consapevolezza e da queste priorità.

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Il Sole 24 Ore – 12 gennaio 2018

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Promesse elettorali

14 gennaio 2018

Nel 1886 Agostino Depretis promise la realizzazione della passeggiata archeologica romana, dal Colosseo all’Appia antica. A chi manifestò dubbi sulla “copertura economica” – come diremmo oggi – rispose che per una promessa da centomila lire sarebbe stato imbarazzato, ma per una da venticinque milioni no.  Ad impossibilia nemo tenetur, precisò.

E’ probabile che anche ai giorni nostri gli iperpromettenti sappiano bene che nessuno è tenuto a realizzare cose impossibili. Ci fosse un popolo minimamente accorto saprebbe regolarsi col voto, ma il nostro pare ingoiare bufale con entusiasmo e leggerezza

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Antifascismo, retorica e propaganda

6 gennaio 2018

Ci sono in giro ragazzotti che inneggiano al fascismo. Ai suoi aspetti più clamorosi e deteriori, per la verità. L’impressione è che alla base ci sia da un lato il desiderio di riconoscersi in qualcosa e da un altro una certa aspirazione alla visibilità.

Da questo punto di vista il richiamo al fascismo va benissimo. La visibilità è assicurata, mentre gli stessi strepiti e violenze, verbali e non, senza simboli fascisti troverebbero un’audience molto meno estesa. Lo stesso fenomeno, si direbbe, degli ultras del calcio.

E poiché l’audience è contagiosa ecco che ad ogni manifestazione di quel tipo, o anche meno truculenta, reagisce immediatamente la retorica dell’antifascismo, purtroppo spesso espressa attraverso luoghi comuni e frasi fatte, condanna che forse è costretto a subire un Paese che i conti con il suo passato non li ha mai fatti in modo esauriente. E le celebrazioni dell’antifascismo, di pari passo con le accuse di fascismo distribuite con una certa faciloneria e superficialità, si moltiplicano in campagna elettorale, in particolare se rozza come quella che stiamo patendo.

Allora, non per simpatie fasciste, mai avute, ma per una acuta propensione all’antiretorica, mi è venuta voglia di scrivere alcune brevi considerazioni contrarie all’antifascismo di propaganda, secondo il quale passa l’idea che la dittatura in Italia sia stato abbattuta dagli antifascisti. Non è vero. Il regime è sostanzialmente caduto alla caduta di Mussolini, provocata non da sommosse popolari ma dall’accordo di alcuni gerarchi, espresso nell’ordine del giorno presentato da uno di loro (Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni) al Gran Consiglio del Fascismo il 24 luglio 1943 e approvato all’alba del 25.

Quella sera, il 24 luglio, gli italiani se ne stettero tranquilli nelle loro case; non c’erano moti di piazza, né cortei, né sentore nella popolazione di ciò che stava per succedere. Gli italiani erano semmai preoccupati per la guerra in corso, che andava male, il che percepivano nonostante l’informazione distorta dei media, in particolare la radio. Speravano che la guerra finisse al più presto, in un modo o nell’altro, però il fascismo lo avevano sostenuto in larghissima maggioranza almeno fino ai primi mesi di guerra, salvo coloro che se ne erano distaccati a seguito delle leggi razziali del 1938.  Nel 1943 però l’antifascismo in Italia era comunque ancora un movimento modesto, in crescita per quantità e speranze dopo lo sbarco delle truppe americane in Sicilia ma gli antifascisti più determinati erano al confino o esuli o in galera. O deportati: ebrei, rom, omosessuali.

Il voto del Gran Consiglio, contrario al Duce, anche se pur sempre soprattutto in merito alla conduzione della guerra, fece si che il re finalmente si muovesse. Convocato Mussolini a villa Savoia gli comunicò la destituzione, presentata poi alla cittadinanza come dimissioni. Il dittatore spodestato lasciò la residenza del re in ambulanza, non per malore ma per prudenza, e fu poi tolto dalla circolazione, imprigionato dapprima alla Maddalena e poi al gran sasso.

La sera del 25 luglio la radio diede il famoso annuncio: il Duce si è dimesso, lo sostituisce il generale Badoglio e la guerra continua. E’ solo dopo l’annuncio radio che scoppiò l’antifascismo nel popolo italiano, che scese in strada a martellare i busti del dittatore sparito e altri simboli del regime. E da allora antifascisti spuntarono ovunque, mentre i fascisti sparirono quasi. Il sospetto di tutti è che i transitati da una categoria all’altra siano stati molto numerosi.

Poi successe che, per iniziativa di Hitler, Mussolini fu sottratto alla sua prigionia inadeguatamente vigilata e praticamente costretto a mettere in piedi sotto stretto controllo germanico una repubblica, quella di Salò, località sul Garda molto più vicina anche geograficamente alla Germania che alle truppe alleate che stavano risalendo l’Italia. La repubblichina si dotò di un esercito che, per quanto raffazzonato, era estremamente aggressivo, sia per caratteristiche proprie dei militanti che perché incalzato e affiancato dalle truppe naziste. Questo scatenò la guerra civile, nella quale si impegnarono migliaia di partigiani, ovviamente autenticamente antifascisti. Però si trattò di guerra civile contro il nazifascismo, non di rivoluzione contro il regime, rivoluzione che non ci fu mai.

Evviva l’antifascismo perciò, ma senza confondere le idee e senza usarlo come strumento propagandistico.

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