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La politica senza potere nell’Italia del non fare (di Ernesto Galli della Loggia)

22 luglio 2017

RIFORME IMPOSSIBILI

La politica senza potere nell’Italia del non fare

Nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza

 di Ernesto Galli della Loggia

 

Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

Perché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a nessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

 

Corriere della Sera 22 luglio 2017

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3 commenti a “La politica senza potere nell’Italia del non fare (di Ernesto Galli della Loggia)”

  1. Giuseppe Belleri dice:

    Galli Della Loggia compie lo stesso errore (epistemologico) in cui era caduto il divo Andreotti coniando il famoso e furbesco aforisma: “il potere logora chi non ce l’ha”!. Niente di più inconsistente di questa frase e delle premesse cognitive da cui parte, ovvero che il potere sia una cosa, un oggetto, un’entità materiale posseduta da qualcuno, a scapito di altri, e che magari non ha la forza di usare come dovrebbe. Su questa erronea premessa cognitiva si reggono buona parte delle nostre sventure nazionali, che però il Galli nel suo pezzo non vede. Stupisce che uno studioso così attento non abbia ancora assimilato la lezione del grande Crozier tanto semplice quanto lapalissiana: dove nascondeva Andreotti il “suo” potere? Nella cassaforte? Dove l’aveva acquistato e da chi? Il potere è una delle tante forme in cui si manifestano le relazioni tra gli esseri umani, come la fiducia, il conflitto, la stima, la reputazione etc.. e in quanto tale non è proprietà di chi vi è implicato, essendo appunto una relazione bidirezionale tra tot persone, che quindi non risiede o è posseduta da una parte o dall’altra. Bisogna quindi analizzare la tipologia, i tratti e le modalità di manifestazione di questa particolare relazione nel contesto italiano a differenza, ad esempio, di come si manifesta in altri paesi del continente. Il nostro è fondamentalmente un problema cognitivo e la radice dei nostri mali sta in questo errore epistemologico che, a cascata, ne genera tanti altri: un perverso rapporto tra governanti e governati che avendo natura sistemica e relazionale è difficile da scalfire e modificare. La gamma di situazioni descritte da Galli e la sua diagnosi sono solo epifenomeni di tale errore nelle premesse cognitive…

  2. Giuseppe Belleri dice:

    Galli Della Loggia compie lo stesso errore (epistemologico) in cui era caduto il divo Andreotti coniando il famoso e furbesco aforisma: “il potere logora chi non ce l’ha”!. Niente di più inconsistente di questa frase e delle premesse cognitive da cui parte, ovvero che il potere sia una cosa, un oggetto, un’entità materiale posseduta da qualcuno, a scapito di altri, e che magari non ha la forza di usare come dovrebbe. Su questa erronea premessa cognitiva si reggono buona parte delle nostre sventure nazionali, che però il Galli nel suo pezzo non vede. Stupisce che uno studioso così attento non abbia ancora assimilato la lezione del grande Crozier tanto semplice quanto lapalissiana: dove nascondeva Andreotti il “suo” potere? Nella cassaforte? Dove l’aveva acquistato e da chi? Il potere è una delle tante forme in cui si manifestano le relazioni tra gli esseri umani, come la fiducia, il conflitto, la stima, la reputazione etc.. e in quanto tale non è proprietà di chi vi è implicato, essendo appunto una relazione bidirezionale tra tot persone, che quindi non risiede o è posseduta da una parte o dall’altra. Bisogna quindi analizzare la tipologia, i tratti e le modalità di manifestazione di questa particolare relazione nel contesto italiano a differenza, ad esempio, di come si manifesta in altri paesi del continente. Il nostro è fondamentalmente un problema cognitivo e la radice dei nostri mali sta in questo errore epistemologico che, a cascata, ne genera tanti altri: un perverso rapporto tra governanti e governati che avendo natura sistemica e relazionale è difficile da scalfire e modificare. La gamma di situazioni descritte da Galli e la sua diagnosi sono solo epifenomeni di tale errore nelle premesse cognitive….

  3. massimo biondi dice:

    La ringrazio del commento signor Belleri. E’ interessante ragionare su questi temi. La mia impressione è che Galli della Loggia si riferisca al potere politico in generale, senza sfondi scientifici e non riferito a singoli individui ma a categorie: politici propriamente detti, burocrazia, magistratura, sindacati, media, eccetera. Cordiali saluti

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