Massimobiondi.it - Tutti i diritti sono riservati
 
Dizionario di ITALIANO
cerca:  

Dizionario di INGLESE
cerca:  
Inglese - Italiano  
Italiano - Inglese

 

  Servizio a cura di Corriere.it  
 

Archivio Post

 
 

dicembre 2018

novembre 2018

ottobre 2018

settembre 2018

agosto 2018

luglio 2018

maggio 2018

marzo 2018

febbraio 2018

gennaio 2018

novembre 2017

ottobre 2017

luglio 2017

giugno 2017

maggio 2017

aprile 2017

marzo 2017

febbraio 2017

gennaio 2017

dicembre 2016

novembre 2016

settembre 2016

luglio 2016

aprile 2016

marzo 2016

febbraio 2016

gennaio 2016

dicembre 2015

novembre 2015

ottobre 2015

agosto 2015

giugno 2015

aprile 2015

gennaio 2015

ottobre 2009

La politica senza potere nell’Italia del non fare (di Ernesto Galli della Loggia)

22 luglio 2017

RIFORME IMPOSSIBILI

La politica senza potere nell’Italia del non fare

Nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza

 di Ernesto Galli della Loggia

 

Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

Perché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a nessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

 

Corriere della Sera 22 luglio 2017

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


La Costituzione e le difficili riforme italiane (di Angelo Panebianco)

20 luglio 2017

PROPOSTE PER IL FUTURO

La Costituzione e le difficili riforme italiane

È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà?

di Angelo Panebianco

 

Sta suscitando interesse la proposta di una flat tax (o tassa piatta), di una aliquota del 25 per cento uguale per tutti da applicare alle principali imposte (ma con esenzioni per le fasce di reddito più basse), elaborata dall’economista Nicola Rossi e dai suoi collaboratori nell’ambito delle attività dell’Istituto Bruno Leoni di Milano. La sua adozione, semplificando drasticamente il più complicato e irrazionale sistema fiscale d’Europa, darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo, dopo decenni di alternanza fra stagnazione, recessione e bassa crescita. Naturalmente, la frustata sarebbe anche ideologica o culturale. Adottare la flat tax secondo le indicazioni del Bruno Leoni significherebbe prendere congedo dalle ideologie socialisteggianti che hanno segnato i secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Per i fautori della flat tax la sua adozione renderebbe i cittadini italiani molto più liberi. È normale che la proposta incontri forti opposizioni. Romano Prodi, che non la condivide affatto, ha pur tuttavia osservato che essa potrebbe diventare il principale argomento del conflitto fra i partiti nelle prossime elezioni (Il Messaggero, 9 luglio). Sul Sole 24 Ore (16 luglio) Enrico De Mita, un avversario ideologico della flat tax, la ritiene incostituzionale.

Forse De Mita non ha considerato a sufficienza il fatto che la proposta del Bruno Leoni sia stata costruita in modo da tenere conto dei vincoli costituzionali sulla progressività delle imposte. Però è vero che i «principi costituzionali» contenuti nella prima parte della Costituzione del ‘48 non si concilino facilmente con la filosofia che ispira la flat tax. Per la verità, c’è il sospetto che i suddetti principi siano inconciliabili con tante cose. Se si discute di leggi elettorali ecco che salta su qualcuno (e forse ha ragione) che afferma che l’unico sistema elettorale coerente con la Costituzione sia quello proporzionale. Se si discute di università c’è sempre qualcuno pronto a sostenere (anche lui forse ha ragione) che il numero chiuso sia incostituzionale. E, ancora, la difesa dei «diritti acquisiti» di dirigenti e funzionari, brandita dalle magistrature, costituzionale e amministrative, contro i tentativi di riforma della pubblica amministrazione, fa sempre leva sulla Costituzione. Forse persino il Job Act rischierebbe grosso di fronte a un rigoroso «controllo di costituzionalità».

I più maliziosi hanno già capito dove va a parare questo discorso. Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi. Dagli anni Ottanta dello scorso secolo (si cominciò allora con la Commissione Bozzi) fino al referendum costituzionale del dicembre scorso, i tanti tentativi — tutti falliti — di riformare la Costituzione hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato. Il ritornello sempre ripetuto era che solo la seconda parte richiedesse profonde modifiche. La prima, invece, era impeccabile, perfetta, non bisognosa di interventi. È stata una convenzione della Repubblica, riverita da tutti, quella secondo cui ogni cosa era negoziabile, e poteva essere oggetto di dispute, tranne la prima parte della Costituzione, lo scrigno che conteneva i gioielli più preziosi, i principi costituzionali per l’appunto. È stata questa la vera ragione per cui le riforme tentate (e fallite) avevano sempre qualcosa di incompiuto, di mal costruito, di posticcio. Non riconoscendo l’intima coerenza che esiste fra la prima parte e la seconda parte della Costituzione, i riformatori finivano per confezionare un abito da Arlecchino: volevano superare l’assemblearismo e rafforzare il ruolo del governo lasciando invariato un testo (la prima parte) molto più coerente con il suddetto assemblearismo che con le progettate riforme. Cambiare la seconda parte lasciando invariata la prima era come tentare di innestare la testa di un cavallo sul corpo di un cane.

I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione. Perché allora non cominciamo a discutere della prima? È sicuro, tanto per fare un esempio, che la convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? È sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato fra i cosiddetti «interessi legittimi», fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio? Le enunciazioni contenute nella prima parte della Costituzione furono il frutto di compromessi fra alcune forze (democristiani, socialisti e comunisti) che, all’epoca, non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualunque uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo occidentale dopo la vittoria democristiana sui socialcomunisti nelle elezioni del 18 aprile 1948 ma avrebbe potuto diventare — senza bisogno di revisioni — la carta fondamentale di una «democrazia popolare» se i socialcomunisti avessero vinto. Magari, chissà?, sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare in modo meno acritico i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.

 

Corriere della Sera 20 luglio 2017

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


Cercasi Spadolini (di Enrico Cisnetto)

4 luglio 2017

C’è da rifare il centro-sinistra (quello DC-PSI, non L’Ulivo) ma serve il collante di una forza centrale (stile PRI)

Editoriale da Pensalibero.it

di Enrico Cisnetto | 3 luglio 2017

 

Due decenni di (rovinosa) Seconda Repubblica non hanno insegnato niente a nessuno. Il dibattito politico è infatti ancora tutto imperniato intorno al tema di “come vincere le elezioni”, dimenticandosi completamente di quello ben più importante di “come governare”, e sulla domanda “chi sarà il leader?”, che evidentemente sul piano mediatico vende di più di quella “come si forma una squadra di governo?”, che dovrebbe partire dalla più corretta valutazione di come in una società complessa gravata da problemi complessi e interconnessi le decisioni non possono essere ricondotte ad una sola personalità, per quanto capace.

Naturalmente, non siamo così ingenui da non sapere che vincere è la premessa per governare, ma allo stesso tempo ci piacerebbe che tanto il ceto politico quanto editorialisti e commentatori fossero altrettanto consapevoli del fatto che non tutte le vittorie sono utili ad esprimere capacità di governo, anzi che ce ne sono alcune che sono premessa dell’esatto contrario. Per questo nelle settimane scorse dopo il primo turno delle amministrative, non appena è rispuntato sulla scena della politica immaginaria, quella dei bla-bla-bla televisivi o delle paginate dei giornali, il vecchio bipolarismo, ci siamo affrettati a dire che il centro-sinistra e il centro-destra così come li abbiamo visti all’opera (ahinoi) dal 1994 in poi, non esistono più e che la loro rinascita è da considerarsi impossibile (oltre che non auspicabile). Ora, dopo il secondo turno del voto comunale, confermiamo e ribadiamo: le alleanze che abbiamo visto all’opera in sede locale sono code del passato e non trovano riscontro alcuno, neppure potenziale, in sede nazionale. Il fatto, poi, che questa volta abbiano avuto più successo a destra che a sinistra, nulla toglie a questa nostra asserzione, ma semmai è la conferma che la crisi strutturale del nostro sistema politico oggi si faccia sentire più a sinistra, per via delle posizioni di rottura – oggi si ama dire “non inclusive” – di Matteo Renzi e perché la responsabilità del governo negli ultimi anni è toccata al Pd. Allo stesso modo per cui nel 2013, dopo la rovinosa caduta di Berlusconi un anno e mezzo prima, fu il centro-destra a pagare il prezzo più alto, conteggiabile sia col numero esponenzialmente crescente delle astensioni sia con il boom dei grillini.

In egual misura, non siamo così sciocchi da non sapere che il cittadino tende a volere risposte semplificate e ad identificare le politiche con le persone. E che, di conseguenza, oggi la questione politica tende a ridursi alla questione “ma se non Renzi, chi?”, domanda che postula una crescente sfiducia nel “rottamatore” ma anche la preoccupazione che non ci sia in giro nessuno, nell’area moderata che pende sia a sinistra che a destra, in grado di governare il Paese. Ma il fatto che circolino simili interrogativi, e che sia giusto tenerne conto, non significa necessariamente che si debba rinunciare a spiegare agli italiani che le leadership si misurano sui programmi e sulle squadre che devono realizzarsi, le quali a loro volta devono essere valutate per il mix di competenze e di coesione politica interna che esprimono.

Fatte queste premesse, non sfuggiremo a quello che oggi appare il nocciolo del problema politico italiano, l’approssimarsi delle elezioni e le scelte che si potranno e dovranno fare. Partendo dal presupposto che nel Paese continua ad esistere una maggioranza (larga) di moderati, che non si riconoscono né sono riconducibili alle posizioni più radicali ed estreme, vuoi a destra come a sinistra, e che per la gran parte non si sentono rappresentati da alcuna forza politica. Costoro oggi si pongono le seguenti domande: a) vale la pena di andare a votare, o alla fine è normale e lecito esprimere la propria scontentezza restando a casa?; b) il voto ai 5stelle è una valida alternativa all’astensione?; c) pur avendo buoni motivi per essere delusi, ci possiamo permettere un voto di protesta come quello a favore dei grillini, specie dopo averli visti all’opera a Roma e in altre realtà?; d) possiamo immaginare che le sorti del Paese siano affidate ad un signore che ha già passato gli 80 e che quando ne ha avuto occasione non ha dato prove mirabolanti di saper governare, tanto più se la sua eventuale chance dipende dall’alleanza con un estremista come Salvini?; e) viceversa, è opportuno affidarci ad un quarantenne che ha mostrato evidenti limiti, prima di tutto caratteriali ma anche politici, pur avendo una certa (e sana) inclinazione al decisionismo?

Proviamo a rispondere nello stesso ordine: a) l’astensione come precisa scelta politica, non qualunquista, è ormai sdoganata, ma il fatto che sia lecita non ne riduce la sterilità, anche perché l’effetto che doveva avere – dimostrare che quasi la metà del Paese è disillusa – l’ha già avuto; b-c) è ormai venuto il momento di non considerare più il voto ai grillini come una forma di ribellione, per il semplice motivo che essi sono a un passo dal governo e per definizione la protesta alberga all’opposizione. Dunque il prossimo o sarà un voto consapevole o non dovrà essere, perché a questo punto la responsabilità è troppo alta per poter dire poi “ma io volevo solo farla pagare cara agli altri”; d) Berlusconi non può essere la risposta ai nostri problemi, né ha saputo creare una classe dirigente all’altezza. Tanto meno lo sarebbe se si chiudesse in un’alleanza con il duo Salvini-Meloni, che sono su posizioni populiste e sovraniste del tutto incompatibili con la posizione europeista filo-merkeliana di Forza Italia e la sua collocazione nel Ppe. Viceversa, il voto a Forza Italia potrebbe rivelarsi prezioso se sarà utilizzato per realizzare una coalizione di centro-sinistra (nella vecchia accezione, quella della Prima Repubblica) che sbarri la strada a Grillo e tenga fuori le due ali dello schieramento politico nazionale; e) il voto al Pd, specularmente a quanto detto per Forza Italia, vale nella misura in cui sia speso per realizzare un’alleanza strutturale, dunque dichiarata prima e frutto di una precisa scelta politica e non conseguenza dei numeri usciti dalle urne, per unire i riformatori con i moderati in un novello centro-sinistra Dc-Psi. È evidente che i comportamenti tenuti fin qui da Renzi (campagna per il referendum, contenuti del referendum stesso, scelte post 4 dicembre, forzature dentro il suo partito) non lo rendono il più idoneo a costruire questo passaggio della vita politica, che se fosse ben realizzato potrebbe rappresentare l’avvio (finalmente) della mai nata Terza Repubblica. E alla domanda “ma chi se non lui?”, specie se posta non dai fans di Matteo (sempre meno) ma dal crescente partito di chi ne farebbe volentieri a meno ma teme di cadere dalla padella nella brace, l’unica risposta sensata è la seguente: chiunque dimostri di aver capito a cosa il Paese va incontro alle prossime elezioni e spenda parole coraggiose e non slogan come “facciamo da soli che tanto superiamo il 40%” o “ricostruiamo il grande Ulivo dei fasti (?) prodiani”. Sapendo che l’unica possibilità che ciò accada sta non nella maturazione politica interna al Pd – di cui non si vede l’ombra – ma nella pressione che può esercitare una nascente forza di centro che faccia da collante come le forze laiche, Pri in primo luogo, fecero al nascere dell’alleanza tra Dc e Psi. Quella forza nuova che la scorsa settimana abbiamo evocato e invocato, nella speranza – finora delusa, ad essere sinceri – che il senso di responsabilità prevalga sulla sempre più diffusa voglia di fuga.

 

Enrico Cisnetto

 

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | | | |