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Life skills

11 giugno 2017

Mi calo senza sforzo nella parte del vecchio brontolone, però sono convinto di essere abbastanza obiettivo e sufficientemente informato nel constatare nella società un non trascurabile ridimensionamento degli sforzi pedagogici rivolti all’infanzia e alla prima adolescenza da parte dei genitori.

Di padri e madri trenta/quarantenni ne vedo tanti, basta guardarsi in giro, e di tanti sento parlare, favorito anche da un canale informativo privilegiato. Mi pare che ci siano problemi. Si impartisce poca educazione, nel senso pieno di trasferimento di principi e regole, morali o comportamentali.

I genitori mediamente dicono pochi no, fissano poche regole, lasciano andare.

I no sono difficili da dire, talvolta dolorosi, ma sono una componente fondamentale dell’educazione. Sono furbi e talvolta pure un po’ stronzi i pargoli, imparano presto anche a ricattare attraverso i capricci, ma se crescono nell’estrema tolleranza, fra tanti sì e pochi no, nella bambagia, iper-protetti, eccessivamente gratificati, prima o poi soffriranno. Perché la realtà inevitabilmente si presenterà.

Non pochi genitori tendono anche ad incensare i figli oltre la normalità di ogni scarrafone bello a mamma sua. Molti ritengono di avere generato dei geni magari perché li vedono trastullarsi disinvoltamente con telecomandi e tablet, o perché li sentono padroneggiare un centinaio di parole inglesi. Talento che dimostrano in tanti, di questi tempi, ma che molti genitori ritengono prerogativa dei propri rampolli. Le maestre elementari raccontano in proposito aneddoti a dozzine, divertenti o sconcertanti, di genitori sbigottiti nel sentire che i loro fenomeni hanno anche delle lacune o assumono comportamenti inattesi e criticabili. E accusano di prevenzione gli insegnanti.

Più grandicelli, secondo gli psicologi, gli adolescenti si rifugiano esageratamente nel virtuale, che può essere cattivo ma non misura e non smentisce. Social network a tutto spiano e rapporti con gli altri superficiali, dicono, senza dialogo educativo e costruttivo, senza la scoperta degli altri e il confronto, che è un toccasana per la crescita e l’acquisizione della coscienza di sé, presupposto per sviluppare quelli che in un bellissimo testo inglese letto qualche tempo fa venivano definiti life skills. Che si possono acquisire fino alla vecchiaia inoltrata, beninteso, ma richiedono una predisposizione che pare si generi, tanto o poco, proprio nell’infanzia e nella prima adolescenza.

Uscire da un mondo in qualche modo tutelato (famiglia – scuola – digital network) per andarsi a prendere gli schiaffi nella realtà risulta traumatico. Sarebbe meglio, pensano tanti brontoloni anche non vecchi, fare esercizio da piccoli, il che dovrebbe essere opera principalmente di quegli esseri privilegiati che sono i genitori. Nonni, tate, nidi d’infanzia, asili e scuole vengono dopo, molto dopo, nel tempo e nella rilevanza.

Ok, so che se qualcuno legge queste considerazioni può tirare in ballo gli aspetti negativi della società: situazioni di disagio sociale, genitori costretti a lavori massacranti o impegnati nella ricerca di lavoro, ascensore sociale fermo da anni, mancanza di prospettive. Tutto vero, in una certa misura. Sempre nella considerazione però che nel mondo in genere e in Italia in particolare non c’è mai stata nella storia umana tanta ricchezza materiale come negli ultimi vent’anni. E comunque la ricchezza materiale c’entra poco con l’educazione dei figli: nulla mai ha segnalato più capacità educative nei ricchi che nei poveri o viceversa.

L’educazione dei figli d’altra parte ha a che fare, nel tempo, anche con una società migliore. Se la società è quella che è vuole dire che anche la mia generazione, e magari quella precedente, hanno mancato. Forse tutte le generazioni hanno mancato, in qualche modo e misura, perché dopo tutto si sa che il ruolo dei genitori è fondamentale e difficilissimo, va molto oltre la biologia.

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