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I bottoni delle riforme

22 maggio 2017

Vedremo quale seguito avrà l’esperienza politica personale di Matteo Renzi. Intanto si può trarre qualche insegnamento dalle sue disavventure e da quelle di chi prima di lui si è proposto come riformatore politico.

Il primo, in anni recenti, fu Craxi, il quale prima ancora del Paese si adoperò per riformare la sinistra, o almeno una certa idea della sinistra che era rappresentata largamente dal PCI di Berlinguer. Craxi ebbe come avversari irriducibili, oltre allo stesso PCI, il sindacato, la magistratura e, in parte, la burocrazia statale, almeno in rapporto a qualche tentativo di metterci le mani (la grande riforma del sistema Italia, si disse). Quanto alla magistratura è ormai storia il fatto che “il cinghialone” fosse target del pool mani pulite, il cui conseguimento segnò il giro di boa dell’indagine.

Anche Berlusconi fu combattuto più o meno dalle stesse forze: PCI, nelle sue nuove denominazioni, sindacato, burocrazia, magistratura. Il progetto di Berlusconi, al netto degli obiettivi più personali, andava oltre la sbandierata lotta al comunismo, già moribondo di suo: pensava di riformare la Repubblica “nata dalla resistenza”, che a suo giudizio manteneva eccessive tracce dell’antifascismo come fatto politico-culturale, dietro la cui retorica si perpetuavano tra l’altro posizioni di potere – magari solo di veto – e di privilegio. Le riforme berlusconiane si arenarono su scogli anche simbolici come la separazione delle carriere dei magistrati e l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e furono affondate dal referendum costituzionale respinto dai cittadini. I quali, sia detto, anche in quel caso, come poi nel caso di Renzi, votarono molto più contro il proponente che contro le proposte.

Matteo Renzi ha conquistato a sorpresa il PD, sottraendolo al dominio e alla gestione degli ex comunisti che per questo lo hanno ferocemente combattuto. La sua sinistra non sarebbe dispiaciuta a Craxi né le sue riforme a Berlusconi, che sembrava propenso a sostenerle. Però il rampante giovanotto ha urticato il declinante ma influente miliardario per eleggere un presidente della Repubblica proveniente dalla magistratura, come già il presidente del Senato, e gradito ai suoi acerrimi nemici della sinistra PD. I quali hanno incassato forse fregandosi le mani ma senza deporre le armi.

I nemici di Renzi sono stati sostanzialmente gli stessi di Craxi e Berlusconi, i soliti: PCI – rappresentato dai suoi epigoni – sindacato, burocrazia, magistratura. E a quelli si aggiunsero in sede di referendum costituzionale le folte schiere di forze trasversali alle quali avrebbero nociuto sul piano degli interessi e delle opportunità personali la riforma del Senato, l’abolizione delle province e il ridimensionamento dei poteri regionali.

Riepilogo: tre potenziali riformatori battuti non dalle parti politiche dichiaratamente avverse – destra o sinistra che fossero – ma da altri poteri e altri interessi nonché dal corpo elettorale.

In tutti i casi – ed è curioso ma significativo – l’opposizione venne anche dal quotidiano un po’ leader culturale, politicamente: la Repubblica, già considerato espressione della borghesia illuminata, colta e progressista, un gruppo sociale di ardua individuazione e collocazione in Italia. L’opposizione a Renzi è stata leggermente meno radicale di quella ai suoi predecessori, ma forse solo per la ridotta veemenza dello Scalfari ultranovantenne e il minore talento di chi si è trovato a sostituirlo.

Negli intervalli qualche tentativo parziale fu operato anche da governi tecnici o quasi, ma pure quelli sono stati vittima del surrettizio sabotaggio dei risaputi affossatori.

Se ne dovrebbe perciò dedurre che la lotta politica nella Repubblica italiana è stata quasi tutta esterna al Parlamento, suo luogo istituzionale, fin da quando maturava nelle stanze riservate della DC, e che i cittadini in fondo per le riforme non hanno grande passione. Come d’altra parte in maggioranza non ce l’hanno per la politica.

Le prospettive del riformismo, dovunque si nasconda attualmente, sono perciò ben poco incoraggianti.

La conservazione dello status quo si consolida giorno dopo giorno anche attraverso tutto ciò che chiamiamo antipolitica. L’insieme cioè delle azioni intese a indebolire ulteriormente la politica addebitandole fenomeni dei quali è responsabile solo in parte: la crescita che non c’è, o è minima; la disoccupazione; il peso fiscale elevato; le mediocri prestazioni dell’amministrazione pubblica; le preoccupazioni per il futuro; le disuguaglianze crescenti, che riguardano la ricchezza ma anche i lavoratori, cioè quella profonda disuguaglianza tra i molto tutelati e i non tutelati affatto.

E, naturalmente, viene addebitata alla politica anche la corruzione, pur se da un bel pezzo pare evidenziarsi che il peggio non sta tanto in Parlamento quanto nei poteri locali e nella burocrazia, il cui interessato contributo basato principalmente sui diffusi poteri di veto parrebbe un indispensabile fattore abilitante.

A breve potrebbe partire un ulteriore tentativo riformista, sempre che l’ipotesi non venga scongiurata in partenza da una legge elettorale che rende il Parlamento un luogo di sviluppo dell’entropia.

Difficilmente un nuovo governo, qualunque, potrebbe evitare di definirsi riformista. Se non che, vista la situazione è probabile che i nuovi governanti, una volta entrati nella cosiddetta stanza dei bottoni, si trovino a constatare, come Nenni e il centro-sinistra organico degli anni ’60, che i bottoni stanno altrove.

Post inserito in: secondo me

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Riflessioni a vanvera n.38

17 maggio 2017

Legiferare nel silenzio

Abbiamo una legge sul lavoro autonomo in Italia, e su quello cosiddetto “agile” che per le manie anglofile è chiamato “smart working”. Una scemenzuola, visto che smart sta per brillante, intelligente: come se lavori diversamente regolati fossero stupidi.

Comunque una buona cosa, necessaria da tempo. La legge regola non solo forme di organizzazione flessibili e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, ma riconosce anche a quel paio di milioni di lavoratori a partita IVA, di fatto semi-dipendenti, tutele che finora non avevano per maternità, malattie, infortuni, formazione.

Bene no? Il lavoro cambia, il legislatore prende atto e si adegua.

Ok. Però i media nazionali su questo sono stati praticamente silenti. Tutto il contrario rispetto alle polemiche sui voucher. Niente polemiche niente copertura dei media, impegnati a dilatare bufale e generare tempeste in bicchierini d’acqua.

Anche questa è antipolitica, praticata da chi per professione la politica dovrebbe spiegarla.

  

Ignoranza al potere

C’è un libro non recentissimo che meriterebbe traduzioni e ristampe, se non altro per l’incoraggiamento contenuto nel titolo: “Et si on arrêtait les conneries?”, che più o meno sta per “e se la smettessimo di sparare cazzate?” L’ormai attempato Daniel Cohn-Bendit, già protagonista del maggio francese sessantottino, è uno degli autori.

Ma le cazzate, quelle non diffuse malignamente, fioriscono nell’ignoranza. Stiamo soffrendo, come italiani, dell’accantonamento della conoscenza. Pare che sia subentrato un tale scetticismo verso gli esperti (per lo più considerati asserviti a parti genericamente avverse) che molti ritengono meglio evitarli, affidandosi piuttosto a gente senza esperienza e senza competenza specifica.

Tanto ciò che davvero conta è il leader e apparire in TV, qualunque fregnaccia si dica.

 

Inglese in declino?

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che è più francofono che anglofono, durante un suo recente intervento ha deciso di parlare in francese affermando che “la lingua inglese sta perdendo importanza”. Forse un avvertimento per la signora May e per chi sostiene la Brexit. O forse una visione strategica asservita all’opportunità del momento.

Chissà che ne pensa Trump.

 

Per vedere l’effetto che fa?

 L’Italia ha deciso di sospendere il trattato di Schengen e ripristinare i controlli alle frontiere anche per i cittadini europei fino al prossimo 30 maggio. La misura è presentata come cautelativa in vista dello svolgimento dei vertici del G7 a Bari e Taormina.

Le norme Schengen verranno poi certamente ripristinate, anche in vista del turismo estivo, ma intanto si vede che effetto fa la cosa, come funziona l’organizzazione, che impegno supplementare richiede. Un test insomma, che non è detto non torni utile in futuro.

 

Ah! La crescita!

Nei prossimi due anni l’Italia crescerà meno di qualunque altro Paese europeo, dicono le previsioni di primavera della Commissione europea: +0,9 e +1,1%. Pesano, secondo la Commissione, l’incertezza politica e i problemi delle banche. Ma se a Bruxelles conoscessero meglio le spaventose inefficienze che comprimono la nostra produttività…

 

Facciamo un referendum

Sconcertante l’opinione che quasi tutti i problemi, indipendentemente dalla complessità, si possano risolvere ricorrendo a referendum popolari.

Il referendum è l’alibi di politici che si ispirano alle pance degli elettori, rinunciando all’autonoma elaborazione intellettuale, che non vogliono assumere responsabilità né prendere decisioni. Cioè di politici mediocri, inadeguati.

Se tutto si deve risolvere per via referendaria perché accanirsi per la periodica elezione di rappresentanti? A che servono?

Se poi per questi rappresentanti si richiede il vincolo di mandato ecco che il cerchio si chiude e tutto diventa liturgia, fiction. Basta la direzione del partito per decidere il da farsi, quando se la sente, o per promuovere un referendum.

Ma se la politica è marciume e i partiti sono organizzazioni a delinquere, via anche quelli. Democrazia diretta. Meglio se praticata da gente senza alcuna esperienza. Presa per la strada, come certi film del neorealismo. Basta il regista: come attori vanno bene i debuttanti.

Così si potrebbe abolire anche la Camera, oltre al Senato. Deputati e senatori diventerebbero dei responsabili di gazebo.

La democrazia formalmente sarebbe salva; per tranquillizzare i dubbiosi basterebbe citare i quattro gatti ateniesi maschi e benestanti del quinto secolo avanti Cristo o i quarantaquattro gatti svizzeri contemporanei.

 

Italiani brava gente

Poco più di sedici milioni erano gli italiani che pagavano il canone RAI. Passando all’incasso tramite bolletta dell’elettricità sono diventati ventidue milioni. Oltre cinque milioni cioè evadevano. Uno ogni tre che pagavano. Sarebbe bene ricordarselo quando si sentono lamentele sui politici ladri. Non sono forse italiani anche i politici?

 

Pubblicato da “Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura”

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