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Riflessioni a vanvera n.37

29 aprile 2017

C’è chi sa

C’è un magistrato che replica Pasolini.

Io so, scrisse Pasolini nel 1974, i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe”; dei mandanti delle stragi; del “vertice” che ha manovrato. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò di cui si scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace.

Fin qui Pasolini, molto in sintesi, per il quale sparate di questo tipo erano connaturate al ruolo e al quale erano consentite, con più o meno fastidio, proprio in quanto osservatore estraneo alle istituzioni e privo di canali informativi privilegiati.

Ma se è un magistrato inquirente che diffonde tramite stampa le sue supposizioni pur ammettendo di non avere prove? Questo magistrato sostiene di sapere che alcune ONG potrebbero essere finanziate dai trafficanti di umani, gli scafisti, però non ha prove. E’ del tutto probabile che i suoi sospetti abbiano un fondamento, ma perché comunicarli alla stampa? Questa loquacità è compatibile con il ruolo? Dove sono collocati i limiti alla libertà individuale di chi svolge ruoli finora regolati da una ben definita deontologia professionale?

 

Però c’è il TAR

Sospeso l’obbligo per i dirigenti pubblici di pubblicare online i loro stipendi, redditi e patrimoni.

Ci sono ricorsi pendenti al TAR e pertanto è meglio che la disposizione, che rientra nella vaporosa riforma della pubblica amministrazione, non abbia applicazione. Per ora. Poi si vedrà. Che è un po’ la caratteristica di gran parte della riforma: poi si vedrà.

In questo caso tuttavia la sospensione non mi dispiace. Quella forma di “trasparenza” mi sembra una ulteriore concessione alle pance e alla credenza popolare che “sono tutti ladri”.  Mi pare che così ci facciamo del male.

 

Quelli che l’Alitalia

L’Alitalia ha subito un management non all’altezza. Vero.

L’Alitalia è stata appesantita dai privilegi concessi negli anni buoni (ma anche grami) ai suoi dipendenti. Vero.

L’Alitalia è stata uccisa da Berlusconi quando, per ragioni tutte politiche, ha impedito la fusione con AirFrance-KLM per consegnarla, ripulita delle perdite affibbiate ai contribuenti e assegnataria del monopolio sulla tratta Fiumicino-Linate, a un gruppetto di imprenditori né tanto generosi né tanto abili ma italiani. Vero anche questo.

E però io vorrei sapere anche che cosa pensano adesso quelli che hanno voluto a tutti i costi un secondo hub italiano. Nessun esperto all’epoca fu in grado di trovare giustificazioni industriali alla scriteriata operazione Malpensa: solo, anche in quel caso, motivazioni puramente politiche.

E cosa hanno da dire quelli che hanno spinto per realizzare aeroportucoli nel bacino elettorale di proprio interesse? Oggi in Italia ci sono 112 aeroporti operativi; in Germania sono 53, in Francia 46.

Una conseguenza della proliferazione è che per generare traffico le società di gestione degli aeroportucoli incentivano le compagnie internazionali a servirsene anche offrendo un contributo per ogni atterraggio e decollo. Denaro pubblico che va ai concorrenti della “compagnia di bandiera”.

Questo, i tanti aeroporti e gli incentivi, ha rappresentato per le compagnie straniere, in particolare low cost, un vantaggio competitivo che ha consentito loro di conquistare in Italia le quote di mercato più elevate dell’Europa continentale. Ovviamente a danno di Alitalia.

Ebbene, non uno dei politici che hanno sostenuto e avallato quelle decisioni scellerate – quasi tutti ancora sulla breccia – oggi si fa a avanti ammettendo di avere sbagliato.

 

Leggete la Gazzetta Ufficiale

E’ legge il provvedimento sulla sicurezza urbana voluto dal ministro dell’Interno Minniti. La legge prevede tra l’altro maggiori poteri ai sindaci, anche riferiti alla tutela del decoro urbano e alla riqualificazione urbana; l’arresto in “flagranza differita” per i reati commessi durante le manifestazioni; ordinanze di allontanamento per l’occupazione delle strutture pubbliche; eccetera.

Un provvedimento di un certo peso, che accoglie istanze espresse da tempo e da più parti.

Se ne è parlato poco. Se non era per il solito intervento del solito onnisciente Saviano (critico) se ne sarebbe parlato ancora meno.

Stessa sorte d’altra parte di altre leggi che riguardano tanto la società e poco la politica.

Paginate invece sulle opinioni di questo o quel politico, forse referenti di giornalistucoli e portamicrofoni, sulle polemiche da comari, su ipotesi prive di fondamento e riscontro.

Perché i giornalisti parlamentari, a mio avviso, sono peggio dei parlamentari stessi, che pure sono tanto invisi alla popolazione.

 

C’è stile, talvolta

Un’altra cosa positiva che ha a che fare, molto indirettamente, con il ministro Minniti. Il suo capo della segreteria, marito di Valeria Fedeli, si è dimesso quando sua moglie è diventata ministro. Senza clamore. Una lezione di stile che consola chi ha rispetto delle istituzioni. Anche questa passata senza l’attenzione della stampa, che preferisce la polemica, la critica, e si astiene dal mettere in evidenza che anche in Italia ci sono persone corrette e accadono fatti positivi.

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Riflessioni a vanvera n.36

23 aprile 2017

25 Aprile

Ci risiamo. Ci risaremo per sempre, noi italiani viventi.

Schermaglie tra pseudo-politici, associazioni di vario genere, rappresentanze assortite di categorie, popoli, congreghe. Manifestazioni da più parti, alcune rituali altre deliberatamente provocatorie.

L’anniversario della liberazione rende puntualmente l’immagine di una popolazione parecchio retorica e molto litigiosa che con il fascismo e la sua conclusione in guerra civile non ha mai veramente fatto i conti, sul piano storico. Una popolazione che ancora oggi crede che il fascismo sia piombato sulla testa dei bravi e democratici italiani solo per il maligno volere di pochi malfattori interessati: gli industriali, i latifondisti, forse casa Savoia. E continua a credere che l’antifascismo fosse il sentimento dominante anche quando il fascismo era in auge.

Il fascismo invece è stato molto italiano, sostenuto da quasi tutti, da quelli che non lo hanno mai rinnegato e da quelli che al momento opportuno sono diventati antifascisti “da sempre”.

 

La vita degli altri

Gli ultrà cattolici si schierano con la tradizionale iattanza contro la legge detta “sul biotestamento”, che peraltro non è ancora legge e forse non lo sarà se non nella prossima legislatura, visto che è ancora soggetta al passaggio al Senato con alta probabilità di imboscate.

Trattasi di oltranzismo, secondo me. Nel presupposto ribadito da alcuni in questi giorni che il corpo appartiene a Dio non riesco a trovare fondamento, forse per miei limiti. Preferisco pensare che l’anima possa anche disfarsi dell’involucro, in certi casi.  La vita eterna non prevede corpo, per quanto ne so, e la nutrizione artificiale, proprio in quanto artificiale, non è naturale. Perché dovrebbe essere somministrata forzatamente contro la volontà dei sofferenti?

Sarebbe apprezzabile la concessione del libero arbitrio, rigettando per principio l’ipotesi che lo Stato (laico) consideri reato e come tale punisca ciò che per la religione è un peccato. La legge, in questo caso, concederebbe, non imporrebbe nulla a nessuno, al contrario dei cattolici che ritengono di dover dettare i comportamenti a tutti, cattolici e non.

Sarebbe anche utile meditare sul fatto che si dice che la speranza è l’ultima a morire, ma in alcuni terribili casi succede che morire diventi l’ultima speranza.

 

Riforma

Le 95 tesi di Lutero sono state pubblicate giusto 400 anni fa ed hanno creato lo scompiglio culturale, politico, sociale e religioso che sappiamo.

Sono curioso di vedere con quale enfasi sarà celebrata in Italia la ricorrenza.

 

Totò super italiano

E’ ormai opinione comune, ma sono passati 50 anni dalla morte, che mai come nel caso di Totò i critici cinematografici abbiano sbagliato valutazione. Forse, come a proposito del fascismo, si è trattato di non voler ammettere, non voler riconoscere quanto di tipicamente italiano c’era in molti personaggi che Totò ha magistralmente rappresentato. O forse era solo la spocchia di chi non accreditava la comicità di piena cittadinanza nell’Olimpo della cinematografia. Da cui l’inquadramento dell’artista come comico, anziché come attore a pieno titolo.

Alcuni intellettuali autentici si resero conto dell’errore ben prima che la critica cinematografica avesse dei ripensamenti. Quando i rapporti tra italiani e cinesi erano ai primi approcci Umberto Eco ebbe a dire: non so come faranno a capirsi se uno dei due popoli non conosce Totò.

 

Automobilisti

Da un’indagine condotta da Ipsos per il Barometro della Fondazione Vinci Autoroutes, che mette a confronto il comportamento dei guidatori in undici paesi dell’Unione Europea, gli italiani sono giudicati i conducenti meno responsabili. La disattenzione emerge come la prima causa di incidenti e l’uso di smartphone e simili alla guida come la prima causa di disattenzione, che sarebbe in forte aumento.

Parallelamente gli italiani, al contrario di altri europei, sono ottimisti circa la possibilità di ridurre il numero dei morti in incidenti stradali. Senza un motivo, si direbbe: così, sono fiduciosi. Come quando scrivono sms mentre guidano, forse.

Nel diffondere l’informazione le agenzie definiscono gli italiani come i più “spericolati”.

Ecco, su questo non concordo. “Spericolato” mi sembra un aggettivo eccessivamente garbato.

 

Pubblicato da “Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura”

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La Repubblica debilitata

18 aprile 2017

È un momento molto preoccupante della storia mondiale. Molto preoccupante, e anche triste, pure la fase che attraversa la politica italiana, le cui prospettive non lasciano spazio all’ottimismo.
Non parlo qui delle idee che circolano, o non circolano, ma della scarsa qualità degli addetti e del forse conseguente acre conflitto, pregiudiziale, che quotidianamente oltraggia la civiltà della dialettica politica.

Abbiamo vissuto periodi peggiori, per molti aspetti, ma li abbiamo superati soprattutto grazie alla coesione che la politica e le istituzioni hanno messo in campo, insieme ad un solido senso dello Stato. Penso in particolare agli esordi della Repubblica e agli anni del terrorismo.

Prendo ad esempio il caso Moro, in quanto clou di un periodo drammatico. In quei terribili giorni ha prevalso il partito trasversale della fermezza su quello, pure trasversale, più incline a trattare con i rapitori. Nessuno però nel presentare le proprie ragioni si è mai permesso di mettere in dubbio la dirittura morale e l’onestà intellettuale di chi aveva posizioni diverse. Tutti si sono comportati con saggezza e con misura, formale e sostanziale, senza strilli, senza messaggi incendiari, senza tentativi di delegittimazione.
C’era, inevitabilmente, chi interpretava il rapimento come espressione di un complotto, ma probabilmente si trattava degli stessi complottisti per approccio culturale che non credevano nemmeno alla morte di Hitler a Berlino nel 1945 o allo sbarco sulla luna.
I complottisti e gli estremisti ci sono sempre stati ma in quella circostanza il Paese ha evitato strappi, divisioni laceranti, ideologiche, nonché l’adozione di provvedimenti estremi, tipo leggi speciali, che pure da alcuni vennero proposte.
Moro è stato perso, purtroppo, ma il Paese ha retto, ricevendo il plauso del mondo, e il terrorismo è stato sconfitto.

Ecco, mi domando se ai giorni nostri la nazione sarebbe in grado di reagire con la stessa fermezza e coesione ad eventi di portata anche minore. E mi rispondo di no.
Prevarrebbero le voci dei rivoluzionari da talk show, degli speculatori politici, degli sciacalli.
Oggi il Paese è diviso in fazioni la cui contrapposizione si fonda sull’odio, non sulla diversità di opinioni; sull’attacco all’avversario, non sulla promozione delle proprie idee; sulla tattica elettoralistica, non sulla strategia.
In questo senso, e per questi motivi, oggi la Repubblica è debole, è poco amata e poco rispettata, debilitata dall’aggressione full time di furenti e ciechi picconatori.

Il problema è che per abbattere una costruzione bastano pochi cretini: è per rimetterla in piedi che occorrono persone di talento, dote al momento scarsamente esibita.

Pubblicato da “Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura” 15 aprile 2017

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Un piccolo passo contro l’ignoranza

10 aprile 2017

Il Movimento 5 stelle ha ai miei occhi fondamentali difetti strutturali: fa capo a una ditta, e perciò concede diritti dinastici; la sua democraticità interna è pura finzione; non ha posizioni politiche precise su temi fondamentali, il che consente l’abbandono a critiche esasperate, rozze e preconcette di chi invece le proprie idee le dichiara; ha una straordinaria attitudine alla superficialità anche quando indica soluzioni a temi complessi, meritevoli di un approfondimento che non pare nelle corde dei propagandisti full time spacciati per professionisti della politica.
Infine ha un comandante in capo, indiscutibile giudice monocratico di ultima istanza, il cui legale tuttavia precisa che il suo cliente non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio beppegrillo.it, né degli account Twitter, né dei tweet a suo nome. Beppe Grillo, secondo il legale, non ha alcun potere di direzione né di controllo su tutto quanto sopra né su ciò che ivi viene postato. Esilarante, ma anche un po’ inquietante.

Tutto questo per me va ben oltre il limite del tollerabile in una forza politica, ma non per questo valuto negativamente tutto ciò che il movimento esprime; oggi, per esempio, trovo apprezzabile la kermesse di Ivrea e non condivido affatto i giudizi negativi, talvolta sarcastici, degli avversari politici e di parte della stampa.
Uno degli elementi critici del movimento, a mio avviso, è infatti l’ignoranza che contraddistingue quasi tutti i suoi esponenti, i quali non hanno punti di riferimento culturali né sembrano interessati ad averne. Quando la politica si riduce a propaganda l’ignoranza è una risorsa. Guai se i propagandisti/imbonitori avessero dubbi: meno sanno e più sono convinti di ciò che dicono, spontaneamente o no.

Proprio per questo io trovo che il tentativo fatto ad Ivrea di coinvolgere personaggi comunque di spessore, in grado di offrire ad attivisti e simpatizzanti la loro visione dell’evoluzione del mondo, sia di per sé un fatto positivo. Mi sembra un tentativo di sollecitare il pensiero, di limitare l’ignoranza, il che non mi sembra in alcuna misura condannabile.
Se poi qualcuno degli invitati partecipa ritenendo di poter trarre vantaggio dalla vicinanza al potenziale potere del prossimo futuro si tratta di una manifestazione tutt’altro che nuova che va ascritta esclusivamente alle personalità dei singoli, non alla politica.

Sul piano generale se si pensa che un giorno il movimento potrebbe essere alla guida politica del Paese si dovrebbe contemporaneamente pensare che il tentativo di migliorarsi vada anche nell’interesse del Paese stesso.
Un Paese purtroppo avvilito da una politica di basso livello, la cui pochezza si manifesta anche così, disprezzando pregiudizialmente gli avversari, i loro esponenti, le loro idee e le loro azioni.

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Scuola novecentesca e nativi digitali

2 aprile 2017

La ministra dell’Istruzione chiede 25mila assunzioni. Normale domandarsi e domandarle: perché? Con quali obiettivi? Per insegnare che cosa?

Anche i nuovi assunti, come già i 7/800mila attuali, dovrebbero formare dei nativi digitali, che già all’asilo smanettano forsennatamente sui tablet, non solo per giocare.
Gli insegnanti di oggi, a maggior ragione se neo assunti, hanno infatti a che fare con ragazzi per i quali la rete, gli strumenti per usarla, i social media sono pane quotidiano. Il che non si può dire per i docenti, nel complesso.

È possibile che di fronte a nuove assunzioni non ci si pongano domande su come deve essere la scuola che deve formare i nativi digitali? Quelli le nozioni le trovano tutte in rete all’occorrenza e perciò usano la memoria naturale in maniera molto parziale. Loro, gli studenti di oggi, vedranno il mondo evolvere profondamente e vi si adegueranno senza alcuno sforzo. E gli insegnanti?

La scuola tradizionale sembra inadeguata alla bisogna, anche perché pare evidente che per i ragazzi l’apprendimento avviene diversamente da come avvenne nei tempi pre-digitali. Il loro apprendimento è di tipo esplorativo, acquisiscono conoscenze interagendo, non solo ascoltando e prendendo appunti.
E anche la stessa pretesa che lo smartphone, che per i ragazzi è una protesi irrinunciabile, debba essere lasciato fuori dalla scuola è arcaica. Loro non vivranno mai senza uno smartphone o sue evoluzioni future, perché dovrebbero farlo in classe?

Non possiamo replicare i modelli educativi novecenteschi perché quelli e non altri si addicono al personale docente attualmente disponibile. Perciò dobbiamo intenderci (appello alla politica): se il ministero deve mantenere la funzione di primo ufficio di collocamento del Paese non è necessario modificare nulla, nemmeno il ministro. Se però deve diventare il riferimento per lo sviluppo intellettuale e personale delle nuove generazioni, mettendole in condizione di adeguarsi al meglio al futuro, qualunque esso sarà, allora va cambiato molto, se non tutto.
In questo secondo caso con pesantissime ricadute sociali nel breve termine, inutile nasconderselo. Ma la prima soluzione, difendere lo status quo, non le evita comunque: le posticipa soltanto, scaricandole su altri soggetti. Come il debito pubblico.

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Riflessioni a vanvera n.35

1 aprile 2017

Italia in movimento

H-FARM, il polo educativo/tecnologico/imprenditoriale del trevigiano fondato da Riccardo Donadon, nel settembre 2018 diventerà probabilmente il più importante polo europeo dedicato all’innovazione.
Innovazione intesa fondamentalmente come digitale, che non è tutta l’innovazione possibile, però il progetto battezzato H-Campus coinvolgerà circa tremila persone. Costoro, in linea di massima, dovrebbero essere tra quelle che aiuteranno la società italiana ad orientarsi in un mondo  certamente diverso da quello di oggi.

Auguri!

 

Scuola ferma

La ministra dell’Istruzione chiede 25mila assunzioni. Normale domandarsi e domandarle: perché? Con quali obiettivi? Per insegnare che cosa?

Anche i nuovi assunti, come già i 7/800mila attuali, dovrebbero formare dei nativi digitali, che già all’asilo smanettano forsennatamente sui tablet, non solo per giocare.

Gli insegnanti di oggi, a maggior ragione se neo assunti, hanno infatti a che fare con ragazzi per i quali la rete, gli strumenti per usarla, i social media sono pane quotidiano. Il che non si può dire per i docenti, nel complesso.

È possibile che di fronte a nuove assunzioni non ci si pongano domande su come deve essere la scuola che deve formare i nativi digitali? Quelli le nozioni le trovano tutte in rete all’occorrenza e perciò usano la memoria naturale in maniera molto parziale. Loro, gli studenti di oggi, vedranno il mondo evolvere profondamente e vi si adegueranno senza alcuno sforzo. E gli insegnanti?

La scuola tradizionale sembra inadeguata alla bisogna, anche perché pare evidente che per i ragazzi l’apprendimento avviene diversamente da come avvenne nei tempi pre-digitali.

Il loro apprendimento è di tipo esplorativo, acquisiscono conoscenze interagendo, non solo ascoltando e prendendo appunti.

E anche la stessa pretesa che lo smartphone, che per i ragazzi è una protesi irrinunciabile, debba essere lasciato fuori dalla scuola è arcaica. Loro non vivranno mai senza uno smartphone o sue evoluzioni future, perché dovrebbero farlo in classe?

Non possiamo replicare i modelli educativi novecenteschi perché quelli e non altri si addicono al personale docente attualmente disponibile.

Perciò dobbiamo intenderci (appello alla politica): se il ministero deve mantenere la funzione di primo ufficio di collocamento del Paese non è necessario modificare nulla, nemmeno il ministro. Se però deve diventare il riferimento per lo sviluppo intellettuale e personale delle nuove generazioni, mettendole in condizione di adeguarsi al meglio al futuro, qualunque esso sarà, allora va cambiato molto, se non tutto. In questo secondo caso con pesantissime ricadute sociali nel breve termine, inutile nasconderselo. Ma la prima soluzione, difendere lo status quo, non le evita comunque: le posticipa soltanto, scaricandole su altri soggetti. Come il debito pubblico.

 

Votare oh oh!

Tra elezioni politiche, amministrative, primarie di partito, circoli e condomini non se ne può più dei piagnistei per la ridotta partecipazione al voto, che poi ciascuno interpreta secondo pregiudizi e convenienze.

Fino al 1946 in Italia il voto è stato riservato a una parte della popolazione maschile. Il primo suffragio universale, sempre solo maschile, fu introdotto nel 1919, ma parteciparono il 56,6% degli aventi diritto. Nel 1921 la partecipazione crebbe al 58,4% e nel 1924 il 63,1%. Percentuali che oggi costerebbero milioni in carta e inchiostro.

Poi fu la volta dei plebisciti per un SI o un NO alle liste dei candidati fascisti, statisticamente meno rilevanti per la loro natura e perché lo stesso Mussolini disse che la democrazia dava al popolo solo l’illusione della sovranità, che in effetti stava altrove.

È solo nel 1946 che si passa al suffragio universale, donne per la prima volta comprese, e al clamoroso 89,1% di partecipazione. Ma quelli erano tempi eccezionali in tutti i sensi e il voto fu enfatizzato come “dovere”, tanto che non pochi temettero conseguenze in caso di non voto.

Il calo degli anni a venire, soprattutto i più recenti, è fisiologico delle democrazie mature e d’altra parte la percentuale dei votanti rimane per ora superiore a quella di chi in Italia segue la politica. Per non parlare di quanti tra costoro sanno con accettabile approssimazione come funzionano le principali istituzioni.

Il suffragio universale è senz’altro un esercizio democratico, ma non si può automaticamente sostenere che è un bene per la democrazia.

 

Politichetta

È incredibile come lamenti la mancanza di contenuti da parte della classe politica proprio chi invece di capire, valutare e spiegare quei contenuti sembra interessato solo ai pettegolezzi e alle polemiche di bassa lega. Mi riferisco a singoli e media.

 

Notiziole

Le Nazioni Unite informano che il mondo sta affrontando in questi anni la più imponente crisi umanitaria dal 1945. Forse ignorando che ci sono in giro persone che la risolverebbero in poche settimane.

 

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