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Quando i debiti non si pagano

14 marzo 2017

Dopo la prima guerra mondiale la questione dei debiti divenne centrale e alcune decisioni, come gli addebiti alla Germania sconfitta, crearono le premesse per evoluzioni negative della storia.

I debiti erano di due tipi: quelli attribuibili agli sconfitti per i danni creati ai Paesi nemici e quelli contratti per armare e mantenere gli eserciti. I debiti italiani erano del secondo tipo e il creditore principale erano gli USA, poi la Gran Bretagna. Ma nei primi anni del dopoguerra l’Italia non fece fronte.

Fu Mussolini, ansioso di affermare nel mondo l’immagine dell’Italia fascista fiera e leale, che decise di onorare gli impegni. Forse il duce desiderava anche che la “sua” Italia non apparisse inferiore a quella che tra il 1861 e il 1876 saldò tutti i debiti contratti nel Risorgimento e conseguì nel frattempo il pareggio di bilancio.

Nel 1925 il ministro delle finanze Giuseppe Volpi guidò a New York la delegazione, che comprendeva Dino Grandi e Alberto Pirelli, incaricata di negoziare le modalità del rimborso. Tra la difesa di un principio (i debiti si pagano) e i progetti di business messi sul tavolo (l’Italia, se non economicamente prosciugata, era mercato appetibile per i prodotti USA) si raggiunse un compromesso in base al quale il rimborso fu fissato in 62 anni, con rate via via crescenti. Che comunque non furono pagate, anche se alla firma dell’accordo il ministro Volpi lasciò immediatamente sul tavolo – con cineprese attive – un assegno di 5 milioni.

D’altra parte quasi nessuno rimborsò mai i debiti di guerra. L’unico Paese che pagò tutto, che non era molto, fu la Finlandia. I soliti primi della classe.

Dopo la seconda guerra mondiale non solo non furono ripetuti gli errori politici con i quali si concluse la prima ma addirittura furono gli stessi Stati Uniti, più che mai creditori principali, a finanziare la ricostruzione europea con il piano Marshall, probabilmente l’elemento più determinante per la costruzione della nuova Europa.

Il piano di aiuti contrastò l’attrazione del comunismo e neutralizzò i rischi connessi alle ambizioni sovietiche, che sarebbero probabilmente state maggiormente assecondate da una popolazione lasciata per qualche anno nella situazione di fame e disperazione del 1945.

Contemporaneamente favorì la ripresa post bellica, non solo finanziandola direttamente ma creando uno stato di fiducia che attrasse verso i Paesi europei altri investimenti, privati.

Infine evitò i contenziosi che segnarono il dopoguerra precedente e crearono le premesse della seconda guerra mondiale. In un clima non conflittuale poterono invece svilupparsi le idee e gli accordi all’origine dell’Unione Europea, uno dei cui esiti non discutibili è stata la fine delle guerre tra europei, fino a quel tempo ricorrenti.

 

Ora, noi in Europa abbiamo situazioni debitorie piuttosto pesanti (Grecia e Italia in primis) ma non va dimenticato che negli anni recenti il mondo ha subito e assorbito crisi pesantissime: Messico, Corea, Indonesia, Filippine, Malaysia, Thailandia, Russia (in bancarotta nel 1998), Brasile, Turchia, Argentina.

Questo lascia pensare che lo spauracchio dei debiti e della Troika in Europa abbia anche una valenza strumentale e politica e che il default eventuale – se all’interno dell’Unione – sarebbe certamente un danno grave per il Paese che lo dovesse subire, ma non ingestibile. Il default di un Paese euro creerebbe d’altra parte anche sull’Unione ripercussioni gravi, non tutte misurabili a priori, che imporrebbero interventi di stabilizzazione.

Si direbbe che in caso di grave crisi di un membro dell’Unione converrebbe a tutti trovare vie di uscita non ideologiche, eventualmente ripensando anche alla generosità del piano Marshall, peraltro non priva di ritorni neppure per gli Stati Uniti, che lo considerarono giustamente un investimento, non un puro sostegno a fondo perduto.

Ci pensino quelli che vorrebbero lasciare l’Europa e fare da soli.

 

Pubblicato da “Nel futuro – web magazine di informazione e cultura” – 13 marzo 2017



 

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