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Riflessioni a vanvera n.32

12 marzo 2017

Il Piave mormora ancora

Non passa lo straniero. Nel suo accanimento contro il futuro, ma anche contro il presente, la Corte Costituzionale ha stabilito che le Università italiane possono eventualmente tenere alcuni corsi di singole materie in lingua straniera ma non interi corsi di studio.

Accade nella retrograda Italia del 2017, proprio mentre le Università milanesi vorrebbero attrarre studenti dall’estero.

Si è arrivati alla Consulta, per la storia, tramite Consiglio di Stato dopo che alcuni docenti hanno fatto ricorso al TAR, che nella sua tradizionale lungimiranza lo ha accolto, contro il progetto del Politecnico di Milano di attivare corsi in inglese, pratica diffusa in altre Università dell’Europa continentale. L’Europa contemporanea.

In Italia però nulla da fare. Anzi, un gruppo di circa 1500 (millecinquecento) tra accademici e non in una lettera aperta propone – come già fatto dall’Accademia della Crusca – di ribadire in Costituzione, per sicurezza, l’affermazione che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica.

Si attendono analoghe istanze delle regioni, province scampate all’abolizione e comuni per l’inserimento dei dialetti, con primato sull’italiano per quanto riguarda le leggi locali, le indicazioni stradali e il dialogo con gli uffici pubblici del territorio.

 

Aiuto! Accade il prevedibile

Curioso atteggiamento di commentatori che erano manifestamente per il NO al referendum costituzionale di dicembre con lo scopo, anche, di togliere di mezzo l’Italicum (“combinato disposto”) ma esprimono ora lacrimevoli tiritere e appelli al Parlamento in vista delle elezioni 2018. Se non cambiano le leggi elettorali, osservano acutamente, si va verso l’ingovernabilità o un governo di compromesso, che molti sospettano sarebbe poco efficace. Il che, aggiungo io, a molti in fondo non dispiacerebbe.

Ipocrisia? Superficialità? Essere contro il maggioritario con ballottaggio e monocameralismo e anche contro il proporzionale con premio di maggioranza di fatto irraggiungibile è un esercizio intellettuale assai ardito. Si potrebbe fare chiarezza precisando quale legge elettorale sarebbe gradita, ma questo non avviene, se non negli spot pubblicitari (gratuiti).

 

L’Italia immutabile (Montanelli mi manchi)

“Di tutti gli scandali che affliggono questo nostro povero Paese il più grosso di tutti è quello di una Giustizia dagli interventi imprevedibili e dalle procedure ambigue, che sembrano escogitate non per isolare il pus ma per diffonderlo nel sangue della nazione, confondendo le idee e perpetuando le incertezze”

“In Italia c’è, tra gli altri, un terrorismo giudiziario che non riesce quasi mai ad appurare le colpe ma riesce quasi sempre ad additare al linciaggio dei colpevoli, che anche quando poi risultano innocenti restano marchiati a vita e spesso moralmente distrutti”

“Alcuni si convincono che tutto è marcio e quindi non vale la pena di difenderlo. Altri si persuadono che se non tutti certo la maggioranza di questi casi sono il riflesso di lotte interne di palazzo di cui una certa magistratura si fa complice. E così cresce la sfiducia in tutti. E così il sistema si sgretola e va in pezzi”.

Tre frasi tratte pari pari da un articolo di Indro Montanelli per il Giornale. Data: 21 maggio 1981.

Non è un errore: 1981. Undici anni prima di mani pulite. 36 anni fa.

Totalmente ripubblicabili oggi, come appena scritte. Grande Montanelli. Ma quanto sarebbe interessante leggerlo oggi su certi colpevolisti a prescindere!

 

Sbagliare è umano. Anche avere dubbi.

Dal 1992 al 2014 secondo l’ANAI (Associazione Avvocati) almeno cinquantamila cittadini sono stati incarcerati senza meritarlo. Circa 25.000 sono stati, nello stesso periodo, i rimborsi riconosciuti dallo Stato.

Sarebbe bene che i tanti che confondono la Giustizia con la vendetta e che vorrebbero vedere in galera anche i semplici sospettati riflettano su questi dati, gli ultimi disponibili e avallati dal Ministero.

In altri tempi, quelli dell’illuminismo, Voltaire sosteneva che è meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente. In altri tempi.

 

Lo stile DC non va fuori moda

Con il morigerato e rassicurante Paolo Gentiloni l’immagine, se non la struttura, della prima Repubblica e dei governi a guida democristiana è già perfettamente ripristinata. Lui, Gentiloni, gestisce in modo felpato, smussa gli angoli, non critica, non vede gufi, non alza la voce, non sollecita.

Si fa perfino intervistare da Pippo Baudo a Domenica in, esattamente come trent’anni fa, quando la prima Repubblica era ancora molto lontana dall’essere scombussolata. Praticamente un’operazione nostalgia. Tutto soft, garbato, educato. Come i due personaggi, che hanno anche stile.

Un tuffo nel passato che pare tanto un anticipo di futuro, a parte lo stile.

  

Vecchi DC sempre in pista

C’era da rinnovare la presidenza alla FIGC, più nota come Federcalcio. Due candidati: il presidente uscente, Carlo Tavecchio, e Andrea Abodi.

Il primo, 74 anni, già politico nella Democrazia Cristiana, bazzica la federazione dal 1987 e si è messo involontariamente in luce anche a livello internazionale per alcuni goffi incidenti verbali riguardanti giocatori extracomunitari e altro. Ha scritto un libro: forse riesce meglio nello scritto che nell’orale, che risulta dialettale e alquanto impervio. Libro di discreto successo, visto che 20.000 copie sono state acquistate proprio dalla federazione da lui diretta. Una scelta non elegantissima, direbbe un pignolo.

Il secondo si è laureato quando Tavecchio bazzicava già la federazione (ha 57 anni), poi è stato manager di aziende internazionali con competenze nell’organizzazione di grandi eventi sportivi e nella gestione di diritti legati allo sport, al calcio in particolare. Dal 2010 è presidente della lega calcio per la serie B e, come tale, consigliere federale.

A un profano poteva sembrare il candidato migliore, a occhio, se non altro perché ogni tanto è meglio dare una rinfrescata. Ma, secondo il navigato Tavecchio, Andrea Abodi aveva un difetto gravissimo: si è candidato per ambizione personale. Una cosa intollerabile tra gentiluomini.

E la smodata ambizione infatti è stata frustrata. I votanti hanno confermato Carlo Tavecchio dopo negoziazioni da conclave, con tanto di voti segreti e voltafaccia dell’ultimo momento. Degli arbitri, per esempio, da sempre poco inclini alle novità.

E d’altra parte chi poteva vincere nell’Italia iper-conservatrice di questi tempi?

 

C’erano un francese, un italiano, una tedesca….

A Versailles si sono incontrati i rappresentanti dei quattro Paesi più popolosi e importanti dell’Europa post Brexit per programmare il rilancio dell’Unione.

I quattro sono: una tedesca prossima ad elezioni che al momento secondo i sondaggi non la vedrebbero vincente; un francese quasi scaduto che non si è ricandidato e tra due mesi farà altro; uno spagnolo a capo di un governo di minoranza che sta, direbbe Ungaretti, “come d’autunno sugli alberi le foglie” e un italiano con scadenza febbraio 2018. Probabilmente il più longevo dei quattro, nella carica.

Più che un rilancio un appello ai posteri.

 

All’erta sto

Adriano Celentano e signora hanno notato movimenti attorno alla loro estesa residenza in Brianza che li hanno preoccupati. I quotidiani e le televisioni hanno dedicato pagine intere e servizi speciali alla losca faccenda, ignorando che gli anziani sono soggetti talvolta ad ansie e paure immotivate.

L’Arma dei Carabinieri ha comunque prontamente provveduto a ripristinare la tranquillità degli augusti vegliardi spostando militi a presidio del loro villone, sottraendoli però (i militi, non i vegliardi) alla vigilanza ordinaria negli ordinari paesi limitrofi abitati da ordinari cittadini.

Bene. La sicurezza pubblica un po’ più privata ma va bene. Tutti più sereni, a parte i sindaci di quei paesi che si sono lamentati ma non hanno avuto grande audience. Ma nella loro saggezza popolare lo sapevano da prima che se non fai audience non conti niente.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura – 11.03.2017



 

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