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Riflessioni a vanvera n.34 (lavoro e gioventù)

26 marzo 2017

A Vanvera (34) – Lavoro e gioventù

di Massimo Biondi

 

Lavorare gratis

Nuovo libro di Domenico De Masi: “Lavorare gratis, lavorare tutti. Il futuro è dei disoccupati”. Il sociologo ha sempre amato stupire, stavolta forse esagera.

Lasciamo stare che identifichi come astrusi sotterfugi il jobs act e i voucher: lui l’anno scorso ha avuto una commessa da deputati cinquestelle e si sa che fare un piacere a un cliente è buona cosa. Ed è forse sempre per compiacere il cliente che il prof (ora emerito) sostiene con una certa superficialità, dal punto di vista economico, l’ipotesi consolatoria del reddito di cittadinanza, suggerendo genericamente di prelevare i fondi necessari dove ci sono i robot (copyright Bill Gates).

Il progresso tecnologico evita il lavoro, è la tesi di riferimento, però forse De Masi non conosce le condizioni di lavoro di chi consente che il progresso tecnologico eviti agli altri di lavorare.

Chi crea e gestisce le soluzioni digitali di solito fa un lavoro molto impegnativo, stressante, segnato dalle dead line e dall’evoluzione continua delle tecnologie, in America come in Asia. Anche in Italia. Tanti doveri e non tanti diritti. E quei lavori saranno necessari anche più di adesso. Come si fa a suggerire a costoro di lavorare gratis, sostenuti materialmente solo dal fantomatico reddito di cittadinanza, magari non diverso da quello percepito dai perdigiorno?

Il lavoro non c’è per tutti, ma per alcuni c’è, non troppo tutelato e molto impegnativo; anche per altri c’è, molto tutelato e non troppo impegnativo (dipendenti pubblici, professori inclusi); per altri ancora ci sarebbe ma non è ambìto (lavori manuali in genere); per altri infine non c’è davvero, salvo i casi ammirevoli di chi se lo inventa, spesso con successo.

De Masi inoltre – forse per deformazione professionale – predica la laurea obbligatoria per tutti. Ma se la laurea è come ora uno strumento per posizionarsi con qualche vantaggio nella corsa al lavoro, a che serve se non si lavora più? E poi, la laurea e mai più un libro tutta la vita come accade spesso oggi? In un mondo che cambia così rapidamente?

Semmai è la formazione permanente che ci vuole, autogestita. Anche praticando lo scambio: io ti insegno questo tu mi insegni quello. Così gratis si può fare.

Ciascuno impara dove e come può, preoccupandosi di acquisire le conoscenze che man mano la vita richiederà fino alla vecchiaia, inclusa. Ma nessuna formalità e soprattutto nessuna autorità burocratica che a 23/24 anni ti concede un bollino di non assoluta ignoranza, come Chiquita con le banane, ti augura buona fortuna e poi si disinteressa di te per sempre. Valore legale manco a parlarne, ovviamente.

Credo di avere letto tutti i libri di De Masi, ho partecipato ad alcuni suoi seminari (splendidi anche per l’atmosfera, quelli di Ravello, dove eccezionalmente sono stato anche relatore), ma stavolta proprio non lo seguo.

 

Lavorare!

Il problema del lavoro comunque è chiaro che va affrontato ricorrendo anche a quello che in tempi passati si chiamava “pensiero laterale”. Cioè cambiare approccio mentale. In questo senso tutte le idee nuove vanno bene, se non altro come stimolo al ragionamento.

Certo se restiamo in attesa della crescita le cose peggioreranno. Secondo il World Economic Forum da qui al 2020 la tecnologia costerà altri 5 milioni di posti di lavoro nel mondo avanzato, differenza tra i 2 milioni creati e i 7 milioni persi.

L’idea che lo Stato garantisca a tutti il denaro necessario per vivere a prescindere dal lavoro ha un suo fascino, ma mi sembra che necessiti di qualche messa a punto.

 

Lavorare?

Un amico sta reclutando stagisti.  È un po’ deluso.

Una, mi ha detto, ha voluto precisare che però eventualmente lei in azienda ci verrebbe per guardare, non per lavorare. Così dice che l’hanno istruita alla scuola di provenienza.

Un’altra ha esordito chiedendo orario e ricompensa, inclusa eventuale fornitura di smartphone. Nessuna domanda inutile tipo “cosa dovrei fare?”

Una terza, media l’altezza ma abbondante il peso, alla domanda tradizionale “cosa le piacerebbe fare dopo il diploma” ha prontamente risposto che il suo desiderio sarebbe di fare la majorette, però eventualmente andrebbe bene anche un lavoro in televisione.

Nulla che sia tra le esigenze dell’azienda del mio amico.

 

Il lavoro dei padri

Si sa che i genitori dei millennials sono spesso sotto accusa, per vari motivi. Molti secondo me lo sono anche per quanto riguarda il lavoro dei loro figli, in particolare nella discendenza maschile. Quanti medici indirizzano i figli a fare il medico? O l’avvocato l’avvocato? O il docente, il dirigente, l’architetto, e così via.

Io non ho avuto il problema, mio figlio neppure, entrambi lontani dalle tracce genitoriali, ma credo che alcuni padri (meno le madri) non si rendano conto che pretendendo dai figli “la continuità” instaurano un confronto permanente che non può che andare a danno dei giovani.

L’ho visto in qualche caso, in particolare in azienda. Si dice che in molte imprese la seconda generazione distrugge quello che ha fatto la prima. Ma a volte è vero anche che la prima distrugge la seconda, magnificando sé stessa ogni santo giorno, enfatizzando i propri successi, ritenendo che il proprio sia l’unico modo di operare, forse di vivere, e pretendendo che il figlio replichi esattamente, senza nulla aggiungere né togliere. Lo chiamano esempio ma è il modello, l’unico accettato.

Il figlio di uno così è destinato al fallimento, ma la colpa non è sua.

 

Trentenni poveri

I trentenni di oggi sembrano accusare i loro genitori in massa – come generazione – anche per un fatto rilevato dall’Istituto Britannico per gli Studi Fiscali: disporrebbero mediamente di un patrimonio che è quasi la metà rispetto a solo una decina di anni fa. Non a caso il tempo dello scoppio della bomba finanziaria.

La loro è inoltre la prima generazione, guerre a parte, a non avere un reddito superiore alla precedente, nemmeno in prospettiva.

Meno risorse, meno opportunità di lavoro, meno garanzie.

Situazione generalizzata, non solo britannica. I governi che sembrano andare sempre e soltanto alla ricerca della crescita come soluzione di tutti i problemi conosciuti o si illudono o cercano di illudere noi.

 

Giovanissimi preoccupanti

Forse non sono ancora consci delle difficoltà future, ma “New Statesman”, rivista politica britannica, fa rilevare che tra i giovanissimi è diffuso l’espediente di catturare attenzione favorevole nei social media postando commenti fasulli, anche la morte di un genitore. Talvolta segue la richiesta esplicita di un certo numero di like.

Per un adolescente, spiega l’articolo, usare massicciamente i social media è un passatempo comunissimo e i luoghi digitali sono diventati il campo d’elezione in cui si manifestano i primi rapporti sociali della vita. Altro che l’oratorio!

Scrive sul tema anche Highsnobiety (magazine online attento ai trend sociali, oltre 11 milioni di visite mensili, circa 110.000 sottoscrittori della newsletter) sostenendo che “i social media hanno creato una generazione di narcisisti ossessionati da sé stessi. Individui in continua competizione per un like o un retweet che utilizzano ogni evento della vita come fonte di auto-promozione”. Non indulgente.

Non mi sembra azzardato supporre che quando questi ragazzi si affacceranno al mondo reale, per esempio per un lavoro, non sapranno come reagire agli sberloni che la vita dispensa senza particolare parsimonia.

 

Pubblicato da “Nel Futuro, web magazine di informazione e cultura” – 25 marzo 2017

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Riflessioni a vanvera n.33

18 marzo 2017

A Vanvera (33)

di Massimo Biondi

 

Olanda (Europa)

Gran sollievo della maggior parte dei politici e della stampa perché in Olanda non hanno vinto gli xenofobi anti-Islam e anti-Europa. Era già andata più o meno così in Austria, in dicembre, e secondo Bloomberg anche il partito anti immigrati e anti UE al governo dal 2015 in Finlandia avrebbe dimezzato i suoi consensi, secondo i sondaggi. Bene.

Però per come è andato il voto in Olanda ora dovranno mettersi insieme da quattro a sei partiti per fare maggioranza.

Situazione che potrebbe essere istruttiva anche per il nostro prossimo futuro, con l’aggravante non da poco che là sono olandesi e qui no.

 

Un brutto passo indietro.

Via i voucher. Niente referendum, niente voucher.

È probabile che avrebbero votato per l’abrogazione i simpatizzanti CGIL e i numerosi antipatizzanti del governo (di Renzi, diciamo), anche quelli che dei voucher, o buoni lavoro, sanno poco o nulla. Però altri sindacati non erano d’accordo e il quorum non era per nulla scontato.

La maggioranza tuttavia ha preferito evitare la prova. Ha preferito cioè non difendere il proprio punto di vista, una legge che aveva sostenuto e che il Parlamento ha approvato. Male, molto male e ben poco promettente. Da una sconfitta possibile a una sicura, immediata ma di altro tipo.

Un’altra sconfitta per quella minoranza non particolarmente agguerrita di italiani che ritiene il Paese riformabile con un po’ di buona volontà.

 

Propaganda sempre, politica mai

Alla Camera si discute di una delle leggi mancanti in un Paese che di leggi ne ha troppe: quella sul testamento biologico. Aula deserta. Tanto poi l’eventuale approvazione sarebbe priva di effetto finché non ci sarà l’approvazione anche del Senato. Finirà prima la legislatura, evitando così conflitti fra possibili alleati nel prossimo Parlamento, eletto col sistema proporzionale.

 

La politica urla perché è debole

Nel frattempo però il Parlamento, ben lungi dal proporre e discutere come mettere pezze qua e là a situazioni difficili e bisognose di intervento, si dedica con partecipazione e seguito mediatico ad insulse manifestazioni come la sfiducia personale al ministro Lotti, la ancor più insulsa – ma politicamente carognesca – richiesta al governo di revocargli le deleghe e la vicenda del senatore Minzolini.

Trattasi, va detto, di un Parlamento di pessima qualità, giudicandolo dal lato degli interessi del Paese. È quel Parlamento di molti bersaniani e molti grillini che quando fu eletto, nel 2013, fece pensare al rinnovamento: più giovani, più donne, molti nuovi parlamentari.  Ma erano sherpa di partito e sprovveduti frequentatori del web.

 

Facile a dirsi

In Alitalia si riparla di capitali da reintegrare, posti di lavoro, nuovi manager e nuove strategie. Quella del momento parrebbe buttarsi nel low cost.

A me pare una scemenza.

Il personale Alitalia non è per nulla low cost e non credo proprio che ne abbia la mentalità né che i contratti di lavoro in vigore siano in linea con le esigenze di una compagnia di quel tipo. Non basta assumere e strapagare qualche manager esperto per convertire un’azienda che culturalmente pare ancora molto “carrozzone pubblico”.

La componente umana e culturale è tuttora ritenuta da qualcuno un fattore flessibile, ma la storia dimostra che non lo è affatto. Quando falliscono le fusioni spesso il motivo è la mancata osmosi tra gruppi di persone. E quando falliscono le riconversioni il più delle volte c’è di mezzo la resistenza delle persone. Gli esseri umani sono straordinariamente legati alle abitudini, i lavoratori anche a prerogative e privilegi, spesso confondendo le une con gli altri.

 

Sono vecchie le mamme d’Italia

Le mamme italiane sono le più vecchie d’Europa (notizia de IlSole24Ore tornato in edicola). Il primo figlio arriva in media a 30,8 anni e le italiane sono anche le donne che fanno meno bambini, con un tasso di fertilità dell’1,35.

Non può essere solo un problema di welfare e di lavoro. Giocano senz’altro fattori culturali, ma senza dubbio i lamentosi diranno che la colpa è dello Stato.

 

Beata ignoranza

600 professori hanno redatto un appello pubblico chiedendo l’intervento di Governo e Parlamento per combattere l’ignoranza che pare non sufficientemente filtrata durante i diversi cicli scolastici. “Nelle tesi di laurea – scrivono – ci sono errori da terza elementare. Bisogna ripartire dai fondamentali: grammatica, ortografia, comprensione del testo, eccetera”. Errori contenuti nelle tesi di laurea, è bene ribadire, cioè dopo almeno 17 anni di studio.

E il lamento sembra giustificato anche dalla quantità di strafalcioni colti negli esami di abilitazione (insegnanti, medici, avvocati, architetti, commercialisti) che regolarmente riportati dalla stampa creano un divertimento amaro e qualche preoccupazione.

Direi che non è nemmeno più tempo per incolpare il ’68. Quelli del sei politico viaggiano oggi sulla settantina. Ci sarebbe stato tempo per rimediare, volendo.

 

Usate i mezzi pubblici

I mezzi pubblici di Milano sono sponsorizzati. Lo sponsor applica alle vetture i propri marchi, colori e slogan, anche sui finestrini. Il mezzo appare completamente ricoperto, come se fosse della ditta sponsor.

Alcuni sono simpatici, festosi, ma gira anche un tram tutto blu scuro sponsorizzato senza discrezione da un’impresa di pompe funebri. Come dire: ricordati che devi morire…Noi in quel momento ci saremo.

Anche questo è marketing, ma pare che quel tram giri quasi vuoto. Gli scaramantici aspettano il successivo.

 

Milano, autobus. Una ragazza capellona tatuata e piercingata seduta vicino alla porta non alza lo sguardo per molti minuti dal suo smartphone sul quale digita velocemente con evidente perizia. Improvvisamente alza la testa e urla (voce molto alta, molto, la sentono tutti): “cazzo! Dovevo scendere!” E si butta imprecando tra le porte che si stanno chiudendo, perdendo una scarpa tipo sneakers, lacci apparentemente allacciati. Il mezzo prosegue con la scarpa a bordo. Scesa alla fermata sbagliata, già incazzatissima prima e ora anche senza una scarpa, ma non pioveva.

 

Milano, autobus. Una signora tutta imbacuccata, borsone in una mano, smartphone nell’altra, sale dalla porta vicino al conducente e immediatamente gli dice: “può spegnere il riscaldamento?” Senza un buongiorno, uno scusi, un per favore. Niente. Poi va a sedersi senza aspettare la risposta, che peraltro, opportunamente, non arriverà.

 

Milano, tram. Lo sponsor non è quello del memento mori. C’è un’insegnante con alcuni studenti grandicelli, almeno ginnasiali (parlano di ora di greco). L’insegnante, di mezza età, si alza poco agilmente e avvicinandosi all’uscita dice “sono tutta acciaccata”. Il ragazzo dietro di lei, un animalone largo e lungo, chiede: “acciaccata? Che vuol dire prof?” La prof spiega il significato. La parola indolenzita pare risolvere. Ma un altro giovanottone è stupito: “ma va! È sicura? Io sapevo che voleva dire confuso, o qualcosa di simile”.

Scendono e ciao. Fine del cabaret. Naturalmente ho testimoni.

Agli sceneggiatori a corto di idee Cesare Zavattini suggeriva: usate i mezzi pubblici.

 

Pubblicato da “Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura” – 18 marzo 2017

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Quando i debiti non si pagano

14 marzo 2017

Dopo la prima guerra mondiale la questione dei debiti divenne centrale e alcune decisioni, come gli addebiti alla Germania sconfitta, crearono le premesse per evoluzioni negative della storia.

I debiti erano di due tipi: quelli attribuibili agli sconfitti per i danni creati ai Paesi nemici e quelli contratti per armare e mantenere gli eserciti. I debiti italiani erano del secondo tipo e il creditore principale erano gli USA, poi la Gran Bretagna. Ma nei primi anni del dopoguerra l’Italia non fece fronte.

Fu Mussolini, ansioso di affermare nel mondo l’immagine dell’Italia fascista fiera e leale, che decise di onorare gli impegni. Forse il duce desiderava anche che la “sua” Italia non apparisse inferiore a quella che tra il 1861 e il 1876 saldò tutti i debiti contratti nel Risorgimento e conseguì nel frattempo il pareggio di bilancio.

Nel 1925 il ministro delle finanze Giuseppe Volpi guidò a New York la delegazione, che comprendeva Dino Grandi e Alberto Pirelli, incaricata di negoziare le modalità del rimborso. Tra la difesa di un principio (i debiti si pagano) e i progetti di business messi sul tavolo (l’Italia, se non economicamente prosciugata, era mercato appetibile per i prodotti USA) si raggiunse un compromesso in base al quale il rimborso fu fissato in 62 anni, con rate via via crescenti. Che comunque non furono pagate, anche se alla firma dell’accordo il ministro Volpi lasciò immediatamente sul tavolo – con cineprese attive – un assegno di 5 milioni.

D’altra parte quasi nessuno rimborsò mai i debiti di guerra. L’unico Paese che pagò tutto, che non era molto, fu la Finlandia. I soliti primi della classe.

Dopo la seconda guerra mondiale non solo non furono ripetuti gli errori politici con i quali si concluse la prima ma addirittura furono gli stessi Stati Uniti, più che mai creditori principali, a finanziare la ricostruzione europea con il piano Marshall, probabilmente l’elemento più determinante per la costruzione della nuova Europa.

Il piano di aiuti contrastò l’attrazione del comunismo e neutralizzò i rischi connessi alle ambizioni sovietiche, che sarebbero probabilmente state maggiormente assecondate da una popolazione lasciata per qualche anno nella situazione di fame e disperazione del 1945.

Contemporaneamente favorì la ripresa post bellica, non solo finanziandola direttamente ma creando uno stato di fiducia che attrasse verso i Paesi europei altri investimenti, privati.

Infine evitò i contenziosi che segnarono il dopoguerra precedente e crearono le premesse della seconda guerra mondiale. In un clima non conflittuale poterono invece svilupparsi le idee e gli accordi all’origine dell’Unione Europea, uno dei cui esiti non discutibili è stata la fine delle guerre tra europei, fino a quel tempo ricorrenti.

 

Ora, noi in Europa abbiamo situazioni debitorie piuttosto pesanti (Grecia e Italia in primis) ma non va dimenticato che negli anni recenti il mondo ha subito e assorbito crisi pesantissime: Messico, Corea, Indonesia, Filippine, Malaysia, Thailandia, Russia (in bancarotta nel 1998), Brasile, Turchia, Argentina.

Questo lascia pensare che lo spauracchio dei debiti e della Troika in Europa abbia anche una valenza strumentale e politica e che il default eventuale – se all’interno dell’Unione – sarebbe certamente un danno grave per il Paese che lo dovesse subire, ma non ingestibile. Il default di un Paese euro creerebbe d’altra parte anche sull’Unione ripercussioni gravi, non tutte misurabili a priori, che imporrebbero interventi di stabilizzazione.

Si direbbe che in caso di grave crisi di un membro dell’Unione converrebbe a tutti trovare vie di uscita non ideologiche, eventualmente ripensando anche alla generosità del piano Marshall, peraltro non priva di ritorni neppure per gli Stati Uniti, che lo considerarono giustamente un investimento, non un puro sostegno a fondo perduto.

Ci pensino quelli che vorrebbero lasciare l’Europa e fare da soli.

 

Pubblicato da “Nel futuro – web magazine di informazione e cultura” – 13 marzo 2017

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Riflessioni a vanvera n.32

12 marzo 2017

Il Piave mormora ancora

Non passa lo straniero. Nel suo accanimento contro il futuro, ma anche contro il presente, la Corte Costituzionale ha stabilito che le Università italiane possono eventualmente tenere alcuni corsi di singole materie in lingua straniera ma non interi corsi di studio.

Accade nella retrograda Italia del 2017, proprio mentre le Università milanesi vorrebbero attrarre studenti dall’estero.

Si è arrivati alla Consulta, per la storia, tramite Consiglio di Stato dopo che alcuni docenti hanno fatto ricorso al TAR, che nella sua tradizionale lungimiranza lo ha accolto, contro il progetto del Politecnico di Milano di attivare corsi in inglese, pratica diffusa in altre Università dell’Europa continentale. L’Europa contemporanea.

In Italia però nulla da fare. Anzi, un gruppo di circa 1500 (millecinquecento) tra accademici e non in una lettera aperta propone – come già fatto dall’Accademia della Crusca – di ribadire in Costituzione, per sicurezza, l’affermazione che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica.

Si attendono analoghe istanze delle regioni, province scampate all’abolizione e comuni per l’inserimento dei dialetti, con primato sull’italiano per quanto riguarda le leggi locali, le indicazioni stradali e il dialogo con gli uffici pubblici del territorio.

 

Aiuto! Accade il prevedibile

Curioso atteggiamento di commentatori che erano manifestamente per il NO al referendum costituzionale di dicembre con lo scopo, anche, di togliere di mezzo l’Italicum (“combinato disposto”) ma esprimono ora lacrimevoli tiritere e appelli al Parlamento in vista delle elezioni 2018. Se non cambiano le leggi elettorali, osservano acutamente, si va verso l’ingovernabilità o un governo di compromesso, che molti sospettano sarebbe poco efficace. Il che, aggiungo io, a molti in fondo non dispiacerebbe.

Ipocrisia? Superficialità? Essere contro il maggioritario con ballottaggio e monocameralismo e anche contro il proporzionale con premio di maggioranza di fatto irraggiungibile è un esercizio intellettuale assai ardito. Si potrebbe fare chiarezza precisando quale legge elettorale sarebbe gradita, ma questo non avviene, se non negli spot pubblicitari (gratuiti).

 

L’Italia immutabile (Montanelli mi manchi)

“Di tutti gli scandali che affliggono questo nostro povero Paese il più grosso di tutti è quello di una Giustizia dagli interventi imprevedibili e dalle procedure ambigue, che sembrano escogitate non per isolare il pus ma per diffonderlo nel sangue della nazione, confondendo le idee e perpetuando le incertezze”

“In Italia c’è, tra gli altri, un terrorismo giudiziario che non riesce quasi mai ad appurare le colpe ma riesce quasi sempre ad additare al linciaggio dei colpevoli, che anche quando poi risultano innocenti restano marchiati a vita e spesso moralmente distrutti”

“Alcuni si convincono che tutto è marcio e quindi non vale la pena di difenderlo. Altri si persuadono che se non tutti certo la maggioranza di questi casi sono il riflesso di lotte interne di palazzo di cui una certa magistratura si fa complice. E così cresce la sfiducia in tutti. E così il sistema si sgretola e va in pezzi”.

Tre frasi tratte pari pari da un articolo di Indro Montanelli per il Giornale. Data: 21 maggio 1981.

Non è un errore: 1981. Undici anni prima di mani pulite. 36 anni fa.

Totalmente ripubblicabili oggi, come appena scritte. Grande Montanelli. Ma quanto sarebbe interessante leggerlo oggi su certi colpevolisti a prescindere!

 

Sbagliare è umano. Anche avere dubbi.

Dal 1992 al 2014 secondo l’ANAI (Associazione Avvocati) almeno cinquantamila cittadini sono stati incarcerati senza meritarlo. Circa 25.000 sono stati, nello stesso periodo, i rimborsi riconosciuti dallo Stato.

Sarebbe bene che i tanti che confondono la Giustizia con la vendetta e che vorrebbero vedere in galera anche i semplici sospettati riflettano su questi dati, gli ultimi disponibili e avallati dal Ministero.

In altri tempi, quelli dell’illuminismo, Voltaire sosteneva che è meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente. In altri tempi.

 

Lo stile DC non va fuori moda

Con il morigerato e rassicurante Paolo Gentiloni l’immagine, se non la struttura, della prima Repubblica e dei governi a guida democristiana è già perfettamente ripristinata. Lui, Gentiloni, gestisce in modo felpato, smussa gli angoli, non critica, non vede gufi, non alza la voce, non sollecita.

Si fa perfino intervistare da Pippo Baudo a Domenica in, esattamente come trent’anni fa, quando la prima Repubblica era ancora molto lontana dall’essere scombussolata. Praticamente un’operazione nostalgia. Tutto soft, garbato, educato. Come i due personaggi, che hanno anche stile.

Un tuffo nel passato che pare tanto un anticipo di futuro, a parte lo stile.

  

Vecchi DC sempre in pista

C’era da rinnovare la presidenza alla FIGC, più nota come Federcalcio. Due candidati: il presidente uscente, Carlo Tavecchio, e Andrea Abodi.

Il primo, 74 anni, già politico nella Democrazia Cristiana, bazzica la federazione dal 1987 e si è messo involontariamente in luce anche a livello internazionale per alcuni goffi incidenti verbali riguardanti giocatori extracomunitari e altro. Ha scritto un libro: forse riesce meglio nello scritto che nell’orale, che risulta dialettale e alquanto impervio. Libro di discreto successo, visto che 20.000 copie sono state acquistate proprio dalla federazione da lui diretta. Una scelta non elegantissima, direbbe un pignolo.

Il secondo si è laureato quando Tavecchio bazzicava già la federazione (ha 57 anni), poi è stato manager di aziende internazionali con competenze nell’organizzazione di grandi eventi sportivi e nella gestione di diritti legati allo sport, al calcio in particolare. Dal 2010 è presidente della lega calcio per la serie B e, come tale, consigliere federale.

A un profano poteva sembrare il candidato migliore, a occhio, se non altro perché ogni tanto è meglio dare una rinfrescata. Ma, secondo il navigato Tavecchio, Andrea Abodi aveva un difetto gravissimo: si è candidato per ambizione personale. Una cosa intollerabile tra gentiluomini.

E la smodata ambizione infatti è stata frustrata. I votanti hanno confermato Carlo Tavecchio dopo negoziazioni da conclave, con tanto di voti segreti e voltafaccia dell’ultimo momento. Degli arbitri, per esempio, da sempre poco inclini alle novità.

E d’altra parte chi poteva vincere nell’Italia iper-conservatrice di questi tempi?

 

C’erano un francese, un italiano, una tedesca….

A Versailles si sono incontrati i rappresentanti dei quattro Paesi più popolosi e importanti dell’Europa post Brexit per programmare il rilancio dell’Unione.

I quattro sono: una tedesca prossima ad elezioni che al momento secondo i sondaggi non la vedrebbero vincente; un francese quasi scaduto che non si è ricandidato e tra due mesi farà altro; uno spagnolo a capo di un governo di minoranza che sta, direbbe Ungaretti, “come d’autunno sugli alberi le foglie” e un italiano con scadenza febbraio 2018. Probabilmente il più longevo dei quattro, nella carica.

Più che un rilancio un appello ai posteri.

 

All’erta sto

Adriano Celentano e signora hanno notato movimenti attorno alla loro estesa residenza in Brianza che li hanno preoccupati. I quotidiani e le televisioni hanno dedicato pagine intere e servizi speciali alla losca faccenda, ignorando che gli anziani sono soggetti talvolta ad ansie e paure immotivate.

L’Arma dei Carabinieri ha comunque prontamente provveduto a ripristinare la tranquillità degli augusti vegliardi spostando militi a presidio del loro villone, sottraendoli però (i militi, non i vegliardi) alla vigilanza ordinaria negli ordinari paesi limitrofi abitati da ordinari cittadini.

Bene. La sicurezza pubblica un po’ più privata ma va bene. Tutti più sereni, a parte i sindaci di quei paesi che si sono lamentati ma non hanno avuto grande audience. Ma nella loro saggezza popolare lo sapevano da prima che se non fai audience non conti niente.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura – 11.03.2017

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Riflessioni a vanvera n.31

5 marzo 2017

Ahi, ahi!

La Svezia ripristinerà il servizio militare di leva obbligatorio. La decisione è motivata dalle crescenti tensioni generate dalla Russia nei paesi baltici.  Donald Trump, che ha saputo, lui solo, di atti terroristici proprio in Svezia, annuncia un consistente incremento delle spese militari degli Stati Uniti, anche se quelle attuali sono superiori, pare, a quelle di tutto il resto del mondo.

Trump chiede inoltre che anche i Paesi NATO, come l’Italia, contribuiscano con più generosità. Almeno il 2% del PIL, dice. Noi siamo verso l’1,2% ma – dice un generale di buon senso – che ci facciamo con tutti quei soldi in più?  Non è normale mettere soldi e poi decidere perché. Logica vorrebbe che si facessero dei progetti e poi eventualmente si reperissero i soldi per finanziarli.

Leader quieti

Pare infondata la supposizione che un leader per essere tale debba necessariamente avere un carattere estroverso, addirittura esuberante, tipo Trump, appunto, come paiono preferire tra gli altri i cacciatori di teste.

Un recente manuale presentato dal New York Times (“Quiet. The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking”) esorta a imparare ad ascoltare piuttosto che a parlare. E a non sottovalutare il potenziale dei timidi, che sarebbero “immuni alle lusinghe di fama e ricchezza”.

Hai visto mai che torna il senso della misura e l’abitudine a riflettere prima di agire?

Buona volontà

L’Italia è piena di uomini e donne di buona volontà. Hanno idee, tempo e desiderio di aiutare il Paese. Poi, messi all’opera, si accorgono che far accadere cose in Italia, con l’intreccio di norme, responsabilità suddivise, trovaproblemi fulltime e pletora di enti coinvolti è molto laborioso, difficilissimo. E se ne lamentano. Ultimo Vasco Errani, commissario alla ricostruzione post terremoto. Uno che pure nella pubblica amministrazione ci si muove da anni. Dal 1983 per la precisione. Errani, tra l’altro, il disastro del terremoto lo aveva già vissuto nel 2012 come presidente dell’Emilia-Romagna. Cioè, se in Italia ci sono tre persone che dei problemi da affrontare dopo il terremoto in Italia centrale dovevano essere consapevoli, uno è lui.

Idiozie

A me sembra idiota la norma che impone alla Rai di rispettare il tetto dei compensi agli artisti, equiparandoli ai dirigenti. Il delirio chiamato populista imperversa facendo strage della logica e del buon senso.

Vorrei chiedere ai rancorosi che godono vedendo colpire i più fortunati (più bravi non è possibilità contemplata dai frustrati) cosa penserebbero se una norma imponesse alla squadra di calcio per la quale tifano il tetto agli ingaggi, lasciando le squadre avversarie libere di regolarsi come meglio credono.

Banane e giornali

Perfettamente riuscita l’operazione lancio di Starbucks in Italia. Offrendo al Comune di Milano la realizzazione di due aiuole in piazza del duomo la società si è garantita la possibilità di sorprendere piantandoci palme e banani, così generando dibattiti più o meno surreali e di conseguenza una eco incredibile in tutto il Paese e, purtroppo per la nostra reputazione, anche all’estero. Nessuna pubblicità tradizionale, anche se infinitamente più costosa, avrebbe ottenuto lo stesso successo.

Geniale operazione di marketing, perciò, alla faccia di quelli come Aldo Cazzullo che inopinatamente scrivendo sulle pagine che furono di Biagi e Montanelli considera una umiliazione l’arrivo in Italia di Starbucks, concludendo per di più il suo stupefacente pezzo col dubbio di stampo salviniano che chissà quanti dei 350 posti di lavoro previsti andranno ad immigrati.

Immagino che nessuno negli Stati Uniti abbia scritto detto o pensato cose altrettanto strampalate per l’apertura di Eataly, che tra l’altro pare abbia grande successo.

Però purtroppo così è ridotto il già autorevole Corriere della Sera nell’Italia 2017.

Etica e media

Nessuna intenzione, né titolo, da parte mia per imbarcarmi in ragionamenti su temi di ordine etico. Ho molti dubbi, per fortuna. Però mi sembra che il desiderio di approfondire sia frustrato in molti casi dall’utilizzo di un lessico inadeguato. Ho letto e sentito affermazioni confuse e contraddittorie circa istituti del tutto diversi: testamento biologico non è eutanasia e questa non è suicidio assistito. Su questo dubbi non ne ho.

Scuola e lavoro

Sento dire che tornano a crescere le iscrizioni ai licei. Più scientifico, ma anche classico. Non c’è incremento invece per gli istituti tecnici e professionali, che però in Germania garantiscono le maggiori opportunità di lavoro, anche grazie all’efficace interscambio fra scuole e imprese.

Poi sento per caso in un servizio televisivo che i diplomati dell’istituto tecnico Omar di Novara trovano tutti lavoro in pochissimo tempo, da anni. Il che non è una caratteristica della zona.

Un paio di giorni dopo è il preside di un istituto tecnico della Lombardia a lamentare di avere meno studenti dei posti disponibili, nonostante il suo istituto sia, dati alla mano, una specie di garanzia per chi vuole lavorare.

Ci sono imprese, almeno nel nord, che lamentano la mancanza di giovani italiani pronti a svolgere lavori correttamente retribuiti: elettricisti, carpentieri, falegnami, idraulici, meccanici. Così ricorrono agli immigrati o a ex dipendenti già pensionati, perché il lavoro c’è.

Certo, liceo fa più status, ma se poi non si raggiunge la laurea o se ne raggiunge una con pochi sbocchi professionali il lavoro diventa una chimera.

Mediocrazia

“La mediocrazia” è l’intrigante titolo di un libro (che mi è parso noioso) di Alain Deneault. La tesi di fondo è che senza prese della Bastiglia né incendi del Reichstag o altri atti violenti ed evidenti l’assalto è comunque avvenuto e i mediocri hanno preso il potere.

L’autore attribuisce all’ambiente universitario, che conosce bene e sul quale si sofferma a lungo, la caratteristica di avere rinunciato all’autocritica, di rifiutare di rimettere in discussione un sistema che ha come ragione d’essere la propria conservazione. Ciò crea mediocrità, e poiché la principale competenza di un mediocre, secondo Deneault, è quella di riconoscere un altro mediocre, ecco creata la mediocrazia. Più o meno.

Deneault si muove tra Francia e Canada, credo che non sappia quasi nulla della classe dirigente italiana, alla quale però quelle considerazioni potrebbero tranquillamente riferirsi.

Il PIL nella società del low cost

Se la digitalizzazione rende fruibili a costo minimo rispetto al passato prodotti e servizi evoluti; se le app sostituiscono il lavoro umano; se lo sviluppo tecnologico nel suo insieme elimina lavori e posti di lavoro; se chi un lavoro ce l’ha lo mantiene in modo precario e le retribuzioni tendono a decrescere; se, infatti, anche per la raccolta di pomodori il compenso è di 3 euro al giorno (altro che voucher!), se cioè la tendenza è quella di inseguire il low cost ovunque e comunque possibile, come si può pensare che parallelamente cresca sensibilmente il PIL?

Forse gli economisti si devono sforzare di trovare altri parametri di valutazione, ma quella sembra una categoria poco fantasiosa: da decenni spaccia per inattaccabili ricette, anche opposte tra loro, tutte di scarso successo.

È necessario pensare a qualcosa di diverso. Certo, buttando probabilmente a mare teorie imparate in anni di studio e tuttora alla base dell’attività professionale di molti. Doloroso, me ne rendo conto, ma non è che possiamo andare tutti di male in peggio per conservare il riciclo di idee immutabili per la comodità di qualcuno.

Minimalismo

Economisti e politici continuano imperterriti per la loro strada, ma nel frattempo c’è chi si accorge che sarebbe utile aggiornare alcuni stili di vita.

Non si tratta di decrescita più o meno felice: per ora la maggioranza pare dell’idea che sarebbe eventualmente una iattura, per nulla felice. Ma crescono, con pubblicazione di appositi manuali, i fautori del minimalismo. Si tratta di regole comportamentali personali, una filosofia che insegna a vivere privandosi di oggetti, attività e ambizioni la cui eliminazione non modificherebbe gran che la qualità della vita.

Il punto di partenza è chiedersi sempre, prima di decidere: mi serve davvero? È ciò che voglio? Migliorerebbe la mia vita?

Può essere tutto: un maglione, una cena al ristorante, una vacanza, un’ambizione professionale. Oppure altro, se quelle cose sono ritenute importanti. Le scelte non devono essere sentite come una privazione né, meno che mai, con frustrazione. E infatti i primi candidati all’adozione di questa disciplina dovrebbero essere proprio i benestanti, che sono poi la categoria che ha più opportunità di rinuncia.

Per cominciare alcuni consigliano di rovistare dappertutto in casa ed eliminare ciò che già c’è ma non serve, o non viene utilizzato da molto tempo.

Il piacere della saggezza come antidoto al consumismo.

Protestanti

Una delle cose strane in Italia è che protestano molto i garantiti, a difesa di garanzie e anche di privilegi, mentre si fanno poco sentire quelli che garanzie non ne hanno. E non hanno né articoli 18 né auto con le quali bloccare il traffico né, spesso, sindacati che li sostengono.

 

Pubblicato da Nel Futuro, web magazine di informazione e cultura, 4.3.2017

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