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Riflessioni a vanvera n.30

28 febbraio 2017

Una licenza è per sempre

Chiunque avvii un’attività fa un investimento iniziale e cerca di calcolare in quanto tempo lo potrà recuperare. E procede con l’ammortamento. I tassisti no. D’altra parte a loro piace definirsi imprenditori ma la loro non è tecnicamente un’impresa. Per loro la licenza non è un cespite da ammortizzare in qualche anno ma una polizza sul futuro, eterna, intoccabile, ingualcibile: è a tempo indeterminato, normalmente il suo valore cresce nel tempo e il possessore la può rivendere a chiunque, basta che sia un incensurato con adeguata patente di guida. Il Comune licenziante – e come tale titolare del diritto di concessione – non ha voce in capitolo.

Per tutelare il valore delle licenze, infatti, basta che si parli di un rischio anche minimo di apertura alla concorrenza (il Comune intende rilasciare nuove licenze o consentire l’operatività ai licenziatari dei comuni confinanti, oppure, come ora, si presentano operatori non appartenenti alla casta) i nostri si ribellano, bloccano servizio e città, organizzano casini bestiali, generando talvolta tafferugli e, naturalmente, disagi quanti più riescono. Questo da decenni.

Ora che in tanti settori stiamo fronteggiando l’evoluzione portata dagli smartphone e dalle “app” credo che sia necessario rivedere le regole.
Ci sarebbe in Italia anche un’Autorità per i Trasporti, ma in questi giorni non se ne è parlato. Male, perché l’Autorità, tra l’altro, un suo piano teorico per uscire dalle secche lo ha anche prodotto, nel 2015. Lettera morta.
Non sarebbe male che il ministro Delrio almeno una telefonata la facesse. O per chiedere collaborazione o per proporre l’abolizione dell’Autorità.

App economy

Che riguardi i tassisti o altri la app economy è inarrestabile, sta penetrando nella società e sta sconvolgendo modelli di business consolidati.
App Economy è il titolo di un libro di Matteo Sarzana del 2016. Eccede un po’ in entusiasmo, magari, ma è utile per squarciare veli.

Le app sono migliaia e ogni giorno ne appaiono di nuove. Trasporto e turismo sono due tra i settori più ricchi di scelte. Basta uno smartphone e servizi finora resi attraverso intermediari diventano self service: il cliente fa da sé e il servizio è più completo, più personalizzabile, meno costoso. Nelle intenzioni, almeno (per me un umano preparato è ancora preferibile, ma per gli erogatori no. E dei posti di lavoro che scompaiono meglio discutere in altra sede).

Purtroppo temo che tra chi siederà attorno ai famigerati tavoli di discussione per trovare soluzioni alle istanze dei tassisti pochi abbiano analizzato il fenomeno e le sue implicazioni attuali e prossime.

App economy alla pugliese

FlixBus è una specie di UBER che opera nel trasporto extraurbano su strada. È in sostanza una app: i pullman e gli autisti sono quelli delle società che fanno magari da molti anni il lavoro di trasportare persone; per quelle società FlixBus fa marketing, trova clienti, fa i prezzi (Milano – Parigi a partire da 9 euro!). Ha la app! È già operativa in Italia e i clienti al 97% si dichiarano soddisfatti.

Però è successo che quattro deputati pugliesi abbiano infilato nel decreto milleproroghe (pratica orrenda) un emendamento sostanzialmente anti FlixBus inteso, palesemente, a favorire un’impresa appartenente ad una famiglia della loro regione assai attiva, diciamo così. L’emendamento è passato, forse beneficiando di qualche distrazione, tanto che il governo ha dovuto poi prendere l’impegno a rimediare alla vaccata.

Per gli interessati i quattro si chiamano Bruni, D’Ambrosio-Lettieri, Perrone e Tarquinio, appartengono al gruppo Conservatori e Riformisti (scissione da Forza Italia, nel loro piccolo) che fa capo al pugliese Raffaele Fitto.
No comment. Aspettiamoci la costituzione del gruppo Alti e Bassi, o Sobri e Ubriachi.

Tornano i terroni

Qui al Nord tira un’aria grama, tra la gente: si cercano colpevoli. E fra le categorie più citate, naturalmente dopo i politici e gli immigrati, tornano in auge i meridionali.

Circola molto la considerazione che il laborioso Nord deve farsi carico di una specie di Grecia interna da mantenere, devastata da cattiva amministrazione, criminalità, sfruttamento dello Stato, anche diffusa pigrizia della popolazione (quando si vuole colpevolizzare non si va tanto per il sottile).

Vengono citati gli ormai mitici 22mila, o 25mila o 28mila forestali stipendiati dalla regione Sicilia, nella quale mancherebbero tra l’altro all’appello una cinquantina di miliardi di imposte, secondo la recente valutazione del responsabile dell’esazione.
Poi si continua citando dati, alcuni buttati là senza senso e senza fondamento ma altri precisi, adatti a dipingere una realtà che appare peggiore al Sud che al Nord: i dipendenti pubblici, in particolare regionali, molto più numerosi di quelli di corrispondenti regioni del Nord; i pensionati per invalidità; i non invalidi ma comunque esonerati con certificato medico dal fornire le prestazioni per le quali sono stati assunti, tipo stare all’aperto per un vigile urbano, guidare per un autista, chinarsi per un giardiniere; i beneficiari della legge 104, molto più numerosi di quelli del Nord, con punte statisticamente grottesche.
Per quelli che citano questi dati, i tanti disoccupati del Sud (“dove non funziona niente”) si dividono in tre categorie: quelli attivi nella malavita, quelli non professionalmente malavitosi ma pagati in nero e i lazzaroni.

Va così proprio ora che la Lega Nord sembra avere accantonato la prospettiva della secessione e che il PIL è cresciuto più al Sud che nel Centro-Nord.

Tutto gratis

Dopo le accese polemiche non ci sono aggiornamenti sull’ipotesi di far pagare ai turisti l’ingresso al Pantheon di Roma.

Il pagamento è già richiesto per l’accesso a numerosi monumenti e chiese, all’estero e in Italia: uscieri, pulitori, guide, manutentori si pagano anche così, un po’ a carico della fiscalità generale e un po’ di chi quei siti li visita.
Da noi però, per il Pantheon come per Venezia, sempre polemiche. Il tentativo del “pubblico” di procurarsi mezzi per fornire servizi generali o specifici è sempre pregiudizialmente osteggiato. Siamo prontissimi a pretendere dalle istituzioni, ma quando si tratta di contribuire subentrano i soliti cori: mascalzoni, lo Stato costa troppo, lo sperpero, l’incapacità, la corruzione, “loro” però di sacrifici non ne fanno, i soldi li prendano dai ricchi, eccetera.

Nel caso dell’arte si aggiungono gli estremisti de “la cultura (o l’arte) è gratis”. Ma chi lo dice?
Meglio far pagare i turisti che ridurre la manutenzione dei siti artistici e storici. E meglio prendere qualche soldo dai turisti che ridurre il welfare. O no?

Quote rosa

Al CONI e nelle Federazioni sportive la presenza femminile è minima. Però le quote di genere vanno rispettate, gradualmente. Perciò ecco una donna che corre da sola come consigliere. La Federazione per la quale è candidata però non è atletica, nuoto, basket, ginnastica, scherma, pallavolo, sci, insomma una delle discipline che hanno larga e qualificata presenza femminile. Nemmeno tennis, purtroppo, anche se le tenniste italiane ottengono da un bel pezzo risultati che i colleghi maschi si sognano. No: la federazione della quale la signora Maria Moroni diventerà consigliere è la FPI, Federazione Pugilistica. Della quale lei è l’unica donna tesserata, leggo.

Niente di male, certo. Piuttosto che niente meglio piuttosto, si dice, però sono perplesso, anche perché il pugilato non mi piace, ma quello femminile proprio mi disturba.

Rosa anch’io

Quello delle primarie è un istituto democraticamente apprezzabile, però richiede regole che lo qualifichino. Già le precedenti primarie del PD sono state utili ad outsider per mettersi in mostra e poi proseguire sullo slancio mediatico la carriera politica, più o meno di successo. Nel 2007 Mario Adinolfi, blogger voluminoso, raggiunse lo 0,7% dei voti, probabilmente il minimo storico, roba da espulsione. Nel 2009 e nel 2013 si misero in luce, mediatica, rispettivamente Ignazio Marino, in seguito non fortunato sindaco di Roma, e Beppe Civati, lombardo di gentile aspetto ma di modesti trascorsi politici. E anche il futuro, per i due, appare incerto.

Ora, 2017, si candida la signora Salerno, la cui motivazione principale sembra quella di essere donna (Carlotta il nome). Quote rosa anche qui. Può darsi che non venga ammessa in quanto non iscritta al partito, che non parrebbe un dettaglio irrilevante, come nel caso di illustri precedenti, da Marco Pannella a Beppe Grillo (che però in occasione della candidatura si iscrisse).
Rimane a mio avviso la considerazione che l’istituto delle primarie meriti una maggior attenzione almeno ai requisiti, tanto dei votanti che dei candidati.

Una piadina con cachi e nutella

“Mi piacciono gli ananas ma non sulla pizza. Se potessi li vieterei”, ha affermato il presidente islandese Guðni Jóhannesson, guadagnandosi una popolarità internazionale che finora non lo aveva mai sfiorato. E guadagnandosi, anche se non lo saprà mai, il mio convinto applauso.

Non so come siano le pizze che mangia il signor Jóhannesson, non sono mai stato in Islanda (e comunque non credo che avrei mangiato pizza), ma personalmente sono sempre meno attratto dalle sperimentazioni in cucina.
La gastronomia, diciamo così, esagerando, spopola nei media e crea personaggi alquanto improbabili, come il popolare chef che ci fa sapere con sussiego che a casa sua lo chiamano “solo” per nome. Modestia a parte.

Tramontata con un certo sollievo la nouvelle cuisine, che ci ha lasciato soprattutto piatti variopinti e semivuoti, ma meticolosamente dettagliati nei menu, si continua comunque ad inseguire l’innovazione, che consiste spesso nel mettere insieme ingredienti molto più godibili separatamente che mischiati.
Lo scopo pare sia stupire, differenziarsi. Si fa sperimentazione, a caro prezzo. Anche i piatti della tradizione sono “rivisitati”, solitamente peggiorandoli.

Oltre quella del signor Jóhannesson mi piace ricordare un’affermazione di James Joyce: “Dio ci ha dato buon cibo. Poi purtroppo il diavolo ci ha mandato i cuochi”.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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Riflessioni a vanvera n.29

19 febbraio 2017

Italiani malmostosi

Quand’è che abbiamo cominciato a incattivirci?  Da quando il lamento è diventato il rumore di fondo della società?

Confusamente, e con molta approssimazione, mi viene da pensare all’introduzione del maggioritario. C’è altro, ma visto che è innegabile l’influenza della politica sui cittadini, quello forse è stato uno spartiacque.

Prima la politica era bloccata; nelle tornate elettorali non era in gioco il governo del Paese e le ricadute delle battaglie politiche sulla popolazione erano molto attutite.

Con il maggioritario bipolare cambia tutto: vinco io o vinci tu. E se vinco io, fu detto, non farò prigionieri. Oppure, nell’altro campo, si sognava l’avversario ridotto in miseria. Eliminato il galateo istituzionale, orpello della vituperata prima Repubblica.

I media – a loro volta decisivi nel modellare la cultura di massa – si sono adeguati. Prima era facile: governativo o antigovernativo a prescindere. Per decenni. Ma con l’alternanza dei governi testate come il Giornale (dopo Montanelli), Libero, la Repubblica – e alcune televisioni – hanno assunto linee editoriali palesemente orientate a mettere in cattiva luce quello che consideravano avversario politico, contribuendo di fatto a creare nella società fazioni contrapposte, poco inclini alle vie di mezzo e per nulla disposte a considerare gli avversari legittimi e rispettabili.

Paese in miseria e percorso da scorribande di barbari sbattuto in faccia alla sinistra ben oltre la realtà; classe dirigente indegna e barriere morali devastate come caratteristiche peculiari dei governi della destra, secondo gli avversari.

In questa fase socialmente immatura, per non dire primitiva, è apparso evidente che il lamento fa audience, al contrario dell’approvazione. Fa opinione. E il lamento fu cavalcato.

Si è andati a cercare il malcontento dovunque fosse lasciando intendere, quando al governo erano “gli altri”, che il Paese fosse alla deriva, ostile, inadempiente.

Dopo anni di lamentele amplificate – giustificate o meno – ci troviamo una popolazione incazzata e malmostosa, predisposta al piagnisteo. Non è un caso che dal maggioritario in poi nessuna maggioranza sia mai stata confermata. Sempre cambiare. Avanti un altro. Ma questo non sarebbe un problema; anzi, l’alternanza può essere positiva, se non implica di smontare comunque quanto fatto dai governanti precedenti. Vedere riforme della scuola e altro.

Il peggio oggi è una forma diffusa di depressione irosa che incoraggia l’inazione individuale, trovando nell’insipienza e nella scontata malafede di “chi ci governa” un alibi largamente condiviso. Così si alimenta la mancata disapprovazione sociale del disoccupato che non fa nulla per occuparsi, dell’evasore fiscale, dell’assenteista, di chi falsifica l’ISEE per non pagare l’asilo o i trasporti, di chi spreca farmaci ottenuti gratuitamente, di chi non si assicura e pretende che sia sempre e solo lo Stato a provvedere in caso di calamità.

Una mentalità che purtroppo va diffondendosi: in certi ambiti pare che studiare, impegnarsi, conquistare con sacrificio ruoli professionali e sociali stia diventando un fatto criticabile. Prevale il risentimento contro chi ce l’ha fatta, di solito sospettato di chissà quali indebite agevolazioni o personali nefandezze. Si reclama la meritocrazia ma c’è poca disponibilità a riconoscere il merito.

La realtà del Paese è complicata, come si sa, ma non è infelice come quella che dipingono i lamentosi a prescindere attraverso i microfoni dei loro complici, più o meno consapevoli. In Italia quasi tutto è migliorabile ma quasi tutto c’è, e non mancano situazioni decisamente positive. L’Università è pessima, dicono i critici, eppure ci sono eccellenze internazionali; il servizio sanitario è uno dei migliori del mondo, statistiche internazionali alla mano; alcuni settori industriali e alcune imprese sono leader mondiali; le forze dell’ordine svolgono bene il loro lavoro; il sistema pensionistico tutela quasi tutti anche se richiederebbe correzioni ulteriori; le città sono illuminate e, con rare eccezioni, sgomberate dai rifiuti. Sono anche ricche di storia e di bellezza, di solito, ma godere il bello non è piacere che tutti provano.

Tutto è migliorabile, certo: la scuola, i trasporti, varie infrastrutture, la giustizia, i servizi per gli anziani e per alcune patologie che gravano enormemente sulle famiglie; e altro, a cominciare dall’economia, naturalmente, che è una grande nube nera incombente sul nostro futuro prossimo.

Tutto è migliorabile ma per migliorare si deve esaminare oggettivamente la realtà attuale (oggettivamente, cioè senza pregiudizi), ipotizzare quella alla quale tendere e decidere come agire per arrivare il più vicino e il più rapidamente possibile a quella. Nella considerazione dei vincoli esistenti, che non mancano.

Purtroppo però ragionamenti di questo tipo, del tutto normali, non passano: non bucano lo schermo e non raggiungono le pance, organo preposto al giudizio per una maggioranza di concittadini. Per costoro tutto da buttare, a cominciare dalle classi dirigenti. E buttando sempre tutto non si migliora mai.

Personalmente suggerirei di conservare riserve di lamento per il futuro, cioè già dai prossimi mesi in avanti, e per i prossimi anni. Potremmo rimpiangere ciò che oggi non ci soddisfa, chiunque governerà. Dietro l’angolo c’è sempre la possibilità che si stesse meglio quando si stava peggio.

 

Dalla cronaca alla storia

La celebrazione di mani pulite ha deluso i celebratori, capeggiati da Davigo e Di Pietro, le cui carriere sono in parte tributarie di quella stagione. Li ha delusi perché la sala nella quale si teneva il loro convegno era praticamente deserta. E li ha delusi, probabilmente, perché nella ricorrenza del venticinquesimo anno dall’episodio delle banconote nel water di Mario Chiesa sono apparse valutazioni che si allontanavano dalla cronaca per avvicinarsi alla storia. E la storia è più severa.

 

Dalla storia alla cronaca

Difficile non parlare di Sanremo. Nel merito non ne posso dire nulla: non ho visto e sentito che brevissimi frammenti. Però una cosa mi sembra palese: il festival attuale è, appunto, attuale. Fatto pensando al mercato attuale, che è quello dei giovani, come sempre. La delusione di Al Bano e Gigi D’Alessio, le cui canzoni non ho sentito, mi sembra poco giustificata; meno ancora le loro lamentele (per l’appunto). Erano loro quelli fuori contesto. Loro appartengono alla generazione di quelli che possono concedersi alla nostalgia rivedendo su youtube festival antichi. Come me.

 

Mangia ‘sta minestra

Continua e si estende la battaglia dei genitori che vorrebbero provvedere direttamente all’alimentazione a scuola dei loro pargoli. Le scuole in generale sono contrarie. La magistratura favorevole. Abbastanza favorevole.

È successo ancora che alcuni fanciulli con dotazione alimentare casalinga siano stati allontanati dalla sala mensa. In qualche caso addirittura dalla struttura scolastica: panino all’aperto.

O tutti o nessuno, si dice. Per gli scolari una buona preparazione alle liti future. Nessun pasto è gratis, si sa.

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Riflessioni a vanvera n.28

12 febbraio 2017

Arzigogoli

Devo confessare, da profano, qualche perplessità sulle opinioni della Corte Costituzionale in merito di legge elettorale. Non capisco in particolare il richiamo alla necessità di maggioranze omogenee – tra Camere, si direbbe – che le leggi dovrebbero esprimere. È la Costituzione stessa che prevede per il Senato una base elettorale diversa rispetto alla Camera (età minima degli elettori) e diversi criteri di attribuzione dei seggi (su base regionale e non nazionale).

A me, sempre da profano, pare singolare che la Consulta vada oltre l’esame di conformità delle leggi elettorali al dettato costituzionale e si preoccupi delle maggioranze che ne derivano.

 

Qui Consulta, a voi Parlamento

Ora vedremo se si andrà a votare con le leggi uscite dalla Consulta o se il Parlamento troverà l’accordo per approvarne di proprie, come democrazia vorrebbe. Seguiremo l’eventuale evoluzione, senza grande partecipazione ormai. Altri eventi incombono, più rilevanti per il nostro futuro di italiani e di europei.

 

PD: un innesto letale

Penso anch’io che Renzi sia stato una specie di corpo estraneo per il PD. Ha dato una scossa, ma ha iniettato in quell’organismo nei fatti iper-conservatore una dose di riformismo che si è rivelata eccessiva.

 

PD: morire berciando

Elezioni subito; no l’anno prossimo. Meglio candidarmi adesso o attendere la convocazione del congresso? Anticipiamo il congresso; no a fine anno. Le primarie si può; ma anche no. Cambiamo le leggi elettorali. Oppure no. Però i capilista bloccati non sono accettabili. Circolano decine di ipotesi tra loro antitetiche su come cambiarle, le leggi elettorali.

Scissione! Ma no! perché scissione? State boni! Però si moltiplicano i segnali sulle dinamiche di gruppi di pressione e interessi. Politici, naturalmente.

Ho l’impressione che basterà a qualunque partito definirsi “non come il PD” per raggranellare un po’ di voti in più al prossimo giro.

 

Più a sinistra

Che ci voglia più sinistra è quello che dicono in molti dentro il PD, fuori dal PD, tra i nemici di sinistra del PD, tra i non pregiudizialmente ostili ma da sinistra, quella autentica, eccetera. Molteplicità di posizioni, naturalmente; ogni sinistra fa a sé ritenendosi nel giusto mentre le altre non hanno capito niente: il mondo, gli operai, l’economia, i poteri forti, Berlinguer, i diritti, la distribuzione della ricchezza, papa Francesco, i partigiani, Gramsci, i poveri, le lotte sindacali, l’Europa, la Costituzione che nasce dall’antifascismo, lo stesso fascismo e di conseguenza l’antifascismo.

Non si conclude un cavolo, ma quanti intriganti dibattiti! Naturalmente ignorando che la sinistra non mitigata da una dose variabile di centrismo post democristiano non è mai stata maggioranza in Italia. Mai.

 

A sinistra del PD. Fuori, ma non lontani. Diversi, ma non nemici.

Ora ci prova Pisapia a “unire la sinistra”, come se non sapesse che la fantomatica sinistra trova una parvenza di unità, rigorosamente tattica, solo quando appare qualcuno che la vuole riformare. Sventata la minaccia torna alle sue secolari masturbazioni cerebrali.

E inoltre, come fa Pisapia a chiamare “campo progressista” un’accozzaglia (!) che è tra quanto di più conservatore esista nella politica italiana?

 

Due considerazioni personali sulla sinistra (che mi ha deluso)

  1. Se si esclude la socialdemocrazia del nord Europa, peraltro invisa a molti “sinistri”, in quali Paesi “la sinistra” ha ben governato e ottenuto il plauso dei cittadini e la riconferma da parte degli elettori? Mi riferisco agli elettori non a caso: dove non ci sono elettori, e perciò non c’è democrazia, il ragionamento non vale.
  2. Il socialismo, o sue più o meno plausibili espressioni, mi pare abbia ottenuto i maggiori successi non governando in proprio ma stando all’opposizione di sistemi capitalisti in fase positiva.

Anche in Italia è andata così. Il sistema capitalista creava ricchezza che il socialismo, nelle sue varie espressioni, si batteva con successo per distribuire a beneficio dei lavoratori e del welfare. Le conquiste.

Quando però è in crisi il capitalismo pare esserlo in parallelo anche il socialismo. Forse hanno bisogno uno dell’altro. Forse lottando si migliorano entrambi.

 

Italia senza famiglie

Socialisti, socialdemocratici, liberali, conservatori, riformisti, popolari, perfino i verdi: in Italia c’è tutto e niente. Tutto confuso, dimenticato, talvolta osteggiato. Come se le grandi culture politiche europee, aggiornate, non avessero più nulla da trasmettere. Come se ci si dovesse vergognare di discendere da quelle famiglie. Vanno di moda i trovatelli.

 

Roma senza mafia

Il giudice per le indagini preliminari ha archiviato le posizioni di 113 indagati su 116 in riferimento a ‘Mafia Capitale’, così ricondotta a colossale costruzione mediatico-giudiziaria come già ampiamente ipotizzato. Per quei 113 indagati non sono stati trovati “elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio”, almeno per un filone di inchiesta, per ora.

Nel frattempo comunque i giornali sono stati venduti, i talk show hanno incrementato l’audience, il “popolo” ha rafforzato la convinzione che “sono tutti marci” e il sindaco è stato cambiato.

I danneggiati si tengono il danno.

 

Europa non populista

Ha parlato Marine Le Pen. Paginoni. Europa: aiuto! I populisti dilagano. L’Europa è spacciata. L’Euro a maggior ragione. Seminano panico per via mediatica anche quelli che in fondo non sarebbero dispiaciuti. C’è in giro chi dissimula.

A parte che Le Pen la definirei nazionalista, più che populista (per me il termine populista non definisce nulla), perché farla passare per filo-Trump? Può tornarle comodo in chiave di comunicazione ma Trump è un iper-americano e la cultura filo-atlantista è piuttosto estranea alla maggior parte dei francesi dai tempi di De Gaulle. Al contrario del nazionalismo.

Comunque: e se vincesse poi Emmanuel Macron?

E se in Germania vincesse Martin Schulz?

L’Europa potrebbe sorprenderci con due europeisti convinti e determinati al governo dei due principali Paesi dell’Unione. Nel frattempo i media in grado di farlo sarebbe meglio che si dedicassero ad analisi e valutazioni oggettive piuttosto che al terrorismo mediatico.

 

Politica e business

In vista di un viaggio negli Stati Uniti il premier giapponese Abe ha chiesto ai grandi gruppi del suo Paese di dettagliare e rendere pubblici i loro investimenti negli USA. Con Trump alla casa bianca cambiano anche le credenziali in politica estera. Oro va sempre bene. Incenso e mirra anche no.

 

Amici con riserva

Trump ha fatto sapere all’amico Putin che a lui il trattato New START di non proliferazione nucleare firmato da Obama non piace. Rappresenta un cattivo affare per gli Stati Uniti, dice. Chissà cosa ha in mente.

 

Ripensamenti?

Trump, indaffaratissimo, ha fatto sapere al leader cinese Xi Jinping che lui sì, ha fatto una telefonatina a Taiwan già nelle prime ore del suo mandato (quando brontolava minaccioso verso la Cina), ma che quello non voleva essere un atto simbolico contrario alla politica dell’unità cinese perseguita da Xi Jinping.

Anche sullo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense in Israele deve riflettere, ha detto. E si accinge ad incontrare Netanyahu.

In giro per la casa bianca ci devono essere un bel po’ di consiglieri che tirano per la giacca il neo presidente. Il quale fa finta di fare di testa sua ma ascolta.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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Riflessioni a vanvera n.27

4 febbraio 2017

Brava gente

Un migrante proveniente dal Gambia si è suicidato, pare, gettandosi nel canal grande. Veneziani e turisti hanno assistito e filmato. Qualcuno ha insultato il suicida ricorrendo al repertorio degli epiteti da stadio dedicati ai calciatori avversari dalla pelle scura.
Sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo, giornalista modesto che il vuoto intorno ha portato a ruoli in passato ricoperti da fuoriclasse, si domanda cosa abbia portato all’esasperazione un popolo “ospitale e ricco di umanità”. Che secondo lui sarebbero gli italiani.
Mi domando dove abbia vissuto Cazzullo negli ultimi venti o trent’anni. Italiani brava gente è una tesi che è tornata utile a suo tempo ma che poi gli storici hanno sconfessato.

Gente primitiva

Percepisco pensione INPS ma ho diversi impegni e interessi. Ignoro il concetto di noia. C’è sempre qualcosa da fare, se fisico e testa lo consentono. Perciò capisco gli amici che lo dicono per prendere in giro ma non quelli, tanti, che si stupiscono davvero. Sei in pensione, mi dicono, cosa hai da fare? Evidentemente per loro il senso della vita è il lavoro e quello del lavoro il reddito.   
Trovo ciò molto triste.

Stampa consequenziale

La Borsa sale, titoli (larga parte): Trump infiamma le Borse. Esultano i trumpisti della prima ora e successive. Lo avevano previsto, i maghi.
La Borsa scende, titolo (larga parte): Trump preoccupa le Borse. Dotti interventi degli anti-Trump. Lo avevano previsto anche loro.
Peccato che i giornali non si usino più per né per incartare il pesce né per proteggersi dal freddo allo stomaco, in bicicletta.

Corsie protette

Milano, 4 febbraio 2017. Auto in sosta vietata impediscono ad un bus di raggiungere la fermata. L’autista ferma il mezzo in attesa dei trasgressori, bloccando il traffico. Altri automobilisti imprecano. Uno più inferocito decide di fare giustizia usando le mani. Per spostare l’auto in sosta vietata? No. Per picchiare il suo proprietario incivile? Nemmeno. Sale sul bus e mena l’autista.

 Non tutto è perfetto in Magistratura

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, disertata per la prima volta dall’Anm, il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, ha bacchettato le toghe per le fughe di notizie e le “distorsioni del processo mediatico”, favorite anche dalla “spiccata autoreferenzialità di taluni PM”. Invocati inoltre maggiori controlli sulle modalità d’indagine dei magistrati.
C’è il sospetto che sia stato per non sentire dal vivo queste critiche che il presidente dell’Associazione Magistrati Davigo ha deciso di non presenziare.
Per di più Canzio è uno dei giudici di rango elevato fruitore della deroga che consente di ritirarsi a 72 anni, due dopo gli altri. La regola che Davigo detesta.

O forse qualcuno si

Piercamillo Davigo ha sostanzialmente affermato l’infallibilità dei giudici. Magari qualche condanna discutibile o qualche carcerazione ingiusta c’è stata, ha ammesso, ma certo non per responsabilità dei giudici. Semmai erano le leggi ad essere sbagliate.
Dove lo ha detto? In TV, naturalmente.

Tempestività e aspettative.

Un magistrato non può essere iscritto a un partito né svolgere attività politica. Lo afferma il CSM che ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti del governatore della Puglia, Michele Emiliano, pronto a candidarsi alla guida del PD.
Emiliano fa politica da oltre tredici anni, ricopre e ha ricoperto ruoli istituzionali e non è certo l’unica toga militante. Perché il CSM lo prende di mira solo adesso?
Ma, altra domanda: per quanti anni un magistrato può stare in aspettativa?

 Partito giustizialista

Chissà se Beppe Grillo e il suo supporter Marco Travaglio sanno che Justicialista è il nome assunto dal partito peronista argentino, quello fondato da Juan Domingo Peron. Potrebbero pensarci, magari dopo la buriana Raggi che li ha costretti a posizioni più garantiste.
Forse lo sa Piercamillo Davigo.
Che c’entra? Mah! Vedremo. Il partito giustizialista potrebbe indicarlo come ministro della Giustizia nel suo ipotetico governo.

 L’uovo e la gallina

Mi sembra che l’accanimento mediatico anche gossipparo nei confronti di Virginia Raggi sia straordinario, con qualche eccezione (Mentana, noto sughero sempre a galla, addirittura più di Travaglio).
Quello che mi sorprende è al contrario il poco rilievo dato all’origine di un personaggio tanto palesemente inadeguato al gravoso compito di sindaco di Roma. Origine che si trova nel metodo di selezione del Movimento 5 stelle, anche più inadeguato del sindaco. Raggi è frutto di quel metodo, che evidentemente ha capito e sfruttato meglio degli altri candidati.
È stata brava. Infatti nonostante il titoletto non intendo sostenere che Raggi sia una gallina. Però purtroppo nemmeno un sindaco.

A disposizione

In un colloquio con La Stampa il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, tranquillizza: “Con l’Italia faremo grandi cose. Abbiamo bisogno del vostro Paese in Libia e per gestire la questione ucraina”.  
Ah ecco! E noi che pensavamo alla fraterna amicizia…

Consumatori

Dopo lo scandalo dieselgate Volkswagen nel 2016 ha venduto più di 10 milioni di veicoli ed è diventata la numero uno mondiale, superando Toyota, impegnatissima nelle auto ibride.
Ho l’impressione che “sai, inquina meno” sia una motivazione da dare al coniuge quando si vuole giustificare il cambio dell’auto.

Politica povera. O povera politica?

Da quest’anno le forze politiche non hanno più diritto a ricevere alcun contributo pubblico. È terminato il periodo transitorio previsto dalla legge del 2014, seguente ad un decreto del governo Letta, che prevedeva una riduzione graduale in tre anni fino al nulla dal 2017, appunto. 
Naturalmente sono attivi movimenti trasversali per il ripristino di qualche forma di finanziamento, pubblico o privato incentivato.
La revoca del finanziamento pubblico – un’altra superficiale precipitosa concessione al qualunquismo e al rancore verso la politica – potrebbe anche essere a sua volta revocata, in qualche misura e forma. Ulteriore dimostrazione di debolezza della politica che anziché orientare e in qualche misura educare l’opinione pubblica se ne fa succube. 

Politica in evoluzione

Innegabile l’evoluzione del PD. Gli antiberlusconiani sono diventati antirenziani. Da mesi non criticano più gli altri partiti e i leader degli altri partiti; solo Renzi. Criticherebbero anche gli eventuali residui sostenitori esterni di Renzi, se ne fosse rimasto qualcuno.
Politica sotterranea

C’è però chi un’alleanza con Renzi la farebbe subito, nel nome del riformismo, non importa quanto velleitario: Berlusconi. Credo che entrambi siano consapevoli di avere sbagliato su Mattarella e di essere alla guida di partiti infidi. Ma come fanno? Devono lavorare nell’ombra e poi fingere di avere combinato tutto ad elezioni avvenute, nell’interesse del Paese. Ma nel frattempo cominciano a far girare nomi di possibili presidenti del consiglio, alcuni per bruciarli, altri per qualificarli.  
Forse più che sotterranea è la politica normale quando il sistema elettorale è proporzionale.

Europa prudente

Ho il sospetto che la politica dei governi europei preveda il mantenimento di strutture che rendano gestibile dai singoli Stati l’eventuale crollo della UE. Diversamente si potrebbe discutere di molto altro, anche di “banche di sistema” europee, anziché nazionali. Ma certo questo non pare il momento più opportuno. Parrebbe piuttosto il momento di accantonare i sogni dei fondatori. Raggiunto, almeno per questi 70 anni, l’obiettivo della pace tra europei (grandissimo risultato) sarebbe ora di ricondurre tutto a patti economici, come di fatto oggi è.

Europa aggressiva

In Europa la situazione italiana la leggono così, più o meno: 1. Ha il solito debito esagerato, come arcinoto. Terremoto, certo, una catastrofe. Ma i portafogli non stanno dalla parte del cuore. 2. C’è un governo precario che al massimo dura un anno, al minimo tre mesi. Gente seria Padoan e colleghi, ma su quali programmi a medio termine può mai impegnarsi? 3. Si voterà comunque presto e le elezioni potrebbero portare al governo forze anti-euro e anti-Europa. Alcune addirittura ventilano l’ipotesi di non pagarli proprio, i debiti. 4. Nel frattempo gli italiani hanno respinto riforme che i più – all’estero – giudicavano non forse fondamentali ma ragionevoli. 5. Nel Paese si agitano al contrario forze che vorrebbero smontare le poche riforme dei governi Monti e Renzi che, sempre all’estero, sono state apprezzate. 6. Si colgono  segnali di un possibile rallentamento della già affannata e lenta crescita. Anche perché in una situazione così incerta non investe nessuno.

Ho l’impressione che la sola arma a nostra disposizione (di Padoan) sia poco diplomatica: prendere o lasciare. E prenderanno, a Bruxelles; che altro possono fare oltre a concordare qualche compromesso buono per i comunicati stampa? Qualche ramanzina e qualche intervista stizzita, ma abbiamo 2.200 miliardi di debito, vogliamo mandare tutto in vacca per 3?

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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