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Riflessioni a vanvera n.26

26 gennaio 2017

Leggi elettorali
Parlamentari e non, politici generici e dilettanti, stampa, naturalmente: tutti a discutere se si può votare con la legge elettorale corretta dalle decisioni della Consulta. Si, no quando. Chi vuole e chi no. Con rettifiche o senza. Chi ci sta davvero e chi per finta. Una noia mortale, anche per uno che segue la politica.
Forse al fondo del discutere c’è una ingiustificata frenesia nel modificare le leggi elettorali. Ci sono Paesi democraticissimi che non le modificano da decenni. Semmai è la politica che si configura in base alla legge esistente. Qui il contrario. Un handicap ulteriore, politico culturale e democratico

Elezioni: piccole note in merito
1) il Presidente non è che scioglie le Camere perché gli sembra ora o perché è desiderio di qualche parte politica. Lo fa solo se in Parlamento non esiste una maggioranza. Ora c’è, perciò quei discorsi sono tutti a vanvera, come le lettere aperte a lui indirizzate e le rituali manifestazioni di piazza. Pura propaganda
2) C’è anche un governo legittimamente in carica che avrebbe tante cose da fare: tutte quelle lasciate in sospeso dal precedente e qualcosa di nuovo, non marginale. I problemi da affrontare sono in gran parte gli stessi, i ministri anche, perciò li conoscono già. Che agiscano! Ci sono esigenze urgenti.
3) L’unico che potrebbe effettivamente far mancare la maggioranza, forse, è Renzi. Secondo me se lo fa segna la sua fine (fermo restando che in Italia non finisce definitivamente mai nessuno). Ma se lo vuole fare deve imporre al PD il ritiro della fiducia. Che ci metta la faccia, come dice lui
4) Nel frattempo però Renzi è a capo del PD: ci lavori, che ce n’è un gran bisogno. La Consulta gli ha messo in mano la possibilità di decidere chi e come mettere in lista: se non riforma il partito nei prossimi mesi, tanto più andando ad elezioni nel 2018 come da calendario, non lo farà più. Penso che sia un banco di prova importante per capire se è uno statista, un grande politico o solo un grande comunicatore politico.
5) Paiono strumentali anche le richieste di rendere omogenee le leggi elettorali per Camera e Senato. Non lo sono mai state nella storia della Repubblica e non lo prevede la Costituzione. Un altro modo per nascondere scopi che si preferisce non dichiarare apertamente.

Le cronache politiche dovrebbero essere suddivise in tre categorie: i fatti, le opinioni, la propaganda. Al momento gli spazi a me sembrano suddivisi rispettivamente 10% (sono generoso) 30% e 60%. A condizione di separare le opinioni dalla propaganda, che spesso è impossibile.

Credenze popolari
La micidiale interazione fra politica di basso livello e stampa di livello pure inferiore crea potenti campagne propagandistiche che, anche causa eco da social network, rafforzano negli elettori più sprovveduti convinzioni assolutamente strampalate: che il governo sia illegittimo perché non eletto da nessuno; che il Parlamento sia pure illegittimo perché di nominati e in quanto frutto di una legge incostituzionale; che Mattarella non sciolga le camere perché è ostile a questo o a quello; che i parlamentari siano mascalzoni che tirano avanti comunque, fregandosene del popolo che soffre, per difendere il loro ricco vitalizio.
Tutte balle, naturalmente. Solo sull’ultimo punto credo siano utili due precisazioni: 1) non di vitalizio – comunque non particolarmente ricco – si tratta ma di pensione, poiché verrebbe percepita solo a 65 anni e calcolata con un metodo di tipo contributivo, come per qualunque altro lavoratore. I vitalizi in quanto tali infatti sono stati aboliti (come il finanziamento ai partiti) 2) quale è quella categoria le quale, prospettatole il licenziamento per l’anno successivo, si da da fare per anticipare la perdita del lavoro e dello stipendio?
A volte non è tanto bassa la morale dei politici quanto troppo alta l’aspettativa dei critici. Pregiudiziali, ovviamente.

Parlamento impegnato
Nonostante tutto però il Parlamento lavora, è sempre sul pezzo, pronto ad intuire le esigenze della società in costante evoluzione e, per una buona parte, in sofferenza.
Lo dimostra la Commissione di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, trenta deputati e trenta senatori. Ogni tanto i sessanta fanno due chiacchiere con qualcuno informato dei fatti. I superstiti. Ultimo sentito Giuseppe Zamberletti, democristiano attempato. Roba vecchia? Macché: l’audizione è attuale, gennaio 2017. Hai visto mai Zamberletti – padre politico della protezione civile – avesse qualcosa di nuovo da dire?

Un uomo solo al comando
Ricerca di Ilvo Diamanti: gli italiani vogliono l’uomo forte. E dov’è la novità?
Naturalmente molti avranno in mente una persona specifica. Qualcuno se stesso, se no da Grillo a Fabrizio Corona, da Maria De Filippi a Sgarbi vanno bene tutti. A una minoranza, comunque, perché non si vede chi potrebbe godere del sostegno del 50% più uno. E tutti gli altri potranno felicemente lamentarsi e festosamente coalizzarsi per abbatterlo.

Problemi
Come non si stancano di ripetere da anni tra gli altri Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, un enorme problema italiano, più grave della legge elettorale imperfetta, è lo scarso incremento della produttività. “In un ventennio – scrivono Alesina e Giavazzi – la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: più 15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e più 25 per cento in Portogallo, cinque volte di più”.

Noi siamo fermi, preda di una certa inerzia di una parte dell’imprenditoria nonché di quelli non più chiamati lacci e lacciuoli – le mode passano – ma che rimangono: vincoli, limiti, regolamenti, ridondanze, potere di fare concesso con straordinaria precauzione, al contrario di quelli di veto che sono copiosamente diffusi.
Il mondo cambia, noi no. Ecco un problema enorme che chiunque governi deve mettere in cima alle priorità.

Autorità
Non è estraneo al mancato incremento della produttività nemmeno il minuzioso frazionamento delle responsabilità che caratterizza tutta la pubblica amministrazione italiana, e non solo. Si è visto anche in occasione delle calamità che hanno colpito il centro Italia quanti enti fossero coinvolti, ciascuno con proprie regole, priorità e risorse. Un reticolo che se va tutto al meglio rallenta il lavoro, al peggio lo ostacola. E parallelamente c’è una magistratura che apre fascicoli a tutto spiano, così da procurare guai a chiunque abbia osato eccedere anche marginalmente le proprie deleghe. Incoraggiando perciò massimamente il “non è compito mio”, frase più praticata della stessa “la legge è uguale per tutti”.
Senza dimenticare i TAR, che non di rado intervengono a bloccare per tempi non brevi azioni già lecitamente avviate.
Un insieme di regole che si direbbe concepito nel segno di una scarsissima stima delle singole persone, con il risultato di scoraggiare le migliori.

Magistratura rising star
In Italia la magistratura condiziona leggi elettorali – quanto di più squisitamente politico – e carriere politiche. Prende gli spazi che la politica debole non copre, si dice. In Brasile sono proprio i politici, quelli dell’opposizione, che hanno chiesto l’intervento della Corte Suprema ritenendo incostituzionale il severo piano di austerità approvato dal Senato.
Lacrime sangue ed ermellini.

Tutti pescatori
C’è un business che apparentemente cresce anche in Italia: la pesca. Però solo in Sardegna e solo nella zona di Capo Teulada. Lì i pescatori o sedicenti tali sono sempre di più e ne arrivano continuamente di nuovi, anche dalla Sicilia e dal continente.
I maligni dicono però che l’afflusso non abbia nulla a che fare con la pescosità ma sia da attribuire al fatto che la zona è servitù militare e perciò la pesca è proibita. Di conseguenza i pescatori vengono indennizzati dallo Stato. Circa 16.000 euro l’anno a persona. A persona, non a barca. Anche chi in mare, dicono i locali, non ci è mai uscito, nemmeno una volta.
Ho l’impressione che il reddito di cittadinanza potrebbe avere un successo straordinario.

Sorry
BT ha dovuto rivedere le stime sul bilancio fiscale dell’esercizio che chiuderà nel prossimo marzo. C’è un Paese, dei tanti nei quali British Telecom opera, che ha assunto “comportamenti impropri”, detto in stile british. In quella filiale è stata messa in pratica una “estesa e complessa serie di artifici contabili per far apparire utili maggiori di quelli reali per un valore di ben 530 milioni di sterline”. All’annuncio il titolo BT ha perso circa il 20% in Borsa.

Dove il bilancio è stato così pesantemente taroccato?
Indovinato: in Italia. Eh beh, certo, qui abbiamo una certa inclinazione per l’estetica. Anche di bilancio. Sono sorpreso anche perché quando ci lavoravo mi sembrava che il controllo di gestione di BT fosse estremamente accurato ed efficace. Ma forse il tonto ero io che non vedevo le opportunità.

Tu quoque?
L’ex comandante della polizia antidroga di Helsinki, luogo ritenuto praticamente corruption-free, è stato condannato a 10 anni di carcere con l’accusa di traffico di stupefacenti e altri reati.
Ma anche la ex ministra delle Finanze francese è stata giudicata negligente per avere approvato nel 2008, pare con superficialità, un premio consistente a beneficio di un uomo d’affari. La notizia risiede nel fatto che la ministra in questione era Christine Lagarde, oggi rigorosa direttrice del Fondo monetario internazionale.

Patriottismo
Confermato l’interesse di Intesa SanPaolo verso Generali/Mediobanca. Naturalmente la mossa è preventivamente catalogata da certa stampa molto accomodante verso i grandi capitali come difesa dell’italianità. Come sono patriottiche le banche italiane! Si sacrificano per tutelare l’interesse nazionale minacciato da quei cinici speculatori francesi o tedeschi. Il Piave mormora ancora.

Abitudini
Il parlamento di Mosca ha approvato in prima lettura un disegno di legge per depenalizzare alcune forme di violenza domestica. Le aggressioni meno gravi verrebbero infatti rese di rilevanza solo amministrativa, perché sono ritenute “in linea con le tradizioni famigliari russe”.
Parallelamente l’amico Trump – amico di Putin – ha espresso l’opinione che in fondo la tortura abbia una sua utilità.
Forse l’illuminismo è proprio finito.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

Post inserito in: secondo me

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Riflessioni a vanvera n.25

21 gennaio 2017

Obama

Trump in carica. Obama scaricato. Ma è stato un buon presidente Obama? A parte un’uscita di scena non particolarmente elegante, che voto gli darà la storia? Fosse stato assassinato come Kennedy molto alto, probabilmente. Poiché auspicabilmente vivrà ancora a lungo e sarà preda di sorella morte quando i posteri saranno in grado di giudicare, non so. Valutazione sospesa, per ora. Con forti sospetti di insufficienza in politica estera.

Trump

E che presidente sarà Trump?
Quasi certamente la sua sarà una presidenza sorprendente: vedremo presto in che modo e misura.
Di Trump io non so nulla, evidentemente, come quasi tutti, anche quelli che ne immaginano le mosse. Un po’ di più credo di sapere di Unione Europea. La si conosce meglio. Ebbene, sono preoccupato.
Trump già fa sapere che l’UE è una roba inconcludente, con la quale non è facile dialogare e fare business. E non ha torto. La NATO così non va, dice inoltre, va riformata. E non ha torto. Putin non è un pirla: è un tipo col quale cercare accordi. Giusto. Brexit è una buona cosa, tra anglosassoni ci si intende. Indubbio, almeno da che sono state messe da parte le armi usate nella rivoluzione americana.

Da Trump messaggi chiari. E Bruxelles come reagisce?
Sempre ammesso che reagisca. Per ora direi che bofonchia.

Brexit

Theresa May ha illustrato il suo piano per Brexit: ha detto che il Regno Unito uscirà dal mercato unico europeo in modo chiaro e netto. Niente piede in due scarpe. Resterà “buon amico” dell’Unione Europea, ma questa non pensi di imporre condizioni punitive che scoraggino altri Paesi tentati di abbandonarla.  Meglio nessun accordo di un brutto accordo, per il Regno Unito.

Purtroppo al momento l’Unione non pare avere né la personalità per rifiutarle le amicizie né il calore umano per svilupparle.

UE

A Bruxelles dovrebbero preoccuparsi tutti, dai politici più in vista agli oscuri burocrati. La UE è minacciata da più parti: Trump e Brexit, come detto, con il primo che non si presenta proprio come un fan dell’Unione e la seconda della quale è difficile ora immaginare le conseguenze. Ma c’è altro: la conclamata incapacità di una gestione omogenea delle immigrazioni; gli accordi con la Turchia appesi a un filo e alle convenienze di Erdogan; le elezioni in Olanda, Francia, Germania, forse Italia nel 2017; alcuni Paesi membri che fanno ciò che credono senza che per questo venga messa in dubbio la loro partecipazione.
E poi, naturalmente, l’economia asfittica, con tensioni sulle politiche da adottare e sulla moneta, nonché, non ultimo, le istituzioni europee che ogni giorno di più si dimostrano strutturalmente inadeguate: lente, non autorevoli, poco stimate.

Mi pare che non ci sia alcun motivo per essere fiduciosi e mi pare anche che la preoccupazione maggiore non possa essere quella pur così spesso manifestata dei populismi, definizione sempre più inadeguata e insignificante. Se i populisti sono quelli che vogliono cambiare l’Europa è difficile non essere d’accordo. È sul come cambiarla, semmai, che si dovrebbe discutere.

E l’Italia?

Nulla di rilevante nel Paese la cui stampa è megafono di chi spara le boutade più assurde o insolenti e di chi si lamenta di più. Se spendi sei criticato sul “come” spendi, e cresce il debito. E allora ecco il vituperio della gestione Renzi. Se non spendi sei un maledetto servo dell’Europa, a sua volta al servizio della grande finanza. E allora ecco gli improperi alla gestione Monti. Se ti barcameni peggio ancora. L’Europa e i suddetti poteri ti fanno fuori. E allora ecco le contumelie all’ultimo governo Berlusconi.

Non c’è nulla da fare. L’Italia può essere governata solo dall’opposizione. Qualunque sia. A condizione di cambiarla più o meno ogni trimestre.

Talk show

Nel Paese dei talk show sembra una bizzarria la tracimante presenza televisiva dei giornalisti de Il Fatto Quotidiano.
Il giornale vende circa 45.000 copie giornaliere (dato ADS di novembre 2016 elaborato da Prima Comunicazione con Infolab). Meno di quelle vendute da l’Unione Sarda, i cui giornalisti però sulle reti nazionali non si vedono mai.
E allora come si giustifica l’enorme disparità?
Io direi: l’urlo. L’attitudine all’urlo. L’opposizione dura e non sempre pura a tutto ciò che è potere costituito, governo, istituzioni (Magistratura esclusa, salvo rare eccezioni), politica ragionata, valutazioni oggettive. La capacità innegabile di diffondere malumore.

I tenutari di talk show invece di esporsi personalmente fanno audience mandando avanti quelli che in altre circostanze si sarebbero potuti chiamare utili idioti. L’urlo, si sa, fa audience. La gente adora lamentarsi, protestare, accusare, criticare, trovare colpevoli, addebitare a qualcuno le proprie frustrazioni. Se tutto ciò lo fa la TV si addormentano più soddisfatti (“l’ha detto la televisione”, anche se poi era il signor Travaglio o tale Feltri Stefano, da non confondere con gli omonimi giornalisti).
Al contrario dell’accusa, il ragionamento è noioso, impegnativo, fa cambiare canale, oltre a provocare la complicazione di un certo sforzo mentale che, come provato, la televisione tende ad annullare inducendo ad una fruizione passiva.
Invitando gli aggressivi giornalisti del Fatto la casta giornalistica meno qualificata della storia (opinione di un giornalista molto noto), nella sua versione televisiva, delega loro la lapidazione verbale delle vittime lasciando così intendere di applicare criteri di oggettività, equilibrio e indipendenza. Il Fatto Quotidiano non rischia nulla. Anzi, sollecita la propria audience, si promuove e se va bene si accredita come una testata più autorevole e diffusa di quello che è.

Credo che sia necessario difendere il giornalismo autentico, che è informazione completa, corretta e verificata, dai talk show, che sono infotainment. Ma più entertainment che information.

Tutti assolti

A proposito di lapidazioni, orali e scritte: il fidanzato – non so se ex – della ex ministra Federica Guidi non ha ricevuto alcun regalo dal governo. L’inchiesta Tempa Rossa ha avuto un momento di celebrità mediatica in vista dell’insensato referendum sulle trivelle, con tanto di prime pagine e interrogazioni di ministri, ma si fondava giuridicamente sul nulla. La ministra Guidi, messa in mezzo, si è dimessa ma ora la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione. Niente processo, niente reati, tutto tempo perso.

Ma negli ultimi mesi la Magistratura si è smentita spesso, dopo avere dato ampio materiale per le lapidazioni di cui sopra.
È stata dichiarata bufala, usando altri termini, la ultrafamosa inchiestona Why Not, costata circa 9 milioni ma fondamentale per l’illuminazione mediatica del magistrato ora sindaco di Napoli. Non è mafioso un altro sindaco, ora ex: Gianni Alemanno. E anche il suo successore Ignazio Marino non ha commesso reati con gli scontrini.
Pure Vincenzo De Luca, già sindaco di Salerno, non è impresentabile, se ne convincano Rosy Bindi e la stampa: i fatti che gli sono stati addebitati non sussistono, è stato stabilito una volta cessata l’attenzione dei media e degli avversari politici.
In Emilia Romagna Vasco Errani si è dimesso perché accusato di falso ideologico: assolto in appello. Risulta essere una brava persona. E Ilaria Capua? Ha lasciato il Parlamento italiano e ora vive negli Stati Uniti. Qui è stata accusata di traffico di virus, che per una ricercatrice non è accusa leggera. Niente. Assolta. Tutte balle.
Addirittura Clemente Mastella non doveva neppure essere rinviato a giudizio. È caduto un governo per quello (e anche per altro). Non era il caso.

Certo andrebbe corretta una situazione che vede comunque sempre danneggiati gli accusati e sempre favoriti, in un modo o nell’altro, gli accusatori: magistrati, giornalisti, politici. Le assoluzioni non riequilibrano affatto.
La legge è uguale per tutti, il diritto al rispetto e al dubbio parrebbe di no. Forse è lo spirito della massa dare addosso all’individuo (Stephen King). Senza neppure bisogno di essere aizzata

Magistrati

Si sa che la Magistratura è un potere autonomo e indipendente. Che si autovaluta. Con una certa indulgenza, si direbbe, perché il suo organo di autogoverno, il Consiglio Superiore, attribuisce una valutazione positiva al 99% dei magistrati italiani. Una percentuale che secondo logica e anche secondo il primo presidente della Corte di Cassazione Canzio sembrerebbe poco plausibile.

Eppure tra tempi biblici, sentenze contraddette e indagini senza esito qualche magagna con una certa attenzione si potrebbe individuare.
Varrebbe la pena di provarci. Gli altri poteri, il legislativo e l’esecutivo, non hanno il privilegio di autogiudicarsi e la cosa parrebbe giusta.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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Riflessioni a vanvera n.24

16 gennaio 2017

pubblico impiego e dintorni

 

La Corte mormora

Perché delle sentenze della Corte Costituzionale si commenta chi tra i giudici ha votato in un modo e chi in un altro? Possibile che la stampa sappia e riporti sempre tutto?

Qualche volta tira a indovinare ma forse la Magistratura è un ambiente molto politicizzato ed estremamente pettegolo, dalla Corte alle procure.

Non ci sono più le sacre stanze. Ci sono, fisicamente, ma dissacrate.

Può essere che tra i giudici costituzionali ce ne siano di assai loquaci, ma alla confusione contribuiscono non poco anche i presidenti emeriti, cioè gli ex presidenti, che sono un numero spropositato. Li scegliesse Zamparini, il presidente del Palermo calcio, come fa con gli allenatori, li terrebbe più a lungo.

Il Presidente attuale, non ancora emerito, è il diciassettesimo dall’inizio del millennio. Circa uno all’anno. Perché tanti, si potrebbe domandare uno che non conosce Zamparini? C’è una morìa di presidenti? La poltrona porta scalogna?

Macché. Gli emeriti sono attempati ma in genere in ottima salute. Il fatto è che ormai per prassi viene nominato presidente il giudice più anziano. Appena raggiunge i limiti di età diventa emerito e gli subentra il secondo in classifica. Certo, l’anzianità ha sempre avuto una valenza determinante nel pubblico impiego, ma nel comportamento della Corte i maligni sospettano che ci sia dell’altro: la nomina a presidente, anche per un tempo brevissimo, comporta cospicui benefici pensionistici. Perché non goderne tutti?

 

Fa e disfa

In tema di Magistratura non si può non notare come dedichi una rilevante parte del tempo e delle risorse a disposizione a smentirsi. Tra sentenze ribaltate in appello, processi da riaprire, Magistratura Civile che giudica in maniera del tutto incongrua rispetto a quella Penale, abbiamo un fa e disfa estremamente ricco di episodi e diversificato. Ma ovviamente per nulla produttivo.

Nel frattempo il sindacato dei magistrati, l’ANM, si impegna in una polemichetta con il governo per faccende che riguardano le tempistiche dei trasferimenti e del pensionamento. Nulla a che fare insomma con la Giustizia con la G maiuscola.

La grande stampa segue con la solita attenzione, cioè pubblicando i comunicati stampa dell’ANM e i commenti concilianti del ministro della Giustizia. Tutti pezzi prudentemente a firma Pilato, metaforicamente.

 

Quando agiscono le tutele

Il contratto di lavoro del pubblico impiego, stavolta comparto sanitario, non consente che il medico e l’infermiera sospettatissimi di omicidi volontari nell’ospedale di Saronno vengano licenziati. Non fino a sentenza di Cassazione. Nel frattempo si agisce in presunzione di innocenza. Intercettazioni e testimonianze già pubbliche sono ininfluenti. Lo spiega l’avvocato del lavoro Luca Failla. La cosiddetta coppia killer è al momento sospesa dal lavoro in quanto oggetto di custodia cautelare e percepisce metà stipendio. Cioè non può tornare in ospedale perché la giustizia la sospetta in condizione di uccidere ancora, però lo stipendio in parte continua a percepirlo.

La solidarietà pubblica è direttamente proporzionale alla gravità dei reati: più sono gravi più si manifesta.

Nulla d’altra parte esclude che l’affiatata coppia possa essere reintegrata in caso di sospensione della custodia cautelare o a seguito di una prossima sentenza non definitiva. Lo stato d’animo difficilmente sereno di pazienti eventualmente affidati in futuro alle cure dei due non sarebbe tenuto in alcun conto dalla Giustizia, che non si occupa di stati d’animo.

L’impressione che certi contratti di lavoro necessitino di profonda revisione è comunque molto forte.

 

Quando agiscono i tutelati

Ottima Nadia Vitale, preside dell’istituto tecnico Severi di Padova. C’è un professore, non certo l’unico in Italia, che è assente cronico, a scuola non ci va mai. Infatti nell’anno scolastico 2016/17 non si era mai presentato. Poi però ecco che il 23 dicembre celebra la sua personale epifania, proprio nel senso di apparizione. Per il solo fatto di mettere piede nell’edificio provoca come conseguenza che lui rinnova tutti i suoi diritti e prerogative mentre chi lo ha sostituito durante la sua lunga assenza deve essere licenziato. La preside procede al licenziamento obbligato ma opportunamente scrive al ricomparso: che ci sei venuto a fare un solo giorno a scuola?

Appena concluse le vacanze scolastiche il funambolo del congedo ne chiede uno nuovo. Pare in diritto di ottenerlo. La preside prende atto e si mette in cerca di un altro sostituto perché il regolamento non le consente di ricorrere nuovamente alla supplente licenziata, anche se giudicata ottima.

Considerazioni:

1)    è assurdo che le tutele del lavoratore del pubblico vadano molto oltre quelle del lavoratore del settore privato, e comunque non è tollerabile che concedano spazio ad abusi di questa portata

2)    è pure assurdo che per certi aspetti le differenze tra comparti non siano di fatto rilevanti. Il Ministero dell’Istruzione o un piccolo Comune; un ospedale, una Procura o l’Università, cambia ben poco. Ciò che conta per l’applicabilità del contratto è che il datore di lavoro sia di natura pubblica, non il compito assegnato né le prestazioni attese.

3)    è evidente che i contratti riflettono la priorità di tutelare i lavoratori, non i cittadini che delle prestazioni debbono avvalersi. La burocrazia è centrata su se stessa, su procedure e diritti, non su servizi e risultati. Con questi presupposti è ben difficile riformare, salvo deliberatamente puntare alla disintermediazione spinta attraverso la digitalizzazione. Ma ciò significa scatenare rivolte sociali

4)    è indecente la posizione del sindacato, che da sempre consente abusi spudorati che danneggiano i dipendenti diligenti, i cittadini e quanto rimane della reputazione del sindacato stesso

5)    è inetta una classe politica che per meschini calcoli elettorali non interviene con leggi che contemplino il rispetto di un livello morale minimo anche da parte di chi ne è del tutto privo.

A proposito di meschini calcoli elettorali ricordo che i dipendenti pubblici sono oltre tre milioni e duecentocinquantamila, tutti votanti, loro e le loro famiglie. Circa un terzo sono impiegati nella scuola.

 

Si può far meglio

Lavorando sui dati di uno studio del Fondo Monetario Internazionale la CGIA di Mestre valuta che l’inefficienza della Pubblica Amministrazione italiana possa costare al Paese oltre trenta miliardi l’anno, quasi due punti di PIL.

Lo studio prende in considerazione le prestazioni fornite dalla PA nelle sue espressioni migliori e misura l’incremento prestazionale potenziale delle altre se raggiungessero gli stessi livelli di qualità.

Le differenze confermano il solito divario Nord/Sud ma anche la presenza di aree italiane ai vertici a livello internazionale: la sanità al Nord, le forze dell’ordine, molti centri di ricerca e istituti universitari. Lo afferma Renato Mason, segretario della CGIA, insieme alla considerazione che nel complesso in questa classifica l’Italia precede solo Turchia, Grecia, Croazia e alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica, ma è comunque diciassettesima su 23 Paesi considerati.  Ci sono spazi di miglioramento.

 

Landed

Cosa impedisce ad un grande Paese con oltre 60 milioni di abitanti, il quinto per numero di visitatori internazionali e una delle prime dieci economie mondiali di possedere, con capitali privati o pubblici, una compagnia aerea economicamente decente e ospitarne la sede?

Forse la storia di quella che fu la compagnia di bandiera: contratti di lavoro onerosissimi, almeno fino alla perdita del monopolio; manager inadeguati; decisioni politiche strampalate; sindacati irragionevolmente esosi e dominanti; politici altrettanto esosi e altrettanto dominanti; poteri locali ottusamente pretenziosi nel volere aeroporti a scopi elettorali; mancanza di coordinamento, anzi, conflitti, tra poteri locali e tra quelli e quelli centrali; assoluta assenza di visione strategica, della Compagnia e del Paese.

Allora la domanda cambia: perché mai Alitalia dovrebbe sopravvivere a tanti disastri? E si può aggiungere: com’è che tanti medici si presentano al capezzale dell’azienda morente proponendo identiche le ricette che l’hanno ridotta così?

Ideologie, non business.

 

Pubblicato da Nel Futuro – web magazine di informazione e cultura

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