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Lavoro, sempre meno

26 dicembre 2016

Tra i tanti dati che emergono dai risultati del referendum – un voto chiaramente politico e non tecnico – il più evidente sembra essere la spaccatura sociale. Il NO vince largamente tra i meno agiati, al Sud, tra i disoccupati. Il SI perde meno, e talvolta vince anche, nelle città più che nelle campagne e nelle zone centrali delle città più che nelle periferie. È stato calcolato (mi pare da YouTrend) che nei 100 comuni con più disoccupati il No vince con il 65,8%, nei 100 con meno disoccupati vince il Sì con il 59%.

Se andiamo oltre il giudizio sul governo e su Matteo Renzi, il primo problema risulta allora essere la condizione sociale, diciamo il lavoro che largamente la determina. Non è una novità. Il fatto è che per varie cause il lavoro è meno richiesto di qualche anno fa e diminuirà ancora.

Non si tratta di jobs act o di voucher o di articolo 18. Il lavoro diminuisce per almeno tre ordini di fattori:
• La diffusione e il perfezionamento delle tecnologie
• La tendenza al consolidamento delle imprese, a beneficio soprattutto delle più grandi e globali
• Il trend economico stabilmente negativo dell’Europa, più accentuato in Italia

Dobbiamo finalmente prendere atto che la diffusione delle tecnologie distrugge posti di lavoro. Lo abbiamo visto con l’informatica, lo vediamo e lo vedremo anche più nettamente con i robot.
Se l’informatica ha sostituito lavori di ufficio ha almeno creato altre opportunità per gli specialisti, dallo sviluppo software all’assistenza a tutte le attività web based. I robot invece distruggeranno di più e creeranno di meno, a occhio, in considerazione della tipologia di impiego. Vero che c’è bisogno di progettarli e costruirli, ma queste attività sono ben lontane dal compensare quelle che verranno sottratte agli umani e comunque saranno Usa e Asia a farla da padrone.

Anche le grandi imprese che si accorpano diventando sempre più grandi riducono le esigenze di personale. Si perseguono economie di scala anche nelle persone: dirigenti, uffici centrali, ricerca e sviluppo, assistenza ai clienti, anche attività commerciali e punti vendita.
Purtroppo l’Italia è marginale anche in questo trend. O ne è vittima. Se in Germania c’è una Bayer che acquisisce Monsanto qui sono le imprese medie e piccole che vengono acquistate, spesso a scapito dei posti di lavoro, sia molto che poco qualificati. Siamo quasi privi di grandi corporation globali. Anzi, è la stessa visione globale che ci manca quasi totalmente.

Aggiungiamo che le grandi imprese, in alcuni settori più che in altri, hanno una notevole agilità nel trasferire attività e utili dove più conviene e certo l’Italia da questo punto di vista non è un paradiso, né fiscale né burocratico né infrastrutturale.

Per completare il quadro va detto, terzo punto, che l’Europa sta attraversando una fase economica negativa, che rientra nei grandi cicli della storia ma che non è contrastata da un’azione politica particolarmente efficace. L’Europa è ancora economicamente forte ma è politicamente debole. Ogni Paese va un po’ per conto suo, anche in competizione con gli altri, per esempio usando la leva fiscale per attrarre investimenti. Pratica questa che incrementa l’arricchimento delle corporation e impoverisce gli Stati, i quali saranno via via meno prodighi con i cittadini. Un brutto andazzo. E la moneta unica, ben lungi dall’essere un fattore di armonizzazione, è causa di dispute e tensioni praticamente quotidiane.

In Italia poi da oltre vent’anni si va anche un po’ peggio che nel resto d’Europa, almeno a valutare i parametri più significativi: PIL, investimenti nazionali ed esteri, produttività, competitività, snellezza burocratica, giustizia civile, formazione in campo scientifico e tecnico.

E non è finita. In Italia stiamo attraversando una fase negativa anche psicologicamente. Chi potrebbe investire sembra avere soldi ma non idee e non fiducia mentre la popolazione in prevalenza si abbandona alla lamentazione, incoraggiata dai diffusori di malcontento che sovrastano la cosiddetta narrazione ottimistica dei governi.

In questa situazione la politica – alla quale vengono ritualmente addebitate tutte le colpe – può poco.
Potrebbe molto per minimizzare l’odio sociale che è già abbastanza diffuso e che potrebbe aumentare, uscire dai social network e manifestarsi fisicamente. Ma per economia e lavoro qualunque futuro governo potrà poco. Per bene che vada qualche zerovirgola qua e là, qualche buona legge nuova a modificare quelle antiquate, qualche tentativo di attrarre investimenti e indurre all’ottimismo. Che altro?

E allora perché credere in babbo Natale? In una crescita robusta come anni addietro? Perché mai la disoccupazione, specialmente giovanile, dovrebbe diminuire in futuro?
Con l’emigrazione, forse.

Post inserito in: secondo me

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Che motivi ci sono per essere ottimisti?

4 dicembre 2016

Ci siamo. Il referendum si è celebrato. Riprenderemo contatto con la politichetta quotidiana e ci renderemo conto più chiaramente di prima che siamo in una brutta situazione, indipendentemente dal risultato referendario. I partiti, tutti, attraversano una fase di incertezza che si manifesta in varie forme e non lascia sperare nulla di buono.

Il PD, al momento il partito maggiormente rappresentato in parlamento, dovrebbe riuscire a fondere le culture dominanti della Repubblica, quella cattolica e quella comunista. Ad ora però sembra unire più che altro interessi. Dei nonni, DC e PCI, pare avere ereditato più i vizi che le virtù. Gli ex democristiani e gli ex comunisti convivono sotto lo stesso simbolo senza peraltro avere mai dato l’impressione di darsi davvero da fare per trovare una sintesi ideale comune. Forse non c’è. O forse si può cercare tra la socialdemocrazia e la dottrina sociale della chiesa, ma nessuno pare farlo con il necessario impegno, come se ci fosse il timore, definendo chiaramente gli ideali di riferimento, di perdere qualcuno per strada. Tutto fa brodo, nel PD, da De Gasperi a Berlinguer.

Ora il leader è Matteo Renzi, un leader fuori tradizione, vincitore del congresso e delle primarie ma poi osteggiato dagli sconfitti, anche sulla base di rancori e meschinità personali. Il partito è seriamente minato dall’interno da divisioni profonde, politiche e non. Minoranza contro maggioranza è normale. Ma a parte ridefinire i confini dell’una e dell’altra quello che non è normale nel PD è il modo, l’accanimento della minoranza di provenienza PCI che agisce contro il segretario, e perciò contro il partito, attraverso strumenti e comportamenti che non rientrano nelle normali regole, scritte e non, di convivenza politica. Presto vedremo i risultati, ma quello che appare in superficie è uno spettacolo indegno. E non è detto che quello che non appare non sia anche peggio.

Renzi dichiara di avere come riferimento ideale Giorgio La Pira, fiorentino ed ex sindaco come lui, la cui figura è poco criticabile dall’elettorato che probabilmente, nella stragrande maggioranza, di La Pira non sa nulla e non ha curiosità in merito. Il leader è tipo di parlantina sciolta, affabulatore e promettente, sia in senso professionale, dato che è giovane e ha tempo per migliorarsi, che in quanto promette molto, sicuro della sua abilità nel trovare a posteriori le parole adatte per convincere di avere mantenuto. Un politico abile è sempre meglio di uno che non lo è, e personalmente giudico Renzi il politico di maggior talento e prospettive attualmente sulla piazza, ma lavora tra limiti personali, caratteriali e non, carenze del team che lo affianca e gravi manchevolezze del suo partito. Difficile perciò che la sua carriera, che nonostante la giovane età potrebbe non essere lunga, sia sufficiente per fare del PD un partito coeso, trasparente negli obiettivi e nei comportamenti, al centro come in periferia, e dell’Italia un Paese davvero più agile, moderno, orientato al futuro.

Secondo partito per numero di seggi il Movimento 5 Stelle, frutto della fantasia di un visionario recentemente scomparso che ha affidato la rappresentazione e la propaganda del movimento ad un vecchio uomo di spettacolo, abituato all’esaltazione verbosa per sollecitare applausi. Un tribuno, Beppe Grillo, confuso ma efficace. Il movimento però ha lacune spaventose: incertezza strategica assoluta, talvolta anche tattica; indisponibilità a ricercare accordi e compromessi con altre forze politiche; abuso di idee cervellotiche, o boutade elettorali, rivolte ad un target deluso e rancoroso, ansioso di addebitare ad altri anche i propri insuccessi.
E inoltre, non ultimo, il movimento si caratterizza per l’assoluta assenza di scuola e tradizione e per l’affidamento della selezione del personale politico a metodi inadeguati e criteri insufficienti. Impalpabile al momento la figura dell’erede designato per discendenza dinastica, famiglia Casaleggio, anomalia che non pare suggerire domande ai seguaci. I quali per la verità alle domande non sembrano proprio avvezzi, preferendo concentrarsi direttamente sulle risposte che i vertici propongono già bell’e pronte.

Segue, sempre in ordine di peso politico, quella che era la coalizione di centrodestra e che ora è una non coalizione formata da gruppetti litigiosi tenuti insieme dal comune desiderio di contare di più. Si staglia sempre sullo sfondo la figura del primo e unico vero federatore, sulla scena da 23 anni e ora sulla soglia degli 80. Un ottantenne che non si sa se ha ridimensionato le ambizioni sessuali ma certo non ha accantonato quelle politiche. Infatti non appena appare un possibile erede si premura di stroncargli le gambe prima che si metta a correre. Un leader che non sembra capace di esercitare la leadership se non in veste di padrone, l’opposto di quello che consiglierebbe la buona politica.
In Forza Italia convivono sia imbonitori esaltati che politici non del tutto estranei alla cultura della democrazia liberale. Si guardano un po’ in cagnesco tra loro e hanno strategie diversissime ma riescono a restare seduti al desco comune, purché a capo tavola ci sia chi paga il conto: Silvio Berlusconi.

Non esistendo al momento coalizione operativa agiscono autonomamente l’ex partito secessionista della padania e una specie di discendente del Movimento Sociale. E qui, in entrambi i casi, basta concedersi riferimenti personali per capire il degrado. I secessionisti / separatisti / indipendentisti / federalisti della Lega Nord sono nati avendo come guida ideale (nel senso che aveva le idee) il professor Gianfranco Miglio, uno che pensava. E il promotore era Umberto Bossi, uno che intuiva. Purtroppo per lui intuiva meglio le aspettative della gente che quelle della sua famiglia, che ne aveva tante e lo ha messo nei guai. Ora straparla a nome della Lega un ex tirapiedi bossiano di cospicua ignoranza, anche lui a nome Matteo ma Salvini di cognome. È uno che spara quasi quotidianamente, a voce o tramite apposite felpe, verità per lui assolute, che restano tali anche quando dice l’opposto. Grande confusione strategica caratterizza pure la Lega, tra chi ancora riecheggia gli slogan della padania indipendente da Roma ladrona e chi si ispira alla idee centraliste / stataliste di Marine Le Pen.

L’altro partitucolo di incertissima consistenza elettorale ma dichiaratamente di destra è al momento rappresentato da una giovane signora riconoscibile più per il greve accento romanesco, inflessione Garbatella, che per le idee politiche, ignote ai più. Risulta alquanto grottesco il tentativo della signora di farsi passare come erede politica di Giorgio Almirante, post fascista non reticente e forse mai pentito, repubblichino verso i trent’anni, in età matura politico molto osteggiato ma abile nel muoversi nella Repubblica “nata dalla resistenza”.
La signora Meloni si accompagna politicamente al Salvini di cui sopra, divisi dall’accento ma uniti dalle idee politiche, sostanzialmente assenti in entrambi.

Resterebbe altro: il Centro. Una galassia da sempre in movimento ma priva di riferimenti condivisi, anche dal punto di vista tattico. Ogni tanto compare, come a dire io ci sono, un politico di caratura come Pierfe Casini, che però non va oltre piccoli segnali, forse in attesa di fare la sua rentrée in caso di ripristino del sistema elettorale proporzionale. Nel frattempo si pavoneggia come fosse davvero un leader Angelino Alfano, la cui fronte sempre corrucciata lascia pensare alla preoccupazione per una presenza al governo che tutti sanno essere ben superiore alla consistenza elettorale stimata. E armeggia, sempre in zona centro, l’onnipresente Verdini, anche lui con le sue preoccupazioni però più di ordine giudiziario che politico.

Tutto ciò premesso: che motivi abbiamo per essere ottimisti?

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