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Europa 2018

1 novembre 2016

Niente pirati in Islanda. Sembravano i sicuri vincitori delle elezioni ma non hanno trovato nelle urne i voti che dovevano portarli al governo. Sono andati bene, raddoppiando i sostenitori, ma non quanto speravano e quanto stimavano i sondaggisti, categoria piuttosto in crisi.
Governeranno i conservatori; con difficoltà, ma governare non è mai facile.

Anche in Spagna niente Podemos. Rajoy di nuovo in carica grazie all’astensione dei socialisti. Gli arzigogoli italiani la chiamerebbero “non sfiducia”.
Rajoy non ha la maggioranza; dovrà cercarsela provvedimento per provvedimento, per aggiungere a quelli del suo partito popolare i voti di parlamentari socialisti e di Ciudadanos. Un governo di dialogo, lo chiama lui. Una palude, la chiamerebbe Renzi, palestra di ricattatori con potere molto superiore al peso elettorale. Eppure è innegabile che cercare voti in Parlamento sia un esercizio tipico delle democrazie. Ovviamente per funzionare in Parlamento ci deve essere gente all’altezza, non soltanto dei propagandisti pigiabottoni.

L’impressione è che i sempre contro, come Podemos e i Pirati, quelli che pretendono di sfasciare tutto senza dimostrare di avere poi le idee e le competenze per ricostruire, siano movimenti che catturano più voti nei sondaggi che nelle urne. Si è visto anche in Francia, e nella stessa Grecia ha vinto Syriza, ma governa sotto dettatura.

Nel 2017 avremo verifiche in questo senso in Francia, Germania e Olanda. E nel 2018, se non prima, in Italia, dove viene considerato possibile vincitore anche un partito sedicente movimento che sull’Europa manifesta tutte le posizioni possibili, tra loro opposte.

Tra qualche giorno vedremo anche se negli Stati Uniti, fra due candidature comunque non stimolanti, vincerà la più o la meno azzardata.
Gli Stati Uniti sono importanti più che mai anche per l’Europa, soprattutto se, come qualcuno suppone, il dopo elezioni vedrà una significativa evoluzione della politica estera, incluso un rapporto meno conflittuale con la Russia. L’Europa ne guadagnerebbe.

Nel frattempo evolverà anche Brexit: hard, soft o retromarcia. Si misureranno meglio le conseguenze per l’Europa, oltre che per Scozia e Irlanda. Qualcosa succederà, forse non sconvolgente. Intanto è già successo che una parte della popolazione abbia capito come il ricorso al referendum su temi molto complessi sia una facile scappatoia per politici mediocri ma ne richieda poi di molto preparati per dare seguito.

Si può quindi pensare che dopo tutto ciò, tra due anni, l’Europa si troverà in un contesto diverso, non necessariamente più facile ma più chiaro. Ritornerà comunque, mi auguro, il tempo di fare programmi, magari anche di rivedere qualche trattato. E un’Europa che sa come ripartire, con serie prospettive di rilancio politico, potrebbe attrarre anche leader più qualificati, dei quali si sente il bisogno.

Lasciamo passare questi tempi pre-elettorali, che orientano gli sguardi quasi soltanto sul breve termine. Le elezioni sono un fondamento della democrazia, ma quando si avvicinano un po’ la distorcono. Per non parlare dei referendum.



 

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