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Riflessioni a vanvera n.23 (referendum molestus)

28 novembre 2016

Referendum

Quello che si sente in Italia sul referendum, da parte di politici stampa e cittadini, è il segno della mediocrità del Paese, incapace di apprezzare il lusso della democrazia. Un sistema forse troppo delicato e sofisticato, incompatibile con la bassezza morale di alcuni e il disinteresse di molti.

Disinteresse

Proprio il diffuso disinteresse è una difesa contro le nefandezze urlate dai protagonisti della lotta politica. Una maggiore passione da parte della popolazione, eccitata da quegli incoscienti, potrebbe portare a scontri di piazza e a situazioni che in altri tempi e luoghi hanno generato perfino guerre civili. Disinteresse e pigrizia, mentale e fisica, sono dunque una barriera contro gli eccessi di politicanti senza scrupoli.
E per i pochi facinorosi c’è sempre il calcio come sfogatoio.

Partecipazione

Tra i partecipanti alla competizione più che in passato – ma, temo, meno della prossima volta – c’è la stampa. La stampa, buona parte, fa il tifo. Informarsi attraverso un solo quotidiano o un solo telegiornale non è sufficiente. Anzi, non di rado trae in inganno. E abbiamo capito che i social network non sopperiscono.

Appropriazione o attribuzione indebita

Viene chiamato “il referendum di Renzi” ma si tratta di un adempimento previsto in Costituzione. La riforma costituzionale lo impone se la legge di riforma non è stata approvata con la maggioranza dei due terzi del Parlamento. E questo è il caso.

Che poi Renzi ci abbia messo molto del suo sia nella promozione della legge che nel suo sostegno durante la campagna referendaria in corso è un altro discorso. Personalmente ritengo che in quanto presidente del consiglio abbia ecceduto, ma rimane il fatto che il referendum è imposto dalla Costituzione.

Personalizzazione

Si accusa Renzi di avere personalizzato la competizione preannunciando che in caso di mancata approvazione popolare della riforma si sarebbe dimesso. Il che a me sembra da ogni punto di vista inevitabile (punto seguente). Ma sul fronte opposto, variegato, c’è chi sostiene che non dovrebbe comunque dimettersi e chi al contrario incita a votare no “per mandare a casa Renzi”. Rozzezza del linguaggio a parte, non è comprensibile come gli stessi possano accusare altri di personalizzare.

Dimissioni

Uno dei temi più dibattuti e meno comprensibili sul dopo referendum è proprio che farà Renzi, e perciò il governo.
Non vedo che altro potrebbe fare se non andare dal presidente della Repubblica e dimettersi.
L’incarico che il presidente Napolitano ha conferito a Renzi è stato esplicitamente legato alla necessità di riformare finalmente il riformabile e la riforma della Costituzione è un punto qualificante. Se i cittadini tramite referendum la respingono chiunque nella posizione di Renzi, che oltre tutto per il SI si è molto esposto e battuto, dovrebbe dimettersi.

Anzi, aggiungo che dovrebbe dimettersi anche il Parlamento, se fosse previsto. La riforma è stata approvata da questo Parlamento, anche dai pentiti, e quindi se i cittadini la bocciano i parlamentari sarebbero tenuti a prendere atto della sconfessione da parte dei loro rappresentati.
Non sarà così perché le dimissioni dovrebbero essere rese individualmente e comunque subentrerebbero i non eletti, secondo graduatoria. Difficilmente sarebbero peggiori degli attuali, ma non il ricambio forzoso non è contemplato.

Galateo istituzionale

Tornando a Renzi io penso che per rispettare un galateo istituzionale che non è scritto ma aiuta a vivere la politica più civilmente, dovrebbe dimettersi anche in caso di vittoria del SI. Un atto al quale, più che il respingimento delle dimissioni, dovrebbe far seguito il reincarico, una nuova lista dei ministri, magari identica, e la richiesta di una nuova fiducia. Un atto formale, ma anche la forma è importante.

Punto e a capo

Sarebbe simpatico se dopo l’eventuale approvazione della riforma e le dimissioni “per galateo” Renzi declinasse il nuovo invito a formare il governo. “Sa, signor presidente, governare l’Italia è sempre stato difficile, di questo tempi poi… Perciò io avrei pensato di dedicarmi ad altro. La ringrazio per la stima ma proprio, se posso permettermi, ne ho le palle piene”. Punto e a capo.

Personalmente mi alzerei per applaudire (standing ovation, si dice), ma temo che l’ambizione del nostro sarebbe un unguento formidabile per mitigare le conseguenze fisiche dell’impegno istituzionale.

Due punti e a capo

Trovo che il tempo e l’inchiostro che i media dedicano all’eventuale dopo Renzi, dopo la vittoria del NO, sia largamente sprecato, con l’eccezione, forse generosa, di pochi riferimenti ai probabili effetti economici di breve termine.

Tutti ossessivamente concentrati sulla politica politicante: che farà Tizio o Caio, quale Governo si potrebbe organizzare, con chi, sinistra destra centro sopra sotto. Il PD si spacca (lo credo anch’io, con o senza Renzi alla guida. Se si fa un governone immagino certi tipi del PD che ci si buttano a capofitto); il centrodestra si spacca (già fatto, fino alle prossime elezioni); incarico a un grillino/a (perché mai? Comunque sarebbe un dispetto). E via così: governo a termine, tecnico, di scopo, inciucio, governicchio, eccetera.
Larghe intese, paiono auspicare in tanti, ovviamente ad excludendum grillorum.

Zero tituli

Belle discussioni, benché soporifere. Tanto per ora nessuno può essere smentito. Il dibattito su cosa può succedere sostituisce però del tutto quello riguardante ciò che potrebbe non succedere:
• Passi ulteriori e rettifiche alle leggi sul lavoro, a jobs act verificato sul campo
• Fisco (cuneo fiscale, aliquote IRPEF e IRES e altri interventi)
• Istruzione (secondo passo della cosiddetta buona scuola e altro. Molto altro)
• Riforma della Giustizia, o almeno revisione profonda di alcuni aspetti. Perché la Giustizia vive anni terribili. E li fa vivere.
• Riforma della Pubblica Amministrazione, più o meno digitale, Madia e oltre.
• Accorpamenti di aziende pubbliche locali e nuove regole di governance
• Europa (rapporti, immigrazione, fiscal compact)
• Oltre naturalmente all’ordinario, economia in primis perché tra Europa a più voci (e con elezioni importanti nel 2017), Trump e magari Quantitative Easing che rallenta non mancheranno motivi di attenzione e intervento.

Non è tempo di governi bloccati dai veti interni. Non è tempo per discutere mesi chi entra e chi no, in quale ruolo, con quali deleghe. È tempo di governare. Ipotesi al momento tenuta in scarsissima considerazione. Leggere i giornaloni per conferma. Anche solo i titoli.

Falso scopo

In un momento di malignità acuta ho pensato che una parte dei voti contrari alla riforma potrebbero venire dalle categorie interessate a rallentare o annientare quanto sopra: senatori (pochi, 315 più famiglie e personale al seguito); politici locali, dai consiglieri regionali che ridurrebbero gli introiti anche se eletti nel nuovo Senato a quelli provinciali che scomparirebbero; dirigenti e addetti regionali usi, per esempio, a girare il mondo spendendo assai per promuovere solo la propria regione, eventualmente in competizione con le altre anche limitrofe; venditori di materiale sanitario e non di vario genere, che potrebbero essere obbligati a praticare lo stesso prezzo in tutte le regioni: il più basso; tutti coloro che non hanno interesse a che le best practice vengano replicate nelle regioni che non ne hanno di altrettanto best; giovani bazzicanti di partiti che vedrebbero ridursi le prospettive di carriera, o proprio di lavoro, nel mondo politico e limitrofo; dipendenti della pubblica amministrazione, centrale e locale, dirigenti in testa, ai quali la riforma della PA se andasse avanti richiederebbe addirittura di assumersi delle responsabilità; magistrati già seccati per la faccenda delle ferie che verrebbero forse malignamente obbligati al supplizio dell’informatica, al fantascientifico processo telematico; imputati, avvocati e malandrini di varia natura che con il processo telematico – e magari qualche altra leggina – vedrebbero allontanarsi la sospirata prescrizione; sindacalisti, in parte, che paiono non gradire l’accentramento in capo allo Stato di alcune attività che oggi gestiscono senza buoni risultati in materia di sostegno al lavoro e formazione; eccetera.
Madonna quanta gente!
E pensare che la grandissima parte degli italiani si lamenta dello status quo.

Pensierini

Quando un vero genio appare in questo mondo lo si può riconoscere dal fatto che gli idioti sono tutti coalizzati contro di lui (Jonathan Swift)

Se potessimo comprare gli uomini per quello che valgono e rivenderli per quello che dicono di valere, che affari faremmo! (anonimo)

Post inserito in: secondo me

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Riflessioni a vanvera n.22 (trumpizzati)

20 novembre 2016

Populismo

Populismo è ormai diventata la classificazione di partiti persone e situazioni che è difficile collocare all’interno delle categorie classiche destra e sinistra. È un limite lessicale che ne svela uno culturale. È come se non riuscissimo ad affrancarci dai canoni interpretativi con i quali siamo cresciuti, quelli del ‘900.
È chiamato populismo infatti tanto l’essere contrari al sistema vigente quanto proporre provvedimenti di chiaro interesse popolare, cioè di interesse di una maggioranza della popolazione.

Ecco allora che anche l’attribuzione a Trump della qualifica di populista più che sbagliata è priva di significato. Forse con Trump si dovrebbe inaugurare la categoria dl pragmatismo.

Wait and see

Personalmente non sono terrorizzato da Trump. Non ancora almeno. Temo maggiormente la pochezza professionale di uno Junker e di tanti altri che conosciamo già.
Anche del cabinet di Trump sappiamo ancora poco. Vedremo di chi si circonderà e poi vedremo costoro come si comporteranno. Aspettiamo.

Per ora abbiamo solo capito che Trump in campagna elettorale ha toccato i tasti giusti. Quelli che in funzione del risultato la gente colloca nella testa o nella pancia degli elettori: barriere doganali per difendere il lavoro americano; barriere fisiche e legali contro l’immigrazione; abbassare le tasse; ridimensionare la sanità pubblica (Obamacare) rendendola meno costosa; non spendere dollari per difendere gli alleati: che spendano loro; andare d’accordo con tutti nel mondo. Pacem in terris, se sapesse cos’è.

Adesso approfondirà e scoprirà che non tutto è così semplice come dirlo; accetterà qualche compromesso; accantonerà qualche idea e probabilmente l’America e il mondo andranno avanti come prima, cioè maluccio.

Hillary ha perso

Lo stupore, più della sconfitta dei sondaggisti, a me deriva da quanti – politici, analisti e commentatori professionali – hanno smussato gli angoli. La palese preferenza per Hillary dei grandi giornali americani, e anche italiani, è sfumata già nelle prime ore, dense in critiche alla sconfitta: espressione dell’establishment; campagna elettorale troppo tradizionale; atteggiamenti poco spontanei; eccessiva enfasi sui rapporti Trump-Putin; petulante richiamo al voto di genere.

Clinton ha avuto più voti popolari di Trump, in realtà; poi ciascuno è libero di costruire ipotesi a piacimento, ma non è stata catastrofica la sua sconfitta. Una non vittoria, direbbe Bersani.

Bla bla bla

Dotte analisi nei giornali italiani su pregi (adesso qualcuno ne ha trovati) e difetti della “Trumpnomic”, orrendo modo di definire la politica economica di Trump. Presunta, naturalmente.
Calcoli. Come crescerà il debito pubblico USA; tassi; posti di lavoro; export; dollaro; PIL. Sanno tutto. Tutto previsto. Che bravi!
E pensare che quell’ignorantone di Trump non legge i giornali italiani.

Stravagante poi la considerazione che Trump, secondo i fantasiosi analisti, avrebbe in mente una politica di impronta keynsiana, finora bandiera della sinistra. Che praticata da lui diventa di destra, sempre causa schiavitù intellettuale verso le classificazioni storiche: destra o sinistra. Di lì non si esce: tertium non datur.

Tertium datur, forse

E invece forse un tertium c’è.
Come già abbiamo visto nel voto per Brexit si registra una bella differenza di risultato tra il voto delle grandi città e quello dei centri di provincia. A Londra Brexit sarebbe stata nettamente sconfitta e negli USA Clinton nelle grandi città avrebbe vinto. E ora è nelle città che si scatena la poco comprensibile protesta contro Trump.
Probabilmente questo ha qualcosa a che fare con il divario di offerta tra città e provincia, che va aumentando un po’ dovunque in termini di opportunità di lavoro, reddito e servizi disponibili.

Bisognerà ripensarci. New York non è l’America, come ha scritto il New York Times. Il mondo sta andando in città, un fenomeno che si registra in Cina quanto in Africa. Il PIL si fa in città.

Post-verità

Con le presidenziali USA 2016 è stato rispolverato, come coniato a nuovo, il termine “post-verità”, che Oxford Dictionaries ha scelto come parola internazionale dell’anno, in lingua inglese, emersa prima nel voto per Brexit e poi nelle elezioni USA.
La definizione è attribuibile secondo Oxford Dictionaries alle circostanze nelle quali i fatti oggettivi hanno meno influenza dei richiami emotivi nell’orientare l’opinione pubblica. I richiami emotivi, va notato, sono quelli che proviamo decine o centinaia di volte al giorno vedendo una persona o un’immagine, sentendo una musica o un profumo. Sono naturalmente ricercatissimi dai pubblicitari, che se riescono a creare un richiamo emotivo nel target di riferimento sono a buon punto nel loro lavoro.

Oxford Dictionaries ha scelto post-truth come parola dell’anno dopo la constatazione che nella campagna presidenziale USA le notizie false diffuse via social network sono state più numerose di quelle vere.

Non so se post-verità sarà un termine usato anche in italiano. Forse no. Però la campagna referendaria italiana ha un contenuto di post verità – ma chiamiamole bufale – come forse mai si è verificato in politica prima d’ora. Ma che temo crescerà in futuro.

I grotteschi

Ormai è chiaro che oltre alla riformista alla massimalista e ad altre sfaccettature c’è anche una sinistra grottesca in Italia. È quella convinta che se invece di Clinton il candidato democratico fosse stato Sanders avrebbe stravinto. Il primo socialista presidente degli Stati Uniti, figuriamoci! Quello, in fondo, al quale è stata preferita la pur poco gradita Clinton.

È umanamente penoso constatare come per alcuni le idee restino immutabili nei decenni, come gli amici di donna Prassede. Per quanto la realtà cambi e si incarichi di smentirli loro restano avvinghiati al loro mondo.
Ma non tutti i grotteschi stanno a sinistra. Non da meno quelli esultanti per la vittoria di Trump quanto lo furono per quella di Tsipras.
È il vantaggio di chi di idee politiche non ne ha nessuna.

Pensierini

Allarmi sociali: le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Le storie si capiscono alla fine (Aristotele)

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La forza dell’ignoranza

13 novembre 2016

Mi sembra che diventi sempre più inutile e fuorviante il tentativo di molti di ricondurre la politica e i voti popolari ai concetti di destra e sinistra. Molti protagonisti della politica attuale e molte posizioni sembrano sfuggire ai recinti di quei concetti.

Quello che si va affermando nelle democrazie a me sembra piuttosto la forza dell’ignoranza, che non è né di destra né di sinistra.

Il popolo è mediamente ignorante. Lo è sempre stato, ma tradizionalmente eleggeva rappresentanti di preparazione generale e specifica superiore alla media, anche perché i partiti svolgevano il ruolo di formare e selezionare i candidati. Sui relativi criteri ciascuno può dire la sua, ma che quelle funzioni fossero svolte nessuno può negarlo.

I voti di preferenza concessi ad Andreotti, per citare il politico storicamente primatista, senza alcuna valutazione di merito, andavano a chi era ritenuto persona di statura adeguata alle esigenze di un rappresentante presso le istituzioni ma che in quel ruolo si occupava anche “della plebe”, detto con assoluto rispetto. E’ risaputo infatti che Andreotti era dotato di un data-base ricco e sempre aggiornato e di un team di collaboratori che raccoglieva tutte le istanze del proprio elettorato, di solito espresse per lettera, ed a tutte immancabilmente dava risposte, non solo interlocutorie.

L’elettore si sentiva così davvero rappresentato. Aveva la prova di essere in grado di raggiungere e coinvolgere direttamente il suo parlamentare preferito, fosse anche per motivi in assoluto futili ma significativi per sé. E parallelamente il parlamentare aveva di tanto in tanto da quelle istanze, non di rado sgrammaticate ma autentiche, lo spunto per promuovere iniziative di vario genere, dalla concessione comunale alle sagre paesane alle leggi.

Adesso non è più così. I partiti non fanno più scuola, salvo qualche seminario più orientato alle tecniche comunicative che alla struttura dello Stato o ai compiti delle istituzioni o, meno che mai, alla storia. E quanto alla selezione anche quelli che non si affidano a you tube adottano come criteri prevalenti la capacità comunicativa, o la notorietà o, non di rado, la fedeltà al capo. Apparenza e appartenenza, la preparazione non sembra essere una priorità.

E’ così che ci tocca subire sempre più spesso – noi che non abbiamo un’ignoranza sufficiente a passarci sopra –  le affermazioni strampalate di chi distorce senza remore istituzioni, storia e realtà, diffondendo a sua volta incultura, in buona e in cattiva fede.

E poiché l’ignoranza è contagiosa e di facile acquisizione, al contrario della conoscenza, la tendenza sembra inarrestabile.

I messaggi dei suddetti sono rivolti d’altra parte soprattutto a individui che nulla sanno di politica e che stanno bene così. Non vogliono essere informati, anche perché non di rado non hanno alcun reale interesse per la politica, quando pure non la odiano. Magari vogliono essere governati, ma che se ne occupino altri. A loro basta il diritto alla lamentela, la scappatoia consolatrice di scaricare sulla politica di tutto, a cominciare dalle proprie frustrazioni.

Sono persone, in buona parte, che non hanno speranze riguardanti la vita pubblica. Il voto per costoro è un’arma. Votano contro, mai per, e perciò votano chi si propone come vendicatore. Irrilevante nella valutazione qualunque idea di evoluzione del mondo, di modelli di società ai quali fare riferimento. Niente speranze, niente futuro. Sto male io, adesso, sono incazzato, perciò voglio vedere star male anche te, politico presuntuoso e ladro.

Una volta il riferimento ideale c’era ed era il comunismo, l’URSS, che qualcuno considerava come il regno, l’unico, dell’uguaglianza. La logica probabilmente era non sarò ricco io ma non lo sarà nessuno. Non c’è neppure bisogno che mi impegni per migliorare perché non si può. La famiglia non può stimolarmi al successo per avere maggior benessere. Niente frustrazioni, niente invidia sociale, niente sfide da affrontare, rischi da correre. Lo Stato pensa per me, mi dà il necessario.

Quel terzo più o meno della popolazione italiana che auspicava il rifugio nel comunismo oggi, nei numeri se non nelle persone, guarda forzatamente ad altro. Al ribaltamento di una classe dirigente che accusa di quasi ogni malefatta e ne cerca una nuova, se proprio è necessario averne una, più somigliante a sé stessa.

Ignorante io, ignorante tu. Mi piaci per quello. Sei come me, perciò mi capisci. Mi fai sentire alla tua altezza, non inadeguato, non lontano. Basta con quelli che sanno e che ci hanno ridotto in condizioni penose con la mancanza di lavoro, le tasse esose per consentire i loro lussi e le loro ruberie, l’immigrazione di gente che è meglio tenere lontana.

E soprattutto basta con l’idea che la cosa pubblica debba essere affidata a non ignoranti. Non ne vogliamo più di professionisti che ci chiedono educatamente di fidarci e poi ci fregano. Non ci fidiamo.

In democrazia decide il popolo e il popolo sono io. Bue? Si, bue. E infatti voto per dei buoi.

 

Massimo Biondi

Novembre 2016. Pubblicato da “Nel futuro”, web magazine di informazione e cultura

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Europa 2018

1 novembre 2016

Niente pirati in Islanda. Sembravano i sicuri vincitori delle elezioni ma non hanno trovato nelle urne i voti che dovevano portarli al governo. Sono andati bene, raddoppiando i sostenitori, ma non quanto speravano e quanto stimavano i sondaggisti, categoria piuttosto in crisi.
Governeranno i conservatori; con difficoltà, ma governare non è mai facile.

Anche in Spagna niente Podemos. Rajoy di nuovo in carica grazie all’astensione dei socialisti. Gli arzigogoli italiani la chiamerebbero “non sfiducia”.
Rajoy non ha la maggioranza; dovrà cercarsela provvedimento per provvedimento, per aggiungere a quelli del suo partito popolare i voti di parlamentari socialisti e di Ciudadanos. Un governo di dialogo, lo chiama lui. Una palude, la chiamerebbe Renzi, palestra di ricattatori con potere molto superiore al peso elettorale. Eppure è innegabile che cercare voti in Parlamento sia un esercizio tipico delle democrazie. Ovviamente per funzionare in Parlamento ci deve essere gente all’altezza, non soltanto dei propagandisti pigiabottoni.

L’impressione è che i sempre contro, come Podemos e i Pirati, quelli che pretendono di sfasciare tutto senza dimostrare di avere poi le idee e le competenze per ricostruire, siano movimenti che catturano più voti nei sondaggi che nelle urne. Si è visto anche in Francia, e nella stessa Grecia ha vinto Syriza, ma governa sotto dettatura.

Nel 2017 avremo verifiche in questo senso in Francia, Germania e Olanda. E nel 2018, se non prima, in Italia, dove viene considerato possibile vincitore anche un partito sedicente movimento che sull’Europa manifesta tutte le posizioni possibili, tra loro opposte.

Tra qualche giorno vedremo anche se negli Stati Uniti, fra due candidature comunque non stimolanti, vincerà la più o la meno azzardata.
Gli Stati Uniti sono importanti più che mai anche per l’Europa, soprattutto se, come qualcuno suppone, il dopo elezioni vedrà una significativa evoluzione della politica estera, incluso un rapporto meno conflittuale con la Russia. L’Europa ne guadagnerebbe.

Nel frattempo evolverà anche Brexit: hard, soft o retromarcia. Si misureranno meglio le conseguenze per l’Europa, oltre che per Scozia e Irlanda. Qualcosa succederà, forse non sconvolgente. Intanto è già successo che una parte della popolazione abbia capito come il ricorso al referendum su temi molto complessi sia una facile scappatoia per politici mediocri ma ne richieda poi di molto preparati per dare seguito.

Si può quindi pensare che dopo tutto ciò, tra due anni, l’Europa si troverà in un contesto diverso, non necessariamente più facile ma più chiaro. Ritornerà comunque, mi auguro, il tempo di fare programmi, magari anche di rivedere qualche trattato. E un’Europa che sa come ripartire, con serie prospettive di rilancio politico, potrebbe attrarre anche leader più qualificati, dei quali si sente il bisogno.

Lasciamo passare questi tempi pre-elettorali, che orientano gli sguardi quasi soltanto sul breve termine. Le elezioni sono un fondamento della democrazia, ma quando si avvicinano un po’ la distorcono. Per non parlare dei referendum.

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