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Soldi tanti, idee poche, voglia niente. Come si ritrova lo spirito imprenditoriale?

17 settembre 2016

La stanchezza della nostra economia è un po’ la stanchezza degli imprenditori. Negli Stati Uniti quasi il 9% delle imprese che hanno dipendenti e pagano imposte sono nate negli ultimi due anni (dato di una ricerca Forbes). Anche da noi ci sono startup, per fortuna, ma generalmente non hanno dipendenti e non pagano imposte.

Ci sono in giro un sacco di soldi che costano e rendono pochissimo, ma ciò nonostante le iniziative imprenditoriali in Italia latitano.

Un po’ c’è che qui siamo bombardati dal racconto in stereofonia delle cose che vanno male: le tasse, il governo, i giovani, la burocrazia, le università, i sindacati, i cinesi, il terrorismo, le banche, l’immigrazione e via lamentando. E naturalmente il referendum, che chissà poi che succede.

In quasi tutto c’è del vero, ma non tutto è vero.
Però con questo lamentoso frastuono nelle orecchie, con il “chi te lo fa fare” al primo accenno di iniziativa, anche chi avrebbe mezza idea la mette da parte e va a svernare in Paesi caldi, magari ricettivi anche sul piano finanziario. C’è poca voglia di intraprendere, ma ci sono anche poche idee.

Eppure c’è stato chi le idee le ha avute, le ha sviluppate, ha creato lavoro. Nomi che sono nella storia e al solo sentirli richiamano importanti iniziative imprenditoriali. In rigoroso ordine alfabetico, senza citare i contemporanei, le grandi dinastie che hanno iniziato nell’800 e quelli che non mi sono ricordato: Agusta; Alemagna; Barilla; Bassetti; Benetton; Borghi (IGNIS); Borletti (macchine da cucire ma anche la Rinascente); Breda; Campari; Costa; Falck; Ferrero; Lancia; Marelli; Merloni (Ariston-Indesit); Mondadori; Motta; Olivetti; Pirelli; Rizzoli; Romeo; Zanussi. Tutti attivi nel secolo scorso, tutti hanno lasciato iniziative con un futuro che è ancora presente. Eppure anche loro avrebbero avuto motivi di preoccupazione: le guerre, il socialismo, i sindacati, il fascismo, la Repubblica, il comunismo, il centrosinistra, il ’68.
Ma avevano idee e voglia, si muovevano. Certo qualcuno dalla guerra ha avuto benefici, o dal fascismo, ma quella era comunque l’Italia che tirava e che ha posto le basi per il miracolo economico. Poi sono venuti altri, che non hanno dato il loro cognome all’azienda ma sono ancora qui a primeggiare; e la moda, il design: iniziative, posti di lavoro, formazione sul campo. E soldi, tanti, per tutti.

Quand’è che si sono abbassate le luci? Si sono tirati i remi in barca? Sono aumentati i lamenti e diminuite le iniziative?
Cosa si può fare per ricostruire, prima di tutto, uno spirito?

Forse è stata la finanza, per chi i soldi li ha. Altri soldi senza sporcarsi, in senso fisico. Senza andare in fabbrica tutti i giorni, senza girare il mondo che non conosci affatto a cercare compratori; senza confronto umano, quotidiano, con gli operai, che se uno che vedi tutti i giorni per anni ha un problema magari lo aiuti. Dopo sono arrivati dei pirla a dire, in nome del sindacato, che quello era paternalismo, che o tutti o nessuno. Sciòpa! (molti di quegli imprenditori erano milanesi).

Nella finanza tutti puliti, ben vestiti, al fresco o al caldo secondo stagione; senza mettere la faccia, che ci sono quelli che lo fanno per una percentuale e non dicono a nessuno chi sei. Tu conti, guadagni o perdi, ma il pathos è minimo, se hai soldi. Sai che quello che perdi oggi lo guadagnerai domani, se non sei un frescone, e viceversa. Ma quando tiri le somme nel medio periodo di solito ti è andata bene. E poi i soldi li puoi avere ovunque, dove ti conviene, non come il capannone.

Oppure, se hai un’aziendina, la vendi. Chi te lo fa fare di crescere? Troppa fatica, troppi rischi, troppe incertezze. Vendi e metti via. Poi magari investi ancora in una startup, ma minuscola, da rivendere al più presto, possibilmente dopo averla caricata di costi estranei alla gestione ma scaricabili dalle tasse.

Tranquillità. Opulenza. Perché sbattersi?
Poi in barca o al ristorante con gli amici puoi sempre criticare il governo di turno, la politica, le tasse che eludi, la disoccupazione, della quale se fossi onesto diresti che non te ne frega assolutamente un fico ma non sta bene, salvo che il disoccupato sia il moroso di tua figlia. Allora nella tua cerchia un conoscente che gli dia un lavoro, uno smartphone e un’auto aziendale si trova. Anche se è un coglione.

Massimo Biondi
Settembre 2016



 

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