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Episodi del tafazzismo della sinistra italiana (da Pierluigi Battista)

11 marzo 2016

L’8 marzo Pierluigi Battista pubblicava sul Corriere della Sera l’articolo che riporto integralmente di seguito che illustra bene la quantità di “sinistre” che si sono manifestate nella politica italiana dell’ultimo secolo. Eppure Battista non cita l’episodio che a me sedicenne ignorantello ha fatto intuire la difficoltà di identificare una (una) sinistra. Difficoltà che poi sono andate aumentando, naturalmente. 

Parlo del primo governo di centro-sinistra, cioè con il supporto parlamentare del PSI e con esponenti PSI nel governo presieduto da Aldo Moro. 1963. Il PSI arrivava a quel punto dopo molta strada, dal Fronte Popolare con il PCI nel 1948 ai ripensamenti successivi all’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS. Il conseguente allontanamento dal PCI aveva gradualmente portato il PSI in area governativa. D’altra parte se vuoi incidere sulle scelte è al Governo che lo puoi fare meglio. Ma raggiunto il traguardo – si dice non senza il “permesso” della NATO, degli USA e del Papa – è successo che parte del partito non ne volesse sapere di allontanarsi tanto dal PCI fino al punto di entrare nel governo con la DC. E non votò la fiducia. Perciò: scissione. L’ennesima. Per entrare nel PCI, potrebbe pensare un ingenuo. Niente affatto. Per creare il PSIUP, nome vecchio per un partito nuovo che non combinerà nulla di utile, fino a scomparire non raggiungendo il quorum nelle elezioni politiche del 1972. Da cui la modifica dell’acronimo: Partito Scomparso In Un Pomeriggio. 

Ho cominciato allora a domandarmi cosa sarebbe accaduto in Italia se il PSI nel ’48 non avesse aderito al Fronte Popolare e si fosse presentato alle elezioni senza alleanza con il PCI. Allora il PSI aveva più voti del PCI, secondo il risultato dell’elezione dell’Assemblea costituente del ’46. E ho cominciato allora anche a domandarmi dove cominciava e dove finiva la sinistra, quale era “pura” e quale no, chi dettava le regole, chi giudicava. Domanda alle quali non so dare risposte. Forse una: “sinistra”, come “destra”, non è un parametro immutabile per giudicare l’agire politico.   

Questo è l’articolo di Battista:

>>>SPEZZETTAMENTO MANIACALE E «TAFAZZISMO»

Sinistra divisa anche alle Comunali
La vocazione a frammentarsi sempre
Una storia costellata da uno scissionismo ossessivo. Sempre uguale dal 1921
fino ai casi odierni delle Amministrative di Roma, Napoli, Milano, Torino
di Pierluigi Battista

C’è ancora qualcuno, oramai stagionato e con qualche conoscenza della storia della sinistra extraparlamentare in Italia, che si sta affannosamente chiedendo a tanti decenni di distanza quale fosse la ragione della rivalità fortissima, incandescente, inestinguibile tra il Pcd’I «Linea Rossa» e il Pcd’I «Linea Nera». Non dico la differenza tra i marxisti-leninisti di Servire il Popolo e i marxisti-leninisti di Stella Rossa, o tra la rivista Soviet dei Nuclei Comunisti Rivoluzionari e i Nuclei Comunisti Rivoluzionari senza la rivista Soviet. Ma la «Linea Rossa» e la «Linea Nera», in cosa diavolo credevano per dilaniarsi così. Credevano in uno dei riti più amati dalla sinistra di tutti i tempi: la frammentazione ossessiva, lo spezzettamento maniacale, la fissazione scissionista, lo sconfittismo come filosofia della vita e della storia. In linguaggio più moderno: il sempiterno, indistruttibile «tafazzismo», da Tafazzi, quello che si martellava lì, dove fa molto male. Un masochismo che si ripropone identico ad ogni stagione. Ora a Roma, Napoli, Milano, Torino e persino con qualche sia pur lieve tentazione a Bologna, ovunque la sinistra cercherà di perdere anche le elezioni per i sindaci.
Le (innumerevoli) scissioni
E mica da oggi, o da ieri. No dall’altro ieri, o dall’altro ancora, ma sempre identico. Dividersi tra socialisti riformisti e socialisti massimalisti, con la scissione mussoliniana e la cacciata dei ministerialisti. Poi la scissione comunista di Livorno nel ’21 e le lotte scissioniste già dentro il neonato partito. E i socialisti che si dividono dai socialdemocratici. E i socialproletari che si separano dai socialisti. E le elezioni del ’72 in cui il Psiup e il Manifesto non riescono a superare il quorum buttando via un milione di voti a sinistra. E il Pdup che nasce da una branca dello Psiup. E la sinistra alla sinistra del Pci in cui, a decenni di distanza del killeraggio a colpi di piccone in Messico e a decenni dal rapporto Kruscev, gli stalinisti del Movimento Studentesco e i trotzkisti di Avanguardia Operaia si prendevano a randellate (i randelli del Movimento studentesco vennero per l’appunto ribattezzati «Stalin»). E poi la fine del Pci con la scissione di Rifondazione comunista, e poi la scissione dalla Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti, che già aveva scisso il centrosinistra di Prodi, dei Comunisti italiani di Cossutta che ridiventeranno Rifondazione con Ferrero mentre Rifondazione diventa Sel con Vendola, mentre i Comunisti scissionisti non muoiono grazie a Marco Rizzo (sempre che non si sia saltato qui qualche passaggio scissionistico). Del resto si sono scissi anche i socialisti post-craxiani, e qualche pericolo scissionista sembra incombere minaccioso anche su ciò che resta dei Verdi.
La storia si ripete
Oggi la storia sembra ripetersi, identica. A Milano la sinistra a sinistra di Sala perde drammaticamente le primarie del Pd presentando ben due candidati i cui voti, sommati, farebbero il 60 per cento ma, divisi e scissi, contano zero. Però ecco riorganizzarsi a sinistra lo spirito tafazzista e nel vortice delle candidature non ancora formalizzate di Curzio Maltese o di Gherardo Colombo, la sinistra milanese finisce per rischiare di brutto. Rischiare soprattutto la sindrome ligure, quando la sinistra di Renzi presentò un suo candidato molto inviso alla sinistra (o forse proprio perché molto inviso alla sinistra) e allora la sinistra di Cofferati pur di non far vincere il, anzi la candidata renziana, decise con il 9 per cento dei voti a Luca Pastorino che non sarebbe stata una tragedia se in Liguria avesse vinto il candidato Toti della destra. E si riorganizza a Napoli, sulla scia maleodorante di poco limpide pratiche di compravendita dei voti, per raggiungere l’estasi della sconfitta. Assieme a Torino, dove Fassino rischia. A Roma dove non si sa se si presenterà Fassina oppure Massimo Bray. In un territorio nazionale in cui è difficile mettere d’accordo Fassina e Civati, ma anche le anime di Sel divise tra chi non vuole rompere con Renzi e chi invece lo vuole. Oppure mettersi d’accordo con il sempre più disamorato Maurizio Landini, con la non ancora scoppiettante «coalizione sociale» o con lo stesso Cofferati. Nella caccia al voto di sinistra più a sinistra, che nel frattempo (insieme a una parte di quello di destra) è già andato ai 5 Stelle. Che a furia di espulsioni e autoscissioni sembra rinverdire i fasti di una tradizione di sinistra antica e di successo: perdere.
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8 marzo 2016 (modifica il 8 marzo 2016 | 22:35)
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