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D’Alema e lo spirito dell’Ulivo (secondo lui) di Paolo Natale

17 marzo 2016

Da: Gli Stati Generali

Articolo LA POLITICA DELL’ULIVO: COSI’ DIVERSA DA QUELLA DI RENZI?

Di Paolo Natale
15 marzo 2016

Dice Massimo D’Alema: Renzi ha reciso una parte fondamentale delle radici del Pd. Ha soffocato lo spirito dell’Ulivo e la sua azione politica. Cerca alleanze al centro, o nel centro-destra. Così non si fa. I più giovani non sanno cosa ha fatto l’Ulivo, dieci o vent’anni fa, né esattamente cosa aveva fatto D’Alema. Facciamo un pochino di ripasso, allora.

Alle prime consultazioni politiche della seconda Repubblica, il Pds di Occhetto si presenta con una coalizione di sinistra e perde le elezioni, contro l’alleanza Berlusconi-Bossi-Fini. Si cerca allora di correre ai ripari, e nelle successive politiche (del 1996) si forma un’alleanza tra centro-sinistra e i cattolici progressisti, candidando Prodi come potenziale premier. Bertinotti e Rifondazione non ci stanno e appoggiano dunque la nuova coalizione solo dall’esterno, con l’unico intento di battere Berlusconi. E’ la nascita dell’Ulivo, che vince di poco, nonostante la Lega non avesse corso con il resto del centro-destra. La vittoria dell’Ulivo è così striminzita che, per governare, ha bisogno dei voti di Rifondazione. Che per un po’ glieli dà, sia pure con molte polemiche, ma dopo un paio d’anni Bertinotti ritira l’appoggio al governo Prodi, reo di praticare politiche troppo di centro (l’avete già sentita questa critica, vero?).
Ma il governo Prodi (con Ciampi e Veltroni) è in grande accordo con il sentimento popolare, grazie soprattutto alla riuscita manovra economica che ci permette di entrare nell’Euro. Prodi si dimette e vorrebbe andare a nuove elezioni, stavolta con il solo Ulivo, senza alcun appoggio di Rifondazione. D’Alema non ci sta, non vuole le elezioni, e cerca di formare un nuovo governo, ma non ha i voti necessari. Gli giunge in aiuto una nuova formazione politica che, uscita dal centro-destra, decide di appoggiare un esecutivo con D’Alema premier. Il nuovo partito si chiama Udr, ed è capitanato da Cossiga e Mastella, ex-esponenti della Dc più di centro-destra. D’Alema ottiene la fiducia ed ovviamente governa con i voti che aveva preso Prodi (vi ricorda qualcosa? qualcosa che oggi non si dovrebbe più fare?).
Il governo D’Alema, come quello successivo di Amato, a lui subentrato dopo la sconfitta del centro-sinistra alle regionali del 2000, perde costantemente consensi, tanto che il 2001, nelle nuove elezioni, vede il trionfo assoluto di Berlusconi, con un vantaggio nel proporzionale vicino ai 10 punti percentuali. Vista la situazione di grave crisi elettorale, si richiama Prodi come candidato alle politiche del 2006. Questa volta la coalizione di centro-sinistra, per poter battere Berlusconi, è la più vasta mai vista dalla nascita dell’Ulivo, ed incamera ufficialmente al proprio interno anche componenti di fatto di centro (o di centro-destra, se volete), come il partito di Mastella, che diverrà poi ministro della Giustizia, la Liga Veneta, Alleanza Lombarda (ex-leghisti) ed il partito dei Pensionati (tradizionalmente vicini a Berlusconi). Non per nulla il raggruppamento si chiamerà Unione.
Ma nonostante questa larga alleanza onnicomprensiva, la vittoria di Prodi sarà molto risicata (circa 25mila voti) e la maggioranza al Senato sarà costantemente appesa ad un filo, costringendo molti senatori a vita (come la quasi centenaria Levi-Montalcini) a presenziare a diversi voti di fiducia per poter governare. Il governo Prodi non riuscirà a resistere per più di due anni, dopodichè si torna a nuove elezioni, e Berlusconi trionfa nuovamente, contro il novello Partito Democratico di Veltroni, che non ottiene l’appoggio della sinistra radicale, perché il Pd – essi sostengono – sta troppo a destra.
Questi i 3 punti cruciali.
1. Nel 1998 D’Alema governa grazie all’appoggio di una formazione che era entrata in parlamento all’interno del centro-destra.
2. I voti con cui governa D’Alema erano i voti di Prodi.
3. Nel 2006, il centro-sinistra si presenta come una sorta di Partito della Nazione, inglobando forze chiaramente di centro, se non di centro-destra.
L’azione politica e le alleanze messe in campo dall’Ulivo (di Prodi e di D’Alema) sono dunque davvero così diverse da ciò che sta accadendo ora?

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Episodi del tafazzismo della sinistra italiana (da Pierluigi Battista)

11 marzo 2016

L’8 marzo Pierluigi Battista pubblicava sul Corriere della Sera l’articolo che riporto integralmente di seguito che illustra bene la quantità di “sinistre” che si sono manifestate nella politica italiana dell’ultimo secolo. Eppure Battista non cita l’episodio che a me sedicenne ignorantello ha fatto intuire la difficoltà di identificare una (una) sinistra. Difficoltà che poi sono andate aumentando, naturalmente. 

Parlo del primo governo di centro-sinistra, cioè con il supporto parlamentare del PSI e con esponenti PSI nel governo presieduto da Aldo Moro. 1963. Il PSI arrivava a quel punto dopo molta strada, dal Fronte Popolare con il PCI nel 1948 ai ripensamenti successivi all’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS. Il conseguente allontanamento dal PCI aveva gradualmente portato il PSI in area governativa. D’altra parte se vuoi incidere sulle scelte è al Governo che lo puoi fare meglio. Ma raggiunto il traguardo – si dice non senza il “permesso” della NATO, degli USA e del Papa – è successo che parte del partito non ne volesse sapere di allontanarsi tanto dal PCI fino al punto di entrare nel governo con la DC. E non votò la fiducia. Perciò: scissione. L’ennesima. Per entrare nel PCI, potrebbe pensare un ingenuo. Niente affatto. Per creare il PSIUP, nome vecchio per un partito nuovo che non combinerà nulla di utile, fino a scomparire non raggiungendo il quorum nelle elezioni politiche del 1972. Da cui la modifica dell’acronimo: Partito Scomparso In Un Pomeriggio. 

Ho cominciato allora a domandarmi cosa sarebbe accaduto in Italia se il PSI nel ’48 non avesse aderito al Fronte Popolare e si fosse presentato alle elezioni senza alleanza con il PCI. Allora il PSI aveva più voti del PCI, secondo il risultato dell’elezione dell’Assemblea costituente del ’46. E ho cominciato allora anche a domandarmi dove cominciava e dove finiva la sinistra, quale era “pura” e quale no, chi dettava le regole, chi giudicava. Domanda alle quali non so dare risposte. Forse una: “sinistra”, come “destra”, non è un parametro immutabile per giudicare l’agire politico.   

Questo è l’articolo di Battista:

>>>SPEZZETTAMENTO MANIACALE E «TAFAZZISMO»

Sinistra divisa anche alle Comunali
La vocazione a frammentarsi sempre
Una storia costellata da uno scissionismo ossessivo. Sempre uguale dal 1921
fino ai casi odierni delle Amministrative di Roma, Napoli, Milano, Torino
di Pierluigi Battista

C’è ancora qualcuno, oramai stagionato e con qualche conoscenza della storia della sinistra extraparlamentare in Italia, che si sta affannosamente chiedendo a tanti decenni di distanza quale fosse la ragione della rivalità fortissima, incandescente, inestinguibile tra il Pcd’I «Linea Rossa» e il Pcd’I «Linea Nera». Non dico la differenza tra i marxisti-leninisti di Servire il Popolo e i marxisti-leninisti di Stella Rossa, o tra la rivista Soviet dei Nuclei Comunisti Rivoluzionari e i Nuclei Comunisti Rivoluzionari senza la rivista Soviet. Ma la «Linea Rossa» e la «Linea Nera», in cosa diavolo credevano per dilaniarsi così. Credevano in uno dei riti più amati dalla sinistra di tutti i tempi: la frammentazione ossessiva, lo spezzettamento maniacale, la fissazione scissionista, lo sconfittismo come filosofia della vita e della storia. In linguaggio più moderno: il sempiterno, indistruttibile «tafazzismo», da Tafazzi, quello che si martellava lì, dove fa molto male. Un masochismo che si ripropone identico ad ogni stagione. Ora a Roma, Napoli, Milano, Torino e persino con qualche sia pur lieve tentazione a Bologna, ovunque la sinistra cercherà di perdere anche le elezioni per i sindaci.
Le (innumerevoli) scissioni
E mica da oggi, o da ieri. No dall’altro ieri, o dall’altro ancora, ma sempre identico. Dividersi tra socialisti riformisti e socialisti massimalisti, con la scissione mussoliniana e la cacciata dei ministerialisti. Poi la scissione comunista di Livorno nel ’21 e le lotte scissioniste già dentro il neonato partito. E i socialisti che si dividono dai socialdemocratici. E i socialproletari che si separano dai socialisti. E le elezioni del ’72 in cui il Psiup e il Manifesto non riescono a superare il quorum buttando via un milione di voti a sinistra. E il Pdup che nasce da una branca dello Psiup. E la sinistra alla sinistra del Pci in cui, a decenni di distanza del killeraggio a colpi di piccone in Messico e a decenni dal rapporto Kruscev, gli stalinisti del Movimento Studentesco e i trotzkisti di Avanguardia Operaia si prendevano a randellate (i randelli del Movimento studentesco vennero per l’appunto ribattezzati «Stalin»). E poi la fine del Pci con la scissione di Rifondazione comunista, e poi la scissione dalla Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti, che già aveva scisso il centrosinistra di Prodi, dei Comunisti italiani di Cossutta che ridiventeranno Rifondazione con Ferrero mentre Rifondazione diventa Sel con Vendola, mentre i Comunisti scissionisti non muoiono grazie a Marco Rizzo (sempre che non si sia saltato qui qualche passaggio scissionistico). Del resto si sono scissi anche i socialisti post-craxiani, e qualche pericolo scissionista sembra incombere minaccioso anche su ciò che resta dei Verdi.
La storia si ripete
Oggi la storia sembra ripetersi, identica. A Milano la sinistra a sinistra di Sala perde drammaticamente le primarie del Pd presentando ben due candidati i cui voti, sommati, farebbero il 60 per cento ma, divisi e scissi, contano zero. Però ecco riorganizzarsi a sinistra lo spirito tafazzista e nel vortice delle candidature non ancora formalizzate di Curzio Maltese o di Gherardo Colombo, la sinistra milanese finisce per rischiare di brutto. Rischiare soprattutto la sindrome ligure, quando la sinistra di Renzi presentò un suo candidato molto inviso alla sinistra (o forse proprio perché molto inviso alla sinistra) e allora la sinistra di Cofferati pur di non far vincere il, anzi la candidata renziana, decise con il 9 per cento dei voti a Luca Pastorino che non sarebbe stata una tragedia se in Liguria avesse vinto il candidato Toti della destra. E si riorganizza a Napoli, sulla scia maleodorante di poco limpide pratiche di compravendita dei voti, per raggiungere l’estasi della sconfitta. Assieme a Torino, dove Fassino rischia. A Roma dove non si sa se si presenterà Fassina oppure Massimo Bray. In un territorio nazionale in cui è difficile mettere d’accordo Fassina e Civati, ma anche le anime di Sel divise tra chi non vuole rompere con Renzi e chi invece lo vuole. Oppure mettersi d’accordo con il sempre più disamorato Maurizio Landini, con la non ancora scoppiettante «coalizione sociale» o con lo stesso Cofferati. Nella caccia al voto di sinistra più a sinistra, che nel frattempo (insieme a una parte di quello di destra) è già andato ai 5 Stelle. Che a furia di espulsioni e autoscissioni sembra rinverdire i fasti di una tradizione di sinistra antica e di successo: perdere.
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8 marzo 2016 (modifica il 8 marzo 2016 | 22:35)
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Baffino tramante

11 marzo 2016

Da che ha lasciato la Federazione Giovanile Comunista Massimo D’Alema è uno sfruculiatore full time, se non comanda lui o chi piace a lui. Magari era così petulante anche prima, però il Corriere non lo intervistava. A volte parte da destra, altre da sinistra, secondo convenienza tattica, comunque sfruculia. Occhetto, Prodi, Veltroni, ora Renzi. Lui, quello che “con questi dirigenti non vinceremo mai” (copyright Nanni Moretti), l’uomo della bicamerale e del “patto della crostata” (con Berlusconi e Fini) ora trama da sinistra. Forse lo fa con animo soccorrevole e intento costruttivo…Forse vuole solo dimostrare che si può fare politica anche fuori dal Parlamento, come disse con un certo fare altezzoso che non gli è estraneo in fase di rottamazione. E trama, trama, trama. Baffino tramante.

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