Massimobiondi.it - Tutti i diritti sono riservati
 
Dizionario di ITALIANO
cerca:  

Dizionario di INGLESE
cerca:  
Inglese - Italiano  
Italiano - Inglese

 

  Servizio a cura di Corriere.it  
 

Archivio Post

 
 

dicembre 2018

novembre 2018

ottobre 2018

settembre 2018

agosto 2018

luglio 2018

maggio 2018

marzo 2018

febbraio 2018

gennaio 2018

novembre 2017

ottobre 2017

luglio 2017

giugno 2017

maggio 2017

aprile 2017

marzo 2017

febbraio 2017

gennaio 2017

dicembre 2016

novembre 2016

settembre 2016

luglio 2016

aprile 2016

marzo 2016

febbraio 2016

gennaio 2016

dicembre 2015

novembre 2015

ottobre 2015

agosto 2015

giugno 2015

aprile 2015

gennaio 2015

ottobre 2009

Belgio, welfare e jihadismo (da David Carretta)

23 novembre 2015

David Carretta già nel 2010 scrisse sul Foglio perché il Belgio stava diventando una centrale del jihadismo:

“I politici non osano rimettere in discussione un sistema sociale che incentiva marginalità e disoccupazione con sussidi vari”… “I quartieri di Bruxelles a forte presenza musulmana hanno il 40% di disoccupazione e un senza lavoro riceve 800-1.300 euro di sussidi”… “Un capofamiglia disoccupato, con moglie e cinque figli a carico, a Anderlecht o Molenbeek può riceve dallo stato belga più di 2.300 euro”… “Un lavoro regolare è meno redditizio. Poco importa se i figli degli immigrati diventeranno degli emarginati che domani potrebbero mettere a fuoco i loro quartieri”… “L’integrazione è evocata come necessità fondamentale, ma alla fine prevalgono il comunitarismo e la ghettizzazione”… Conclusione: “lasciata nelle mani della classe dirigente belga, Bruxelles rischia di esplodere, trasformandosi in una grande banlieue di Parigi…”

Profezia? Non credo. Vista lunga piuttosto. Comprensione dei meccanismi sociali.

Anche questi fattori devono essere considerati quando si evoca il cosiddetto reddito di cittadinanza, non solo quelli meramente economici. Il valore sociale del lavoro (valore per il lavoratore ma anche per la società) deve essere comunque alla base di qualunque ragionamento in materia.

Post inserito in: dicono

Parole chiave: | |


Telecom: et voilà!

4 novembre 2015

Questa faccenda dei francesi che hanno il 35% circa di Telecom (ma non tutto nelle stesse mani) ha costretto la stampa a prendere in qualche modo posizione, fare illazioni, tentare di spiegare. Molti, secondo me, hanno scritto e detto sciocchezze. Amen. Non è un fatto nuovo. Più o meno le stesse cose sono state dette e scritte quando il socio di riferimento sul piano industriale era spagnolo.
Alcuni hanno ripreso la trita storia degli stranieri, dimenticando l’Europa. Magari sono gli stessi che lamentano da tempo la scarsità di investimenti esteri in Italia. Ci sono quelli che parlano genericamente dei “francesi”, sospettando accordi tra loro per evitare l’OPA, del tutto ignorando quanto siano stati finora avversari i due investitori, la forte rivalità tra loro talvolta apparsa come personale inimicizia. Tutto è possibile, ci mancherebbe, ma se uno vuole spiegare come stanno le cose non può trascurare il particolare. In fondo equivarrebbe ad un accordo sotterraneo tra Berlusconi e De benedetti. Sarebbe sorprendente no?
Altri hanno spiegato al governo come dovrebbe comportarsi, ignorando che Telecom non è più pubblica da un pezzo e dispone solo, oltre la moral suasion, di una forma evoluta di golden share chiamata golden power. Questa consente al governo di intervenire in caso di minaccia agli interessi nazionali in settori strategici, incluse perciò le reti di telecomunicazione, settore però nel quale non può opporsi all’acquisizione di quote da parte di investitori europei. Per fortuna.
Ci sono infine quelli che ipotizzano profondi cambi di strategia, in particolare suggerendo a Telecom di buttarsi a capofitto in attività legate ai media e all’informatica. Logico questo: è risaputo che i margini, già trasferiti dal trasporto di voce a quello di dati, non sono più nel trasporto di alcunché ma nella fornitura di contenuti e servizi.
Questo è logico, addirittura ovvio, ma va messo a confronto con il potenziale specifico dell’azienda, che è rappresentato, oltre agli aspetti finanziari, dai suoi circa 65.000 dipendenti.
Molti osservatori ignorano che questo elemento ha già condannato al fallimento i processi di riconversione di molte imprese. Il fattore umano è decisivo, e perciò sono decisive la capacità del management di coinvolgere e gli investimenti in formazione, nonché la qualità di entrambi, management e formazione.
Chiunque può suggerire a Telecom di provare a far soldi vendendo contenuti di valore in rete o gestendo servizi di tipo cloud per le imprese. Il problema è quanto tempo ci vuole per preparare il personale a farlo, cioè a pensare diversamente da come fatto finora. Il business negli ultimi anni, sotto sotto, è stato quello di difendere il più possibile le posizioni conquistate in monopolio nei servizi tradizionali. Passare da strategia difensiva a offensiva non è banale, se poi si aggiunge il cambio di settore, anche se collaterale, si capisce che la faccenda è complicata. E inoltre bisognerà vedere, durante questo tempo, cosa faranno gli altri, i competitor, molti dei quali sono già molto avanti nel percorso o sono nati proprio con quella cultura.
Magari la cosa giusta è integrare business, cioè imprese, cioè culture. Ma oltre questo sospetto non vado perché è inevitabile che Telecom ridefinisca le strategie ma come sempre è più facile dare consigli che fare le cose. Come dimostra il divario fra governare e fare opposizione.

(scritto per “Nel Futuro: web magazine di informazione e cultura”)

Post inserito in: secondo me

Parole chiave: | |