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Marino e la darsena. Se il problema sono gli italiani

3 agosto 2015

L’Expo, in attesa di conoscerne i dati economici finali, ha restituito a Milano angoli che erano degradati e poco fruibili: la darsena è probabilmente il simbolo di questa piccola rinascita, alla quale si affianca come rinnovamento, non come rinascita, la nuova e a mio gusto apprezzabile skyline del quartiere isola.

La darsena era l’approdo dei barconi che portavano a Milano dal lago maggiore, via Ticino, il marmo per la costruzione del duomo. Negli ultimi anni, in assenza di decisioni urbanistiche, l’area è degradata fino all’abbandono. Adesso è stata del tutto riqualificata, è gradevole, molto fruibile e molto fruita: ha un’aria vagamente parigina che non guasta (il progetto, d’altra parte, è di uno studio francese) e anche la presenza degli sponsor è discreta, non pacchiana. Però un problema si è già evidenziato: è proprio la fruizione. O meglio, una parte dei fruitori: gli zotici che insozzano disseminando senza alcun rispetto le tracce del loro sgradevole passaggio.

Se infatti in superficie il tutto appare per ora ancora lindo, oltre che nuovo, va reso merito ai pulitori, evidentemente solerti nella rimozione delle tracce di se che i selvaggi della movida lasciano: carta straccia, bicchieri di carta, bottiglie vuote, soprattutto di birra, sacchetti di plastica, mozziconi di sigaretta. Tracce, però, che rimangono dove si trovano quando non sono in vista ma in acqua, sul fondale. E’ di questi giorni un filmato messo in rete da MilanoToday, network di informazione locale, che documenta lo scempio subacqueo, già vistoso nonostante il pubblico abbia accesso all’area da circa tre mesi soltanto.

Nel frattempo in città si guarda con un pizzico di rancoroso compiacimento ai guai di Roma, verso la quale in fondo (secondo me) i milanesi da sempre nutrono quasi un senso di soggezione, combattuta attraverso celebrazioni: i dané, la “capitale morale”, il reclamato maggior senso civico, il traffico meno disordinato e via celebrando.
Anche a Roma però, come alla darsena di Milano e un po’ dovunque in Italia, va riconosciuto che c’è una popolazione, indigena e non, poco avvezza al rispetto delle regole, della cosa pubblica e degli altri.

Marino sarà poco esperto di queste faccende, mi dice un amico romano che Marino non lo ha votato, ma se in via dei fori imperiali, che pedonalizzata ha un suo fascino e un suo perché, ci son per terra chewing gum, pacchetti di sigarette vuoti, sacchetti di patatine e merendine, addirittura involucri di gelati, anche nei pressi di portarifiuti non colmi, che ci può fare Marino? Qual è il rapporto giusto tra imbrattatori e pulitori? Uno ogni dieci? O venti? E chi deve pagare, in euro e in brutture, l’inciviltà dei cittadini?

Proprio a Roma il muro di un palazzo nei pressi del Pantheon reca la seguente scritta, testuale: “Per ordine espresso si proibisce di non potersi fare il mondezzaro avanti la facciata di questo palazzo sotto le pene contenute nel editto di monsig. Illmo e Rmo Presidente delle strade. Pubblicato il dì 9 Febbraro 1743”.
Oggi non c’è più l’illustrissimo e reverendissimo Presidente delle Strade, né chi ne fa le veci potrebbe essere un monsignore, salvo sorprese, che con papa Francesco non si sa mai. Eppure la tradizione di fare mondezzaro qua e la non sembra abbandonata. Non da tutti, almeno.

E’ penoso constatarlo, ma siamo ancora alla necessità di “fare cultura” per queste cose minime, per l’educazione di base. Una volta nei negozi di alimentari c’erano i cartelli “vietato sputare per terra”. L’abitudine, almeno quella, sembra dimenticata. Forse, come nel 1743, potremmo riprendere la diffusione degli avvisi-monito in grande formato. Adeguati ai tempi, ovviamente. Tipo “chi insudicia le strade è un burino”. O, a Milano, un pirla.

Marino e la darsena

Roma Ago 2008 014



 

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