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Europa: competere, ma con le nostre regole

29 Dicembre 2011

Gli europei hanno saputo costruire, soprattutto nella parte occidentale, condizioni di vita mediamente molto migliori di quelle del resto del mondo. Mi riferisco in particolare agli aspetti qualitativi: diritti riconosciuti come universali, stato di diritto, welfare, democrazia, uguaglianza, solidarietà, eccetera.

Certo, senza la ricchezza materiale non saremmo allo stesso punto, ma non ci saremmo neppure se non avessimo condiviso i valori e la cultura che ci hanno fatto arrivare fin qua. Adesso però l’opulenza viene progressivamente ridimensionata. Il PIL dell’Europa sostanzialmente non cresce più. Abbiamo accumulato ricchezza ma stentiamo a produrne di nuova. Altre aree del mondo, per vari motivi tra i quali le loro risorse e capacità, ci stanno sopravanzando. Ultimo e recentissimo caso il Brasile, la cui economia complessiva supera quella britannica. I cittadini di questi Paesi ex emergenti, tuttavia, sono ben lontani dal raggiungimento della nostra qualità media di vita. Non che non ci siano i ricchissimi, anche da loro, ma non c’è dubbio che se si guarda alla massa le carenze – secondo i nostri standard – sono tuttora pesanti.  

In questo contesto di non più crescita, o crescita asfittica, che dovrebbe fare l’Europa? Io dico difendere la qualità della vita raggiunta, lo stato sociale, la sicurezza. L’Europa invece sembra ossessionata dalla rincorsa alla crescita del PIL, comunque, anche a costo di ridimensionare alcune conquiste sociali. Le due cose, diciamo la quantitativa e la qualitativa, spesso vanno di pari passo ma a volte no. Non sempre la crescita del Pil corrisponde al miglioramento della qualità della vita.  Il PIL non distingue fra consumi privati, o lusso privato, e spesa (non spreco, beninteso) pubblica: diritto allo studio, al lavoro e alla salute, tutela previdenziale, sicurezza. Ciò che si riferisce, per l’appunto, ai valori condivisi, tra i quali non rientra la ricchezza in se ma la libertà di cercarla e godersela.

I provvedimenti dei governi nazionali e della UE, in quest’ottica, potrebbero essere un po’ diversi da come sono o vengono prospettati. Prima di compromettere elementi qualitativi acquisiti e diffusi alla ricerca della crescita quantitativa dobbiamo pensarci bene. Forse dobbiamo difenderci in altro modo da quel tipo di competitività raggiunta da altri anche negando diritti e trattamenti decenti ai lavoratori e ai cittadini in genere. In altre parole: invece di comprimere le nostre conquiste sociali per inseguire i nuovi emergenti sul loro terreno (la ricerca del low cost come principale fattore competitivo) potremmo provare a costringere questi ultimi a inseguire noi sul nostro. Anche a costo di reintrodurre i dazi doganali nei confronti dei Paesi che non rispettano le regole minime vigenti in Europa, almeno in materia di lavoro. 

Se i dazi doganali possono essere una parte della soluzione del problema io direi di riprenderli in considerazione. Non certo a protezione di inefficienze e monopoli ma come scudo verso quei competitori che sostanzialmente si macchiano, verso di noi, di concorrenza sleale. Lo sfruttamento del lavoro deve essere infatti considerato tale, come il mancato rispetto di brevetti, l’uso di componenti non a norma o l’evasione fiscale.


Post inserito in: economia

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